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Editoriali

Ma siamo informati sulla situazione finanziaria delle imprese e delle famiglie??

 

https://www.startmag.it/blog/come-aiutare-le-imprese/

 Il giorno sab 10 apr 2021 alle ore 11:00 Alessandra Servidori < Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. > ha scritto:

Alessandra Servidori    

 Li abbiamo visti in Piazza Montecitorio sofferenti e in preda a disperazione e mi sono chiesta se siamo informati noi tutti della situazione finanziaria che sta massacrando le imprese italiane e dunque la vita di tante famiglie cadute in povertà. Le imprese italiane sono in grande sofferenza perché già negli  ultimi 10 anni, i prestiti delle banche italiane alle imprese sono crollati di oltre 186 miliardi di euro. Il calo, che in media è pari a quasi 20 miliardi l'anno, e' stato del 21,79%, dagli 856 miliardi di luglio 2010 ai 669 miliardi di luglio 2020.Tre osservatori autorevoli   il Centro studi di Unimpresa,  Istat  e Abi hanno ratificato la enorme difficoltà del sistema poichè che sono scesi bruscamente i finanziamenti alle imprese a breve termine, con una riduzione di 135 miliardi e sono diminuiti di 79 miliardi quelli di lungo periodo: variazioni negative solo in parte compensate dai crediti a cinque anni, saliti di 28 miliardi. Estendere la proroga delle garanzie delle gestione sofferenze che sono garanzie concesse dallo Stato, in conformità a decisioni della Commissione europea, finalizzate ad agevolare lo smobilizzo dei crediti in sofferenza dai bilanci delle banche e degli intermediari finanziari con sede legale in Italia(cd cartolarizzazioni) e anche  ad altre  probabili inadempienze  e dunque mitigare la rigidità  delle norme sulla definizione di default per le imprese e mantenere le moratorie tutto il tempo necessario, diventa fondamentale in questo periodo di forte crisi  per attivare strumenti e misure volti a rafforzare il capitale e diversificare le fonti di indebitamento, realizzare un ambiente normativo favorevole per lo sviluppo della finanza sostenibile. ABI durante l’audizione tenuta il 7 aprile presso la Commissione Finanze della Camera sugli sviluppi della pandemia e gli effetti sul sistema bancario italiano,ha ripetuto quanto già sottolineato dai banchieri italiani, ossia che in questa situazione pandemica occorre da un lato evitare che l’avvitamento delle rigide misure europee (ad esempio, la definizione di default) restringa il flusso del credito all’economia, e dall’altra che le risorse disponibili (soprattutto quelle del Recovery Fund europeo) vengano disperse in mille rivoli e in investimenti non produttivi. ABI ha evidenziato l’opportunità di un rafforzamento delle misure volte a incentivare l’investimento e l’aumento di capitale dell’impresa, come l’aiuto alla crescita economica (ACE) rinnovata e rafforzata, condividendo le  norme ESG (fattori di rischio) per le banche più chiare e certe, perché “lo sviluppo della finanza sostenibile richiede un ambiente normativo favorevole che abbia standard chiari per orientare le attività economiche delle imprese ed i flussi finanziari. Occorre una completa definizione della Tassonomia europea per le attività sostenibili. La nuova normativa richiederà alle banche di rendicontare e di incrementare la quota parte delle proprie esposizioni verso attività e progetti allineati con la Tassonomia.Istat infatti dimostra che l’insolvenza costituisce il principale rischio nei mesi prossimi per il settore produttivo italiano aumentando già ora l’esposizione del sistema bancario a possibili trasmissioni dello shok dal segmento non finanziario. Secondo Istat  la crisi pandemica ha inciso anche sulle strategie di finanziamento delle imprese che, per fronteggiare la crisi di liquidità, hanno utilizzato un insieme di strumenti e il credito bancario ha rivestito un ruolo centrale. In generale, sulla base delle indicazioni fornite dalle imprese per il 2021, le modifiche ai canali di finanziamento "appaiono transitorie e legate per lo più all’…emergenza sanitaria".A fine 2020 quasi un terzo delle imprese considerava a rischio la propria sopravvivenza, oltre il 60% prevedeva ricavi in diminuzione e solo una su cinque riteneva di non avere subito conseguenze o di aver tratto beneficio dalla crisi. Le prospettive di ripresa per il 2021 sono giudicate limitate: meno di una impresa su cinque prevedeva una normale prosecuzione dell’attività nella prima metà dell’anno. La crisi ha colpito soprattutto le unità di piccola e piccolissima dimensione: a fine 2020 si dichiaravano a rischio oltre il 33% delle microimprese (3-9 addetti), il 26,6% delle piccole (10-49 addetti), il 15,1% delle medie (50-249 addetti) e il 10,7% delle grandi (250+ addetti). Per il 58,1% delle imprese con almeno 3 addetti il principale vincolo alla ripresa nel primo semestre del 2021 è la diminuzione della domanda interna; per il 19,2% quella della domanda estera, per il 34,1% il rischio di liquidità, cui provvedere anche attraverso nuove fonti di finanziamento, e tra queste nuovo credito bancario.  Infine, chi opera sui mercati esteri resiste meglio alla crisi: forme di internazionalizzazione avanzate (esportazione su scala globale, appartenenza a gruppi multinazionali) si associano a minori rischi di chiusura, problemi di liquidità, di domanda o di approvvigionamento. Ma sappiamo bene che in Italia la nostra forza è sempre stata l’impresa artigianale familiare e se mancano gli ordinativi manca il lavoro e la povertà ci strozza.

Il trucidismo di ERDOGAN molesto e volgare

Alessandra Servidori   IL TRUCIDISMO DI ERDOGAN molesto e volgare

In diplomazia la forma sarà anche sostanza ma soprattutto la volgare arroganza del  presidente turco  Tayyip Erdogan e la scorrettezza beota del presidente del Consiglio Ue Charles Michel - ad Ankara, nei confronti della Presidente Europea Ursula von der Leyen è un’azione che ha umiliato tutti noi civili cittadini comunitari e certamente non nobilita il resoconto dell’incontro che è stato proficuo a detta della  nostra Presidente poiché , dopo mesi di tensione con la Turchia,l’ha inaugurato con grande determinazione affermando a chiara voce , rivolgendosi al truce Erdogan , che la Turchia deve rispettare i diritti umani e che la scelta di ritirare la nazione dalla Convenzione di Istambul contro la violenza delle donne è preoccupante.  Il colloquio gestito dalla Presidente Eu ha affrontato le questioni più delicate dall’invasione nelle acque internazionali  cipriote e greche alla questione migratoria, pedine aggressive di Erdogan di cui  conosciamo la baldanza  contro persino i propri cittadini che tali non sono  ma evidentemente sudditi. Quello che più ci infastidisce è la sudditanza dimostrata da Charles Michel che non ha ceduto rispettosamente la sua sedia alla von der Leyen, rivelando così una alleanza machista davanti al mondo che francamente è più che molesta, addirittura volgare e  sconfessa ogni protocollo istituzionale. Il dittatore ha  le sue radici politiche  fondate su valori radicali islamici, ottomani , non crede affatto nell’uguaglianza di genere, crede invece nei valori familiari come descritti dalle regole islamiche, e per lui il ruolo sociale della donna si sviluppa all’interno della famiglia. L’islam radicale e l’emancipazione delle donne sono ideologicamente agli antipodi, sconfessando  così le riforme del predecessore  Kemal Atatürk  che avevano posto l’uguaglianza di genere tra le leggi,  ed  era stato siglato la Convenzione internazionale sui diritti umani,  entrando a far parte dell’Ilo.La convenzione di Istanbul era diventata il simbolo dell’impegno della Turchia nei confronti dell’Unione e dei suoi valori. Oggi si vive un messaggio opposto e il dittatore sacrifica la Convenzione di Istanbul per ottenere il sostegno dei conservatori. I quali però hanno più voce che peso numerico, controllano i media che hanno venduto la Convenzione come una minaccia ai valori della famiglia ma, nonostante questo, solo il 17 per cento dei turchi è d’accordo sull’uscita dalla Convenzione, il 19 è indeciso e il 64 per cento è nettamente contrario. La violenza contro le donne è aumentata terribilmente negli ultimi dieci anni e ancora di più con l’epidemia. In Turchia  si contano ormai almeno due femminicidi al giorno. L’uscita dalla Convenzione farà crescere ancora questo numero. Più in generale, tutta la situazione femminile sta peggiorando: maggiore disoccupazione e meno partecipazione al mondo del lavoro e della vita politica. Vero è che purtroppo il 40 per cento delle donne che non lavora sostiene Erdogan. Lo vedono come il liberatore del velo: ha permesso di indossarlo anche nella sfera pubblica, “restituendo loro dignità e rispetto”.Ma sulle giovani ha molta meno influenza e si stanno organizzando in rete attraverso le nuove tecnologie. Tutta la solidarietà possibile a von der Leyen ma un po’ di barriere al trucidismo turco  è meglio piazzarlo.

330 miliardi dalla Ue per progetti locali e regionali

Alessandra Servidori    IL DIARIO DEL LAVORO 7 aprile 2021

Qui Europa L'UE rende disponibili oltre 330 miliardi di euro per progetti regionali e locali nel periodo 2021-2027 attraverso i fondi strutturali per contribuire a ridurre le disparità economiche e favorire la ripresa dalla pandemia. Gli ambasciatori degli Stati membri presso l'UE hanno approvato i testi normativi che disciplinano i fondi, di importo pari a quasi un terzo del bilancio settennale dell'UE, confermando così l'accordo politico raggiunto con il Parlamento europeo.La politica di coesione è il fulcro della solidarietà europea, in quanto i cittadini possono sentirne l'impatto sul campo. Ne traggono vantaggio regioni, lavoratori e imprese. Il pacchetto legislativo per il nuovo periodo di programmazione sosterrà la ripresa dell'UE e le transizioni verde e digitale.Il pacchetto coesione 2021-2027 prevede investimenti pluriennali, in cui la maggior parte delle risorse sarà destinata ai paesi e alle regioni meno sviluppati al fine di promuovere la coesione sociale, economica e territoriale in tutta l'UE. Nell'attuale contesto di crisi, oltre ad attenuare gli effetti sociali ed economici a lungo termine della pandemia di COVID-19, ciò contribuirà anche al funzionamento del mercato unico.I colegislatori si sono accordati su cinque nuovi obiettivi strategici, che riflettono le principali priorità dell'UE: un'Europa più competitiva e più intelligente-un'Europa resiliente più verde e a basse emissioni di carbonio ma in transizione verso un'economia a zero emissioni nette di carbonio- un'Europa più connessa- un'Europa più sociale e inclusiva attraverso l'attuazione del pilastro europeo dei diritti sociali-un'Europa più vicina ai cittadiniI progetti finanziati dai fondi vanno dalle infrastrutture di trasporto, gli ospedali e l'assistenza sanitaria, l'energia pulita, la gestione delle risorse idriche, lo sviluppo urbano sostenibile, la ricerca, l'innovazione e la digitalizzazione ai programmi per l'occupazione, l'inclusione sociale, l'istruzione e la formazione. La nuova normativa semplifica le norme, riducendo la burocrazia e garantendo un uso più efficiente delle risorse.È importante sottolineare che è stata collegata al semestre europeo, un quadro per il coordinamento delle politiche economiche nell'ambito del quale vengono formulate raccomandazioni per le riforme strutturali a livello nazionale. In questo modo gli Stati membri avranno orientamenti sul modo migliore per investire il denaro dei fondi al fine di conseguire un impatto maggiore a livello regionale e locale.Inoltre, l'accesso alle risorse destinate alla coesione è subordinato alla conformità alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. La proposta di normativa prevede inoltre un monitoraggio efficace del mercato degli appalti pubblici e una maggiore trasparenza, in quanto gli Stati membri forniranno informazioni più dettagliate sui beneficiari dei finanziamenti. Nel complesso, circa il 30 % dei fondi strutturali contribuirà alla decarbonizzazione dell'economia, con un coefficiente climatico specifico per ciascun tipo di attività di investimento. I progetti dovranno inoltre rispettare il principio "non arrecare un danno significativo", in linea con gli obiettivi ambientali dell'UE.Nel 2020 la politica di coesione si è rivelata essenziale per fornire una risposta immediata alla pandemia di COVID-19. Modificando le norme vigenti, è stato possibile mettere rapidamente a disposizione degli Stati membri liquidità da stanziamenti non utilizzati, con la flessibilità necessaria per poterla utilizzare laddove maggiormente necessaria. Sulla base di questa esperienza è stata aggiunta una nuova disposizione per l'utilizzo temporaneo dei fondi in risposta a emergenze future.Il Parlamento europeo ha confermato  l'accordo politico nel mese di marzo. Mentre i progetti di regolamento molto probabilmente entreranno in vigore a giugno, dopo la messa a punto da parte dei giuristi-linguisti, le dotazioni degli Stati membri sono  effettive  dal 1º gennaio 2021.I 5 Fond  sono : Regolamento sulle disposizioni comuni che stabilisce le norme relative a tutti i fondi -Coefficienti climatici e ambientali-Fondo europeo di sviluppo regionale e Fondo di coesione-Fondo sociale europeo Plus-Fondo per una transizione giusta (parte del Green Deal europeo) (Cliccare per stampare i PDF integrali )

Le nuove competenze professioni necessarie all'Italia

Le nuove competenze professioni necessarie all’Italia

Di Alessandra Servidori | 01/04/2021 - 

Una ricerca di Manpower group iniziata nel 2019 ad oggi ci dimostra plasticamente quali sono le centinaia di migliaia i posti di lavoro persi in Italia dall’inizio della pandemia e quali sono le competenze e le figure richieste dal mercato del lavoro. Un dato di per sé allarmante, che inciderà su uno scenario occupazionale già in precedenza segnato da difficoltà e squilibri ardui da governare senza l’utilizzo di strumenti adeguati di lettura e interpretazione.

Se concordi sono le valutazioni sul ruolo di acceleratore dei processi già in atto che l’emergenza sanitaria ha avuto, a partire dallo slancio registrato nell’utilizzo degli strumenti digitali, particolarmente difficile appare individuare un percorso di uscita dall’emergenza occupazionale che sia fondato su strumenti di analisi affidabili e dettagliati. Ancor più difficile se i tornanti sono stretti e gli scenari di breve termine eccezionalmente incerti e imprevedibili. Diviene quindi più che mai  necessario,  oltre la contingenza cercare  anche facendo tesoro di ciò che abbiamo imparato durante la pandemia, cosa ci attende nel medio-lungo periodo e dove ci porteranno i trend di sviluppo del mercato del lavoro che è già possibile individuare.

Lo studio innovativo è a supporto dei processi decisionali di istituzioni, policy-maker, imprese, agenzie di formazione e singoli utenti, al fine di poter prevedere e accompagnare al meglio i processi trasformativi del mercato del lavoro. Fondato su una metodologia di skills forecast ideata dall’Università di Oxford insieme a Pearson e Nesta nel 2017, grazie all’utilizzo di tecniche di intelligenza artificiale, mira a costruire un modello predittivo della domanda di professioni e competenze in Italia nei prossimi dieci anni per poter, in base agli sviluppi attesi, mettere in campo ogni azione utile a cogliere al meglio le opportunità che si presenteranno.

Lo scenario previsto per il 2030 descrive una tendenza occupazionale positiva, in qualche caso anche significativamente positiva, per un’ampia gamma di professioni: non solo quelle legate alla tecnologia, ma anche a istruzione e formazione, alla comunicazione, ai servizi di cura e al supporto alla persona. Per altre, invece, si prevede un trend discendente anche considerevole. Trasformazioni così rilevanti, che interesseranno nel breve volgere di un decennio un numero estremamente ampio di lavoratori, devono essere governate con consapevolezza degli obiettivi e degli interventi da realizzare.

Più che mai necessario diviene prevedere investimenti nei sistemi di istruzione e formazione tenendo conto delle reali necessità delle professioni del futuro, al fine soprattutto di scongiurare quello che emerge come il rischio più grande legato alle trasformazioni in atto e accelerate dal Covid-19, ossia lo spostamento del focus del problema occupazionale dal mismatch tra domanda e offerta di competenze alla difficoltà strutturale di inserimento/reinserimento nel mercato del lavoro (disemployability). Affinché il processo di sviluppo e generazione delle competenze sia davvero efficace bisogna evitare di procedere al buio o di farsi guidare da fallaci percezioni.

