8 MARZO 2026 Dossierino per noi
TUTTEPERITALIA 8 marzo 2026 DOSSIERINO PER NOI
FESTA DELLA DONNA 2026/ Come liberare l’8 marzo da brutte abitudini e noiose litanie Alessandra Servidori Pubblicato 8 Marzo 2026
L'8 marzo, festa della donna, anche quest'anno pare ripetersi con riti e litanie che sarebbe il caso di superare. Anche quest’anno l’8 marzo pare sia quasi come sempre. Dunque, mimose strappate dagli alberi e pagate a peso d’oro, convegni prima e dopo sui numeri dei femminicidi che continuano a sanguinare sotto i tetti, lotta politica sulla violenza senza tregua durante l’arco di una settimana tragicamente importante che coinvolge certamente anche le italiane, ma in cui brillano le offese perpetrate dai leoni e leonesse delle tastiere tra i due schieramenti per questo referendum che prima di tutto ci ricorda che in 80 anni siamo ancora qui a stracciarci le vesti sulla mancanza di libertà conquistata dalle nostre nonne con il diritto di voto. La guerra in cortile fa tremare le vene ai polsi, ma si continua troppo a rimuovere la situazione occupandosi un po’ troppo ancora di Garlasco, di Sanremo, di vita quotidiana buttando l’ostacolo della responsabilità oltre la paura, mentre l’impegno civile ci deve inchiodare un po’ di più sul merito anche di questo referendum, dove le voci femminili languono sui giornali, nelle tv, a parte le solite anchorwomen a busta paga di un’emittente o di un editore. Bene, allora io nel mio piccolo dico la mia ricordando che sulla legge sull’antisemitismo sono particolarmente contenta che dopo anche un lavoro serio svolto nel Comitato che ha studiato e proposto alcune azioni concrete per rinnovare la Strategia nazionale sull’antisemitismo si sia arrivati anche in Parlamento a riconoscere una linea comune almeno in maggioranza. La senatrice Segre, Signora della memoria attiva, è un esempio di fermezza e generosità e mi onora come italiana seguirla e stimarla come figura femminile: potrebbe essere mia sorella maggiore ma continua ad insegnarmi tanto. Anna Kuliscioff, la mia eroina da giovane socialista che continua a essere nei suoi scritti e nelle sue analisi di un’attualità fenomenale con la passione che ci accomuna. E poi l’attualità di cosa fare per le generazioni che crescono: sensibilizzare, insegnare, spronare a occuparsi della nostra economia, perché l’indipendenza economica è uno strumento fondamentale di prevenzione non solo della violenza economica, ma di ogni forma di violenza e di negazione della libertà ai danni delle donne. Certo, potenziare i servizi, sostenere le riforme come quelle per le caregiver familiari o la conciliazione vita-lavoro, perché le donne non siano costrette a scegliere tra lavoro e famiglia e cura dei nostri cari senza che siano riconosciute come braccio armato di un sistema di welfare che non regge senza il loro lavoro volontario. Poi ci sono le proposte che siamo chiamate a sostenere non solo in Parlamento, pensando alle giovani donne perseguitate dalla colpa di un inverno demografico che addirittura si traveste da diavolo accusandole di voler fare carriera e non più figli. Roba talebana che però neanche tanto sottilmente si vocifera nei luoghi della politica ancora tragicamente maschilista. C’è una proposta di legge che ha cominciato il suo iter in Parlamento, che appoggio da tecnica tenace, per aiutare le donne che hanno subito violenza a riacquistare autonomia e libertà: dall’incremento del fondo per il reddito di libertà a contributi economici per l’autonomia, fino agli sgravi contributivi per chi assume donne vittime di violenza e per le stesse donne assunte.La proposta ha iniziato il suo iter in commissione: l’auspicio è che raccolga la più ampia convergenza possibile perché oggi ci sono Mara Carfagn e Annamaria Bernini, con le quali ho compiuto un percorso molto intenso iniziato due decenni fa e ancora ora si lavora a testa bassa, e prima di loro con Elsa Fornero, Valeria Fedeli, Anna Finocchiaro e Stefania Prestigiacomo.Sei ministre illuminate con le quali è stato un piacere lavorare anche per le donne e soprattutto unite dallo stesso denominatore comune: il ruolo dell’educazione finanziaria nel sistema antiviolenza e la giurisprudenza sulla tutela del lavoro. Poi, certo, abbiamo la prima presidente del Consiglio donna che stimo e apprezzo e alla quale auguro lunga vita. Dalla parte delle donne ci conviene unire i punti piuttosto che fare la guerra “ibrida”: intanto andiamo a esercitare il nostro diritto di voto perché è un onore contare ed è un onore per me stare al fianco delle donne che credono nella nostra forza e hanno il coraggio di dire sì, ci siamo e ci saremo.
