KIEV e ISRAELE : avere il coraggio di dire la verità
Alessandra Servidori KIEV e ISRAELE avere il coraggio di dire la mia verità
E’ domenica ho la vitalità dei miei nipoti che riempiono le stanze e sento la necessità di andare oltre alla definizione di “cretinetti” che ho dato a quella quarantina di imbarcazioni irragionevoli che giocano a fare gli eroi. Ma di loro non voglio occuparmi e neanche dei loro sostenitori che reputo irresponsabili ma devo mettere in fila i miei sentimenti, anche perché è bene avere il coraggio di affermare la mia libertà di pensiero e parola. La politica è una cosa seria e purtroppo la mia bell’Italia si emoziona solo spesso per il campionato di calcio. Sulla questione Israele Palestina si sono formate due tifoserie che escludono a priori che ci possano essere ragioni e torti da entrambe le parti : se è giusto, anzi sacrosanto, pretendere l’eliminazione di Hamas da ogni forma di presenza, tanto più di governo, in Palestina, perché è la precondizione per stabilizzare la regione mediorientale, a sua volta fatto essenziale per fortificare gli equilibri geostrategici mondiali, altrettanto è grave che Nethaniau capo di Israele con ancora l’appoggio a maggioranza del suo governo , abbia scelto una linea che si è tradotta nel massacro di Gaza. Hamas non è un esercito contro cui combattere, è una potente struttura terroristica che si è dato ben 790 novanta chilometri di sotterranei con la chiara condivisione della popolazione che ora dice di rappresentare e difendere come uno scudo umano. Non rilasciare gli ostaggi israeliani del 7 ottobre dopo 3 anni dall’attentato significa far pagare un prezzo altissimo proprio ai palestinesi,a Gaza, e altrettanto in Cisgiordania. E’ un odio razziale verso i palestinesi in generale, senza distinzione tra civili e terroristi. Dal febbraio 2024 mi impegno nella divulgazione della Strategia nazionale contro l’antisemitismo e tutta questa guerra finisce per alimentare la diffusione di un inaccettabile odio antisemita, di cui ne è un esempio la scia di violenza scatenata da frange di facinorosi nelle manifestazioni italiane per Gaza, che pur pacifiche avevano però il torto di scandire slogan solo contro Netanyahu senza spendere una parola su Hamas e il suo criminale uso strumentale dei palestinesi. La situazione è terribilmente complessa, come dimostra il fatto che la soluzione della comunità internazionale resta sempre la stessa – 2 popoli, 2 Stati – dopo decenni di fallimenti e veti incrociati e agli ignoranti delle due tifoserie è bene ricordare che fu la stessa Israele a finanziare Hamas, favorendone la vittoria nella Striscia sulla più moderata ANP (ex OLP), proprio per scongiurare il pericolo di uno stato palestinese unitario. E adesso che Netanyahu vuole annientare definitivamente Hamas -ricordandoci che questo contingente terrorista è a capo degli assassini di Israele da cui per decenni si è dovuta difendere- non si capisce come possa accettare la nascita di uno stato arabo ai suoi confini, tra l’altro tutti da definire .Bisogna avere come Italia ed Europa la consapevolezza ad occuparci anche del fronte mediorientale oltre che di quello russo-ucraino per cui qui in Italia non si vedono le masse mobilitate pro Ucraina e non ci si preoccupa se non sporadicamente del genocidio che lo Zar Putin sta compiendo : dobbiamo cercare una soluzione per l’intera regione che recuperi l’essenza dei “patti di Abramo” e che nello specifico israelo-palestinese vada oltre lo schematismo ormai consunto della formula 2 popoli, 2 Stati che in questo momento, dobbiamo essere onesti, alle condizioni date è irrealizzabile.. Per questo ci vuole il coraggio di cercare e muoversi con gli alleati che condividono una soluzione ragionevole e creare due Europe lasciando al loro destino chi fa ostruzionismo e politicamente scorretto non vuole la pace ma solo l’arrembaggio perpetuo come vediamo esercitare i 2 fenomeni che attualmente si dividono con arroganza le sorti del mondo. I superstiti di Gaza insieme ai disperati ostaggi, torturati, sottoposti a crudeltà perpetuate del maledetto 7 ottobre devono poter contare su una autorità indipendente con i paesi arabi alla testa e la protezione concreta delle Nazioni Unite. E invece niente viviamo una isteria collettiva disgustosa nell’aula magna dell’Onu che chiaramente non si impegna a trovare una soluzione politica e militare ma a far spettacolo senza voler ricordare le immagini barbariche del 7 ottobre con un Iran che padroneggia i cd diritti umani e controlla un’ aula vergognosamente antisemita . Addossare a Israele le sofferenze procurate a Gaza è la mentalità di Hamas ,che è evidente ha troppi sodali nel mondo, programmando e teorizzando e applicando lo jiadismo nascondendosi sotto terra e lasciando il popolo palestinese come scudo umano.Israele non accetta giustamente uno Stato del terrorismo e non ha permesso ad Hamas di governare insieme agli Hezbollah e Assad : è chiaro che in molti hanno perso o non hanno mai avuto il segno etico della storia che farà parte di quella che sarà scritta nei libri e che ci auguriamo una volta finita questa guerraa sia insegnata correttamente ai nostri piccoli italiani perché non si ripeta l’orrore idolatrico dell’isteria contro il coraggio di un popolo. Israeliano o Ucraino che sia.Qui in Italia poi la strumentalizzazione che si consuma per affossare un governo legittimo è patetica e quella sì inconcepibile e i filo putinisti non sono degni di esseri chiamati opposizione in una democrazia parlamentare perché usano strumenti di delegittimazione verso il capo del Governo rabbiosi e francamente talmente sfacciati di cui vergognarsi.
Quale lavoro...... per lo sviluppo del nostro paese
Alessandra Servidori
Le politiche aziendali soffrono di mancanza di figure professionali di livello intermedio(operai specializzati ) che gli over 50 hanno e di figure professionali ad alta specializzazione stem che non rispondono all’offerta di lavoro. I ministri istruzione e formazione università e ricerca hanno un programma di filiera formativa robusta di bilanciamento tra formazione e lavoro che avrà un impatto notevole ma che parte da una verità : giovani italiani che ogni anno si spostano all’estero, per continuare gli studi o per cercare lavoro in un altro Paese, erano 21 mila nel 2010, sono stati oltre 91.400 lo scorso anno. Non lasciano l’Italia perché non trovano lavoro, lavori se ne trovano, parecchi, ma sono lavori sempre più poveri. Tanti giovani emigrano alla ricerca, innanzitutto, di salari migliori e le tematiche legate al lavoro giovanile e alla transizione tra generazioni, evidenziano la scarsa propensione delle imprese a promuovere il passaggio di competenze tra lavoratori anziani e giovani. La digitalizzazione delle PMI impone un ripensamento del ricambio generazionale, con una possibile sostituzione di lavoratori anziani con i più giovani ma preparati , ma soprattutto un'urgenza nel valorizzare le competenze degli over 50 , ora che possono insegnare in azienda il lavoro concreto ai giovani. L’incapacità dei salari di tenere il passo con l’inflazione dipende in gran parte da come funzionano i nostri contratti di lavoro. L’Italia è fatta di micro-imprese, oltre 4 milioni di aziende hanno meno di 10 addetti. Nessuna di queste imprese può permettersi un contratto aziendale di secondo livello, per sua natura più flessibile: per loro esiste solo il contratto collettivo nazionale di settore. I contratti nazionali sono negoziati, per il settore privato fra Confindustria e sindacato, per il settore pubblico fra sindacato e Aran, un’Agenzia dello Stato. Il problema è che questi contratti non vengono mai rinnovati a scadenza, o vicino alla loro scadenza. Dunque rinnovare subito i contratti e i salari- Dobbiamo chiederci se l’occupazione povera aiuta la produttività del Paese e la formazione di un capitale umano che poi alla prima occasione non emigri. Dunque formazione tramite i vari fondi UE che abbiamo a disposizione che sono parecchi .Dobbiamo tenere in equilibrio i salari, attrarre capitale umano nell’industria e così aumentare la produttività e la competitività. Siamo consapevoli della Bassa produttività, elevato debito pubblico, disoccupazione giovanile, ancora troppa disoccupazione femminile, scarsa digitalizzazione, disparità territoriali tra Nord e Sud. Sono questi alcuni dei problemi che l’Italia si trova ad affrontare, mentre gli equilibri mondiali sono sempre più precari e il ruolo dell’Europa rischia di essere sempre più marginale. In questo quadro di incertezza socio-economica il Pnrr rappresenta un’opportunità storica irripetibile, di cui è necessario cogliere la portata, D’ora in poi per stare in piedi l’Europa avrà bisogno di tanti Pnrr: per la difesa, per l’immigrazione, per le politiche industriali e occupazionali. Tutte queste cose o si fanno con decisioni e soldi in comune o non c’è nessun Paese che può farlo da solo. Dobbiamo costruire un’economia paziente, circolare e basata su innovazione, competenze, formazione/ lavoro e politica industriale, che organizzi e dia forza a tutte quelle energie inespresse per evitare una polverizzazione delle competenze in un Paese sempre più piccolo e sempre più vecchio. Abbiamo bisogno di non disperdere il capitale umano, siamo il terzo Paese al mondo che ne perde di più fra i ragazzi con il fenomeno dei Neet (Not [engaged] in Education, Employment or Training, cioè che non studiano, non lavorano e non si formano, Abbiamo bisogno di competenze a tutti i livelli. Mentre infuria la battaglia delle grandi competizioni sistemiche, noi abbiamo un valore che si è perso e dobbiamo rivitalizzarlo perché ci permetterà di fare la nostra parte e permettere di fare le transizioni necessarie, migliorando la qualità della nostra vita. Noi dobbiamo sostenere lo sforzo del Pnrr e accompagnarlo con delle politiche che mettano insieme soggetti privati e pubblici, che facciano dei patti e che si diano degli obiettivi per aiutare i produttori di reddito e valorizzare il lavoro di cui abbiamo bisogno. A patto che sia lavoro di qualità. Se non lo è, avremo da una parte dei lavoratori qualificati che vengono rubati da un’azienda all’altra perché c’è un mismatch tra quello che si chiede e quello che è disponibile, e dall’altra lavoro degradato. Ridisegnare il lavoro deve diventare una priorità, per poter dare vita e spazio al Pnrr.Solo per essere chiara e in prossimità della legge finanziaria una questione : i bonus sono un benefit a tempo e sempre e solo legati alle spese annuali.La carta per la famiglia è un aiuto ma si attesta ancora sull’isee ed è un bonus, non è strutturale ma sappiamo bene che abbiamo da realizzare una riforma strutturale della riforma del welfare che comporta la revisione della politica fiscale prima di tutto.