Conoscere quali saranno le competenze richieste dalle professioni di domani è essenziale per non farsi trovare impreparati e riuscire ad adattarsi per tempo alle nuove realtà. Il modello previsionale sviluppato appare sotto questo punto di vista particolarmente utile poiché fornisce anche indicazioni sulle classi di competenze più frequentemente associate con le professioni in crescita, siano esse tecniche o, più spesso, tipicamente umane. Infatti, se da un lato appare chiaro che le professioni considerate in ascesa richiedono competenze specifiche da aggiornare costantemente, emerge altrettanto chiaramente il ruolo trasversale che hanno le competenze di natura sociale e relazionale. Capacità di ideazione, originalità, adattabilità, comprensione degli altri e capacità di valutare le situazioni e operare in autonomia sono le caratteristiche su cui tutti i lavoratori dovrebbero in[1]vestire e su cui dovrebbero essere incentrati gli interventi volti a migliorare, in particolare, l’occupabilità dei giovani.

La consapevolezza di questa necessaria trasformazione nel bagaglio delle competenze richieste dal mercato del lavoro del futuro pone una grande sfida ai decisori pubblici e ai soggetti attivi nell’erogazione di formazione e istruzione, imponendo un ripensamento dei percorsi offerti, della didattica, degli strumenti di valutazione e certificazione. Se la trasformazione del mondo del lavoro dei prossimi anni sarà epocale, altrettanto radicale dovrà essere il cambiamento di rotta impresso al sistema dell’orientamento e della formazione. Solo per accennare ad una questione di merito contenuta nella ricerca di seguito le professioni richieste dal mercato del lavoro e non rintracciate dalle imprese: Professioni specialistiche (38%) Professioni tecniche (37%) Operai specializzati (38%) Laureati (35%).

Secondo un’analisi del Fondo Monetario Internazionale le fasce più a rischio di disoccupazione o di inattività sono: ° i giovani lavoratori e coloro che non hanno un’istruzione universitaria. Questo suggerisce che la crisi amplificherà  le disuguaglianze. °La forza lavoro femminile, concentrata nei settori più duramente colpiti, come la ristorazione e l’ospitalità. Inoltre, le limitazioni ai servizi di accompagnamento per i bambini e per gli anziani hanno comportato un ribaltamento degli obblighi di cura sulle famiglie, causando un ulteriore carico di lavoro domestico che ricade soprattutto sulle donne; ° i lavoratori a tempo parziale, i dipendenti delle piccole e medie imprese e i lavoratori informali9 ; •°i profili professionali considerati di “primo ingresso” soprattutto nelle professioni tecniche, professioni esecutive nel lavoro d’ufficio, professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi, in quanto normalmente associate a un basso grado di autonomia lavorativa e alla scarsa “remotizzabilità” delle mansioni.

Dotarsi di strumenti efficaci e flessibili come il modello predittivo proposto, è utilissimo e ancora di più il sito a esso collegato e l’Osservatorio permanente che EY, Pearson e ManpowerGroup intendono costruire a valle di questa prima edizione dello studio aiuterà a trovare la giusta rotta nel mare mosso dell’incertezza.

(Sito internet http://www.job2030.it)

Antologia Pasquale servidoriana.Per le amiche che mi leggono

 Antologia Pasquale servidoriana          

 

https://www.ildiariodellavoro.it/importante-sentenza-della-corte-europea-per-i-diritti-delluomo/

La Corte europea dei diritti umani (“Corte” o “Corte EDU”) si è pronunciata contro l’intervento chirurgico di riassegnazione del sesso come requisito obbligatorio in Romania per il riconoscimento del genere ed ha dichiarato che la necessarietà di tale intervento ai fini del riconoscimento viola i diritti delle persone trans. Il riconoscimento legale del genere (“RLG”) è quel processo attraverso il quale le persone trans possono chiedere di cambiare il loro nome ed il loro indicatore di genere nei registri amministrativi, nei registri ufficiali e nei loro documenti, come quello d’identità, i certificati di nascita o i certificati di stato civile.

Attualmente, in Europa non si è sviluppata una legislazione omogenea per ciò che concerne tale processo: le leggi nazionali degli Stati europei variano in larga misura ed i requisiti per accedervi possono comprendere da mere prassi burocratiche a pratiche mediche invasive, come la sterilizzazione. Vi sono inoltre Stati nei quali la procedura per ottenere il RLG non è stabilita esplicitamente dalla legge ed i casi vengono analizzati e valutati singolarmente dai giudici nazionali. Ad oggi, questo avviene in Bulgaria, Cipro, Italia, Lituania, Lettonia, Polonia e Romania. Tuttavia, se in Italia ed in Polonia la giurisprudenza ha chiarito quali siano le procedure ed i requisiti per il RLG, negli altri Stati in elenco si è concessa un’ampia discrezione al singolo giudice e ciò ha portato ad uno stato di incertezza legale. Hanno presentato ricorso dinnanzi alla Corte EDU. Secondo i ricorrenti, lo Stato rumeno avrebbe violato l’articolo 3 e l’articolo 8 della Convenzione perché la legislatura romena non stabilisce chiaramente quale debba essere la procedura di RLG da seguire.L’operazione di riassegnazione del sesso come requisito necessario per il RLG si configurerebbe come un’interferenza statale nella vita privata delle persone trans senza basi legali, che non persegue uno scopo legittimo e che non è necessaria in una società democratica. I ricorrenti hanno sostenuto che doversi necessariamente sottoporre al trattamento chirurgico per ottenere il RLG costituirebbe discriminazione basata sull’identità di genere tra coloro che vivono l’incongruenza di genere e le persone, invece, cisgender. Di conseguenza, tale requisito costituirebbe altresì una violazione dell’articolo 14 della Convenzione EDU. Inoltre la necessarietà dell’operazione chirurgica sarebbe in contrasto con il diritto al matrimonio contenuto nell’articolo 12 della Convenzione, considerando che tali interventi provocano sterilità.La Corte ha riconosciuto che le operazioni di riassegnazione del sesso hanno un notevole impatto sull’integrità fisica e che le corti nazionali romene non hanno né giustificato la necessarietà di tali operazioni, né hanno condotto una mise en balance tra gli interessi generali e quelli dei singoli cittadini che chiedono il RLG. A detta della Corte, che ha condannato  questa situazione porrebbe le persone trans romene di fronte a un dilemma impossibile, un aut-aut esistenziale in cui le persone trans possono scegliere di sottoporsi ad un intervento chirurgico invasivo e rinunciare al loro diritto all’integrità fisica o, in alternativa, rinunciare a vedersi legalmente riconoscere la loro identità sessuale, il che ammonta, parimenti, ad una violazione del diritto alla vita privata. Inoltre, la Corte ha tenuto in considerazione che sempre meno Stati chiedono come requisito obbligatorio per il RLG l’operazione di riassegnazione del sesso: nel 2020 ventisei Stati membri del Consiglio d’Europa non esigevano più la chirurgia come requisito per il RLG. Per tali motivi, il requisito in oggetto costituisce un’interferenza statale non giustificata con il diritto alla vita privata come stabilito dall’articolo 8 della Convezione.

Alessandra Servidori

https://www.startmag.it/blog/cosa-fara-la-commissione-paneuropea-per-la-salute-e-lo-sviluppo-sostenibile/

 Alessandra Servidori

Chi cerca di lavorare ai fianchi di Mario Draghi non ce la può fare semplicemente perché non ha la stessa rete di collaborazione soprattutto internazionale che il Presidente del Consiglio si è costruito in anni di lavoro autorevole e condiviso dalle autorevoli teste pensanti europee. E’ il caso dell’alleanza con  la Commissione paneuropea per la salute e lo sviluppo sostenibile, un gruppo indipendente e interdisciplinare di leader convocato dall'Ufficio regionale per l'Europa dell'OMS per ripensare le priorità politiche alla luce delle pandemie.Composta da ex capi di Stato e di governo, illustri scienziati ed economisti della vita, capi delle istituzioni sanitarie e di assistenza sociale e leader della comunità imprenditoriale e delle istituzioni finanziarie di tutta la regione europea, la Commissione riunisce individui con competenze ed esperienze eccezionali.Dunque Draghi a questo livello ispira le decisioni che riguardano il nostro paese perché il mandato della Commissione è quello di trarre insegnamenti dal modo in cui i sistemi sanitari dei diversi paesi hanno risposto alla pandemia di COVID-19 e formulare raccomandazioni sugli investimenti e le riforme per migliorare la resilienza dei sistemi sanitari e di assistenza sociale. Cerca di costruire un consenso su queste raccomandazioni e di elevare la sanità e l'assistenza sociale come priorità sociali e politiche, riconosciute come fondamentali sia per lo sviluppo sostenibile che per la coesione sociale.Il gruppo di 19 commissari è presieduto dal professor Mario Monti, presidente dell'Università Bocconi ed ex primo ministro italiano ed ex commissario europeo. Il professor Elias Mossialos, fondatore e direttore del Dipartimento di politica sanitaria della London School of Economics, è il coordinatore scientifico della Commissione e le sue deliberazioni sono sostenute da un comitato consultivo scientifico.Il lavoro della Commissione culminerà in una relazione che sarà pubblicata nel settembre 2021 con raccomandazioni sugli investimenti e le riforme volte a migliorare i sistemi sanitari e di assistenza sociale.Qualche giorno fa (il 16 marzo) la Commissione paneuropea ha invitato i governi  le parti economiche e sociali e le organizzazioni internazionali a ripensare le loro ampie priorità politiche, a intensificare gli investimenti e le riforme nei sistemi sanitari e di assistenza sociale e a migliorare la governance globale dei beni pubblici, come la salute e l'ambiente.A meno che tutti e 3 gli sforzi non siano perseguiti vigorosamente, è improbabile che il mondo possa evitare nuove e devastanti pandemie o altre crisi sanitarie globali.La pandemia di COVID-19 ha gettato in forte difficoltà le disuguaglianze e le profonde linee di faglia che esistono in molte società. Ha rivelato che i nostri sistemi sanitari, finanziari, economici e di assistenza sociale esistenti erano mal preparati e scarsamente attrezzati per affrontare efficacemente la SARS-CoV-2. Cinque mesi dalla sua prima convocazione, la Commissione ha presentato questo invito all'azione – il primo risultato del suo lavoro – per alimentare discussioni nazionali e sovranazionali più ampie in corso su come affrontare le condizioni profonde che hanno permesso alla pandemia di COVID-19 di infliggere danni senza precedenti a vite ed economie. Fornisce orientamenti su come dovremmo dare priorità alla salute e allo sviluppo sostenibile ora per impostare i nostri sistemi e le nostre società sulla strada giusta per le generazioni a venire.Le principali proposte delineate nell'invito all'azione sono le seguente: individuare, valutare e rispondere ai rischi derivanti dalle attività umane, compresi i cambiamenti climatici, le infezioni zoonotiche emergenti e la resistenza antimicrobica, attraverso l'istituzione di un gruppo intergovernativo di esperti sulle minacce per la salute;riparare le fratture nella società e rinvigorire la fiducia nelle istituzioni identificando e impegnandosi con persone private del diritto di voto e migliorando l'accesso ai servizi sanitari e sociali;riconoscere che la spesa per l'assistenza sanitaria, l'assistenza sociale, l'istruzione e la ricerca è un investimento nel capitale umano e intellettuale che guida il progresso. In particolare, incorporare i rischi connessi alla salute (in tutta la salute umana, animale e ambientale) nelle analisi dei rischi utilizzate dalle istituzioni finanziarie internazionali, dalle autorità pubbliche e dal settore finanziario;creare a livello del G20 un comitato globale per la salute sul modello del Consiglio per la stabilità finanziaria per identificare le vulnerabilità che minacciano la salute degli esseri umani, degli animali e dell'ambiente e promuovere un trattato internazionale sulla pandemia; E incoraggiare la scoperta e lo sviluppo di medicinali, tecnologie mediche, soluzioni digitali e innovazioni organizzative e migliorare la trasparenza dei partenariati pubblico-privato. Questo sta facendo  Mario Draghi: si prega di non disturbare il saggio manovratore.

https://www.ilsussidiario.net/news/i-numeri-76-000-lavoratrici-in-un-anno-il-guasto-che-non-si-risolve-coi-sussidi/2150931/

 La nota è del ministero del Lavoro e di Banca Italia ed è in base alle comunicazioni obbligatorie delle aziende che sono tenute a redigere. È una nota dolente del nostro Paese che continua inarrestabile ed è l’occupazione femminile, la peggiore in tutta Europa: solo il 31,3% delle donne ha un lavoro a tempo indeterminato, contro la media europea del 41,5%. Lo stipendio medio femminile resta uno dei più bassi d’Europa ed è di un quinto inferiore rispetto a quello degli uomini. Su base annua, invece, sono 312mila le donne che hanno perso il lavoro, 132mila gli uominiA fine febbraio le posizioni lavorative occupate da donne erano circa 76.000 in meno rispetto a un anno prima; quelle occupate da uomini erano invece 44.000 in più: la differenza tra le due grandezze ammontava a circa 120.000 posizioni. Il divario può dipendere da molteplici condizioni tra cui l’eterogeneità dell’evoluzione della domanda di lavoro, più sfavorevole nei comparti dove la presenza femminile risulta più diffusa, e dall’offerta di lavoro. Ma è un disastro annunciato più volte, visto che già lo scorso giugno l’Ispettorato nazionale del lavoro segnalava che 37.611 lavoratrici neo/mamme si sono dismesse nel 2019. E non c’è da meravigliarsi dal momento che solo il 21% delle richieste di part-time o flessibilità lavorativa chiesto dalle lavoratrici con bimbi piccoli è stato accolto. Già alla fine della prima pandemia 1 donna su 2 ha rinunciato a lavorare a causa del Covid e il 31% annullava o posticipava la ricerca (inutile) di lavoro e 1 donna su 2 ha visto peggiorare la propria situazione economica, dichiarando di non poter sostenere una spesa imprevista, soprattutto tra le madri al nord al centro al sud. E la percentuale sale al 63% tra le 25-34enni e al 60% tra le 45-54enni e comunque 3 donne su 10 non occupate con figli a causa del Covid rinunciano a cercare un lavoro (Dati WeWorld). Le donne, in Italia, hanno anche molte meno prospettive di carriera rispetto al resto del continente. Il Career Prospects Index dell’Eige, che valuta l’autonomia nel lavoro, le tipologie di contratto, le possibilità di avanzamento di carriera e la probabilità di essere licenziate in caso di ristrutturazione aziendale, assegna al nostro Paese un punteggio di 52 su 100, contro la media europea di 64. 

La Ministra Bonetti esulta perché in Senato è passato con legge delega (ddl del 2014) il provvedimento dell’assegno unico – 250 euro a figlio – per le famiglie che assorbirà da luglio le misure in corso: dagli assegni familiari alle detrazioni, al bonus bebè, agli sgravi per famiglie numerose. E sarà esteso a tutte le famiglie dei dipendenti, autonomi professionisti, incapienti, disoccupati. Ma sappiamo che una legge delega deve realizzare i regolamenti attuativi e ci vuole tempo e per ora ci sono solo 20 miliardi a disposizione e servirebbero altri finanziamenti e Bonetti assicura che il Governo sta ragionando per aumentare il plafond. Ma non è solo una questione di sussidi. Le donne in Italia vogliono entrare e rimanere nel mercato del lavoro. E per questo bisogna da subitissimo aumentare le politiche attive in favore delle italiane. Significa uno sforzo gigantesco per riavvicinare il gap tra domanda e offerta anche di nuove figure professionali e servirà affiancare capacità tecniche di formazione ed erogazione di servizi per facilitare l’occupabilità, ovviamente mettendo in piedi un sistema integrato sul territorio, servizi pubblici/privati per la prima infanzia e per la cura dei non autosufficienti, servizi per la riqualificazione professionale, servizi di accompagnamento al lavoro con decisioni chiare, percorsi attuativi rapidi, esecutori certi, finanziamenti assicurati. Significa rivoltare la contrattazione di prossimità come un calzino e dare al welfare aziendale certamente gli sgravi fiscali e contributivi ma soprattutto finalizzati ad aumentare i congedi, la flessibilità lavorativa, e bisogna implementare i fondi bilaterali e clausole sociali nei rinnovi contrattuali: così si sostengono le italiane e lo sviluppo.

 OTTIMA PASQUA!!!!!!!