ALESSANDRA SERVIDORI
https://www.startmag.it/mondo/l8-marzo-oltre-le-mimose-ce-la-giustizia-che-ancora-manca-alle-donne/
Riecco l’8 marzo, puntuale, ma quest’anno ha un sapore particolarmente amaro. Anche se vedremo i girotondi delle ragazze che sperano ancora in un futuro diverso, le signore che approfittano per andare a cena fuori e bere in pace un goccetto, le istituzioni di giallo addobbate che grondano di mimose estirpate dai meravigliosi e profumati alberi e l’ordine categorico di non parlare delle donne giovani, anziane, non nate, schiacciate dalle guerre.
E però sale un imperativo da parte di un po’ di buonsenso che pare sommerso: sveglia, avanti, cercate di conquistare la cultura della responsabilità nonostante… Cercate dunque di occuparvi di lavoro, economia, rapporti internazionali e di guardare oltre l’ombelico Italia.
Per esempio si parla di giustizia per il referendum prossimo: pochissime interlocutrici appaiono in rete senza sbraitare, ma parlando del contenuto del quesito; pochissimi dati, per esempio, sulla violenza di genere inflitti dai tribunali. E che cosa ci stanno a fare gli osservatori? La Commissione parlamentare sui femminicidi sta facendo una fatica improba per avere i dati, e non parliamo a livello internazionale.
Un esempio per tutti: gli slogan che questo EIGE, istituto internazionale di genere europeo, ha pubblicato in queste ore. Un istituto che è a Vilnius, in capo al mondo, che ogni tanto giustifica la sua vita (peraltro abbastanza costosa) perché fa delle ricerche di cui noi non sappiamo quasi niente, se non volontariamente, perché personalmente piace studiare e capire e per portare in dote a chi ha voglia di seguire una matura maestra le situazioni anche geopolitiche di genere.
E così scopro che la Giornata internazionale della donna 2026, secondo EIGE, pone l’accesso alla giustizia al centro dell’agenda globale con il tema: “Diritti. Giustizia. Azione”. Bene. Ma per molte donne il percorso verso la protezione non inizia in un’aula di tribunale. Inizia, e a volte finisce, con un calcolo brutale. Prima di sporgere denuncia alla polizia bisogna chiedersi: “È sicuro?”, “Qualcuno mi crederà?”, “Posso permettermelo?”. Queste non sono domande astratte. Determinano, ogni giorno, se il sistema verrà effettivamente affrontato o meno.
La violenza contro le donne rimane una delle violazioni dei diritti umani più diffuse: una donna su tre nell’UE subisce violenza fisica e/o sessuale nel corso della propria vita. Eppure, secondo i dati dell’indagine UE sulla violenza di genere, solo il 13,9% ha denunciato gli episodi più gravi alla polizia. La violenza contro le donne è raramente un evento isolato. Per molte donne si verifica ripetutamente all’interno di relazioni intime, dove dovrebbero essere più al sicuro. Quando le donne non denunciano gli abusi, spesso è perché il sistema giudiziario sembra troppo insicuro, troppo costoso o troppo incerto per essere contattato. Ecco perché l’accesso alla giustizia è diventato un tema così centrale in questa Giornata internazionale della donna.
La stragrande maggioranza della violenza a livello globale è commessa dai partner. La casa è il luogo più pericoloso per una donna. La direttrice di UN Women Bruxelles concorda: “Si pensa ancora, in larga parte ed erroneamente, che la violenza avvenga fuori casa. È qui che le norme e le convinzioni sociali giocano a sfavore delle donne. Non è giusto, ma spesso le donne devono fare i bagagli in fretta e uscire di casa per salvarsi la vita. In questo caso, la legislazione e i servizi non sono di supporto come dovrebbero. Anche in Europa non disponiamo ancora di centri sufficientemente attrezzati per accogliere le donne vittime di violenza. Il pericolo in questo caso è che la giustizia per le donne venga meno al primo ostacolo finanziario, esponendole a un rischio continuo”.