Decreto Flussi ;vediamo un pò.......
FRANCESCO COMELLINI -FAC- Decreto flussi ...... vediamo un pò
Il nuovo decreto-legge in materia di immigrazione, approvato il 5 settembre scorso dal Consiglio dei Ministri, stando al testo visionato, pur introducendo misure di civiltà come l'ingresso fuori quota per l'assistenza a disabili e anziani previsto dall'articolo 5, nasconderebbe al suo interno una trappola procedurale che, in combinato disposto con le altre norme del testo, rischia di perpetuare una grave discriminazione. Vediamo quale.
Il problema risiede in un vizio d'origine mai sanato, un vero vulnus normativo annidato nella legge n. 76 del 2016 sulle unioni civili: l'ambigua architettura del comma 20 dell'articolo 1, che da un lato estende taluni diritti del matrimonio, subito dopo, con una clausola letale, nega l'applicazione alle norme del Codice Civile non espressamente richiamate. Tra queste figura proprio l'articolo 78 sull'affinità, il legame con i parenti del partner, creando così una discriminazione testuale che l'amministrazione pubblica ha faticosamente e solo parzialmente tentato di colmare. Ne è testimonianza l'operato dell'INPS che, per i soli permessi legati alla legge 104/92, è dovuta intervenire con ben due provvedimenti: prima con la Circolare n. 38 del 2017 per riconoscere il diritto al partner, e poi, solo dopo cinque anni di incertezza, con la Circolare n. 36 del 2022 per ammettere finalmente anche il vincolo di affinità, un rimedio settoriale (le Direttive si applicano ai soli amministrati INPS) tardivo, che evidenzia la gravità della lacuna legislativa voluta dall’allora maggioranza parlamentare. Ora, quella stessa lacuna si scontra con la rigidità del nuovo decreto: l'articolo 2, infatti, accelera le procedure imponendo una precompilazione delle domande e controlli di veridicità contestuali e automatizzati. Se il portale ministeriale non sarà programmato per riconoscere l'affinità derivante da unione civile, la domanda del datore di lavoro unito civilmente per l'assistenza a un proprio "affine" ai sensi del nuovo articolo 5 verrebbe bloccata all'origine, prima ancora di poter accedere al beneficio "fuori quota". Il diritto, quindi, verrebbe annichilito dalla procedura. L'assenza nel decreto di una norma di interpretazione autentica che risolva una volta per tutte la questione dell'affinità sancisce una discriminazione di fatto, non più rimediabile attraverso la lenta via giudiziaria. Un eventuale ricorso al giudice, seppur destinato al successo sulla scorta di un "diritto vivente" già affermatosi in sedi di merito, non potrebbe mai restituire al cittadino la tempestività del diritto. La discriminazione diventerebbe così definitiva e irrimediabile, se non attraverso un'ipotetica e complessa integrazione a posteriori delle quote o dei posti disponibili per le posizioni ingiustamente bloccate: un rimedio postumo e incerto che non sana la violazione iniziale. Il legislatore, omettendo di intervenire nel testo proposto, non solo rischia di ignorare le soluzioni già adottate in via giurisprudenziale e amministrativa, ma favorisce la creazione di un sistema normativo intrinsecamente illogico, dove un diritto solennemente concesso viene poi negato nei fatti da una burocrazia digitale cieca di fronte a un'uguaglianza non ancora pienamente codificata. Chi scrive auspica quindi che il testo possa essere corretto con una norma di interpretazione autentica del regime di affinità per le unioni civili, prima di giungere all'esame del Parlamento perché il rischio, nelle more dell'iter di conversione, sarebbe quello di negare un diritto obbligando il cittadino ad ottenere una vittoria di Pirro per l'esaurimento dei posti disponibili, magari dopo un estenuante calvario giudiziario.
Francesco Alberto Comellini
Componente del Comitato Tecnico Scientifico dell'Osservatorio Permanente sulla Disabilità
Finanza UE : svegliamoci !!!
ALESSANDRA SERVIDORI FINANZA UE :svegliamoci
RIUNIONE BCE I parametri chiave sui livelli patrimoniali e sui dati di bilancio, combinati con una gestione sana e una vigilanza efficace, restano gli strumenti principali da utilizzare di fronte al quadro di continui cambiamenti del sistema finanziario, in cui in Europa spicca la forte crescita della finanza non bancaria. Lo ha affermato il 3 settembre la Presidente della Banca centrale europea (BCE) e dello European Systemic Risk Board (ESRB), Christine Lagarde, apertura della conferenza annuale ESRB.
Il mondo è cambiato. Il settore non bancario europeo è cresciuto rapidamente. E ora, in termini relativi, è più grande di quello degli Stati Uniti, corrispondendo a 3,8 volte il PIL rispetto a 3,1 volte negli Usa", ha detto Lagarde. Al tempo stesso le attività delle banche tradizionali sono collegate alla finanza non bancaria e, in maniera crescente, ai nuovi arrivati nel comparto, come le piattaforme Fintech. "Il legame tra le banche e le istituzioni finanziarie non bancarie è arrivato al punto in cui la vecchia distinzione concettuale non è più uno strumento utile", ha proseguito. Per questo, per discernere quello che accade nella finanza rispetto alla complessità dei nuovi fattori e operatori presenti bisogna utilizzare due strumenti ampiamente sperimentati. Il primo è che per quanto possano sembrare nuove le attività finanziarie, sono quasi sempre variazioni di funzioni di lunga data come il risparmio, il prestito, l'investire e la condivisione di rischi. E quindi gli strumenti per monitorarle sono quelli dei livelli patrimoniali, dei margini di liquidità, della sicurezza dei dati e delle infrastrutture. La seconda altra costante è rappresentata dalla importanza della adeguatezza della gestione dei rischi e della vigilanza. "Questi principi funzionano meglio quando vengono stabiliti a livello globale", ha rilevato Lagarde. Il Segretario Generale di FeBAF, Pierfrancesco Gaggi – settore bancario internazionale – ha posto l’accento su alcune priorità strategiche condivise a livello europeo e sulle quali la partnership pubblico-privato (PPP) è indispensabile. Tra di esse, la protezione dai rischi catastrofali, con riferimento alla recente normativa italiana che introduce l’obbligo di assicurazione contro calamità naturali per le imprese. «Negli ultimi trent’anni le perdite assicurate sono cresciute nel mondo in termini reali a un tasso medio annuo compreso tra il 5% e il 7%», ha ricordato Gaggi. «Eppure, in Italia, con oltre l’80% degli edifici esposto a rischio sismico o idrogeologico, solo il 6% delle abitazioni e il 5% delle imprese è assicurato». Il Segretario Generale di FeBAF ha quindi auspicato che l’approccio italiano – basato su un bilanciamento tra intervento pubblico e iniziativa privata – possa rappresentare un modello anche per altri ambiti legati al welfare, come pensioni e sanità e più in generale per investimenti in infrastrutture sociali: una parte del risparmio europeo potrebbe essere indirizzata verso investimenti a impatto sociale, in particolare in housing sociale, residenze universitarie e strutture per anziani. «Possiamo attrarre capitali privati verso questi settori se lo Stato riconosce un vantaggio fiscale a fronte di rendimenti di mercato», ha concluso. Gaggi ha toccato anche il tema dell’euro digitale, per le necessità di costruirlo “semplice e funzionale, capace di integrarsi nei servizi esistenti” e di contenere – fin dalla fase progettuale – i costi per gli intermediari: secondo uno studio ABI solo per le banche italiane l’investimento IT iniziale supererebbe gli 880 milioni di euro. La nuova valuta dovrebbe, infine, essere complementare – e non alternativa – rispetto agli strumenti di pagamento già disponibili.