 

Didattica a distanza : McKinsey ci dice cosa sta succedendo nel mondo

Alessandra Servidori     

DAD  MCKINSEY ci racconta cosa sta succedendo nel mondo- 25 marzo 2021

Stamane streaming in blu2000 https://www.radioinblu.it/streaming/?vid=0_gvfl77vh

Sebbene la risposta educativa alla pandemia COVID-19 sia variata ampiamente, gli insegnanti concordano sul costo elevato dell'apprendimento a distanza, soprattutto per gli studenti vulnerabili. Un sondaggio McKinsey /Company ci racconta la verità. Durissima.

https://www.mckinsey.com/industries/public-and-social-sector/our-insights/teacher-survey-learning-loss-is-global-and-significant

Sebbene gli insegnanti di tutto il mondo abbiano stili e standard di apprendimento diversi, c'è una cosa su cui sembrano concordare: un computer non può competere con una classe come luogo in cui i bambini possono imparare. Mentre molti continuano a insegnare agli studenti in linea a causa della pandemia COVID-19 e possono essere comprensibilmente riluttanti a tornare all'istruzione di persona fino a quando non si sentono al sicuro, la maggior parte degli intervistati in un nuovo sondaggio McKinsey ha affermato che l'apprendimento remoto sperimentato durante il l'anno scorso è un misero sostituto del ritorno in classe.  E’ stato chiesto agli insegnanti di otto paesi di valutare l'efficacia dell'apprendimento remoto quando è stato introdotto per la prima volta in risposta alla chiusura delle scuole tra marzo e luglio 2020. Gli hanno assegnato un punteggio medio di cinque su dieci . I voti sono stati particolarmente duri da parte degli insegnanti in Giappone e negli Stati Uniti, dove quasi il 60% ha valutato l'efficacia dell'apprendimento a distanza tra uno e tre su dieci. Che batte a malapena saltare la scuola del tutto. Sebbene la qualità e i sistemi di supporto relativi all'apprendimento remoto siano probabilmente migliorati dall'inizio della pandemia, questa è ancora un'accusa sorprendente. OVID-19 ha indotto il più grande esperimento di apprendimento remoto della storia. Di fronte a una minaccia mortale, i responsabili politici hanno dovuto prendere decisioni di fronte a una significativa incertezza scientifica. Sebbene legittime preoccupazioni per la salute pubblica  abbiano portato alla chiusura delle scuole, la ricerca suggerisce che gli studenti hanno pagato un prezzo pesantissimo   per la perdita di apprendimento. Vi sono anche prove emergenti che lo stress e l'isolamento dell'apprendimento online sta contribuendo a problemi di salute mentale tra i giovani. Le classi remote sono migliorate poiché le scuole adottano le migliori pratiche possibili, ma rimangono difficili per gli studenti che lottano con problemi come difficoltà di apprendimento, isolamento o mancanza di risorse. L'impatto dell'istruzione a distanza sull'apprendimento degli studenti attraverso la prospettiva degli insegnanti in prima linea che vedono i risultati ogni giorno è molto pesante. Gli insegnanti hanno una profonda conoscenza di prima mano di ciò che i loro studenti stanno assorbendo in classe, reale o virtuale, in un modo che i genitori e i responsabili politici non possono sempre misurare. Dai compiti mancati al calo dei punteggi dei test, gli insegnanti vedono il disimpegno e la perdita di apprendimento, i cui effetti potrebbero danneggiare il benessere economico,  di alcuni studenti per tutta la vita. Molti sanno anche per esperienza quali fattori possono aiutare i bambini a recuperare il ritardo nel rendimento scolastico. Quando COVID-19 è diventato per la prima volta una pandemia globale, nel marzo 2020, la maggior parte dei sistemi scolastici ha reagito. Prendendo una pagina dai playbook creati durante i precedenti focolai di influenza, i sistemi di tutto il mondo hanno iniziato a chiudere le scuole. A metà aprile, secondo le stime dell'UNESCO, 1,6 miliardi di bambini non venivano più coinvolti  in un'aula fisica. Quando gli studenti dell'emisfero settentrionale tornarono a scuola in autunno, tuttavia, il consenso era più diviso. Alcuni sistemi hanno deciso di riportare la maggior parte dei bambini a scuola di persona, mentre altri hanno iniziato il nuovo anno scolastico da remoto. Cosa è cambiato? Per iniziare, molti sistemi scolastici hanno sviluppato protocolli che consentivano un apprendimento di persona  più ibrido. I dati sulla salute pubblica hanno anche indicato che i bambini avevano meno probabilità degli adulti di essere vulnerabili al COVID-19 e forse meno probabilità di diffondere il virus. Inoltre, le proiezioni basate sui dati storici sulla perdita di apprendimento durante le vacanze scolastiche hanno sollevato la preoccupazione che il pedaggio dell'apprendimento fosse già elevato. Alla fine di agosto, le organizzazioni e le pubblicazioni dell'Accademia americana di pediatria all'Economist chiedevano che gli studenti tornassero in classe. L' Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato linee guida che affermano che la chiusura delle scuole dovrebbe essere "presa in considerazione solo se non ci sono altre alternative". Se i leader decidessero di dare ascolto a quella chiamata dipendeva da una serie di fattori, dai tassi di infezione alle risorse e alla pressione popolare. Nella maggior parte dei paesi, tuttavia, la decisione di aprire scuole sembrava essere correlata al PIL quanto ai tassi di infezione le risposte politiche al momento in cui gli insegnanti sono stati intervistati possono essere approssimativamente suddivise in quattro archetipi: Asia in stabilizzazione: con tassi di COVID-19 in Australia, Cina, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud a partire da un singolo caso giornaliero ogni 100.000 persone al momento del  sondaggio, gli studenti di questi paesi erano per lo più tornati a scuola. L'Europa dà la priorità al ritorno a scuola: sebbene il carico di lavoro in tutta Europa aumentasse ogni giorno alla fine di ottobre - fino a 60 nuovi casi ogni 100.000 persone in Francia, Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito - i leader hanno pubblicamente e ripetutamente dato la priorità all'insegnamento ai bambini in classe.Non così in Italia. Nel Nord America parzialmente aperto: mentre i funzionari scolastici in Canada e negli Stati Uniti trascorrevano l'estate a pianificare l'apprendimento ibrido, l'aumento dei livelli di infezione ha spinto molti grandi distretti degli Stati Uniti ad iniziare l'anno accademico da remoto. A novembre, questi sistemi educativi decentralizzati erano un mosaico di istruzione remota, ibrida e di persona, con molti bambini che rimanevano completamente remoti. America Latina e Africa : ad eccezione della Tanzania, la maggior parte dei paesi a basso reddito in Africa e America Latina ha iniziato l'anno scolastico da remoto. A novembre, un certo numero di scuole in Etiopia, Kenya, Nigeria e Uganda avevano riportato gli studenti in classe attraverso modelli ibridi, mentre l'aumento dei tassi in America Latina ha spinto la maggior parte dei funzionari del sistema a tenere gli studenti a casa.Da novembre2020, questo quadro ha continuato ad evolversi, con molti paesi europei che hanno chiuso le scuole in risposta a casi di picchi e nuove varianti emergenti durante le vacanze. Sebbene queste risposte continueranno ad evolversi man mano che la pandemia cambia e i vaccini vengono distribuiti, è probabile che le sfide dell'apprendimento a distanza persistano. Nel tentativo di comprendere l'impatto che queste scelte politiche stanno avendo sulle esperienze di apprendimento degli studenti, MacKinsey  ha intervistato insegnanti in Australia, Canada, Cina, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre di 2020. Oltre a consentire un confronto, hanno  limitato questo sondaggio iniziale ai principali paesi OCSE (più Cina) per motivi pratici: i dati sono molto più difficili da ottenere in molti paesi a basso e medio reddito. La ricerca di McKinsey e altri suggerisce che la perdita di apprendimento in quei paesi potrebbe essere molto peggiore. Questo sondaggio, quindi, è probabilmente lo scenario migliore, offrendo prospettive di professionisti che hanno maggiori probabilità di molti dei loro colleghi in altri mercati di avere le risorse, il supporto e le tutele sanitarie che consentono loro di insegnare in qualsiasi ambiente. Una ricerca precedente  indica che l'impatto della chiusura di una scuola sui risultati accademici è legato alla durata della chiusura. Per questo motivo, hanno  chiesto agli insegnanti di riflettere sulle loro esperienze durante i primi mesi della pandemia, quando la maggior parte aveva un grado significativo di esposizione all'apprendimento a distanza nei paesi che abbiamo esaminato. Hanno  chiesto agli insegnanti di classificare l'efficacia dell'apprendimento remoto su una scala da uno a dieci, dove uno è meno efficace, con un conseguente progresso accademico minimo o nullo, e dieci significa che l'istruzione era almeno paragonabile a ciò che gli studenti imparerebbero normalmente in una classe ... forse anche meglio.Mentre gli insegnanti hanno dato voti bassi all'apprendimento a distanza su tutta la linea, gli insegnanti in Australia, Canada e Germania hanno dato voti più alti rispetto ai loro coetanei in altri mercati. Circa un terzo degli intervistati in quei paesi ritiene che l'apprendimento a distanza sia efficace quasi quanto l'essere in classe. In Giappone, al contrario, solo il 2% degli insegnanti ritiene che le lezioni online siano paragonabili all'apprendimento di persona; la maggior parte ha ritenuto che fosse molto peggio . Le risorse fanno la differenza. Gli insegnanti che hanno insegnato nelle scuole pubbliche hanno assegnato all'apprendimento remoto un punteggio globale medio di 4,8, mentre i loro coetanei nelle scuole private, che spesso hanno un migliore accesso agli strumenti di apprendimento, hanno ottenuto una valutazione media di 6,2. Ovviamente c'è anche un'ampia variazione nelle risorse per studenti e insegnanti nelle scuole pubbliche. Gli insegnanti che lavorano nelle scuole ad alta povertà hanno trovato le classi virtuali particolarmente inefficaci, valutandole 3,5 su 10, rafforzando la preoccupazione che la pandemia abbia esacerbato le disuguaglianze educative. Gli insegnanti di scuole facoltose e private erano anche più propensi a riferire che i loro studenti erano ben equipaggiati con l'accesso a Internet e i dispositivi necessari per l'apprendimento remoto, il che potrebbe spiegare perché anche i loro studenti erano più propensi ad accedere e completare i compiti .Dati gli arresti in corso e l'impatto cumulativo della perdita di apprendimento, è troppo presto per valutare appieno l'impatto della pandemia sull'apprendimento degli studenti. La maggior parte dei paesi ha sospeso le normali valutazioni ed esami di fine anno alla fine dell'ultimo anno scolastico e alcuni hanno anche scelto di rinunciare a regolari valutazioni formative quando gli studenti sono tornati in classe. Molti hanno anche ottimizzato il formato e il ritmo delle lezioni remote per aumentare l'apprendimento. Studi di diversi paesi suggeriscono che la chiusura delle scuole nel secondo trimestre del 2020  ha portato gli studenti fino a sei mesi indietro rispetto ai traguardi accademici che le loro coorti dovrebbero raggiungere. Le perdite sono state maggiori in matematica che in letteratura e le popolazioni svantaggiate hanno sperimentato battute d'arresto più gravi in tutte le materie .La Ricerca  un del Center for Societal Benefit through Healthcare  e altrove di McKinsey indica un declino della salute mentale e della forma fisica degli studenti.. Nessuno di questi studi, tuttavia, ha utilizzato la stessa metodologia per esaminare più paesi, rendendo difficili i confronti internazionali. Il sondaggio per gli insegnanti è un primo passo per colmare questa lacuna. Gli insegnanti hanno riferito che gli studenti erano in media di due mesi indietro al momento del sondaggio, con studenti a basso reddito e a rischio che subivano maggiori battute d'arresto in ogni mercato. Il grado di perdita variava in modo significativo tra i paesi. Il Giappone ha riportato le perdite più basse, con meno di un mese di apprendimento perso.Sebbene ciò possa essere in parte dovuto al fatto che il Giappone ha ripreso l'apprendimento di persona prima di molti altri paesi del  campione, un altro fattore che contribuisce potrebbe essere l'uso frequente di programmi di apprendimento extracurriculari, altrimenti noti come "scuole cram", prima e durante la pandemia . Gli insegnanti nel Regno Unito, al contrario, hanno riportato una perdita media di quasi tre mesi. Circa un quarto degli insegnanti in Canada, Stati Uniti e Regno Unito ha dichiarato che i loro studenti erano più di quattro mesi indietro rispetto a dove avrebbero dovuto essere a novembre; in Cina e in Giappone, meno del 2% degli insegnanti la pensava allo stesso modo. In effetti, il 35% degli insegnanti in Giappone ha affermato che i propri studenti sono ancora sulla buona strada, così come il 15% di quelli in Cina. In ogni altro paese, meno di un insegnante su dieci ha affermato che i propri studenti sono sulla buona strada. Anche periodi relativamente brevi di apprendimento a distanza hanno avuto un costo e  la vita in classe è cambiata a causa della pandemia. Tra le altre cose, la maggior parte delle scuole ha implementato il distanziamento fisico, l'istruzione remota simultanea e le tutele sanitarie che limitano le interazioni sia insegnante-studente che tra pari. Molti studenti stanno anche affrontando traumi aggiuntivi, tra cui dislocazione economica, fame e problemi di salute mentale, che influenzano chiaramente l'apprendimento, indipendentemente da come si svolge. L'indagine indica che alcuni segmenti della popolazione studentesca sono stati particolarmente colpiti. Gli insegnanti di tutti i paesi hanno riportato una perdita di apprendimento leggermente maggiore per i gradi più giovani (2,2 mesi per la scuola materna fino alla terza elementare rispetto a 1,7 mesi per la nona fino al 12 ° grado). Anche lo stato economico è importante. Gli insegnanti delle scuole in cui oltre l'80% degli studenti vive in famiglie al di sotto della soglia di povertà hanno riportato una media di 2,5 mesi di perdita di apprendimento, rispetto a una perdita segnalata di 1,6 mesi nelle scuole in cui oltre l'80% degli studenti vive in famiglie al di sopra della povertà linea.  Negli Stati Uniti, gli insegnanti hanno riferito che gli studenti erano in ritardo di 2,4 mesi rispetto ai traguardi previsti a novembre, mentre i risultati della valutazione di ottobre hanno rilevato che gli studenti erano in ritardo di 1,5 mesi nei livelli di letteratura e di 3 mesi in matematica. In Australia, i sondaggi sugli insegnanti locali hanno suggerito poco più di un mese di perdita; gli intervistati al  sondaggio hanno valutato il totale a 1,6 mesi. Nel Regno Unito, i sondaggi sugli insegnanti locali hanno riportato 3 mesi di perdita di apprendimento a luglio, mentre il sondaggio ha rilevato che erano 2,8 mesi. Il sondaggio misura solo il pedaggio iniziale sull'apprendimento. Gli studenti sono probabilmente rimasti più indietro mentre le scuole rimangono chiuse. Inoltre, anche la perdita di apprendimento spesso si accumula nel tempo. Ad esempio, alcune scuole in Pakistan hanno chiuso per 14 settimane dopo il terremoto del 2005. Gli studenti dei paesi a reddito medio e basso potrebbero essere colpiti particolarmente duramente. Le chiusure scolastiche sono state, in media, più lunghe in quei paesi, dove i governi hanno meno capacità di implementare l'apprendimento a distanza. Se non affrontato, la perdita di apprendimento e il calo delle iscrizioni scolastiche comporteranno probabilmente ritardi significativi nel raggiungimento dell'obiettivo di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite di garantire l'istruzione primaria e secondaria universale entro il 2030, per non parlare dei costi più elevati nel tentativo di ottenere agli studenti l'aiuto di cui hanno bisogno per recuperare il ritardo. Il pieno impatto di questo passaggio globale senza precedenti all'apprendimento a distanza probabilmente si protrarrà negli anni a venire. Per gli studenti che non hanno accesso agli strumenti e agli insegnanti di cui hanno bisogno per avere successo accademico, i risultati potrebbero essere devastanti.Alcuni potrebbero abbandonare la scuola presto; ad altri potrebbero mancare le competenze di cui hanno bisogno per passare al livello di apprendimento successivo. Sebbene il rendimento scolastico formale sia solo una componente del successo nella vita, è fortemente correlato a guadagni più elevati e migliori risultati di vita. Inoltre, la domanda di competenze e titoli di studio avanzati è in aumento.L'impatto a lungo termine della pandemia dipenderà ovviamente dai passi  che si potranno intraprendere  per mitigare e affrontare il danno che viene fatto. Un primo passo fondamentale è migliorare la qualità dell'apprendimento remoto per quegli studenti che stanno ancora imparando virtualmente. Ma gli studenti avranno anche bisogno di aiuto per recuperare le perdite che si sono già verificate. Oltre a offrire maggiore supporto agli studenti che sono in ritardo, tramite tutoraggio ad alta densità o programmi basati sulla padronanza più personalizzati, gli studenti potrebbero dover trascorrere più tempo in classe. Ciò potrebbe significare giorni di scuola o accademici  più lunghi . Data l'ampiezza e la portata della perdita di apprendimento, potrebbe esserci un motivo convincente per una soluzione sistemica come parte del recupero. Ciò che è meno convincente è un ritorno allo status quo. La pandemia ha ampliato i divari nei risultati ottenuti ed esposto le debolezze nei sistemi scolastici di tutto il mondo. Gli educatori hanno ora l'opportunità di reinventare un  sistema  educativo e formativo  che offra un'istruzione migliore a tutti i bambini. I sistemi scolastici che hanno investito nel reclutare insegnanti di talento e nell’aiutarli ad avere successo  prima della crisi potrebbero rivelarsi i più efficaci nel ridurre al minimo la perdita di apprendimento. Riconoscono la necessità di sostenere non solo gli studenti ma anche le loro famiglie, specialmente nelle comunità vulnerabili. I sistemi educativi in tutto il mondo sono a un punto critico di svolta. Insieme all'incredibile costo per vite umane e mezzi di sussistenza, la pandemia COVID-19 ha accelerato le tendenze che stanno rimodellando le competenze e le richieste che gli studenti di oggi dovranno soddisfare. È probabile che la guerra per il talento si intensifichi. In prima linea in quella battaglia ci sono gli insegnanti che nel sondaggio in molti hanno espresso la chiara convinzione che i bambini imparino meglio dalle persone, non dai programmi. Ogni giorno, gli insegnanti vedono le difficili sfide che l'apprendimento remoto presenta ai loro studenti, ma anche le opportunità che le classi virtuali offrono per connettersi in modi nuovi. Con risorse, supporto e strategie basate su prove per guidarli, gli insegnanti saranno fondamentali nell'aiutare i bambini a riprendersi da questa pandemia per diventare i medici, gli scienziati e gli insegnanti che ci proteggeranno da futuri disastri.