Pertanto la sottostima non è un segno di indifferenza, ma piuttosto una risposta razionale a sistemi che continuano a essere percepiti come insicuri, costosi o incerti. Anche quando le donne denunciano reati di violenza, incombe un altro ostacolo: la dimensione più ripugnante è che la giustizia fallisce. Il coraggio di Gisèle Pelicot ha ispirato milioni di persone quando ha rinunciato al suo diritto all’anonimato in un caso giudiziario che ha portato a procedimenti per stupro contro suo marito e decine di altri uomini.
Ma i bassi tassi di condanna, le condanne clementi e le procedure lunghe scoraggiano molti dal rivolgersi al tribunale. Le condanne che sentiamo sono ancora molto al di sotto di quanto dovrebbe essere la pena. Sembrano sbilanciate rispetto alle pene previste per i reati finanziari. Quindi, naturalmente, le donne considerano la loro vita e la loro sicurezza meno importanti. La fiducia nella giustizia è plasmata non solo dai risultati, ma anche dalla rappresentanza. È più difficile costruirla quando le donne raramente si vedono rappresentate ai livelli più alti. I bassi tassi di condanna, le condanne clementi e le procedure lunghe scoraggiano molti dal rivolgersi al tribunale. La leadership delle corti europee rimane prevalentemente maschile. Né la Corte di giustizia dell’Unione europea né il Tribunale hanno mai avuto una donna come presidente. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha avuto una sola presidente donna. Al contrario, il Procuratore capo europeo è una donna fin dall’istituzione della Procura europea nel 2019.
Questi squilibri non determinano le sentenze, ma plasmano la percezione di quale autorità definisca la giustizia. L’indagine sulla violenza di genere condotta dall’EIGE nell’UE rivela la portata e l’entità delle sfide che i sistemi di polizia e giudiziari devono affrontare oggi. Il prossimo rapporto dell’agenzia, “Dietro i numeri: analisi dei dati di polizia e giustizia sulla violenza del partner e sulla violenza domestica”, mostra dove dobbiamo procedere da qui ed esamina il modo in cui gli Stati membri registrano e monitorano i casi. Tuttavia, l’assenza di un reato specifico di violenza domestica nella maggior parte degli Stati membri e la portata limitata dei dati di polizia offuscano il quadro completo.
Anche quando le definizioni e le pratiche di registrazione variano, gran parte di ciò che accade dopo la presentazione di una segnalazione è ancora difficile da tracciare. Senza questo, la responsabilità istituzionale è più ardua da valutare. L’elaborazione delle politiche e la loro attuazione sottostimano ancora il fenomeno. Abbiamo bisogno di dati affidabili: senza prove diventa più facile supporre che il problema sia più piccolo di quanto non sia in realtà.
Perché i principi fondamentali della giustizia sono ancora importanti per i diritti delle donne e l’attenzione rivolta all’accesso alla giustizia in occasione della Giornata internazionale della donna di quest’anno è legata al lavoro della Commissione sulla condizione femminile. In un momento di forte reazione contro i diritti delle donne e delle ragazze e di disinformazione, si tratta di tornare ai principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite e ai valori fondamentali delle Nazioni Unite.
Anche in Europa non tutti collaborano quando si tratta di diritti delle donne e parità di genere. Trent’anni dopo la Piattaforma d’azione di Pechino molti obiettivi rimangono insoddisfatti e sono emerse nuove sfide, come la violenza online, che non viene presa abbastanza sul serio. La polizia non è attrezzata per affrontarla e la legislazione deve essere aggiornata per sostenere la donna in termini di accesso alla giustizia. Rafforzare il quadro giuridico per includere la violenza online è fondamentale. Gli autori di reati si sentono al sicuro dietro i loro schermi, mentre le donne si sentono sempre più isolate. Il mondo online diventa rapidamente realtà, con minacce concrete. Ecco perché servono misure specifiche.
Ci sono segnali di progresso. La Direttiva sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica copre esplicitamente gli abusi online e deve essere recepita nel diritto nazionale entro la metà del 2027. Questa settimana il Consiglio d’Europa ha anche adottato una nuova raccomandazione sulla responsabilità per la violenza contro donne e ragazze facilitata dalla tecnologia.
Questi impegni sono importanti, ma il loro impatto sarà valutato in base alla loro piena attuazione, alla dotazione di risorse adeguate e alla loro sostenibilità nel tempo. Sono molteplici i motivi per cui affrontare le cause del fallimento dei diritti delle donne nelle nostre aule giudiziarie dovrebbe essere una priorità, perché la giustizia equa richiede più di semplici leggi scritte sulla carta. Richiede sistemi che le donne possano permettersi, di cui possano fidarsi e che possano utilizzare in sicurezza.