LE TRE LEADER D'EUROPA .... e l'economia..
Alessandra Servidori In economia le tre leader Europee possono fare la differenza
In un momento così travagliato per i Paesi Europei e per l’Italia fa bene alla nostra consapevolezza approfondire le questioni che sembrano solo ed esclusivamente di dominio maschile mentre invece Lagarde,Meloni,Von der Leyen , hanno responsabilità primaria rispettivamente nel governo della BCE,dell’Italia,dell’Europa e che ascoltano(poi decidono loro) i consigli di Mario Draghi che pose fine alla feroce speculazione finanziaria sui titoli di Stato dei paesi cosiddetti Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna).Lo strumento utilizzato dal ex presidente del consiglio, è stata l’attuazione del programma Omt (Outright Monetary Transaction) ovvero l’acquisto da parte della Bce dei titoli sovrani emessi dai Paesi aggrediti dalla speculazione internazionale, che fu innescata, nel 2008, dalla crisi dei mutui sub prime negli Stati Uniti.E ricordiamoci che quei paesi sono diventati tra i più virtuosi sulle politiche di bilancio pubblico e oggi è la Francia che è aggredita dai mercati finanziari a causa della crisi politica e il governo italiano ora deve seguitare ad adottare politiche di bilancio prudente e dunque per la legge di bilancio 2026 deve ridurre in maniera concreta e percettibile le imposte su tutti i contribuenti italiani .Ovviamente, l’alleggerimento del peso delle imposte deve essere pianificato razionalizzando la giungla di provvidenze pubbliche (bonus, contributi a fondo perduto e agevolazioni fiscali) dei quali ne beneficiano alcune categorie a spese di tutti i contribuenti. È il percorso che permetterebbe all’Esecutivo di mantenere inalterata la politica di risanamento delle finanze pubbliche e nel contempo ridurre le imposte sul reddito prodotto dalle imprese e dalle famiglie. La riduzione del prelievo fiscale aumenterebbe la propensione al consumo per le famiglie e per gli investimenti delle imprese con effetti positivi sulla crescita del reddito nazionale.Intanto la BCE per far fronte al rischio concreto di una nuova crisi del debito pubblico francese, dovrebbe mettere in campo un nuovo “quantitative easing” (acquisto di titoli sovrani europei) e un ulteriore riduzione dei tassi di riferimento. Le due azioni di politica monetaria sui mercati finanziari, ridurrebbero i tassi d’interesse sul mercato primario e secondario dei titoli di Stato e contrasterebbe la svalutazione del dollaro rispetto all’euro. Sarebbe una boccata d’ossigeno per gli Stati Uniti, che hanno visto crescere in maniera significativa il loro debito pubblico, a causa degli interventi pubblici a sostegno delle famiglie e delle imprese. Un euro meno forte contro il dollaro, attenuerebbe gli effetti negativi dei dazi doganali, che sommati alla svalutazione del dollaro degli ultimi otto mesi, danneggiano le esportazioni europee verso gli Stati Uniti. Forse, questa volta, la francese Christine Lagarde, magari appoggiata da Meloni e Von der Leyen si farà parte diligente per attuare un intervento di politica monetaria della Bce a sostegno della Francia che potrà avere effetti positivi sull’intera economia del Vecchio Continente. CHISSA' !!!!!!!!!!????????
SPORCACCIONI,FRUSTRATI,MISOGINI
ALESSANDRA SERVIDORI
SPORCACCIONI , FRUSTRATI,MISOGINI
Bisogna affrontare la questione degli spioni seriali in rete con la consapevolezza che dall’inizio le piattaforme online sono state progettate e costruite da maschi e per i maschi, e questo sicuramente ha costituito un ostacolo al fatto che le donne potessero trovarvi una dimensione di agio. Pensiamo a Facebook, che è stato da Mark Zuckerberg traendo ispirazione da un sito che permetteva agli utenti di scegliere tra due foto di donne e votare la più attraente.La misoginia si manifesta prevalentemente attraverso i social, che questi sono dotati di standard minimi relativi a termini e condizioni vincolanti sui comportamenti ritenuti accettabili sulle piattaforme. Quando sono condivisi contenuti che violino i detti standard, esse dovrebbero quindi responsabilizzarsi, introducendo meccanismi di segnalazione per la rimozione dei contenuti dannosi. Ma è evidente che questo non basta infatti per l’inadeguatezza dei rimedi a disposizione contro la violenza online, anche perchè nelle piattaforme non vi è ancora una categoria specifica disponibile per l’odio indirizzato nei confronti delle donne, solo considerato nella categoria di “contenuto dannoso per gli adulti”. Su Facebook il genere non è presente come categoria, al di là della politica di Hate Speech e degli Standard Comunitari – dove compare nei “termini imprecatori di genere femminile” all’interno della politica di bullismo e molestie. Su Twitter è possibile solo effettuare una segnalazione per abuso/molestia. Instagram nelle sue policy proibisce l’hate speech, gli insulti misogini E la piattaforma non predispone alcuna sanzione nei confronti dell’utente violento, addirittura il contenuto è visto come isolato e innocuo. La furbizia sta poi delle violenze perpetrate con messaggi in modalità scomparsa, per cui una volta aperti non è possibile rintracciarne gli autori,oppure le molestie sono compiute in chat privata compiute da account falsi.Poi vero è che è stato riscontrato un approccio inappropriato da parte delle autorità, che sottovalutano la violenza perpetrata online e i suoi effetti sulla vita reale delle persone che la subiscono.Recentemente la questione è stata approfondita da interventi in merito alle iniziative ue sull’Agenda digitale dove si è dimostrato che è online che il malessere personale per un rifiuto vissuto come fallimento trova terreno fertile per essere deresponsabilizzato e ricondotto a un’interpretazione deviata della realtà, dove le donne sono il male assoluto, distruttrici della specie: “Le comunità online sono viste come sfogatoi, gruppi nei quali gli utenti maschi condividono le proprie esperienze personali negative di natura sentimentale e sessuale – spiega Antinori -. Subentra una fase di confidenza, dove si fortifica il legame e inizia a crearsi una relazione un po’ più radicalizzata” con un certo modo di vedere il mondo. Poi, il salto di qualità: “Dalle esperienze vissute in prima persona, questa visione viene estesa anche a quelle potenzialmente vivibili e all’esistente, quindi a tutto il mondo”.