 

 

 

 

 

Genitori lavoratori nella morsa dei congedi della dad dei controsensidei

                GENITORI nella morsa della dad dei congedi dei controsensi          FORMICHE.net 

Di Alessandra Servidori | 22/03/2021 - 
 

Gli istituti di ogni ordine e grado sono chiusi, e bambini e adolescenti sono tornati di nuovo in dad. Per i genitori lavoratori con figli minori a casa il governo ha previsto alcune misure, dallo smart working al congedo parentale, fino al bonus baby sitter, necessarie per venire incontro alle difficoltà delle famiglie in questo momento di emergenza. Tuttavia, questo intervento di sostegno è limitato e ha dei controsensi. Il decreto stabilisce che lo smart working di uno dei due genitori è incompatibile con la richiesta di congedo dell’altro. È chiaro dunque che per il governo l’idea che chi lavora da remoto ha anche la possibilità di prendersi cura della famiglia è sbagliata perché sappiamo bene che lo smart working non è assimilabile a un congedo. E quando assume la forma di telelavoro, non può certo essere considerato come un modo per conciliare vita privata e impegni professionali. È ovvia l’incompatibilità tra l’accesso ai congedi e il lavoro a distanza, perché le due misure non possono essere considerate alternative poiché lavorare da casa è lavorare, quindi è incompatibile con la cura e l’assistenza ai figli under 14 in dad. Per questo chiaro motivo, deve anche essere possibile fruire del bonus baby sitter anche in caso di smart working e i criteri per ottenere i congedi per genitori e i bonus baby-sitting previsti dall’articolo 2 del decreto legge 13 marzo sono sbagliati.

Il comma 1, prevede che il genitore che ha un figlio convivente minore di 16 anni ed è lavoratore dipendente, può svolgere la prestazione lavorativa in modalità agile, alternativamente all’altro genitore, per tutto il periodo in cui il minore è in dad o in quarantena. Ma sappiamo bene che lo smart working non è sempre un’opzione possibile. Per quelli che non possono usufruirne, è previsto un congedo parentale retribuito, valido solo per uno dei genitori e per figli minori di 14 anni: per i periodi di astensione dal lavoro è riconosciuta un’indennità pari al 50 per cento della retribuzione. Il congedo è anche possibile quando i figli hanno tra i 14 e i 16 anni: in questo caso, però, non è corrisposta un’indennità né è previsto il riconoscimento della contribuzione figurativa, anche se è disposto il divieto di licenziamento e si riconosce il diritto alla conservazione del posto di lavoro. Il testo della norma impedisce quindi a una famiglia di usufruire del congedo se uno dei due genitori lavora da casa. Sbagliato definire la prestazione resa dal dipendente in modalità agile meno onerosa di quella resa in forma tradizionale.

Il lavoro da remoto si è imposto durante la pandemia ed è fortemente probabile che questa modalità sarà adottata anche con la fine della pandemia ma è chiaro che a queste condizioni, e cioè considerarla meno gravosa rispetto al lavoro in presenza e compatibile con la cura della famiglia è discriminante anche per le lavoratrici che ne usufruiscono in maggior numero così allargando un gap già esistente tra uomini e donne in termini di remunerazione e anche di carriera.

Sempre all’art. 1 comma 6 si prevede che anche ai lavoratori iscritti alla gestione separata Inps, i lavoratori autonomi, il personale del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico, impiegato per le esigenze connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19, i lavoratori dipendenti del settore sanitario, pubblico e privato accreditato, appartenenti alla categoria dei medici, degli infermieri, dei tecnici di laboratorio biomedico, dei tecnici di radiologia medica e degli operatori socio-sanitari, per i figli conviventi minori di anni 14, possono scegliere la corresponsione di uno o più bonus per l’acquisto di servizi di baby-sitting nel limite massimo complessivo di 100 euro settimanali. Si sono fatti passi avanti per i lavoratori autonomi e quelli iscritti alla gestione separata, trascurati dalla precedente normativa ma è sbagliato limitare l’accesso al bonus baby sitter solo a determinate categorie professionali. Diversamente, bisogna riconoscere al personale dipendente la possibilità di scegliere tra congedo e bonus baby sitter, perché il congedo non è sempre percorribile. Basti pensare a tutte quelle piccole attività economiche che potrebbero risentire gravemente dell’assenza di uno o più dipendenti e dunque la lavoratrice o il lavoratore di una piccola azienda potrebbe avere remore a usufruirne.

Per queste misure, sono stati stanziati oltre 290 milioni di euro per il 2021 e fino al 30 giugno. Rimane sempre l’incognita del dopo e la verità che i decreti sollievo sono appunto tamponi ma non risolvono gli antichi problemi della comunità famigliare che la pandemia acuisce. E a proposito di congedo di paternità se guardiamo in Europa cosa prevede la legislazione ci accorgiamo quanto siamo diversi in Italia dove sono previsti 10 giorni. Svezia: la legislazione svedese su questo tema non fa differenza fra papà e mamma. Entrambi possono stare a casa dal lavoro contemporaneamente e per due settimane subito dopo la nascita del figlio. Slovenia: ha il congedo di paternità più lungo d’Europa, 10 settimane, che però sono state ridotte a sette quest’anno e caleranno a quattro settimane dal 2018. Portogallo: i genitori hanno la possibilità di prendere 120 o 150 giorni consecutivi (150 se entrambi i genitori condividono le ferie).

Il padre può prendere qualsiasi parte del “monte-giorni” tranne il congedo parentale iniziale riservato alla madre la quale ha diritto fino a un massimo di 30 giorni di congedo volontario prima della nascita e 6 settimane di congedo obbligatorio dopo. Spagna: i padri possono prendere un congedo di paternità di 4 settimane e un congedo di nascita di 2 giorni. Nel settore pubblico questi due giorni sono considerati come unico. Austria: i lavoratori del settore pubblico possono prendere un mese di assenza dal lavoro non retribuito. Estonia: i padri possono prendere il congedo di paternità prima o dopo la nascita per 2 settimane, retribuite al 100% Repubblica Ceca: dopo la sesta settimana di congedo di maternità postnatale, il padre e la madre possono alternare il congedo senza restrizioni sulla frequenza delle alternanze. Congedo di paternità: una settimana retribuita al 70%. Croazia: dopo il periodo di maternità obbligatoria, le mamme hanno diritto ad un periodo supplementare, che può essere trasferito al padre, fino ai sei mesi di età del bimbo. Irlanda: due settimane di congedo di paternità, pagato come quello di malattia e fino a 230 euro a settimana.

 
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Per Marco : sempre con lui e le sue idee

UNIBO PER MARCO  19 anni senza di lui ma sempre con lui

Domani ricorre il 19esimo anniversario dalla morte del giuslavorista Marco Biagi, assassinato da un commando di terroristi delle Nuove Brigate rosse sul portone di casa, in via Valdonica. Diverse le iniziative della città di Bologna per ricordarlo. Alle 19:30 alle 20:10 – l’ora in cui Biagi fu freddato – in diretta sulla pagina Facebook delle Acli di Bologna si svolgerà l’iniziativa “una Candela per Biagi”. Parteciperanno Chiara Pazzagli e Filippo Diaco, presidente e vicepresidente delle Acli di Bologna, e Lorenzo Biagi, figlio del giurista. «Abbiamo lanciato questa iniziativa perché non possiamo dimenticare il barbaro omicidio avvenuto 19 anni fa. Chiunque a quell’ora può accendere una candela per Marco Biagi», spiega Chiara Pazzagli. Domani, alle 12:30, nella piazzetta a lui intitolata, il sindaco Virginio Merola deporrà una corona di fiori. Alle 18:30 di domani sarà celebrata la messa nella chiesa San Martino. 

Un ricordo di Marco Biagi  da parte di Alessandra Servidori, docente, editorialista,già consigliera nazionale di Parità presso il Ministero del lavoro e sua amica.

 A distanza di 19 anni, le idee di Biagi sono ancora attuali?

«Senza dubbio. Un esempio sono tre punti della Legge Biagi ancora validissimi: l’integrazione tra pubblico e privato sull’offerta e domanda di lavoro, che supera la selezione affidata solo ai centri dell’impiego, il placement universitario con l’obiettivo di facilitare l’inserimento dello studente nel mercato del lavoro e l’introduzione del part-time rivolto in un primo momento ai lavoratori affetti da patologie oncologiche o invalidanti». 

 Per quali aspetti il pensiero di Biagi è stato lungimirante? 

«Per la concezione flessibile del lavoro, per l’innovazione nelle tipologie contrattuali, per la sua preoccupazione e attenzione nei confronti dell’occupazione femminile, per i temi di sicurezza sul posto del lavoro e i rapporti con le parti sociali. E ancora per la sua visione internazionale. I lavoratori erano al centro del suo pensiero». 

 Per molti, però, le sue posizioni rappresentarono un tentativo per ridurre le tutele dei lavoratori. Cofferati definì "limaccioso" il suo Libro bianco sul mercato del lavoro

«Sì, queste interpretazioni hanno contribuito ad armare le posizioni più radicali. Cofferati ha avuto delle colpe che non si dimenticano. Dopo quell’episodio io ho strappato la tessera del sindacato». 

 La pandemia ha stravolto il mercato del lavoro. Cosa avrebbe fatto Biagi?

«Se Marco fosse ancora con noi, sono sicura che si sarebbe battuto per regolare immediatamente lo smart working, per proteggere il “diritto alla disconnessione" e per valutare i lavoratori in base agli obiettivi raggiunti». 

 Qual è l’eredità del “Libro bianco”?

«Il Libro bianco è stato l’inizio di un percorso di ammodernamento del diritto del lavoro, con dei cambiamenti tali che hanno spaventato i conservatori. Marco Biagi è stato lasciato solo, ripeto solo, dalle istituzioni e questo non si dimentica. Ancora oggi sul web ci sono dei commenti terribili nei suoi confronti. Nel momento di difficoltà sociale in cui siamo, dobbiamo difende il lavoro di Marco ma anche rilanciarlo».  

Chi era per lei Marco Biagi?

«Era un amico, un amico del cuore. Da ragazzini eravamo entrambi socialisti riformisti e frequentavamo la federazione del partito Socialista. Eravamo uniti dalla stessa passione politica. Da lui ho imparato molto. Era un compagno di viaggio, un maestro per me, per gli studenti e per chi ha il coraggio di portare avanti le sue idee senza avere paure delle minacce che continuano ad arrivare. L’idea non si ammazza». 

WEBINAR : Assistenza Lungo termine

18 Marzo 2021     

Assistenza Di Lungo Termine, Alcune Proposte Operative: Il Nuovo Webinar Di Confcommercio Salute

 Si partirà dallo spunto offerto dal rapporto “Putting Quality First – Contracting for Long-Term Care” dell’Europea Social Network (ESN) per aprire il nuovo webinar di Confcommercio Salute, in programma giovedì 18 marzo 2021 alle ore 17. Nel webinar, dal titolo Assistenza di lungo termine: alcune proposte operative, verranno approfondite le modalità con cui raggiungere standard più elevati nell’accesso ai servizi di assistenza di lungo termine e garantirne la qualità. La partecipazione al webinar è gratuita, previa iscrizione all’indirizzo mail  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. . Questo il link per seguire il webinar in diretta.

Relatrice del webinar sarà Alessandra Servidori, partner di ESN Rete Europea Servizi, docente ed esperta di politiche del welfare. Modera il dibattito Barbara Maiani, Responsabile nazionale relazioni sindacali di Confcommercio Salute Sanità e Cura. Introduce Luca Pallavicini, Presidente nazionale di Confcommercio Salute, Sanità e Cura.

Dall’ultimo rapporto dell’Europea Social Network emerge che gli appalti pubblici sono generalmente ben consolidati nel settore dell’assistenza a lungo termine in tutta Europa. Molti paesi si avvalgono degli appalti pubblici come strumento per migliorare e garantire la qualità dell’assistenza. Per esempio, si è visto come ad Aviles, in Spagna, vengano utilizzate le clausole sociali per migliorare le condizioni di lavoro del personale infermieristico. Il passaggio dall’assistenza residenziale a quella domiciliare e comunitaria è una tendenza che diventerà sempre più rilevante nei prossimi anni.

Consentire alle persone di rimanere nella propria comunità le aiuterà a beneficiare di una buona qualità di vita. Inoltre, ciò contribuirà a soddisfare la crescente domanda di Long Term Care – una sfida comune per tutti i paesi d’Europa. Il rapporto include numerosi esempi di buone pratiche in cui l’obiettivo è migliorare la qualità dell’assistenza a lungo termine. Questi fungono da riferimento per i servizi pubblici di tutta Europa.

 

Importante Ordinanza della Consulta : diritto della madre al cognome del figlio

Alessandra Servidori DIRITTO DI FAMIGLIA E COGNOME DELLA MADRE : importante Ordinanza della Corte Costituzionale

https://formiche.net/2021/03/diritto-di-famiglia-cognome-madre/   

La questione della trasmissione del cognome materno risulta oggetto recentemente dell’attenzione della Consulta. La Corte costituzionale del 14 gennaio 2021 ha annunciato, che, esaminata in camera di consiglio la questione di legittimità sollevata dal Tribunale di Bolzano sull’articolo 262, 2° co., c.c., laddove “non consente ai genitori di assegnare al figlio, nato fuori dal matrimonio ma riconosciuto, il solo cognome materno”, lo stesso collegio ha deciso di “sollevare davanti a se stesso la questione di costituzionalità del primo comma dell’art. 262 del Codice civile che stabilisce come regola l’assegnazione del solo cognome paterno”.

La lucida decisione ,alla luce dell’art. 30 Cost. che dispone: “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”, ma anche del contraddittorio principio che l’opzione per il cognome paterno si riconduce infatti ad una regola non scritta, cioè a carattere consuetudinario, tipica dell’identità culturale di una determinata civiltà e soprattutto si ricorda la disciplina del codice civile ante riforma del diritto di famiglia del 1975, in cui l’uomo aveva – nell’ambito dell’organizzazione familiare – una vera e propria potestà, da esercitare sia sulla moglie che sui figli.

Oggi i nuovi sviluppi del principio di eguaglianza tra i coniugi, deve essere considerata alla luce della rilevanza della Convenzione delle Nazioni Unite contro la discriminazione verso le donne (Cedaw) nella giurisprudenza degli Stati contraenti e dunque in tema di trasmissione del cognome ai figli. In particolare, fino ad oggi abbiamo constatato la tendenza del giudice costituzionale italiano a non fare espresso riferimento alla Cedaw in merito alla disciplina del cognome da trasmettere ai figli, eliminando, così, qualsiasi confronto con il diritto internazionale per privilegiare una visione del diritto interno. Ma in questi tempi appare fondamentale l’importanza di guardare ad ordinamenti esteri e di adottare un approccio comparativistico – osservando i mutamenti della normativa e della giurisprudenza di altri Paesi – poiché sono definite come strumenti fondamentali per analizzare le istanze comuni alle democrazie contemporanee.

E appare fortemente innovativo l’impegno ad approfondire la tematica della comparazione che si presenta particolarmente attuale a causa dell’intensificarsi dei rapporti fra le diverse aree geografiche che caratterizza il mondo contemporaneo e per il diffondersi di processi di collaborazione e integrazioni fra ordinamenti che richiedono confronti fra diverse concezioni dei valori costituzionali. La Corte in verità nel 2006, con, la propria pronuncia aveva già annunciato la necessità per l’Italia di adeguarsi alle disposizioni di rango internazionale e, in particolare, a quanto prescritto dall’art. 16, 1° co., lettera g), della Convenzione sulla eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, adottata a New York il 18 dicembre 1979. Quest’ultima previsione, non a caso, “impegna gli Stati contraenti ad adottare tutte le misure adeguate per eliminare la discriminazione nei confronti della donna in tutte le questioni derivanti dal matrimonio e nei rapporti familiari e, in particolare, ad assicurare «gli stessi diritti personali al marito e alla moglie, compresa la scelta del cognome”.