La sfida non è solo quella di formulare nuove promesse, ma anche di attuare quelle esistenti con risorse adeguate, responsabilità e trasparenza. Il cambiamento più significativo che l’Europa potrebbe apportare per migliorare l’accesso all’istruzione è il finanziamento e il fondo sulla coesione sociale: anche a questo deve servire.
I costi sociali ed economici associati alla violenza contro le donne rendono l’investimento nella prevenzione e nella protezione l’unica scelta razionale. EIGE ha condotto ricerche sull’impatto della violenza e sulle sue conseguenze, che vanno ben oltre il danno immediato: noi dobbiamo conoscerle e saperle usare. La violenza contro le donne e la violenza domestica costano all’UE circa 366 miliardi di euro ogni anno. Non è solo un problema di violenza. È anche un problema di salute pubblica, sociale ed economico. Anche in tempi di restrizioni di bilancio è un investimento intelligente per avere cittadini più sicuri e lavoratori più produttivi.
Bisogna studiare dati accurati e comparabili per aiutare i responsabili politici dell’UE, e anche i nostri responsabili politici, a formulare giudizi informati, in modo che possano fare della giustizia un elemento su cui le donne possano fare affidamento, anziché qualcosa che devono mettere in discussione.
Alessandra Servidori www.ildiariodelavoro.it Di nuovo 8 marzo in una situazione dove la guerra è appunto nel cortile di casa e le donne non possono fare solo le pacifiste e scendere in piazza ma devono comunque tornare a fare politica vera senza accontentarsi degli strapuntini dei luoghi ,dei mass media dove si influenza poi in modi più o meno competenti la capacità di formarsi una opinione e scegliere e contare. Il mondo delle imprese tutto indifferentemente segue con apprensione l'evolversi della situazione in Medio Oriente, perché è ulteriore fattore di incertezza e instabilità nel contesto globale, che avrà ricadute economiche importanti a livello mondiale.Gli effetti del conflitto andranno ben oltre i territori più direttamente coinvolti e si rifletteranno sulla mobilità internazionale delle merci e delle persone, sulle catene di approvvigionamento delle materie prime e dell’energia, quindi inevitabilmente sui costi a carico delle imprese. Quanto più durerà l’instabilità, tanto più gravi saranno gli effetti su energia, prezzi e commercio globale, con un concreto potenziale di escalation nell’area e conseguenze economiche pesanti per l’economia nazionale e locale .Abbiamo territori dove l’interscambio diretto con i Paesi del Golfo Persico non è particolarmente rilevante altri di più. La conseguenza immediata del conflitto è l’interruzione del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più strategici al mondo per il commercio di energia, da cui transitano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, il 27% del petrolio mondiale, il 20% del gas naturale liquefatto e circa un terzo dei fertilizzanti. Ad oggi almeno 150 petroliere sarebbero ferme nelle acque aperte del Golfo oltre lo Stretto. Anche senza un blocco formale di questo passaggio l’aumento del rischio percepito comporta una riduzione dei movimenti navali, costi dei noleggi più volatili e supplementi dei costi assicurativi. La risoluzione del conflitto comporta informazione sistematiche certe e responsabilità per ognuno per fare il possibile per ristabilire in tempi brevi le condizioni per un accordo che porti ad una sistemazione tra le parti coinvolte perché solo con una soluzione condivisa si può garantire la stabilità e la ripresa economica dei Paesi coinvolti e in generale dell’economia mondiale. Da quattro anni la competitività delle imprese è penalizzata dai sovraccosti energetici rispetto ai nostri competitor europei ed extraeuropei per bulimia di potere sulla pelle di uomini e donne di paesi schiacciati da predatori, e noi non possiamo gettare l’ostacolo della responsabilità oltre perché comunque il Paese è sotto attacco e la politica che divide non può prevalere sull’appartenenza partitica .Ci vuole buonsenso e il coraggio di avanzare insieme e non perché siamo donne ma perché siamo elettrici ,italiane,responsabili del nostro futuro. Il decreto energia, pensato per le famiglie e le PMI, deve essere subito reso operativo, abbiamo bisogno di soluzioni strutturali, a partire dal mercato unico europeo dell'energia. E, vista l’emergenza, l’Europa deve avviare una riflessione concreta sullo sforamento del Patto di stabilità perché è lì che ci giochiamo il nostro avvenire , certo anche con i girotondi ma dandoci una mossa .