L’Unione europea nel 2021 ha dato avvio a un progetto di iniziativa legislativa, presentato dalle commissioni per i diritti delle donne e le libertà civili, per un inquadramento giuridico della cyber-violenza di genere e per fornire un livello minimo di protezione e "riparazione" per le vittime.Solo attraverso un cambiamento culturale profondo potremo dirigerci verso una visione di futuro migliore, collaborativa e paritaria.Ma abbiamo anche il dovere di informarci e magari collaborare come associazioni e istituzioni perché la questione femminile non subisca ulteriori ritardi culturali. E a proposito approcci e azioni diverse sono intrapresi da Amnesty International Italia per il contrasto alle discriminazioni e all'hate speech online. Tra le attività principali vi sono la Task Force Hate Speech e i percorsi educativi portati avanti nelle scuole. La task Force hate Speech è un gruppo di attiviste e attivisti di Amnesty International Italia che quotidianamente monitora il web intervenendo nei commenti online dove si accendono i discorsi d’odio. Il progetto è nato in seguito a una fase di sperimentazione avvenuta nel 2016, dove per la prima volta viene ideata una forma di attivismo organizzata e reattiva sul web per estendere la battaglia per la difesa dei diritti umani al mondo online. La crescita dell’importanza e dell’utilizzo dei social network come mezzi d’interazione e di diffusione dell’informazione nel nostro Paese ha portato la sezione italiana dell’Organizzazione ad allargare la base di attivismo impegnata in questa attività, che avvicina costantemente nuovi attivisti legati dal desiderio di attivarsi, in prima persona, contro la diffusione dell’odio. Attraverso la loro azione, utilizzando il potere della parola per contrastare i discorsi offensivi che possono incitare agli abusi e alla violenza, gli attivisti della Task Force partecipano al processo di cambiamento che l’Organizzazione vuole produrre nella società e nella vita delle persone, diventando gli attori e moltiplicatori di un modo di fare attivismo in grado di ampliare la comunità di difensori dei diritti umani. Il terreno d’azione della Task Force sono i social network: l’attivazione è focalizzata sui commenti che esprimono odio e intolleranza nei confronti dei soggetti-bersaglio dell’hate speech. L’attività della Task Force è organizzata a partire dalla condivisione di strumenti di supporto, documentazione aggiornata e ore di formazione sulle tematiche di intervento, insieme ad approfondimenti sulle tecniche di comunicazione pacifica e a strategie di stress management, per evitare il burn-out. Gli attivisti, di ogni fascia di età e provenienza geografica, sono costantemente collegati tra loro da remoto e si supportano a vicenda durante le attivazioni, condividendo le proprie esperienze e buone pratiche: il legame del gruppo rappresenta la vera forza di questa forma di attivazione. La sezione italiana di Amnesty International anche nelle sue attività educativo-formative è in prima linea contro l'odio, contrastandone la diffusione attraverso l’impegno concreto delle sue Scuole Amiche dei Diritti Umani, dei bambini e delle bambine della rete Amnesty Kids, nonché di specifiche categorie professionali che, con Amnesty Italia, lavorano per una formazione adeguata contro il linguaggio e i crimini d’odio. Sin dall'infanzia, infatti, è importante educare i bambini e le bambine a un uso responsabile delle parole e a un utilizzo consapevole dei social network - per quanti già si avventurino su internet - e Amnesty Italia ha sviluppato per la fascia d’età 8 – 13 anni il percorso “I diritti e le parole”(https://www.amnesty.it/ pubblicazioni/i-diritti-e-leparole/). Per quanto riguarda il mondo dell’alta formazione e della formazione professionale, importanti sono le partnership che ci supportano nella lotta all’odio. L’Istituto di Politica Internazionale (ISPI) di Milano, dove viene realizzato un corso con l'obiettivo di fornire gli strumenti concettuali per riconoscere fenomeni quali hate speech e hate crime e per porre in essere strategie efficaci di analisi e contrasto; il Consiglio Nazionale Forense (CNF) con il quale si sviluppano regolarmente seminari formativi per supportare gli operatori del diritto nel riconoscimento dei pregiudizi (bias) che sono alla base del discorso d’odio e per ricostruire un equilibrio fruttuoso tra libertà di espressione e discorsi di odio; infine Oscad (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori del Dipartimento della Pubblica Sicurezza) con il quale Amnesty Italia collabora per la formazione sui diritti umani e per il contrasto ai crimini d’odio. Ecco diamoci da fare insieme.
Di più dobbiamo fare di più
Prevenzione salute e sicurezza sul lavoro. Di più ,dobbiamo fare di più- Alessandra Servidori
Se non iniziamo ad affrontare i gravi problemi del lavoro partendo da una condivisione dei dati e delle informazioni disponibili si continuerà nella sterile contrapposizione muro contro muro. E che sia quantomai auspicabile un confronto capace di anteporre i fatti e le analisi alle ideologie ed alle pregiudiziali politiche è una consapevolezza che tutti ammettono.ma bisogna passare ai fatti. A livello ministeriale e parlamentare si è annunciato un provvedimento per irrobustire il diritto alla tutela del lavoro e, in particolare, quello alla protezione della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro che rappresenta uno dei valori privilegiati dalla produzione normativa e dall’attività giurisprudenziale che, intervenute nella regolazione con una molteplicità di strumenti aventi differente efficacia – quali direttive, raccomandazioni, decisioni, programmi di azione e strategici, sentenze – hanno reso particolarmente complesso l’adeguamento da parte degli ordinamenti nazionali. Ne abbiamo ragionato in ambito istituzionale, associativo, politico e tra le varie proposte, tre sono le più velocemente attuabili .*La prima proposta è riferita al ruolo ispettivo . è di questi giorni la Programmazione del 2025 dell’Ispettorato nazionale lavoro che è appesantito da vari ruoli e che soffre ancora di quella mancata armonizzazione tra i vari profili giuridici ed economici Ispettivi (inail,inps, asl, forze dell’ordine, carabinieri, finanza ecc) nonostante la legge di armonizzazione sia del 2015 seguita da un dl del 2024 ma largamente inattuata e in sofferenza. Sottraendo alle ASL – già molto impegnate -il compito che gli è stato erroneamente affidato e riportandolo in sede Inail la situazione migliorerebbe e da qui la proposta di una AUTORITY che potrebbe essere il collettore di una azione ispettiva che abbia anche ruoli oltre che di garante dell’applicazioni delle norme, di incoraggiare le aziende a favorire e premiare le buone prassi.
*La seconda proposta prevede l’applicazione della legge sulla la partecipazione dei lavoratori che fa da cardine al potenziamento della Contrattazione di prossimità, della formazione , per affrontare la riorganizzazione aziendale in un sistema che prevede la conoscenza multidisciplinare accademica e la promozione del MANAGER dell’inclusione per affrontare problematiche delle persone diversamente abili, di genere, in settori, comparti, istituzioni scolastiche, varie potenziali discriminazioni dove il tema prevenzione salute e sicurezza è fondante e dove comunque a gamba larga entrano le nuove complessità.
* La terza proposta attiene alla Formazione, poichè fondamentale innovarne i contenuti anche rispetto e soprattutto al Decreto recente STATO E REGIONI si tratta di un nuovo accordo sancito il 17 aprile 2025 pubblicato in GU 119 del 24 maggio 2025 che attendavamo da oltre 3 anni. Questo provvedimento definisce i contenuti minimi - nell’allegato A- e la durata dei percorsi formativi in materia di prevenzione salute e sicurezza sul lavoro ai sensi dell’art 37, c2 dLGS 81/ 08 . Ora è necessario essere operativi con moduli formativi scientificamente innovativi , affidati a personale specializzato, con piattaforme diversificate , controllate ma senza certificazione che ancora oggi rappresenta purtroppo un business. Le sedi Universitarie in collaborazione con le associazioni di categoria nell’ambito della terza missione sono una sede privilegiata .
Sicurezza e d'intorni
Il decreto-legge 11 aprile 2025 n. 48, c.d. Decreto Sicurezza, nel testo coordinato con la legge di conversione n. 80, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 9 giugno 2025 n. 131, va letto nell’interezza dei suoi quarantotto articoli, suddivisi in cinque capi che intervengono su terrorismo e criminalità organizzata, sicurezza urbana, tutela delle vittime di usura, ordinamento penitenziario e disposizioni finanziarie, anche alla luce delle norme nazionali e internazionali in materia di garanzia dei diritti delle persone con disabilità. L’articolato, che appare privo di espliciti riferimenti alla disabilità, esplica tuttavia effetti trasversali sui diritti garantiti dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD) e dalla Strategia europea 2021-2030, imponendo un approccio di “disability mainstreaming” nell’attuazione amministrativa. Nel Capo I, gli artt. 1-4 introducono nuovi reati e aggravano quelli esistenti in materia di terrorismo: l’art. 1 inserisce nel codice penale la detenzione di materiale istruttivo finalizzato ad atti terroristici e amplia l’art. 435 c.p., con riflessi diretti sulle perquisizioni che possono coinvolgere ausili personali senza garanzia di accomodamenti procedurali per soggetti con disabilità sensoriale o motoria; l’art. 2 estende a finalità antiterrorismo gli obblighi di identificazione nei contratti di autonoleggio, prevedendo modalità di controllo remoto che dovranno essere rese accessibili anche a utenti con disabilità cognitive ai sensi delle Linee guida AgID sull’accessibilità digitale. Nel Capo II, l’art. 10 configura il nuovo delitto di occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui, attribuendo alla polizia il potere di rilascio immediato; la norma, condivisibile, non contempla tuttavia percorsi di evacuazione accessibili né prevede la presenza di interpreti LIS in caso di occupanti non udenti, con potenziali violazioni dell’art. 13 CRPD in tema di accesso alla giustizia. L’art. 11 introduce la circostanza aggravante per reati contro la persona o il patrimonio commessi in stazioni ferroviarie e metropolitane, misura che accresce certamente la protezione delle persone con disabilità che dipendono dai trasporti pubblici ma non estende la tutela a situazioni analoghe in altri contesti urbani e manca di connettersi alle prescrizioni sull’accessibilità infrastrutturale. Gli artt. 12-14, innalzano le pene per il danneggiamento durante manifestazioni (art. 12), reprimono l’impedimento della libera circolazione su strade e ferrovie (art. 14) e potenziano i divieti di accesso alle aree di trasporto con strumenti di flagranza differita (art. 13); tali disposizioni possono incidere su ausili alla mobilità, barriere architettoniche temporanee e percorsi tattili di sicurezza, ma non prevedono specifici accomodamenti per la segnaletica inclusiva, ne considerano l'eventualità, ad esempio in caso di impedimento della libera circolazione, degli effetti prodotti sulla persona con disabilità come aggravante in caso questa ne risulti danneggiata in modo permanente. Nel Capo III, l’art. 15 modifica gli artt. 146-147 c.p. e introduce l’art. 276-bis c.p.p., estendendo la custodia attenuata e il differimento della pena a madri con figli fino a tre anni, senza considerare la condizione di disabilità di madre o bambino, in potenziale contrasto con gli artt. 6 e 23 CRPD che impongono tutela rafforzata per le donne con disabilità e i loro figli. Gli artt. 19-22 istituiscono un sistema di sostegno economico per vittime di usura con la figura dell’esperto iscritto ad apposito albo; la mancanza di procedure semplificate in Comunicazione Aumentativa Alternativa e Braille e di piattaforme digitali conformi al WCAG 2.1 compromette l’accesso effettivo ai benefici. Il Capo IV, con l’art. 33, prevede un ulteriore supporto consulenziale per gli operatori economici vittime di usura, ma non introduce strumenti di monitoraggio differenziato per discriminazioni multiple, benché il decreto richiami la necessità di “specifica professionalità” degli esperti, requisito che dovrebbe includere competenze su disability management. Il Capo V modifica l’ordinamento penitenziario: l’art. 34 interviene sugli artt. 4-bis e 20 della l. 354/1975, accelerando le convenzioni di lavoro esterno; tuttavia l’assenza di linee guida sull’accessibilità delle strutture carcerarie, già sollecitate dalla Strategia UE, rischia di perpetuare barriere fisiche e comunicative per detenuti con disabilità. Il decreto-legge n. 48/2025, sebbene orientato alla sicurezza, produce effetti significativi su diritti e libertà delle persone con disabilità senza introdurre misure di accomodamento ragionevole, formazione obbligatoria degli operatori, valutazioni di impatto ex-ante né standard tecnici di accessibilità. Il CTS Osperdi raccomanda pertanto che ogni iniziativa normativa, sin dalle fasi prodromiche di redazione parlamentare o governativa, sia sottoposta per passi successivi al preventivo e vincolante parere del Garante nazionale per le persone con disabilità; la preventiva interlocuzione con tale Autorità, unitamente a una formazione specialistica e continua degli operatori giuridici e dell’amministrazione sui principi della Convenzione delle Nazioni Unite del 2006, della Strategia europea 2021-2030 e della legislazione di recepimento interna, costituisce condizione imprescindibile per evitare possibili e future inottemperanze agli obblighi pattizi assunti dall’Italia e per assicurare la piena tutela e promozione dei diritti delle persone con disabilità nel sistema giuridico nazionale.