L’analisi dell’Ordinanza posta all’attenzione della Corte costituzionale mette in discussione l’assunzione automatica da parte dei figli del patronimico – ancora presente nell’ordinamento giuridico contemporaneo – e rappresenta un segnale inequivocabile di una problematica presente nella società italiana dei nostri giorni, che tutt’ora predilige – a livello legislativo – che la trasmissione del cognome avvenga per via paterna.

Si evidenzia con maggiore chiarezza come la parità tra uomo e donna costituisca ancora un obiettivo da raggiungere per dare piena attuazione al combinato disposto degli artt. 3 e 29 Cost. la necessità di un intervento del legislatore, che, esclusivamente, potrà pronunciarsi con la giusta autorevolezza in merito alla volontà di mutare le regole di attribuzione del cognome. Diversi sono stati, e sono i progetti avanzati da più parti in diversi momenti storici, ma nessuno di essi ha mai superato il vaglio delle Camere. In particolare il contenuto della proposta – in tema di attribuzione del cognome ai figli – formulata dalla Rete per la Parità, a cui TutteperItalia si associa, che comporta una scelta responsabile e non farisaica di non “rimettere la scelta del cognome ai genitori che significherebbe anche pregiudicare il diritto del figlio alla propria identità personale, diritto che si realizza pienamente solo con il riconoscimento formale della discendenza sia in linea paterna che in linea materna” ma di promuovere un testo di legge che concretamente assuma la decisione di parità di entrambi i genitori a trasmettere il proprio cognome ponendosi di fatto nell’ordine di uguaglianza sostanziale come indicato dalla CC art 3

Testo Ordinanza

 

Testo Audizione Senato 9 marzo 2021 PNRR

Alessandra Servidori  Docente di politiche del lavoro e Presidente Nazionale  TutteperItalia

Videoconferenza audizione di martedì 9 marzo alle ore 11,20 sulla proposta di "Piano nazionale di ripresa e resilienza" (Doc. XXVII, n. 18) assegnato alle Commissioni riunite Bilancio e Politiche dell'Unione Europea del Senato della Repubblica:

Ringrazio I Presidenti di Commissione che hanno ritenuto utile accogliere le mie valutazioni sul PNRR.  Nel complesso, il Piano pubblicato in terza stesura  sconta ancora un grado  prematuro di definizione dei progetti. Pertanto, nella  presente memoria,  ritengo  offrire un’analisi di massima sull’impianto e su alcune delle sue principali direttrici che attengono alle mie specifiche competenze e che riguardano in particolare il mercato del lavoro italiano in un contesto comunitario e internazionale .In premessa ritengo condividere l’indicazione che la priorità sono le grandi riforme di semplificazione per le imprese: la riforma del Fisco, la riforma della giustizia civile, il disboscamento della burocrazia, la digitalizzazione del paese, le disuguaglianze. E’ fondamentale che il PNRR colga l’opportunità di realizzare, finalmente, quelle riforme di contesto non più eludibili e che ormai da troppi anni sono indicate prioritarie nelle Raccomandazioni all’Italia da parte della Commissione Europea. Ci si riferisce in particolare a quelle dell’ultimo biennio a partire dal sostegno attivo all’occupazione ed al rafforzamento delle competenze, comprese quelle digitali; dall’effettiva attuazione delle misure volte a fornire liquidità all’economia reale e ad evitare i ritardi nei pagamenti; dalla riduzione della durata dei processi civili e penali migliorando l’efficienza del sistema giudiziario; dal funzionamento efficiente della Pubblica Amministrazione fino ad arrivare a politiche di bilancio tese ad assicurare, nel medio periodo, la sostenibilità del debito, incrementando allo stesso tempo gli investimenti. Per il lavoro la vaghezza degli obiettivi e soprattutto deI percorso finalizzato a perseguirli suscita non pochi dubbi sulla sua idoneità a soddisfare le condizioni poste dalla Commissione per la concessione dei fondi. Dobbiamo aver ben chiaro che le risorse ci saranno se avremo delineato obiettivi e strumenti,tempi in cui spenderli senza pensare che nell’indeterminatezza si possa contare per una confusione di fondi che sappiamo ben diversi e molti preesistenti con un limite macroscopico di NON averli saputi impegnare e spendere .Le questioni irrisolte che il PNRR non affronta  sono precisamente 3: a) il conflitto tra Stato e regioni che sono la base per costruire una riforma efficace dei servizi per il lavoro. Dunque la competenza concorrente tra Stato e Regioni in questa materia è caotica  al punto tale che se pur è previsto che sia lo Stato a definirne i livelli essenziali spetta poi alle Regioni la governance e l’erogazione dei servizi. Invece ogni regione fa come crede e abbiamo altrettanti sistemi informativi e servizi così non si armonizzano gli standard e i costi sono moltiplicati e non si monitora sul territorio l’offerta e la domanda di lavoro. La questione si risolve se le regioni si accordano con lo Stato nazionale per un unico sistema con precisi livelli gestionali, misure, finanziamenti. b) Il progetto Garanzia occupabilità lavoratori (Goal): l’obiettivo del Pnrr è erroneamente di  sottoporre i lavoratori e lavoratrici a percorsi già falliti precedentemente: prendere in carico i disoccupati dai centri per l’impiego,bilancio di competenze,orientamento professionale,corsi formativi .L’ordinaria e fallita routine si trasforma in un obiettivo già corrente e debolissimo. La Commissione NON finanzia spese correnti e vuole innovazione e incentivazione legate agli inserimenti lavorativi e dunque anche formazione innovativa per inserire al lavoro. c )E qui c’è il grande problema : gli enti decotti  di formazione senza qualità ed efficacia : vanno fatti criteri rigorosi per la selezione degli enti  ,criteri di accreditamento e valutazione e finanziamento e impatto. Abbiamo bisogno di competenze tecniche per la formazione professionale e creare competenze tecniche per l’incontro domanda e offerta . Poi nel PNRR ci sono le regole amministrative –ridondanti e pletoriche- ma non i tempi di attuazione come quando perdiamo la possibilità di usare i Fondi comunitari : questa volta non si può e tutte le amministrazioni sono chiamate a rispettare obiettivi contenuti tempi. E dunque bisogna chiarire i targhet, gli interventi, valutazione sull’andamento delle risorse e dell’occupazione  sulla dinamica della produttività e sull'efficienza dell'offerta dei servizi pubblici. La Commissione, come  le linee guida pubblicate Venerdì 22 Gennaio, attribuirà una grande importanza alla circostanza che siano indicati tappe ed obiettivi specifici, misurabili, raggiungibili, realistici e con scadenze precise. Conseguentemente, occorre avviare importanti investimenti sulle competenze professionali, ad incominciare dall’utilizzo delle tecnologie digitali. I giovani rappresentano una priorità e non si possono rinviare riforme e misure specifiche che consentano di superare alcune criticità strutturali del nostro Paese che riguardano il mismatch tra la domanda e l’offerta di lavoro che si traduce in un mismatch tra le competenze richieste dal mondo del lavoro e quelle acquisite nel sistema educativo, la carenza nelle competenze STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), le basse percentuali di raggiungimento dei titoli di studio secondari e terziari e, infine, livelli preoccupanti di abbandono precoce degli studi. Mancano operai metalmeccanici ed elettromeccanici,  specializzati nelle industrie del legno e della carta, operai specializzati e conduttori di impianti tessile, abbigliamento e calzature,  in edilizia e manutenzione degli edifici, conduttori di mezzi di trasporto. Per fronteggiare la crisi, le MPI hanno intensificato l’utilizzo delle tecnologie digitali e i trend di lungo periodo stimano che tra il 2020 e il 2024 le imprese richiederanno il possesso di competenze green e digitali sia di importanza intermedia che elevata. Sulla digitalizzazione imprese, appare essenziale rafforzare la transizione 4.0, facilitando gli accessi soprattutto per le PMI e selezionando gli incentivi con priorità per investimenti in innovazione. La digitalizzazione deve essere lo strumento per una rinnovata politica industriale orientata alla sostenibilità, e su questo punto il Piano non mostra ancora una impostazione adeguata e organica, mancando quella visione comprensiva delle proposte sparse nelle diverse missioni che darebbe un’idea chiara del progetto-Paese che si intende realizzare. Carente appare la parte della missione dedicata alla internazionalizzazione, specie con riferimento al sistema delle PMI. Andrebbe con chiarezza indicato su quali imprese si intende puntare per rispondere alle nuove domande collettive  Nella direzione di superare queste criticità debbono essere focalizzate le prospettive di ripresa del nostro Paese per una istruzione e formazione dei giovani, ma anche dei lavoratori che dovranno aggiornare/acquisire nuove competenze, per rispondere al mercato del lavoro.  Va avviata una riforma del sistema di orientamento che consenta di guidare i giovani e le loro famiglie verso percorsi formativi che tengano conto da un lato delle attitudini e propensioni personali e dall’altro delle prospettive occupazionali e di lavoro futuro.   Un orientamento efficace e strutturato in tutto il percorso formativo ma con una attenzione specifica nei momenti di passaggio da un ciclo di studi ad un altro (tra le scuole medie e le superiori e tra le superiori e l’università) consentirebbe di contrastare alcuni fenomeni preoccupanti come il mismatch di competenze e la dispersione scolastica. L’attività di orientamento va affidata ad orientatori specificatamente formati e aperta agli stakeholder  aziendali e al territorio di riferimento. Inoltre, per aumentarne la profittabilità dovrebbe implicare anche una efficace attività di informazione/comunicazione capace di far conoscere realtà formative ancora poco note (ITS) o sulle quali gravano pesanti pregiudizi (Istituti Professionali e Istruzione e Formazione Professionale -IeFP), al fine di farne conoscere le potenzialità. La formazione professionale, infatti, rappresenta ancora una scelta residuale, come dimostrato dai primi risultati sulle iscrizioni all’anno accademico 2021/2022 pubblicati dal Ministero dell’Istruzione e dai quali emerge come i Licei, con il 57,8% delle preferenze, si confermino in testa alle scelte delle studentesse e degli studenti. Seguono gli Istituti tecnici, con il 30,3% delle iscrizioni (30,8% un anno fa), e i Professionali, scelti soltanto dall’11,9% degli studenti (12,9% lo scorso anno). Fondamentale  rilanciare  l’alternanza scuola lavoro che, insieme all’apprendistato duale,  porta ad un rinnovato rapporto tra scuola e lavoro a uno stretto collegamento con i sistemi produttivi strategici dei territori per una facile transizione nel mondo del lavoro, potenziando le attività didattiche laboratoriali professionalizzanti , investendo sugli ITS Favorire l’inclusione delle micro e piccole imprese nella ricerca Integrare i programmi di sostegno alla ricerca con misure specifiche per le MPI, sfruttando al massimo le loro capacità creative ed adattive che ben si conformano allo sviluppo permanente dei territori, nei tantissimi campi in cui queste operano. Rafforzando  il sostegno manageriale al “sistema complesso” dell’artigianato e della piccola impresa italiana, che necessita di attività di consulenza, formazione, riorganizzazione, attraverso: figure che abbiano un rapporto quotidiano con i problemi delle imprese (come i Digital Innovation Hub); realtà di consulenza (come gli Innovation Manager); altri soggetti in grado di esprimere un potenziale ancora inutilizzato in termini di competenze (come gli ITS o l’alta formazione locale), in una logica di network reale che lavori quotidianamente con le imprese.  E’ necessario, infatti, rilanciare non soltanto i comparti industriali considerati core, ma anche tutte le attività capaci di rimettere in moto, in modo non episodico o occasionale ma permanente, la crescita. Occorre al contempo far leva sulla famiglia e sulle comunità interventi che favoriscano il caregiver ovvero il prendersi cura, dispiegando il potenziale ancora in gran parte inespresso in grado di trasformare le reti informali di solidarietà in infrastruttura stabile e occasione di sviluppo economico e sociale.  Di fronte ad una situazione di scambi sempre più consistenti tra sistemi “a rete”, il Mezzogiorno deve poter finalmente colmare il gap con il resto del Paese intervenendo certamente nella realizzazione delle infrastrutture fondamentali per lo sviluppo, ma anche con interventi in grado di colmare il rapporto tra dorsali e prossimità, attraverso un’innervatura periferica delle infrastrutture e il completamento e il rafforzamento delle dotazioni già esistenti. Anche per lo sviluppo del Sud, è necessario riconoscere la giusta centralità al sistema di impresa diffuso e di mPMI. Favorire l’inclusione delle PMI nell’ambito delle misure che verranno adottate nell’ambito del PNRR e nella fase di programmazione dei fondi di coesione significa porre attenzione alla definizione di progetti e bandi improntati alla «accessibilità» delle imprese, soprattutto micro e piccole, senza porre limiti o barriere alla partecipazione delle PMI e dimensionando i bandi in modo aggredibile e sostenibile, mantenendo un mix di intervento composto da fondo perduto e altri strumenti agevolativi. Al centro della ripartenza va messa la centralità del lavoro: risorse ed energie importanti vanno allocate per creare impresa, lavoro vero e di qualità, come quello delle PMI. Gli effetti della pandemia sul mercato del lavoro sono stati pesantissimi, con un impatto particolarmente concentrato sui giovani, è necessario che gli obiettivi di policy siano declinati in concrete azioni per rimuovere gli ostacoli che scoraggiano le imprese ad assumere. Da tale punto di vista la prima naturale misura per contrastare la forte decrescita del tasso di occupazione giovanile è quella di investire sulle competenze professionali puntando sull’apprendistato. Ridurre il mismatch di competenze significa intercettare i reali fabbisogni delle imprese e sostenerle concretamente nell’investimento sulla formazione on the job, incentivando il ricorso all’apprendistato non solo duale ma anche professionalizzante. Dal punto di vista normativo, invece, è necessario creare un clima di fiducia all’interno delle imprese, attraverso misure giuste e non punitive per gli imprenditori e le loro aspettative: ciò significa, in primo luogo, abbandonare l’attuale rigido assetto regolatorio dei contratti a termine. In tema di politiche attive il rilancio del sistema non può passare attraverso l’ennesima riforma autoreferenziale del sistema pubblico. L’efficacia del sistema va perseguita con il rafforzamento della sussidiarietà, tramite la collaborazione di tutti gli attori coinvolti (Fondi Interprofessionali; operatori privati del mercato del lavoro) a cui vanno tuttavia garantite risorse adeguate. Da tale punto di vista, dal momento che la formazione è chiamata a svolgere un ruolo determinante nel rilancio della crescita, nel recupero della competitività e nel ristabilimento dei livelli occupazionali, va quantomeno eliminata la previsione normativa (L. n. 190/2014, art. 1, comma 722) che ha disposto, a decorrere dal 2016, il prelievo di 120 milioni annui a valere sulla quota di risorse destinate ai Fondi Interprofessionali. Sul fronte delle politiche attive appare inoltre necessario rafforzare ed implementare strumenti quali il Fondo Nuove Competenze: si tratta, infatti, di uno strumento del tutto nuovo di politica attiva, alternativo al normale sistema degli ammortizzatori sociali, volto a consentire la graduale ripresa dell’attività dopo l’emergenza sanitaria, innalzando il livello del capitale umano nel mercato del lavoro. Per tale ragione, è necessario in primo luogo consentire alle imprese, soprattutto di piccole e medie dimensioni, di accedere alle risorse nel corso dell’intero 2021: la proroga al 30 giugno, disposta dal Decreto Interministeriale del 22 gennaio u.s., non risolve appieno le criticità di accesso al Fondo dato il ristretto lasso temporale intercorrente tra la pubblicazione del Decreto, avvenuta il 12 febbraio 2021, ed il nuovo termine per la presentazione delle domande. Resta, inoltre, la necessità di individuare meccanismi che consentano un più facile accesso al Fondo da parte delle imprese di piccole e medie dimensioni, anche riconoscendo alle imprese di minore dimensione una disponibilità specifica delle stesse risorse, sulla scorta di quanto fatto con successo per altre misure (ad esempio, credito di imposta formazione 4.0). In merito agli altri strumenti di politica attiva, in seguito al ripristino dell’assegno di ricollocazione anche per i soggetti disoccupati - percettori di NASpI o DIS – COLL - o che siano collocati in cassa integrazione, l’esigenza è quella di rendere nuovamente operativo, in tempi brevi, questo strumento individuando modalità di erogazione dell’assegno il più possibile semplificate ed efficaci. In tale contesto, in raccordo con le politiche attive può essere inserita una riforma degli ammortizzatori sociali che ne garantisca l’universalità, valorizzando le specificità esistenti, come quella dei Fondi di solidarietà bilaterali, fra cui quello dell’artigianato (FSBA) e usando i fondi bilaterali per aumentare l’accesso ai congedi parentali.  Favorire l’inclusione delle mPMI nell’ambito delle misure che verranno adottate nella fase di programmazione dei fondi di coesione ed in particolare definire progetti e bandi improntati alla «accessibilità» delle imprese, soprattutto micro e piccole, senza porre limiti o barriere alla partecipazione delle PMI e dimensionando i bandi in modo aggredibile e sostenibile, mantenendo un mix di intervento composto da fondo perduto e altri strumenti agevolativi.  Rafforzare in termini quantitativi e qualitativi l’offerta di servizi pubblici essenziali in tutti i settori della Pubblica Amministrazione , anche per recuperare il differenziale tra Mezzogiorno e resto del Paese legato al funzionamento della pubblica Amministrazione e dei Servizi Pubblici Essenziali come l’istruzione, la giustizia civile, la sanità, gli asili, l’assistenza sociale, il trasporto locale, la gestione dei rifiuti, la distribuzione idrica, che si pongono ad un livello qualitativo notevolmente insufficiente ed inferiore rispetto al centro Nord.Attenzione deve essere dedicata all’imprenditoria femminile (l’Italia è prima in Europa per donne occupate indipendenti con 218.847 imprese artigiane a conduzione femminile) cogliendo questo momento come opportunità per incrementare la partecipazione delle donne nel mercato del lavoro. A tal fine si rende opportuno non solo incentivare la creazione di micro e piccole imprese guidate da donne ma anche individuare strumenti per rafforzare la competitività e l’accesso al credito di quelle esistenti. In tale contesto le misure già previste nella Legge di Bilancio per il 2021 (Fondo a sostegno dell’impresa femminile con stanziamento di 20 mln. di euro per ciascuno degli anni 2021-2022) vanno rese strutturali ed incrementate notevolmente nella dotazione e non lasciate ala bontà delle leggi di bilancio annuali. Allo stesso tempo bisognerà intervenire con misure ad hoc per la conciliazione vita-lavoro delle imprenditrici, prevedendo in tal senso un’integrazione di quanto già inserito nel Family Act con  misure per l’empowerment femminile e per la promozione dell’imprenditorialità. E’ necessario, infatti, coniugare l’incremento della natalità con quello di aumentare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Una politica, senza essere interconnessa all’altra, con la conseguente necessità di incrementare i servizi connessi alla genitorialità a partire dagli asili nido, non consentirebbe al nostro Paese di raggiungere gli obiettivi europei.