Francesco Alberto Comellini
Componente del Comitato Tecnico Scientifico dell'Osservatorio Permanente sulla Disabilità - Osperdi ETS
REFERENDUM mi astengo perchè ...
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Forza Italia invita ad astenersi su tutti i 5 referendum per i quali si vota domenica e lunedì. Questo invito è rivolto soprattutto a quanti intendono recarsi al seggio, ritirare le schede e votare No. Sarebbe questo un aiuto indiretto ai fautori del Sì, in quanto questi referendum come altri sono condizionati dal raggiungimento del quorum. E basta guardarsi attorno per rendersi conto che in questo caso sarebbe sicura la vittoria del Sì perché è il solo schieramento che ha fatto campagna elettorale investendo mezzi cospicui, che ha avuto il sostegno dei media, mentre il No è sostenuto da forze minoritarie destinate a fare solo testimonianza, perché l’attuale maggioranza ha deciso – giustamente – di non impegnarsi nella difesa di norme di cui non porta nessuna responsabilità, perché quando furono approvate i partiti della coalizione ora in maggioranza erano all’opposizione. Non è un caso che la propaganda del Sì si sia orientata sulla messa in scena del dovere civico del voto (nella storia di ben 77 referendum svolti in Italia è successo a tutti i partiti di avvalersi della rendita di posizione dell’astensione) perché sanno bene quale sarebbe l’esito, a loro favore, in caso di conseguimento del quorum. Mentendo lasciano intendere che sarebbe ripristinata la reintegra nel posto di lavoro in ogni caso di licenziamento illegittimo come prevedeva l’articolo 18 dello Statuto del 1970. Non è così. Nel caso di abolizione totale del decreto che ha istituito il contratto a tutela crescenti (peraltro già massacrato dalla giurisprudenza costituzionale), si applicherebbe a tutti i lavoratori dipendenti l’articolo 18 come modificato dalla legge n. 92 del 2012 che ha già disposto il risarcimento economico nel caso di licenziamento per motivi oggettivi ritenuto illegittimo. Verrebbero poi meno alcune condizioni di vantaggio per i lavoratori previste nel jobs act ma non nel nuovo articolo 18.
Tutto ciò premesso in termini generali vediamo i quesiti uno per uno
1- Nel referendum sul jobs act si profila un disegno della sinistra reazionaria per cancellare il lavoro di quella riformista, senza che ai lavoratori derivi alcun beneficio dall’eventuale vittoria del Sì. Mentendo la sinistra politica e sindacale lascia intendere che sarebbe ripristinata la reintegra nel posto di lavoro in ogni caso di licenziamento illegittimo come prevedeva l’articolo 18 dello Statuto del 1970. Non è così. Nel caso di abolizione totale del decreto che ha istituito il contratto a tutela crescenti (peraltro già massacrato dalla giurisprudenza costituzionale), si applicherebbe a tutti i lavoratori dipendenti l’articolo 18 come modificato dalla legge n. 92 del 2012 che ha già disposto il risarcimento economico nel caso di licenziamento per motivi oggettivi ritenuto illegittimo. Verrebbero poi meno alcune condizioni di vantaggio per i lavoratori previste nel jobs act ma non nel nuovo articolo 18..
2- Il secondo quesito riguarda la disciplina dei licenziamenti nelle piccole imprese, per le quali, in caso di licenziamento ritenuto illegittimo opera dal 1966 (legge n. 604) opera, per evidenti ragioni, la sanzione di una indennità risarcitoria fino a un massimo di 6 mensilità di retribuzione. La vittoria dei Sì abrogherebbe questo tetto consentendo al giudice di fissare discrezionalmente l’ammontare del risarcimento. Potrebbe determinarsi il paradosso della condanna di una piccola impresa a dover pagare un risarcimento maggiore di quello imposto ad una grande, per la quale il massimale si ridurrebbe, peraltro, da un massimale di 36 a uno 24 mensilità.
3- Quanto al quesito sul lavoro a termine se passasse il referendum verrebbe a mancare ogni flessibilità nell’assunzioni a tempo determinato; ora consentite per 12 mesi senza l’indicazione di una causale, che diventa necessaria trascorso questo periodo secondo le indicazioni previste nei contratti collettivi. L’esistenza di una causale è sempre accertabile in giudizio e quindi avremmo un incremento del contenzioso. È una pia illusione, poi, pensare che un’azienda assuma a tempo indeterminato per evitare il rischio di essere chiamata in giudizio alla conclusione di un rapporto a termine. Peraltro si tratta di un quesito antistorico che entra in conflitto con una realtà nella quale è in corso un processo reale che vede la trasformazione dei contratti a termine in tempo indeterminato e che rischierebbe di irrigidirsi.
4- Il 4° referendum interviene in materia di corresponsabilità solidale tra azienda committente e appaltatrice. Anche per questo quesito la sinistra lascia intendere che sarebbe un nuovo inizio nella disciplina degli appalti. Non è così perché già ora le norme prevedono che, in tutti i casi di appalto di opere o servizi che si collochino nell’ambito dell’attività svolta dall’impresa committente, quest’ultima è corresponsabile in solido con l’appaltatrice o subappaltatrice per gli infortuni accaduti ai dipendenti di quest’ultima, salvo che l’attività dell’appaltatrice sia totalmente estranea a quella dell’impresa committente, generando quindi rischi specifici sui quali quest’ultima non ha competenza tecnica. Se prevalgono i “sì” e viene raggiunto il quorum, l’effetto sarà l’abrogazione di questa eccezione, peraltro ragionevole: si applicherà, cioè, la corresponsabilità solidale della committente anche nel caso in cui l’infortunio accaduto al dipendente dell’appaltatrice sia conseguenza di un rischio specificamente proprio dell’attività di questa, ancorchè estraneo all’attività della committente.
5- Il quesito sulla cittadinanza dimezza da 10 a 5 anni il tempo che deve intercorrere - come residenza continuativa – per ottenere la cittadinanza. Secondo Forza Italia (impegnata a rivedere la normativa sulla cittadinanza) è sbagliato trattare argomenti così complessi attraverso la ghigliottina di un referendum
Referendum e verità
Referendum e verità sul lavoro Servidori referente dipartimento lavoro FI Emilia/Romagna
Alessandra Servidori
Il lavoro migliora e da anni ecco perché non andare a votare sulle bugie dei quesiti del referendum e ringrazio Panetta perché scrive la verità sulla parte relativa al mercato del lavoro – Relazione Banca d’Italia 2024 pag 111- e le/ gli Italiani non seguano Landini e la sinistra bugiarda perché la battaglia politica si fa sui numeri e non sulle bugie.
-Per tutto il 2024 l’occupazione ha continuato ad aumentare nonostante una crescita più flessibile : il numero degli occupati è aumentato del 1,6 % e le ore lavorate del 2,1% nel 2024 che si sommano all’aumento del 1,9% e il 2,5 % del 2023 e prendendo come riferimento il 2013 prima del jobs act le ore lavorate sono aumentate più di quanto sia aumentata la disoccupazione
-Non sono aumentati i contratti part time e soprattutto quelli involontari e quindi NON sono diminuite le ore lavorate volontarie : poiché l’aumento delle ore lavorate per addetto 0,5 % sono frutto del minore ricorso al part time la cui incidenza è scesa di quasi un punto percentuale al 16,8% nella fascia di età tra i 15 e 64 anni ed è ancora diminuita la quota di chi svolge un lavoro a part time ma ne desidererebbe uno a ful time al 51,3% nel 2024 poiché nel 2023 era del 54,8% e nel 2019 era del 65,6%
-Non è vero che è aumentato il lavoro precario perché il lavoro dipendente a tempo indeterminato ha trainato l’occupazione ed è calato quello a termine e anche il lavoro autonomo è salito se pur limitatamente
- I dati Inps dicono che i contratti a tempo indeterminato ha favorito un basso tasso di licenziamento e la trasformazione dei contratti temporanei a t indeterminato ma vero è che si sono ridotte le assunzioni dei giovani ma nel 2024 la disoccupazione giovanile nel 2024 è scesa al 6,5% il valore più basso da 17 anni e la riduzione è stata maggiore nella fascia tra i 15 e 24 anni e ora che siamo nel 2025 nei primi mesi del 2025 il numero degli occupati ha ricominciato a crescere con il contributo del pnnr e cosi l’occupazione è continua in crescita nei lavorati anziani ma anche tra i giovani .
Le mie osservazioni su
- Sulla sicurezza ed appalti : Già oggi, in tutti i casi di appalto di opere o servizi che si collochino nell’ambito dell’attività svolta dall’impresa committente, quest’ultima è corresponsabile in solido con l’appaltatrice o subappaltatrice per gli infortuni accaduti ai dipendenti di quest’ultima. La norma che il referendum intende abrogare è solo quella che prevede un’eccezione nel caso in cui l’attività dell’appaltatrice sia totalmente estranea a quella dell’impresa committente. Se Il/la dipendente dell’impresa appaltatrice subisce un infortunio che possa considerarsi rientrante nel rischio specifico proprio dell’attività dell’impresa stessa (dunque estraneo al rischio proprio dell’attività della committente), oggi la norma oggetto del referendum esclude la responsabilità dell’impresa committente. Se la norma in questione venisse abrogata, l’impresa committente sarebbe corresponsabile del danno subito dal dipendente dell’appaltatrice, anche in conseguenza di un rischio sul quale la committente stessa non ha alcuna competenza. Imporre alla committente una corresponsabilità solidale per un rischio estraneo alla sua attività normale è del tutto irragionevole: anzi, perché la Corte costituzionale abbia ammesso questa iniziativa referendaria, dal momento che il risultato dell’ipotetico prevalere del “sì” all’abrogazione presenterebbe evidenti profili di irragionevolezza mi è oscuro.
Poi comunque con l’Accordo STATO REGIONI dell’ aprile scorso che finalmente è stato siglato il 17 aprile tra Stato Regioni Province che attua quanto introdotto nel 2021 e che con la decisione del Governo ne ha la copertura finanziaria è veramente la questione più complessa. Si tratta di importanti modifiche all’art 37 del dlgs 81/2008 – TU cioè il testo unico salute e sicurezza sui luoghi di lavoro- più volte novellato soprattutto in materia di formazione dei lavoratori e dai loro rappresentanti già previsto dal decreto 146 / 2021. L’accordo andava recepito entro il giugno del 2022 per provvedere alla rivisitazione ,modifica in materia di formazione per garantire la durata e i contenuti dei moduli obbligatori a carico anche del datore di lavoro e non solo preposto , le verifiche di apprendimento dei discenti, l’aggiornamento obbligatorio costante. L’allegato A dell’Accordo è fondamentale perché stabilisce le responsabilità del datore di lavoro ( già peraltro declinate dall’art 18 del TU ) nonché l’art 97 sempre del TU del datore di lavoro dell’impresa affidataria, chiarendo così la questione dei pericolosi sub appalti,dei cantieri mobili, alla redazione dei piani di sicurezza.
- Cittadinanza da 10 a 5 anni Noi siamo il paese che rilascia maggiori riconoscimenti di cittadinanze per i vari motivi previsti : 230 mila ogni anno
L’articolo 9 della Legge 91/1992 disciplina la concessione della cittadinanza per naturalizzazione, che rappresenta una delle modalità più comuni di acquisizione per gli stranieri residenti in Italia. La cittadinanza può essere concessa allo straniero che risiede legalmente in Italia da:
- 10 anni per i cittadini non comunitari
- 4 anni per i cittadini dell’Unione Europea
- 5 anni per gli apolidi e i rifugiati
- 3 anni per i discendenti di ex cittadini italiani fino al secondo grado e per gli stranieri nati in Italia
- 5 anni per chi ha prestato servizio, anche all’estero, alle dipendenze dello Stato italiano
Il decreto-legge n.36/2025, approvato dal Consiglio dei Ministri il 28 marzo 2025, ha introdotto importanti novità nella disciplina della cittadinanza, in particolare per quanto riguarda l’acquisizione per ius sanguinis. Secondo quanto riportato da fonti autorevoli, “l’attuale normativa sul riconoscimento della cittadinanza per jus sanguinis negli ultimi anni ha evidenziato un incremento abnorme delle istanze”, tanto che il Ministero degli Esteri ha stimato che gli oriundi italiani nel mondo che potrebbero richiedere la cittadinanza italiana sono tra i 60 e gli 80 milioni.Le principali novità introdotte dal decreto mirano a: Contrastare gli abusi che hanno permesso a persone con avi italiani di ottenere la cittadinanza senza avere effettivi legami con l’Italia-Ridurre il carico di lavoro dei consolati e dei comuni italiani-Aumentare il costo per le richieste di cittadinanza (fino a 700 euro)-Introdurre requisiti più stringenti per dimostrare l’effettivo legame con l’Italia
Poi per non farci mancare nulla e non trascurare la questione famiglia : come nel 2023, un forte contributo ai redditi delle famiglie è derivato dall’aumento dell’occupazione. Secondo nostre elaborazioni sui dati della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat relativi ai primi tre trimestri del 2024, fra i nuclei la cui persona di riferimento ha meno di 65 anni e nei quali non sono presenti pensionati, si è ulteriormente ridotta la quota delle famiglie senza occupati, soprattutto nel Mezzogiorno (al 23,6 per cento dal 24,5 del 2023; al 9,7 per cento dal 10,0 nel Centro Nord), ed è aumentata la percentuale di quelle con due o più adulti che lavorano. Nel 52,6 per cento delle famiglie considerate è presente almeno una donna con un impiego, un valore superiore a quello del 2019 (51,3 per cento), in linea con l’andamento del tasso di occupazione femminile.
Certo rimangono dei problemi che dobbiamo affrontare ma non dicendo menzogne e magari assumendosi la responsabilità di studiare la verità e fare in modo di sostenere l'economia e non il dissenso.
Rapporto Istat Francesco Comellini dixit
Rapporto ISTAT 2025, tra demografia, disuguaglianze e disabilità. Un appello alla coerenza riformatrice tra diritti sociali e stabilità politica.
Il Rapporto ISTAT 2025, nella sua limpida e impietosa rappresentazione dello stato del Paese, propone numeri che non lasciano spazio a letture rassicuranti. L’Italia è un Paese sempre più anziano, segnato da una denatalità strutturale, da un saldo migratorio insufficiente a riequilibrare la curva demografica, e da un aumento progressivo delle condizioni di disabilità e non autosufficienza. A fronte di questi dati, la piena attuazione delle riforme sociali già approvate costituisce oggi una sfida tanto prioritaria quanto impegnativa.
Tra i decreti legislativi emanati in attuazione della legge delega 227/2021 in materia di disabilità, il n. 62 del 2024 è attualmente in fase di progressiva attuazione sperimentale. Il suo impianto — che introduce la definizione giuridica unitaria della condizione di disabilità, la valutazione multidimensionale e i progetti di vita personalizzati — è oggetto di una prima applicazione su scala territoriale limitata, finalizzata a testare l’efficacia operativa delle nuove procedure e a validare modelli integrati di presa in carico. Si tratta di un passaggio delicato ma essenziale, che potrà fungere da base per la piena generalizzazione del sistema a partire dal 2027, a condizione che siano garantiti strumenti stabili di governance, formazione, accompagnamento e, soprattutto, per il monitoraggio dell'efficacia delle misure adottate in termini di risultato sociale e di effettiva inclusione delle persone con disabilità o non autosufficienti.