 Istruzione, formazione, ricerca e cultura.  Il PNRR , rispetto alla prima versione, ha aumentato i fondi destinati ai settori istruzione, formazione, ricerca, che complessivamente superano i 34 miliardi (inclusi tutti gli strumenti finanziari europei e il ciclo di programmazione 2021-26). È parimenti condivisa la scelta delle due componenti in cui si articola il perseguimento della missione (“potenziamento della didattica e diritto allo studio” e “dalla ricerca all’impresa”) e in particolare l’investimento sulla prima, strategica componente di quasi 21 miliardi, cioè il 60% delle risorse dedicate alla missione. Importante la necessità di intervenire sulla scuola dell’infanzia (segmento 0-6 anni), che deve uscire dalla logica dei servizi a domanda individuale da parte delle famiglie, ed essere a tutti gli effetti stabilmente collocata in funzione formativa in continuità con i successivi cicli scolastici. Positivo appare dunque l’inserimento del “piano asili nido” all’interno della missione istruzione, come pure condivisa è la scelta di potenziare le scuole dell’infanzia e le sezioni primavera. Occorre continuare a lavorare per rendere la scuola dell’infanzia universale e soprattutto obbligatoria, funzionale alla continuità della funzione formativa e ad una portata sociale, in termini di pari opportunità per i bambini e per le famiglie, di cui il Paese ha urgente bisogno. I grandi problemi della riduzione dei divari fra territori e dell’abbandono scolastico richiederebbero, piuttosto che singoli interventi sulle materie di insegnamento, una strategia ampia orientata ad estendere il tempo scuola per recuperare il deficit di apprendimento che si è drammaticamente acuito a causa della pandemia e del conseguente ricorso alla didattica a distanza, e a rafforzare l’orientamento anche nella scuola secondaria di primo grado, oltre che di secondo grado. In merito alle competenze STEM,  è condivisibile la linea di azione, che tuttavia risente di una certa genericità, laddove i confronti con gli altri Paesi europei evidenziano un deficit drammatico di competenze STEM che non riguarda solo lo “stereotipo” della scarsa partecipazione femminile e richiederebbero l’individuazione tempestiva di obiettivi definiti e misurabili. La riforma del sistema di reclutamento dei docenti, annunciata nel Piano, appare priva di previsioni che modifichino le esistenti farraginose procedure concorsuali e soprattutto di misure volte a rispondere al massiccio annoso ricorso al precariato. Su questo, come sulla riforma del sistema di formazione in servizio per il personale della scuola, esprimo perplessità con specifico riguardo allo strumento legislativo  che interverrebbe sullo sviluppo della carriera e su altre prerogative del rapporto di lavoro disciplinate dal contratto collettivo.  Abbiamo bisogno di un piano di formazione e istruzione che si prolunghi per tutto l'arco della vita, e che abbandoni la logica delle competenze frammentate, gerarchiche, lineari; - la riforma dell’orientamento, da potenziare nella scuola di I e II grado; - l’acquisizione di un livello di istruzione superiore rispetto a quello attualmente in possesso in due passaggi in particolare: step dalla scuola dell’obbligo al completamento del percorso della secondaria di secondo grado; step dalla secondaria di secondo grado a un percorso di alta formazione. - un robusto piano nazionale per la promozione del sistema degli ITS, capace di far uscire il modello dalla fase di sperimentazione e di realizzare il traguardo di riuscire a coinvolgere un numero di studenti pari a 150.000 (oggi sono circa 15.000). Su quest’ultimo punto il PNRR prevede un finanziamento di 2,25 miliardi, destinati all’incremento dell’offerta formativa, della partecipazione delle imprese e della dotazione strumentale, con l’attivazione di una piattaforma digitale destinata agli studenti che cercano offerte di occupazione. Qui si segnala l’assenza di interventi mirati a una programmazione regionale degli istituti che appare necessaria per contrastare la disomogeneità sul territorio, mentre perplessità si manifesta rispetto a una certa confusione/sovrapposizione fra sistema degli ITS e le lauree professionalizzanti introdotte nel Piano. Un utile e auspicabile intervento di armonizzazione nazionale dovrebbe riguardare i programmi di formazione degli istituti tecnici e professionali, superando la frammentazione regionale e uscendo dalla logica dell’inseguimento delle esigenze di manodopera delle singole imprese sul singolo territorio. La crisi sanitaria ha solo rallentato un processo di mobilità nella formazione superiore a livello internazionale, all’interno del quale il sistema italiano della formazione superiore nelle arti, nell’architettura e nel progetto creativo ha dimostrato enormi potenzialità di internazionalizzazione sia come capacità di attrazione, in particolare sul secondo e terzo livello, degli studenti stranieri, sia come capacità di sviluppo all’estero. Bisogna dare vita ad un progetto di internazionalizzazione dell’alta formazione italiana nell’ambito delle arti, dell’architettura e del design, la cui premessa sarebbe costituita da un’opportuna integrazione/federazione tra AFAM e Dipartimenti di architettura e design, una cooperazione capace di dare vita ad una nuova aggregazione istituzionale che potrebbe evolvere in direzione di una Università delle arti, dell’architettura e del design. La componente “dalla ricerca all’impresa” coglie il nesso tra sviluppo e investimenti in ricerca e sviluppo e riconosce la necessità di favorire i processi di trasferimento tecnologico delineando modelli di partnership di cui il Paese è attualmente sprovvisto. Va riconosciuto un importante finanziamento con il quale si tenta di arginare il sostanziale divario fra la quota di PIL italiano spesa in ricerca (1,4%) e la quota media dei Paesi OCSE (2,4%).  Non si può tuttavia non rimarcare come gli interventi delineati nel Piano siano animati da un orientamento di fondo che inquadra la ricerca in un’ottica di “prodotto”.  Invece  occorre un forte investimento nella ricerca di base, quella che si svolge nelle università e negli enti pubblici di ricerca, e soprattutto in un sistema di governance unitaria del sistema che sia capace di introdurre una politica unitaria della ricerca, possibilmente in linea con le strategie di sviluppo e l’idea di Paese che si intende realizzare. Un tale sistema consentirebbe di superare anche l’annosa questione del reclutamento di nuovi ricercatori e della stabilizzazione di quelli precari.

Equità sociale, di genere e territoriale. L’inclusione sociale rappresenta nel Piano uno dei tre assi strategici di rilancio del Paese. I forti squilibri economici e sociali e le marcate diseguaglianze rendono, infatti, la crescita non sostenibile, anche a causa di carenze nelle politiche sociali e nelle politiche per la famiglia. Il binomio  è quello degli investimenti sorretti da riforme di sistema. Vi sono dunque carenze da colmare sul fronte "infrastrutture sociali, famiglia, comunità e terzo settore" Le risorse allocate per il settore dei servizi sociali e per la famiglia, sono insufficienti (poco meno di 4 miliardi, a fronte dei 41,86 destinati al capitolo “infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore”). La radicalizzazione di situazioni di povertà, l’espansione di disagio economico e sociale conseguenti alla pandemia, l’invecchiamento della popolazione e le modificazioni dei profili familiari, determineranno una crescita della domanda dei servizi locali, cui sono destinate risorse largamente al di sotto della media europea. Inoltre, sono ragionevolmente prevedibili crescenti difficoltà a causa degli squilibri nei bilanci dei Comuni. Anche per questo, va assunto l’impegno a strutturare e riequilibrare (e non solo rafforzare) la rete dei servizi sul territorio nazionale che si rileva fragile e disomogenea. Ciò innanzitutto definendo normativamente per tutte le platee di bisogno i livelli essenziali delle prestazioni sociali (LEP), per renderli esigibili nel periodo di vigenza del PNRR e coperti da adeguate risorse finanziarie. Ciò anche al fine di rendere efficaci gli strumenti di monitoraggio e "messa a terra" dei progetti. Va indicata come prioritaria una riforma dell’assistenza alle persone non autosufficienti, attraverso una legge quadro nazionale, come condizione essenziale per potenziare e riorganizzare strutturalmente l’intero sistema della long term care sviluppando l’integrazione sociosanitaria e la domiciliarità. Tale missione ha implicazioni trasversali nella riduzione dei divari sociali e nell’empowerment di donne e giovani, nel sostegno alla creazione di nuova occupazione e alla realizzazione delle transizioni occupazionali che si renderanno necessarie dopo lo shock pandemico e a seguito delle grandi trasformazioni ecologica e digitale, che chiederanno massicci spostamenti di produzioni e di risorse umane fra settori vecchi e nuovi. Le politiche del lavoro sono un test decisivo per il successo di tutto il Piano. Abbiamo tre aree critiche: la scarsa disponibilità di servizi per la prima infanzia, soprattutto nel Meridione e nei primi due anni di vita del bambino, l’insufficienza di investimenti in politiche per la conciliazione, la rigidità delle scelte di organizzazione del lavoro delle imprese. Inoltre, l’aumento della propensione a rivolgersi all’asilo nido continua a dipendere drammaticamente dalla diffusione ampia e consolidata delle strutture e dal reddito familiare:  e la funzione educativa dei servizi formali per l’infanzia e il ruolo che svolgono nella riduzione del disagio e delle disuguaglianze di partenza, divengono via via meno forti laddove più servirebbero e cioè dove ci sono bassi redditi. Dovrebbe essere dato maggiore risalto al tema della disabilità,  individuando  azioni specifiche  volte a garantire l’equità di accesso alle prestazioni e tutela dei più fragili e degli emarginati . La pandemia, infatti, ha colpito in maniera pesante le popolazioni più vulnerabili (anziani, disabili, malati cronici, ecc.), che costituiranno peraltro platee in crescita nel futuro, per cui è necessario intervenire con un approccio multidimensionale e con misure coordinate per garantire a questi target di popolazione il pieno diritto alla salute ed al benessere. Le azioni da intraprendere  andando oltre all’ambito del progetto “Casa della comunità” individuato nel PNRR - sono : - riorganizzare il complesso sistema della LTC (long term care) per le persone disabili e non autosufficienti, anche attraverso una normativa quadro nazionale che garantisca omogenei livelli assistenziali superando l’attuale dispersione e frammentazione delle misure; - potenziare l’assistenza alle persone non autosufficienti e con disabilità prioritariamente nel proprio contesto di vita e per promuoverne la vita indipendente, anche con l’assistenza sociosanitaria domiciliare e semiresidenziale; - ampliare il lavoro di cura domiciliare e rafforzare il ruolo dei caregiver  rendendo strutturale il fondo Caregiver della Legge del 2017  e prevedere misure di sollievo e sostegno alle famiglie; - qualificare le strutture residenziali sociosanitarie e socio-assistenziali, intervenendo sulle regole di accreditamento delle strutture private, i requisiti organizzativi, strutturali e tecnologici, gli standard quanti-qualitativi del personale, i controlli e la partecipazione sociale; - qualificare e rafforzare i Dipartimenti di Salute Mentale, per colmare le carenze strutturali presenti in molte aree del Paese e potenziare i centri per la neuro psichiatria infantile, per l’adolescenza e i giovani adulti. investire in azioni per migliorare la promozione, cura e riabilitazione delle persone detenute e degli operatori penitenziari; - aggiornare e dare piena attuazione al Piano nazionale di governo delle liste di attesa.Sempre in questa missione una particolare attenzione va data alla questione femminile che è anche di genere. Per quanto riguarda il Recovery Fund registriamo una iniziativa internazionale della Parlamentare Ue Alexandra Geese, per chiedere alla Commissione e al Consiglio Europeo che almeno la metà del Fondo per la ripresa e la ricostruzione sia destinata alle donne. In Italia le adesioni sono state moltissime e tutte allineate per rendere più giusto e a misura di donne e uomini il nostro Paese, attraverso alcune priorità: la realizzazione e il rafforzamento delle infrastrutture sociali per la cura della prima infanzia (asili nido) e quella familiare in generale (anziani e non autosufficienti); il rilancio dell’occupazione femminile, anche attraverso politiche fiscali che favoriscano l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro; il sostegno all’imprenditoria femminile, soprattutto attraverso un accesso al credito garantito; la messa in campo di misure efficaci ed efficienti per la diminuzione del gender pay gap. Mario Draghi nel suo intervento programmatico in Parlamento ha parlato di “farisaico rispetto delle quote” ma la questione femminile riguarda anche la sistematica marginalità delle donne nei luoghi e processi in cui si prendono le decisioni che incidono sulla vita e le chances loro e di tutti. Sembra quasi che il Presidente  sottovaluti  che esistono discriminazioni di genere, a parità di competenze, sia nel mercato del lavoro, sia nella selezione delle persone che vanno ad occupare posizioni di potere decisionale, che nulla hanno a che fare con la famiglia. Parità di condizioni competitive significa anche non discriminazione,  e mantenere unite, nello stesso ministero peraltro senza portafoglio, le pari opportunità e la famiglia non è un buon segno, pur nella incredibile moltiplicazione di ministeri come quello sulla disabilità nel quale convivono molteplici discriminazioni.