Il successo della riforma non dipenderà solo dalla qualità normativa o dalle coperture finanziarie, ma dalla capacità delle istituzioni pubbliche, a tutti i livelli, di mantenere coerenza e continuità politica. Su questo versante, non possono essere ignorate le tensioni emerse all’interno della maggioranza di governo, che hanno messo in risalto, anche pubblicamente, posizioni che alludono a una possibile rimodulazione dei rapporti di coalizione. È comprensibile ma meno condivisibile, che su specifici temi di interesse regionale o su scelte interpretative in materia di prerogative locali si possano registrare divergenze; tuttavia, ogni forzatura o rottura dell’equilibrio di governo rischia di compromettere la solidità istituzionale necessaria alla realizzazione di riforme così complesse e attese. In particolare, proprio nel settore della disabilità, dove la responsabilità ministeriale è attualmente attribuita a uno dei partner della maggioranza di governo, occorre richiamare tutti i soggetti istituzionali a una coerenza piena con il mandato ricevuto, nella consapevolezza che le cittadine e i cittadini destinatari delle riforme valuteranno nel merito l’effettiva messa a terra delle promesse elettorali.
La legge delega n. 33/2021 sulla non autosufficienza, insieme al decreto legislativo n. 29/2024, ha tentato di costruire un primo impianto sistemico per la presa in carico integrata delle persone anziane fragili, promuovendo l’assistenza domiciliare e superando l’attuale frammentazione tra sanitario e sociale. Ma anche qui, le considerazioni appena dette sulla stabilità necessaria, rischiano di incidere sui tempi di piena attuazione che già sembrano incerti, mentre la pressione demografica cresce. Il Rapporto ISTAT 2025 stima che nei prossimi quindici anni oltre sei milioni di persone ultra65enni vivranno in condizioni di solitudine. Tale dato, già di per sé drammatico, assume una rilevanza ancora maggiore se posto in relazione al rischio di perdita dell’autosufficienza e all'insufficiente offerta di cure formali accessibili su tutto il territorio.
In questo scenario, OSPERDI ETS propone una riflessione di fondo: occorre un cambiamento strutturale nel modo in cui lo Stato alloca e valorizza la spesa pubblica. La centralità del benessere e della salute della persona — come diritto sociale, come condizione di libertà individuale e come leva per la partecipazione economica — deve diventare il perno di un nuovo paradigma redistributivo. Non si tratta soltanto di destinare più risorse o di destinare quelle ritenute adeguate a soddisfare i bisogni della platea dei destinatari, che deve essere puntualmente individuata, ma di farlo in modo coerente con un disegno strategico che riconosca il valore economico della cura. Investire in salute, domiciliarità, accessibilità, inclusione e non autosufficienza significa liberare risorse oggi vincolate al risparmio forzato delle famiglie, invertire la curva del consumo privato, e generare nuova occupazione nei settori dell’assistenza, dell’educazione, della mediazione e della tecnologia assistiva. Si tratta, in sintesi, di attivare un circuito virtuoso tra investimento sociale e ripresa economica, spostando il baricentro della spesa da misure residuali a politiche strutturali.
I dati del documento “Analisi e tendenze della finanza pubblica” confermano quanto questa transizione sia oggi necessaria. Le voci di spesa in ambito socioassistenziale e sanitario, se ben coordinate e rese strutturali, possono divenire un asse di sostenibilità per il sistema economico, specie se accompagnate da una razionalizzazione della spesa fiscale improduttiva e da un’effettiva attuazione dei LEP in ambito sociale. Tuttavia, proprio il disegno di legge sui LEP, approvato il 19 maggio scorso dal Consiglio dei Ministri, pur rappresentando un passaggio tecnico rilevante, dovrà essere valutato sulla base della sua effettiva applicabilità. È auspicabile che l’estensione del processo di definizione dei livelli essenziali sia coerente anche con le aree qui analizzate — disabilità, non autosufficienza, politiche e servizi di comunità — evitando ogni riduzione frammentaria e settoriale dei diritti sociali.
Il Rapporto ISTAT 2025 rappresenta non solo un allarme, ma anche un’opportunità: quella di scegliere la direzione del cambiamento. La sfida che ci pone innanzi l'ISTAT non è più rinviabile e impone una visione che tenga insieme demografia e sviluppo, diritti e sostenibilità, prossimità e innovazione. I dati, le norme, le risorse ci sono. Le riforme, ancorché sperimentali e migliorabili, sono avviate. Serve adesso la forza politica di costruire un’alleanza istituzionale ampia, coesa e stabile, capace di preservare la fiducia dei cittadini, anche dei più fragili e, con essa, nuova vitalità all’intero Paese.
Francesco Alberto Comellini
Componente del Comitato Tecnico Scientifico dell'Osservatorio Permanente sulla Disabilità - OSPERDI ETS
La norma,la voce,la promessa.Diritto,letteratura e memoria nel contrasto all'antisemitismo
da Prof.Vincenzo Pacillo
La norma, la voce, la promessa. Diritto, letteratura e memoria nel contrasto all’antisemitismo
Il 5 maggio 2025, presso l’Aula Magna del Rettorato dell’Università di Modena e Reggio Emilia, si è tenuto il convegno “Patrimonio culturale immateriale e percorsi di diritto, religione e letteratura. Paul Ricoeur, Chaim Potok e la letteratura ebraica”, promosso e coordinato dal Professor Vincenzo Pacillo di UNIMORE e presieduto dalla Professoressa Alessandra Servidori, con la partecipazione attiva della Professoressa Marina Orlandi Biagi. Il seminario ha rappresentato un momento di particolare rilievo nel panorama delle iniziative accademiche a sostegno della lotta contro l’antisemitismo, ponendosi in piena sintonia con gli obiettivi enunciati nelle Linee Guida Nazionali per il contrasto all’antisemitismo 2025 e con la Strategia Europea 2021–2030, in particolare nella parte in cui si sottolinea la necessità di rafforzare la trasmissione della memoria, la conoscenza della storia e della cultura ebraica e la valorizzazione del patrimonio culturale e religioso ebraico come parte integrante dell’identità democratica europea. Il convegno ha offerto un approccio interdisciplinare in cui diritto e letteratura hanno dialogato per restituire profondità storica, consistenza simbolica e pertinenza civile alla cultura ebraica in Europa: il fulcro della riflessione non è stato posto sulla difesa astratta del patrimonio, ma sulla sua riattivazione critica, come processo partecipato e attuale, in linea con la Convenzione di Faro. Il patrimonio culturale immateriale — norme, racconti, riti, memorie — è stato qui concepito non come eredità da conservare passivamente, ma come linguaggio vivo, che richiede interpretazione e responsabilità. Tale impostazione ha reso l’evento un esempio concreto di attuazione dei principi di valorizzazione e partecipazione previsti dalle linee guida nazionali e internazionali.
Le relazioni hanno affrontato il rapporto tra narrazione e identità ebraica, memoria e giuridicità, vocazione e responsabilità. Al centro della riflessione del Prof. Daniele Cananzi dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria si è posta la figura di Paul Ricoeur, la cui idea di memoria difficile — una memoria capace di distinguere tra il ricordo e la mitizzazione, tra la narrazione e l’ideologia — è risultata centrale per ripensare le forme contemporanee della trasmissione culturale. La memoria, in Ricoeur, non è ripetizione, ma costruzione narrativa consapevole, capace di aprire uno spazio per il riconoscimento e la giustizia. In questo senso, è apparso evidente come l’identità narrativa, il concetto chiave dell’antropologia filosofica ricoeuriana, rappresenti uno strumento prezioso per la costruzione di una cittadinanza inclusiva, in cui le tradizioni — anche quelle minoritarie — non siano oggetto di tutela passiva, ma soggetto attivo di elaborazione e mediazione.
Il Professor Fabio Franceschi ( Università La Sapienza di Roma) ha proposto una lettura dell’opera di Isaac Bashevis Singer come spazio di trasmissione profonda della memoria ebraica, capace di tenere insieme narrazione, identità e stratificazione storica. Attraverso una selezione mirata di testi, ha evidenziato come la lingua yiddish, i temi della fedeltà, del dubbio e del rapporto con la legge religiosa, siano strumenti non solo estetici ma ermeneutici, in grado di restituire una cultura lacerata dalla storia e tuttavia ancora generativa. La letteratura, in questa prospettiva, si configura come un ponte narrativo che unisce la dimensione personale della fede con quella collettiva della sopravvivenza culturale, rendendo accessibile a una società secolarizzata il patrimonio simbolico dell’ebraismo mitteleuropeo.