IL Piano italiano del Recovery è poi un mistero per la questione femminile : tre bozze l’ultima approvata dal cdm il 12 gennaio  dal Consiglio dei ministri, in cui la "Parità di genere" scompare dal titolo sia della Missione 5, rinominata "Inclusione e coesione", sia della sua Componente specifica, M5C1, anzi viene trasferita la posta di bilancio "Piano nidi e servizi prima infanzia" alla Missione "Istruzione e ricerca", e il Pnrr non dedica alla promozione della donna nel mercato del lavoro risorse significative. A parte i 400 milioni ancora allocati all'imprenditorialità femminile, rimane per le dipendenti solo una voce esplicita,affiancata e mettondole  insieme le «nuove assunzioni di donne e di giovani e la fiscalità di vantaggio per il lavoro al Sud»,già previste esattamente da almeno una decina di anni  attraverso le leggi di bilancio ,non allocandovi neppure un euro dei 196 miliardi totali del Pnrr, né dei quasi 210 miliardi previsti per progetti "in essere" e "nuovi" che provengono dagli altri fondi e in particolare dal fondo sociale europeo. Infatti, tale voce si finanzia per 4,47 miliardi unicamente con il React Eu, cioè con fondi europei che si aggiungono ai programmi già vigenti di coesione e sono pensati dall'Ue per aiutare le regioni più danneggiate dalla pandemia, dunque a copertura di misure urgenti di breve termine nel Mezzogiorno, non di strategie di lungo corso per l'ammodernamento strutturale del Paese. Mancano  così le risorse per l’occupazione femminile,per le difficoltà di accesso e di carriera,  per la forzata inattività, i grandi differenziali retributivi,la segregazione,la discriminazione. Vi sono genericamente annunciate risorse per la famiglia ( family act) e i nidi . Basterebbe una mera redistribuzione dell'occupazione a favore delle donne per accrescere la produttività  italiana, ma il nuovo coronavirus ha comportato quest'anno una redistribuzione in senso opposto. Nel recupero di breve e lungo periodo che l'Italia deve realizzare con il Piano, bisognerebbe dunque puntare ad aumentare l'occupazione totale e quella femminile in particolare. Non serve  trattare il problema della parità di genere come fosse prevalentemente una questione di equità e di coesione,  è prima di tutto  un tema di ammodernamento del Paese,  e per le italiane  ritenere che  i problemi nel mercato del lavoro vengano particolarmente dal lato dell'offerta, dall'insufficienza delle competenze o dalla mancanza di tempo libero per carenza di nidi, asili o strutture sociali di cura, è fortemente riduttivo perché  in Italia il principale problema è la domanda di lavoro, in ragione della segregazione orizzontale e verticale e della discriminazione che non consente a tantissime donne di entrare e rimanere nel mercato del lavoro. l'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere (EIGE) ha segnalato nuove scoperte sull'impatto della crisi del coronavirus sulla parità di genere in Europa. Dalla perdita di posti di lavoro e dalla riduzione dell'orario di lavoro ai picchi di violenza domestica e ai consulenti dei presidi per la sicurezza sopraffatti, gli effetti della pandemia hanno colpito più duramente le donne. Grave perdita di posti di lavoro nelle professioni dominate dalle donne .Durante la prima ondata di pandemia, l'occupazione femminile si è ridotta di 2,2 milioni in tutta l'UE. Le donne che lavoravano nel commercio al dettaglio, nell'alloggio, nell'assistenza residenziale, nel lavoro domestico e nella produzione di abbigliamento hanno subito pesanti perdite di posti di lavoro : rappresentavano la maggior parte della forza lavoro in questi settori e il 40 per cento di tutti i posti di lavoro persi dalle donne durante la crisi erano in queste professioni. “ L'Europa si riprenderà, finché l'uguaglianza di genere sarà al centro delle misure di ripresa. In una piccola vittoria per la parità di genere, gli Stati membri dovranno dimostrare come i loro piani di ripresa economica promuovano la parità di genere al fine di accedere al fondo di recupero dell'UE.”  Ursula von der Leyen  .      ALESSANDRA SERVIDORI

 

SERVIDORI SERVIDORI   

Oggi 8 marzo tanti contributi e domani 9 Marzo Audizione in Senato PNRR

DA ALESSANDRA   alle amiche di TutteperItalia

UN 8 MARZO IMPEGNATISSIMO: tante riflessioni sui  giornali

e  domani 9  marzo 2021 Audizione in Senato su PNRR

https://angelipress.com/component/k2/un-8-marzo-dalla-parte-delle-donne-che-arrivano-nel-nostro-paese-202103051129 Dalla parte delle donne immigrate e dei loro figli

https://www.startmag.it/blog/pnrr/ La questione femminile e tanta confusione nel PNRR

https://www.ilsussidiario.net/news/ 8-marzo-lavoro-una-festa-della-donna-piena-di-urgenze-e-ritardi/2140226/  

Alessandra Servidori    Ricostruire dalla parte delle donne Il Resto del Carlino  Bologna 8 marzo 2021

https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/ricostruire-dall-uguaglianza-di-genere-1.6106695

Un 8 marzo di ricostruzione ?Non ancora

https://www.startmag.it/blog/pnrr/

Alessandra Servidori                        8 marzo di ricostruzione ?Non ancora

Questo 8 marzo 2021  durante la tempesta del Covid  in corso è ancora più inesorabile per le donne e mentre in Francia la ricerca della nuova Marianna alleggerisce la tensione , la perdita di posti di lavoro e i picchi di violenza domestica  colpiscono ancora più duramente le  italiane.

Durante la prima ondata di pandemia, l'occupazione femminile si è ridotta di 2,2 milioni in tutta l'UE. Le donne che lavoravano nel commercio al dettaglio, nell'alloggio, nell'assistenza residenziale, nel lavoro domestico e nella produzione di abbigliamento hanno subito pesanti perdite di posti di lavoro. Rappresentano la maggior parte della forza lavoro in questi settori e il 40 per cento di tutti i posti di lavoro persi dalle donne durante la crisi erano in queste professioni.  La grave perdita di posti di lavoro nelle professioni dominate dalle donne in Italia è parzialmente frenata dal blocco dei licenziamenti ma basta guardare il resoconto delle dimissioni cd volontarie per capire che la pandemia ci ha tagliato le gambe e la tragedia sarà ancora più potente quando si sbloccheranno i licenziamenti in fabbriche in coma. I dati Istat sono spietati e ciò dimostra che l'impatto economico della pandemia sta avendo effetti più duraturi per le donne. Le pressioni sull'equilibrio tra vita professionale e vita privata sono aumentate per le donne,la pandemia ha mostrato il potenziale di una forza lavoro digitale, ma il telelavoro ha anche aumentato i conflitti di equilibrio tra vita professionale e vita privata, in particolare per le lavoratrici con bambini piccoli di età compresa tra 0 e 5 anni. Nonostante gli uomini potranno assumersi più responsabilità di assistenza di prima, anche attraverso il pur piccolo aumento dei congedi, la quota delle donne nel lavoro non retribuito è aumentata. La scolarizzazione online rappresenta una nuova forma di assistenza non retribuita per i genitori, in particolare per le donne che sono più coinvolte nell'aula virtuale con bambini,perchè le madri devono affrontare le interruzioni dei bambini più spesso dei padri durante il telelavoro. Le distrazioni costanti e le responsabilità di assistenza extra per le donne riducono la loro produttività e potrebbero ridurre la progressione di carriera e la retribuzione. Registriamo  anche misure di sostegno inadeguate per le vittime di violenza domestica e questa forma di sopraffazione durante la pandemia ha anche visto un aumento delle segnalazioni e dei delitti anche perché durante la prima ondata di blocchi in tutta Europa, il personale di rifugio e consulenza è stato drammaticamente sfinito a causa dell'aumento della domanda, e spesso si sentiva inesperto nel fornire supporto remoto ed era preoccupato per la riservatezza delle vittime. I servizi di sostegno, come i rifugi e le hotline di consulenza, hanno bisogno di maggiori finanziamenti da parte degli Stati membri per garantire alle vittime un accesso gratuito e 24 ore su 24 al sostegno. Dichiarare questi servizi "essenziali" è anche importante in quanto consente loro di continuare a funzionare, anche durante il blocco. Per essere meglio preparati a una crisi futura, l'azione per combattere la violenza di genere deve far parte di una strategia più ampia e a lungo termine sulla prevenzione delle catastrofi e delle crisi.Così come la questione dell’occupazione femminile.In Italia  la Sars ha prodotto una perdita record di occupazione soprattutto di lavoratrici e dunque bisogna che il Pnrr sia tarato per investire le risorse in arrivo dalla ue tanto in interventi a sostegno della ripresa economica quanto in politiche attive per il lavoro e mirate tra le altre cose a ricollocare l’oltre milioni di disoccupati,perlopiù donne con cui il paese dovrà inevitabilmente confrontarsi già al venir meno della cig e dello stop ai licenziamenti. Le donne  hanno perso 312.000 posti di lavoro,pari al 70% dell’occupazione venuta a meno a seguito dell’emergenza sanitaria e l’andamento delle attivazioni hanno subito un calo enorme da quello degli uomini addirittura meno 2%. Per la popolazione femminile dunque bisognerà metter nel PNRR uno sforzo gigantesco per riavvicinare il gap tra domanda e offerta anche di nuove figure professionali e servirà affiancare capacità tecniche di formazione ed erogazione di servizi  per facilitare l’occupabilità ovviamente mettendo in un sistema integrato sul territorio servizi  pubblici/privati per la prima infanzia e per la cura dei non autosufficienti, servizi per la riqualificazione professionale,servizi di accompagnamento al lavoro con decisioni chiare,percorsi attuativi rapidi,esecutori certi,finanziamenti assicurati.  Per ricostruire bisogna mettere risorse e dunque riposizionare la terza bozza del PNRR perché l’attenzione per l’occupazione e la questione femminile non sia “farisaica” come appare oggi in un PNRR confuso e indeterminato.

 

E Draghi fece ORDER! e altro ancora

Alessandra Servidori      startmag  3 marzo    e  Radio in blu 4 marzo  https://www.radioinblu.it/streaming/?vid=0_bk6uu1hl

 E Draghi fece Order

Di questa peste del 2020 sappiamo ancora poco, molto poco, e i tentativi per capire sono faticosi perché la scienza non riesce ancora ad inquadrare la genesi della sars covid 19.I grandi e i piccoli quotidiani fanno sforzi immani con risultati molto modesti, d’altronde la divulgazione scientifica è complicata quando abbiamo qualche notizia in più su determinate pandemie, figuriamoci con questa. In televisione molto spesso vediamo i giornalisti che invitano uno scienziato nella fattispecie sovente una/un virologo, gli fanno dire due parole,poi se appena cerca di dire qualche parola di più significativo,gli tolgono la parola di bocca e passano ad altro. Non è così che si informano e tantomeno si educano le persone ad un rapporto serio con la scienza. Chiaro che un quotidiano, rivista o un programma televisivo non sono mezzi di divulgazione (come ce ne sono di ottimi), ma non dovrebbero limitarsi di fare alla scienza una riverenza di facciata e i giornalisti dovrebbero essere più attenti quando trattano argomenti che non padroneggiano. L’appassionante,paradossale e un po’ folle vicenda che stiamo vivendo di una pestilenza non ancora identificata con sicurezza  e l’impotenza dei medici incapaci di curare ciò di cui non conoscono la causa è la pura verità ,e la raccomandazione di un regime di vita isolato e di una igiene accurata in buona sostanza è un consiglio saggio. Le epidemie comunque spesso sono la causa di  forme gravi di disgregazione sociale  e perdita della solidarietà civile e soprattutto  del venire meno della coesione politica e così siamo consapevoli che dalla malattia fisica deriva anche un male morale non meno contagioso in grado di dissolvere la comunità; essa, la nostra in particolare, è divenuta una metafora della crisi politica e del conseguente disordine morale e sociale. Ma il Covid oltre che morte nella peggiore delle sue manifestazioni è la possibilità di rimettere in discussione e dunque la rinascita dopo l’incertezza esistenziale che ha avuto e ha un grande impatto sulle certezze di questo 2020 :la precarietà introduce temi nuovi e il crollo dei vecchi modelli culturali non più applicabili. Vero è che in Italia non abbiamo un ente scientifico  unico a cui fare riferimento, una voce unitaria che abbia prevalenza su tutte le altre e che abbia un’autorevolezza indiscutibile, basata su un background scientifico. In altri Paesi questo esiste, in Italia no. In Italia ci  siamo mossi  improvvisando, così abbiamo 3 enti diversi a fare analisi e a fornire dati: il Ministero, l’Istituto Superiore di Sanità, la Protezione Civile. Non solo, questi dati provengono da regioni diverse che usano modalità diverse di raccolta e di trasmissione. Abbiamo creato un’enorme confusione, che non è solo di tipo comunicativo, ma anche di tipo operativo. Questo determina, ad esempio, il perenne ritardo di ogni azione, che è obsoleta ancor prima di essere messa sul campo. Non è che noi non abbiamo accumulato conoscenza. È che, in realtà, non abbiamo identificato in maniera chiara ed evidente chi deve formulare una strategia all'interno della comunità scientifica. Lo stesso Comitato Tecnico Scientifico è un organo consultivo, i cui poteri non sono ben delimitati, la cui composizione non è stata originata da una selezione basata su un background scientifico. È un organo creato d'improvviso, con funzione di consulenza, in cui i politici hanno scelto chi inserire. Nulla di paragonabile dunque al board scientifico di enti come, ad esempio, l'Hans-Knöll-Institut o il National Institutes of Health. Questa situazione si rifletterà anche nel prossimo futuro. Quella che stiamo vivendo non sarà infatti l’ultima ondata di questo virus e questo non sarà l’ultimo virus con cui dovremo fare i conti. In Italia non abbiamo strumenti efficaci per fronteggiare le emergenze sanitarie. La nostra Protezione Civile ha competenze nella gestione di vari tipi di catastrofi, ma mostra di non avere competenze in materia di emergenza sanitaria. Il problema risiede nella disponibilità dei cattivi scienziati a soddisfare le aspettative della politica. Molto spesso un cattivo scienziato non sa di essere un cattivo scienziato, a meno che non sia un vero e proprio frodatore. In questa situazione il fattore che ha prevalso maggiormente e che ha fatto perdere credibilità alla scienza è rappresentato indubbiamente dal proliferare delle pubblicazioni. Il sistema di pubblicazione e il mercato editoriale da una parte, dall’altra il fatto che per supportare questo sistema abbiamo purtroppo creato un criterio di valutazione degli scienziati basato sul numero di pubblicazioni e sulla quantità di citazioni che ricevono. Order,order! urlava John Bercow lo speaker di Westminster.Poi ha lasciato l’incarico .Noi l’ordine lo abbiamo messo nelle mani di Mario Draghi : riuscirà il Presidente del Consiglio a mettere in fila e a realizzare il programma per una vera rinascita? Noi ce lo auguriamo. Intanto ha cambiato qualche pedina sulla scacchiera dell’Italia ammalata : nella protezione civile è arrivato di nuovo Curcio, il Parlamento e la Commissione UE si  sono allineati alle bacchettate sulla confusione  della produzione vaccinale, il super Comissario Arcuri colpevole di una quantità enorme di non chiarezze è stato commissariato con un Generale. Presto dire che possiamo sperare in tempi migliori ? Non direi ci sono ottime probabilità che ci stiamo arrivando. La pazienza e la competenza è la virtù dei forti.

 

 

 

 

 

Maratona per Europa: sì grazie ma basta con le solite litanie

Slide maratona Europea   27 febbraio 2021   -    Uniformarsi alle norme ue  è un obbligo

 ALESSANDRA SERVIDORI Presidente Nazionale TutteperItalia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Componente ESN Europe Service Network –

Componente  European Circular Economy Stakeholder Platform – ECESP GDL6

Nelle 5 fasce delle linee guida del Piano Recovery è necessario  lavorare trasversalmente per impostare politiche attive di gender mainstreaming per  gestire la fase della ripresa non solo attraverso il piano straordinario di investimenti ma anche mediante opportune scelte di regolazione del lavoro e dell’impresa. La necessità di transitare da forme indifferenziate di protezione delle produzioni a meccanismi selettivi in favore di quelle che hanno i fondamentali idonei a consentirne la sopravvivenza e la crescita è indispensabile per l’occupazione femminile contrastando le sirene dei sostenitori dell’assistenzialismo senza limiti. Sviluppando   anche progetti di economia circolare e sussidiaria in un sistema integrativo dei servizi.

 L’obiettivo  anche se in un secondo tempo è la riforma degli ammortizzatori sociali, che la complessità della realtà si è sempre incaricata di mettere in discussione, ma  subito  bisogna far funzionare l’accompagnamento al lavoro di disoccupati/e  e inoccupati/e attraverso i servizi di riqualificazione professionale liberamente scelti dal beneficiario/a e remunerati a risultato. Così come la auspicabile volontà di rinnovamento dei metodi e contenuti pedagogici dell’istruzione pubblica necessaria per superare ogni valutazione da parte di molti docenti che usano il principio della libertà educativa per coprire l’autoreferenzialità corporativa.E soprattutto per riordinare gli orientamenti degli studi STEM sia per i giovani e per le giovani donne che comportano anche un aggiornamento degli stessi docenti.

 

Il nodo della produttività  è indispensabile per sbloccare  un vecchio modello contrattuale che si esaurisce nella dimensione nazionale per definizione egualitaria e indipendente dai parametri misurabili solo in azienda e, al più, nei diversi territori. La visione coraggiosamente sussidiaria del vecchio contratto dei metalmeccanici, in sede di rinnovo, si è dovuta arrendere al ritorno dell’aumento centralizzato per assenza di un contesto ad essa favorevole là dove la riproposizione di una incentivazione fiscale semplice e automatica per tutti gli incrementi salariali decisi dagli accordi di prossimità può sostenere il lavoro femminile. Così come l’estensione dei fondi bilaterali per colmare il deficit di congedi parentali usando la bilateralità come sussidiarietà tra lavoratrici e lavoratori posto che la questione congedi non è solo di genere femminile ma anche maschile.