La Dottoressa Elena Siclari dell’Università Mediterranea ha invece concentrato la sua relazione sull’etica del dono nel pensiero di Paul Ricoeur, con particolare riferimento al Parcours de la reconnaissance e ad altri scritti che pongono in dialogo giustizia, alterità e agape. Lungi dall’essere un gesto sentimentale, il dono, in Ricoeur, rappresenta una struttura fondamentale del legame sociale: una modalità di costruzione della relazione giuridica fondata sulla gratuità, sull’eccedenza e sull’attenzione per l’altro. La relazione ha mostrato come tale logica sia fondamentale per pensare forme di giustizia che non si riducano alla distribuzione simmetrica dei diritti, ma che sappiano includere il riconoscimento come dimensione costitutiva del vivere insieme, con e per l’altro, all’interno di istituzioni giuste.
La relazione della Dottoressa Basira Hussen (SSML di Mantova - UNIMORE ) si è soffermata sul racconto Blood di Singer, portando alla luce il rischio che ogni tradizione normativa corre quando si cristallizza nella ripetizione formale, perdendo la connessione con la sua vocazione originaria. In questo racconto, la norma non viene violata, ma osservata in modo sterile, privata della sua forza simbolica e spirituale: un monito potente contro il pericolo di ridurre la religione, l’identità e la cultura a pure strutture amministrative o rituali svuotati di senso. Hussen ha evidenziato la profondità del paradosso messo in scena da Singer: si può essere perfettamente conformi alla norma, eppure profondamente infedeli al suo spirito. A partire da questa intuizione narrativa, l’intervento ha interrogato il ruolo del diritto religioso nella contemporaneità, mostrando come la normatività, se priva di interpretazione e vocazione, rischi di diventare puro dispositivo, incapace di orientare e di salvare. La riflessione di Hussen ha trovato un punto di convergenza con le istanze sollevate dalla Convenzione di Faro e dalle strategie per il contrasto all’antisemitismo, là dove si sottolinea l’importanza di un patrimonio culturale condiviso non come insieme di norme da custodire, ma come linguaggio vivente da comprendere, rinnovare e trasmettere.
Il convegno ha dimostrato, con chiarezza teorica e profondità culturale, che la lotta all’antisemitismo passa attraverso il riconoscimento del patrimonio ebraico come risorsa viva, mai ridotta a commemorazione, ma portatrice di senso nel presente. Ha mostrato che la prevenzione dell’antisemitismo richiede strumenti culturali e giuridici capaci di agire sul piano educativo e simbolico, promuovendo la conoscenza della storia e della pluralità dell’esperienza ebraica come condizione per la costruzione di una memoria democratica condivisa.
È in questa direzione che il convegno del 5 maggio ha offerto un contributo centrale : non nel proporre ricette, ma nel ricostruire l’intreccio tra norma, memoria e narrazione. In un tempo in cui l’antisemitismo assume forme indirette e culturalmente mediate, solo un approccio capace di valorizzare la profondità simbolica della tradizione ebraica può garantire una protezione autentica. Non si protegge ciò che non si capisce. Non si trasmette ciò che non si interroga. E non si costruisce un futuro europeo comune se non si riconosce — anche attraverso il diritto e la cultura — la centralità della memoria ebraica come parte della nostra idea di giustizia.
A SAN PATRIGNANO il 31 maggio a parlare con le ragazze e i ragazzi di lotta alla discriminazione e antisemitismo
FESTIVAL CC'E - CALCIO COMUNITA’ EDUCANTE II EDIZIONE Aula SNA1 CONFERENZA STAMPA PRESSO L’UNIVERSITÀ DEL FORO ITALICO DI ROMA
Il testimonial del Festival CC’E Fabio Capello, Franco Parasassi, Presidente Fondazione Roma, da sempre vicino a progetti che promuovono l’impegno sociale e culturale interverranno insieme a Franco Carraro, presidente DCPS - Gabriele Gravina, presidente FIGC - Luca Pancalli, presidente CIP - Marco De Paolis, procuratore generale militare - Marco Rossi Doria, presidente Con I Bambini, Mattia Peradotto, presidente UNAR - Alessandra Servidori Componente CIDU- Renzo Ulivieri, presidente AIAC - Luigi De Siervo, Amministratore delegato Lega Serie A - Paolo Corsini, direttore Rai Approfondimenti - Riccardo Pescante, vicedirettore di Rai Sport - Vittorio Bosio, presidente del CSI
Sabato 31 Maggio 2025 - presso Comunità di San Patrignano, Coriano (RN) - Accoglienza a cura delle ragazze e dei ragazzi della Comunità - h. 10.00- 11.00 Allenamento Inter Aib Special - h. 11.00-12.00 Panel presso Auditorium della Comunità di San Patrignano –
Panel 1 Antisemitismo e contrasto al razzismo Modera: Adam Smulevich Intervengono: Alessandra Servidori, Angelo Argento e rappresentanti di Unar, Lega Serie A, LND, Figc, rappresentanti CSR
h. 12.30 Pranzo per gli atleti e gli ospiti insieme alle ragazze e ai ragazzi della Comunità
Incontro governo sindacati : HO LE IDEE CHIARE
ALESSANDRA SERVIDORI
L’incontro di domani ? abbiamo già le idee chiare
Sui referendum NON andare a votare è la linea che condivido pienamente perché su temi fondamentali come
* prevenzione salute e sicurezza abbiamo già sottolineato che l’Accordo Stato Regioni che dà le gambe E’ finalmente stato siglato il 17 aprile l’accordo Stato Regioni Province che attua quanto introdotto nel 2021 e che con la decisione del Governo ne ha la copertura finanziaria che è veramente la questione più complessa. Si tratta di importanti modifiche all’art 37 del dlgs 81/2008 – TU cioè il testo unico salute e sicurezza sui luoghi di lavoro- più volte novellato soprattutto in materia di formazione dei lavoratori e dai loro rappresentanti già previsto dal decreto 146 / 2021. Siamo clamorosamente in ritardo poiché l’accordo andava recepito entro il giugno del 2022 per provvedere alla rivisitazione ,modifica in materia di formazione per garantire la durata e i contenuti dei moduli obbligatori a carico anche del datore di lavoro e non solo preposto , le verifiche di apprendimento dei discenti, l’aggiornamento obbligatorio costante . Ciò riguarda l’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro, che dovrà essere esercitata da molti operatori in concorrenza tra loro, premiando chi occupa davvero le persone svantaggiate. La riqualificazione professionale va mirata a “quella” persona per “quella” impresa.
*- Reputo il JOBS ACT un buon strumento che ha dato respiro, flessibilità e nuove valutazioni sull’occupabilità
*I problemi di salari non adeguati, disomogenea diffusione della contrattazione, bassa produttività, eccessivo peso fiscale e contributivo, difficoltà di ingresso per giovani e donne, disallineamento di competenze. Si devono affrontare con :
Il salario ha progressivamente perso potere d'acquisto che significano un paese "povero". Occorre, dunque, sostenerne la crescita evitando meccanismi di determinazione rigidi, automatici ed ex ante, che possano alimentare la spirale prezzi salari: opportuno valorizzare gli aspetti positivi del sistema contrattuale in essere, che ha permesso il rinnovo di molti contratti senza conflitto, salvaguardando potere di acquisto e redistribuendo i guadagni di produttività. Ripartendo dal cosiddetto Patto della Fabbrica, datato 2018, si può costruire un nuovo equilibrio con l'obiettivo di riarticolare la contrattazione sia orizzontalmente (settori produttivi) sia verticalmente (livelli: nazionale, territoriale, aziendale). E in questo ambito che va posto il tema della tempestività dei rinnovi contrattuali (economici). Sul salario mediano e la retribuzione di accesso per i giovani oggi entrambi soggetti ad un eccessivo peso fiscale e contributivo - piuttosto che sul livello di salario minimo, ampiamente tutelato, come anche certificato dai dati europei.
*Il governo può proporre - oltre alle rapide azioni sulla sicurezza sul lavoro - un percorso per la crescita dei salari e l'occupazione in un quadro di sostenibilità finanziaria.
-Cioè sulle aliquote fiscali e contributive - riducendo quelle che legano salario e produttività/redditività e più in generale riorganizzandole rispetto alla fatica del lavoro -, con una ridefinizione del rapporto tra contrattazione nazionale e contrattazione decentrata;
prevedere clausole di salvaguardia automatiche nel caso i contratti non siano rinnovati entro l'anno (anche mediante sistemi bonus/malus); rafforzare le componenti di salario legate al welfare e più in generale al ben essere delle famiglie; implementare il ruolo delle parti sociali nei sistemi di governance societaria. A ciò si deve affiancare un'azione specifica di politica del lavoro per favorire l'occupazione dei giovani e delle donne. Per il governo non è una operazione complessa perché è una azione puntuale - non si devono certo costruire patti onnicomprensivi - ma è coraggiosa perché spinge ad una riforma profonda e culturale del salario; non è rivoluzionaria ma riformista, perché si può fondare sulle prerogative delle parti sociali e non su una invasiva intrusione della legge, che agirebbe in funzione di sostegno proattivo.
L'agenda per la crescita e lo sviluppo deve essere questa.