Necessario intervenire con politiche di sostegno alla disabilità sia nel lavoro che nella vita consapevoli che le donne con disabilità sono invisibili perché le  rare politiche di genere non influenzano la loro condizione e le politiche sulla disabilità non tengono conto del genere; non sono mai considerate in relazione alla femminilità , alla maternità , alla genitorialità ,  detengono il più alto tasso di non impiego e sono più spesso escluse dai sistemi educativi; sono normalmente dissuase dall’avere figli; a loro il più alto tasso di violenze ed abusi subiti.

Sul versante previdenziale  esaurita “quota 100”,   si deve introdurre una flessibilità strutturale del sistema previdenziale per evitare lo “scalone” e corrispondere al ricambio generazionale che la crisi pandemica e la digitalizzazione hanno evidenziato. Servono   norme semplici e generalizzate   come accade in Europa soprattutto per le lavoratrici per recuperare il deficit contributivo mancato dalle pause del lavoro dovute alle pause per la cura dei figli e degli anziani.

Alessandra Servidori    

 

Un 8 marzo dalla parte delle donne che arrivano in italia

Alessandra Servidori                    Angelipress.com

Un 8 marzo dalla parte delle donne che arrivano nel nostro paese            Adesioni a pioggia : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

STIAMO ORGANIZZANDO UN FLASH MOBB  : poi ci aggiorniamo l'elenco strada facendo e chi si aggiunge utilizza nel suo territorio il Manifesto come vuole!!! 

La chiamano immigrazione clandestina ma è traffico di esseri umani perlopiù donne e i loro figli.E in Europa si fa ancora troppo poco a 20 anni –inverno 2000 a Palermo, l’Italia ha ospitato la conferenza delle Nazioni Unite in cui è stata presentata la Convenzione contro la criminalità organizzata e dunque la tratta di esseri umani : “La prostituzione e altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro o il servizio forzato, l’accattonaggio e la schiavitù,  l’espianto di organi, e nuove forme sconosciute di sfruttamento in aumento.” Gli ultimi dati diffusi dall’Unione Europea relativi all’anno 2017 – 2018 parlano di oltre 26.268 vittime. La stragrande maggioranza di esse nel nostro continente sono ancora donne e ragazze (72%), dove lo sfruttamento sessuale è lo scopo primario del loro traffico (60%).  In questi due anni, i paesi con il maggior numero di vittime registrate sono stati il Regno Unito, la Francia, l’Italia, i Paesi Bassi e la Germania. Tre quarti dei trafficanti sono cittadini uomini dell’Unione Europea, che operano principalmente nel loro paese di cittadinanza e i  dati forniti mostrano che generalmente la metà delle vittime della tratta di esseri umani sono cittadini europei, sfruttati principalmente all’interno del loro paese d’origine. Tra le cittadinanze europee, le persone più sfruttate provengono dalla Romania, seguono poi Regno Unito, Ungheria, Francia e Polonia. Allo stesso tempo, anche i cittadini non europei, soprattutto donne provenienti dalla  Nigeriani, l’Albania, il Vietnam, la Cina e il Sudan vengono trafficate e portate all’interno dei confini dell’Unione Europea. L’adescamento delle donne avviene per la maggior parte dei casi da parenti o persone molto vicine alle vittime, partner o uomini che con la promessa di una vita migliore adescano giovani donne nelle zone più povere dell’Est Europa, portandole poi ha farle prostituire sul nostro territorio nazionale. Da oltre 30 anni l’Italia rappresenta poi la destinazione europea e punto di arrivo nel continente della tratta e dello sfruttamento sessuale sopratutto delle donne nigeriane. Arrivando in un nuovo paese, le donne non sono consapevoli di quale tipo di aiuto legale possono cercare, mentre altre hanno paura di chiedere aiuto a causa delle conseguenze e ripercussioni delle  maledizioni pseudo religiose di riti pagani su di loro e sulla loro famiglia. Con la pandemia, le attività di sensibilizzazione in strada svolte dalle ong per aiutare le vittime della tratta di esseri umani sono fortemente diminuite, lasciando ancora più casi da sostenere . La crisi sanitaria e il confinamento hanno fatto si che lo sfruttamento sessuale online  sia aumentato drasticamente; i predatori  hanno sfruttato la vulnerabilità dei e delle più giovani adescandoli su piattaforme online. Secondo la Commissione Europea la domanda di materiale pedopornografico sarebbe aumentata fino al 30% in alcuni stati membri dell’Unione.  In un recente rapporto , Europol l’Agenzia europea di polizia ha registrato un aumento dei reati informatici e dello sfruttamento sessuale dei bambini. L’Europol, inoltre afferma che, il 30% degli autori del reato che sono in possesso di materiale pedopornografico e attivi negli scambi online  sono inoltre coinvolti direttamente nelle azioni di coercizione ed estorsione. La legge emanata ventanni fa, non si pronuncia su realtà e fenomeni non ancora esistenti o ampiamente discussi all’epoca. Il traffico sessuale delle persone ltgb è comunemente trascurato e raramente segnalato dai governi locali e nazionali. Anche la maternità surrogata  è interpretata come una forma di sfruttamento e traffico di esseri umani. Secondo l’Ilo, la commercializzazione della maternità surrogata legale ha già dato vita a  una nuova forma di sfruttamento.La madre vende il suo ventre  e il bambino viene visto come una merce  consegnata al compratore dal genitore del bambino. Si può parlare di sfruttamento e vulnerabilità dei bambini, ma al contempo, dello sfruttamento della debolezza e situazione economica di alcune donne, costrette a espatriare nei paesi europei per intraprendere processi di fecondazione in vitro in cambio di un’ingente somma di denaro. Il rapporto della Commissione Europea inoltre menziona che il numero effettivo di vittime è probabilmente molto più alto di quello registrato, soprattutto perché al momento, rimane molto complicato identificare le vittime come tali, e riconoscere i nuovi fenomeni emersi. La promozione della cooperazione giudiziaria tra i paesi dovrebbe essere una priorità per combattere la criminalità transnazionale. Il parlamento e la Commissione Europea deve affrontare con più forza la sfida di questo orribile delitto inclusa l’accoglienza certa e la domanda di beni e servizi  da fornire alle vittime. Lo svantaggio degli immigrati (uomini e sopratutto donne) nel mercato del lavoro dei paesi riceventi è enorme. Sono svantaggiate a causa del loro livello di qualificazione: questo vale in particolare per le migranti provenienti da Africa, Asia e America Latina, dove i tassi di istruzione sono in generale relativamente bassi. In secondo luogo, il loro capitale umano e  i titoli di studio stranieri, ad esempio, non vengono riconosciuti dai datori di lavoro e la distanza linguistica spesso impedisce di usare le proprie competenze nel paese di destinazione. Oltre alla lingua e ai titoli di studio, altre risorse occupazionalmente rilevanti sono localizzate e possono perdere di valore con lo spostamento territoriale: la maggior parte dei migranti dispone di informazioni limitate sul funzionamento del mercato del lavoro nei paesi di destinazione, e dunque essi faticano a trovare un lavoro adeguato alle proprie competenze e aspettative . Le  migranti di norma sono privi di sostegno familiare, e quindi devono trovare lavoro per potersi mantenere e per poter mandare denaro a casa. Rispetto ai lavoratori e lavoratrici nativi, sono quindi più propensi a inserirsi negli strati inferiori del mercato del lavoro, dove c’è una costante richiesta di lavoro ma con condizioni lavorative e retributive relativamente basse e scarse possibilità di crescita professionale. Questo è particolarmente vero in paesi come l’Italia, dove i migranti hanno difficoltà ad accedere ai benefici del welfare state.  in Italia coesistono una regolazione del mercato del lavoro relativamente rigida sul piano formale, e una sostanziale tolleranza per l’economia illegale, dove il mercato del lavoro è regolato in modo informale ed estremamente flessibile, creando occupazione dequalificata, poco pagata e pericolosa soprattutto per le donne. Negli ultimi anni si è sviluppata un’ampia letteratura internazionale che ha analizzato le cosiddette “catena di cura globali”, intese come una forma di esternalizzazione delle risorse di cura dai paesi più poveri a favore delle famiglie dei paesi più ricchi che possono permetterselo . Per esempio, molte donne dell’Europa dell’Est, anche se molto scolarizzate, lasciano mariti, figli e genitori anziani per emigrare in Italia e svolgere lavori poco qualificati come, appunto, quelli legati all’assistenza degli anziani. Il Governo Italiano e Draghi  ha promesso di occuparsi della situazione femminile: bene ci siamo e ci saremo per noi e altre che già sono nel nostro Paese e che hanno bisogno di solidarietà e azioni concrete. 

ALESSANDRA -FIORELLA - BARBARA- TIZIANA- ISA- ROSANNA-FRANCESCO-FRANCESCA-ROBERTA- LUISA- RAFFAELLA-MATILDE- DINA-PAOLA-NADIA-PATRIZIA -CARLA-DANIELA-GIUSEPPINA-

18 Febbraio Radioinblu e Draghi : un gigante

Alessandra Servidori       Mario Draghi ovvero la sintesi essenziale dell’autorevolezza. RADIOINBLU 18 Febbraio2021

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In diretta Radioinblu https://www.radioinblu.it/streaming/?vid=0_o73c07tr 

Mario Draghi è l’eroe del giorno : non c’è dubbio e appaiono ancora più stonate le critiche arroganti che alcuni senatori in aula hanno lanciato verso colui che cerca di salvarci dal fallimento. E’ sicuramente una legislatura fuori ordinario con i partiti ( tutti nessuno escluso) arrivati a sostenere la fiducia con  opportunismo , alcuni dei quali di più, dall’no Euro al sì all’uomo che l’ha fatto in Europa. Il Parlamento è stato messo da Draghi di fronte al Governo consapevole che non possiamo  immaginare  una nuova Costituente  e cioè riuscire a riscrivere le regole dello Stato insieme : non è un gruppo dirigente che si può paragonare a chi imboccò e si impegnò a segnare e trovare  il percorso che ci ha portato alla nostra Cattedrale attuale Costituzione. La relazione del Presidente Draghi è stata precisa, comprensibile a tutti nel declinare le due priorità : i vaccini e il Recovery .Per i vaccini fitta collaborazione con il percorso della Presidente europea,anzi incentivando la ricerca e produzione di interlocutori di farmaci; serrare le fila all’organizzazione italiana chiamando in campo la protezione civile, le forze armate  usando le strutture già disponibili come caserme,  edifici scolastici  non occupati da studenti, strutture fieristiche, senza ricorrere a nuovi capannoni primulareschi inutili e costosi e assumendo medici e infermieri ,potenziando  definitivamente le strutture ospedaliere in affanno . Sul Recovery al lavoro con il Ministro competente  subito assicurando energie fresche e risorse per la condizione familiare e occupazionale femminile, giovanile e del sud ,con un incipit che individua nei ristori le priorità  al sistema economico e  fa fare un balzo in avanti alla  Pubblica amministrazione e alle istituzioni formative,  portando al g20 un coordinamento effettivo di iniziative che rimettono il nostro Paese al centro dello sviluppo sociale. Un presidente del Consiglio di rango che presenta a livello internazionale un Paese impegnato e unito alla ricerca del bene comune. Non è poco.

Violenza in famiglia https://formiche.net/2021/02/violenza-in-famiglia-un-reato-che-si-allarga-a-macchia-dolio/

Alessandra Servidori     11 Febbraio 2021 

Violenza in famiglia .Un reato che si allarga a macchia d’olio e sul quale purtroppo alcune sentenze non  ne applicano peraltro legittimamente la punibilità e le conseguenze sono in danno delle donne

 Sentenza Cass. pen. sez. III, 25.01.21, n. 2911. https://formiche.net/2021/02/violenza-in-famiglia-un-reato-che-si-allarga-a-macchia-dolio/

 

I dati dell’Istat incrociati con quelli delle procure ci  consegnano  un delitto  consumato sulle donne sempre più in ascesa . Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner. La maggior parte delle donne che avevano un partner violento in passato lo hanno lasciato proprio a causa delle violenza subita (68,6%). In particolare, per il 41,7% è stata la causa principale per interrompere la relazione, per il 26,8% è stato un elemento importante della decisione. Sicuramente  la giustizia ne ha preso atto e ne segna l’evoluzione e una importante sentenza della Cassazione ne segna l’evoluzione,poiché la tematica dei maltrattamenti in famiglia ha ,negli ultimi anni sempre più coinvolto i tribunali e conseguentemente la giurisprudenza di leggitimità. Sappiamo poi che i casi portati all’attenzione dell’organo giudicante rappresentano solamente una parte di quelli che accadono nella quotidianità e generano femminicidi  portati a conoscenza dai media o un sommerso di difficile individuazione. Nella sua evoluzione il diritto penale, su impulso anche del legislatore europeo, ha superato il limite dell’art. 649 c.p. che prevedeva , qualora uno dei reati contenuti nel Libro II, Titolo XIII del codice penale fosse commesso in danno del coniuge, l’autore del reato poteva non essere punito, considerando non la famiglia nella sua globalità, bensì il singolo individuo che necessita di adeguata tutela e protezione.  Si sono inserite  le numerose riforme volte a tutelare, all’interno del nucleo familiare, il soggetto più debole e bisognoso di una maggiore protezione. Riguardo i fenomeni di c.d. violenza assistita o indiretta comprensiva di quelle condotte che, pur non traducendosi in forme di violenza fisica direttamente rivolte, in particolare, a un soggetto vulnerabile, cagionino allo stesso sofferenze morali capaci di incidere in maniera negativa sulla sua integrità psico-fisica con l’art 572 cp.  

La l. 15 ottobre 2013 n. 119 (c.d. legge sul femminicidio) ha introdotto all’art. 61, n. 11-quinquies c.p. una circostanza aggravante applicabile quando, nei delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la libertà personale nonché in relazione al delitto di cui all’articolo 572 c.p., il fatto fosse commesso in presenza o in danno di un minore di anni diciotto ovvero in danno di persona in stato di gravidanza. Una più incisiva modifica è arrivata con l. 19 luglio 2019, n. 69 – Tutela delle vittime di violenza domestica o di genere – c.d. codice rosso, che ha apportato delle consistenti modifiche al codice penale e al codice di procedura penale. L’art. 9 l. 69/19 interviene sui delitti di maltrattamenti contro familiari e conviventi e di atti persecutori, prevedendo l’aumento della pena per il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi.  

È inoltre prevista una fattispecie aggravata quando il delitto di maltrattamenti è commesso in presenza o in danno di minore, di donna in stato di gravidanza o di persona con disabilità, ovvero se il fatto è commesso con armi; in questi casi la pena è aumentata. Come noto, tali condotte vengono perpetrate all’interno dell’abitazione familiare o comunque nei confronti di  un familiare o di un convivente cioè un soggetto con il quale sussiste una relazione affettiva o sentimentale abituale e consecutiva. Proprio con riferimento a tale argomento si è recentemente pronunciata la Corte di Cassazione  per  ricorso presentato dal difensore dell’imputato contro la sentenza della Corte di Appello di Roma, che aveva riformato la decisione del Gup del Tribunale capitolino, riducendo la pena originariamente inflittagli per i delitti di cui agli artt. 572, 582 e 585, 609-ter c.p., c 1, n. 5-quater, e 609-bis c.p., commessi in danno della convivente. Nel motivo attinente ai maltrattamenti in famiglia il ricorrente deduceva la violazione di legge ed il vizio di motivazione, segnalando la insussistenza dell’elemento costitutivo della convivenza, evidenziando la differenza che sarebbe connessa all’accertamento di rapporti legali di coniugio ovvero di rapporti ad esso assimilabili, individuabili nelle diverse situazioni riconducibili alla c.d. famiglia di fatto. Semplificando : poiché il ricorrente non sposato non è  famiglia ma convivente  non è perseguibile di alcune fattispecie di reato. La Corte confermando che il delitto di maltrattamenti  presuppone una relazione tra agente e vittima caratterizzata da uno stabile rapporto di affidamento e solidarietà, e la condotta lesiva colpisce la dignità della persona, infrangendo un rapporto che dovrebbe essere ispirato a fiducia e condivisione,tale delitto è sicuramente configurabile anche al di fuori della famiglia legittima, in presenza di un rapporto di stabile convivenza. Tuttavia tali argomentazioni, che ampliano ed estendono la tutela penalistica, presuppongono che la convivenza abbia raggiunto un livello minimo di stabilità e, soprattutto, di mutua solidarietà ma nel caso  de quo tali elementi non erano ravvisabili poiché il ricorrente ha dimostrato che era venuto meno il presupposto della stabile convivenza e della conseguente solidarietà che da questa discende,e la Corte di Cassazione ha ritenuto che non possa configurarsi il delitto di maltrattamenti in famiglia in assenza di tali indifferibili presupposti. Una sentenza che comunque nel suo indiscutibile equilibrio mette in evidenza quanta difficoltà incontrano le donne vittime di violenza per farsi riconoscere i maltrattamenti subiti nei cavilli giurisprudenziali.

 

 

 

 

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