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MALINCONICO AUTUNNO Alessandra Servidori E’ un autunno struggente con giornate  e colori straordinariamente caldi e... Read more
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TRASFORMAZIONI TECNOLOGICHE, FORMAZIONE E LAVORO

PROBLEMI E PROPOSTE     Professionalità - n. 2/2018 - Anno XXXIV - ISSN: 0392-2790

 TRASFORMAZIONI TECNOLOGICHE, FORMAZIONE E LAVORO di Alessandra Servidori

 I nuovi modelli organizzativi e la digitalizzazione spinta dei processi produttivi interpellano la politica, chiamata a far fronte ad un cambiamento che, pur senza indulgere a previsioni apocalittiche (le macchine non potranno mai sostituire la competenza umana), se non governato adeguatamente, potrebbe avere un impatto pesante sulla tenuta delle  nostre società. Stessa cosa dicasi per il sindacato.

La paura di una sostituzione dei lavoratori da parte delle macchine e di conseguenza di una crescente disoccupazione è molto antica e fin dalla prima rivoluzione industriale portò disorientamento e proteste sociali. I pareri tra gli economisti sono diversi ma alcuni studi recenti1 sostengono che il progresso tecnologico sarà minore e che i lavoratori fronteggeranno un rischio di sostituzione modesto. Naturalmente siamo consapevoli dei problemi reali e concreti che già stiamo affrontando con la nuova rivoluzione digitale e la preoccupazione del ritardo in cui operiamo rispetto al Piano nazionale Industria 4.0 e nella consapevolezza che l’introduzione delle nuove tecnologie richiede, per renderle efficienti e operative, la piena e convinta adozione di modelli di relazione tra impresa e lavoratori di tipo partecipativo e cooperativo. Un nuovo modello produttivo. Il nostro grado di conoscenza dei cambiamenti intervenuti – o che a breve interverranno – nella catena di creazione del valore e che tanto incidono e ancor più incideranno, nei prossimi anni in ambito formativo e giuslavoristico è in verità relativo poiché multiforme: lo dobbiamo approfondire nelle interconnessioni tra produttori (impresa e lavoro) e consumatori; nelle interrelazioni tra ricerca, progettazione, produzione e sviluppo; nell’intreccio tra manifattura e servizi; nell’incedere della economia della condivisione e delle logiche di rete su scala globale e locale anche all’interno della manifattura e della produzione di beni al punto da rendere tendenzialmente irrilevante il nodo della dimensione di impresa, dato peculiare del caso italiano. Soprattutto nello sviluppo e nell’approvvigionamento di adeguate competenze professionali attraverso un rinnovato raccordo tra sistema educativo, formativo e sistema produttivo perché nasceranno e si svilupperanno nuove professioni legate alle moderne tecnologie per le quali le imprese dovranno individuare a seconda delle proprie esigenze i fabbisogni formativi e le competenze specifiche anche trasversali: variabilità di mansioni, rotazione dei ruoli, cooperazione delle persone con i macchinari intelligenti, capacità di comunicazione, condivisione, apprendimento, decision making con strumenti e modalità didattiche in grado di formarle e trasferirle e tecniche di valutazione e remunerazione del saper fare in una rivoluzione che sostituisce i vecchi parametri retributivi in uno scambio salario-lavoro. Skills mismatch Inoltre, è proprio di questi giorni uno studio di Confindustria che denuncia sulle figure professionali emergenti il gap tra domanda e offerta formativa. Entro il 2022 mancheranno solo in Emilia-Romagna 90 mila laureati e diplomati tecnico-scientifici, tra di loro ingegneri e tecnici che le aziende stanno già cercando, figure importantissime per l’avvenire del sistema imprese, per cui è fondamentale ripensare l’orientamento per migliorare la percezione sociale dei profili tecnici fra i giovani e le famiglie per sviluppare anche una cultura industriale. Tra i profili fondamentali c’è nella meccatronica il product market innovation manager, nell’automazione il tecnico in progettazione software per le macchine della motoristica, tecnico esperto di analisi dati, e gestioni produttive. Quale politica per far fronte al cambiamento? La tecnologia avanzata quella che serve alla nostra industria vede nella Legge di bilancio inviata a Bruxelles il dimezzamento dei fondi del Piano industria 4.0 e questo è un provvedimento che ovviamente rende debolissimo il nostro sistema. Secondo la Oxford University quello di receptionist o addetti agli uffici informazioni è uno dei lavori più a rischio a di sostituzione del settore retail: in tutto il mondo si stanno moltiplicando infatti le casse automatiche a self-service e il processo è destinato a proseguire. Il mondo della tecnologia, con le app per smartphone e i “chioschi digitali”, sta minacciando concretamente queste occupazioni; il mondo dei consulenti finanziari fisici, sempre più in difficoltà rispetto ai consulenti low cost “a distanza” delle piattaforme internet di financial advisor. Un fenomeno poco sentito in Italia, almeno per ora, ma già tangibile nel mondo anglosassone. Mentre la formazione via internet è una realtà ormai consolidata, ma passeranno molti anni prima che qualcuno progetti un robot in grado di sostituire una maestra elementare. Il mix di qualità psicologiche e affettive indispensabili per insegnare ai bambini non è facile da replicare. Così per i chirurghi anche in questo caso la precisione, la capacità analitica e di reazione rapida in situazioni difficili non può prescindere dalle capacità dell’uomo. Essere sotto i ferri di un robot non è ancora una prospettiva entusiasmante; il robot avvocato non è dietro l’angolo, ma attenzione: a rischio secondo lo studio britannico sono gli assistenti legali (94% di possibilità di essere sostituiti da macchine), le cui mansioni possono essere in parte replicate dall’insieme delle tecnologie future. La responsabilità di proteggere l’occupazione rimarrà in mano alla politica: non soltanto dovrà formare le persone alle nuove tipologie di lavoro che il progresso tecnologico schiuderà, ma dovrà anche interferire sulla velocità di applicazione dei sistemi robotici, specificando in sede legislativa una quantità minima di lavoro umano che debba mantenersi in ogni processo di automatizzazione. Secondo un report di Manpower Us, nove imprenditori su dieci dichiarano che assumere maestranze altamente formate  è la chiave per far crescere la propria impresa nei prossimi dieci anni. Un trend  che  riguarda in prima  persona milioni di giovani che vorranno affacciarsi nel mercato del lavoro, così come disoccupati che oggi  hanno necessità di riqualificarsi. Secondo Pwc in Europa le aziende che vogliono investire in queste  tecnologie sono il 19%, un’importante fetta del nostro sistema produttivo. Superiorità del lavoro umano Il progresso tecnologico non avrà in futuro, come non ha mai avuto nella storia, il potere di rendere definitivamente inutile il lavoro umano: questo, se sapremo valorizzarlo, continuerà ad avere campi sconfinati nei quali rispondere a esigenze delle singole persone e della società. E sarà la stessa disponibilità di lavoro umano generata dalla scomparsa dei vecchi mestieri a stimolare la capacità di inventarne di nuovi, in una rincorsa continua tra invenzione di macchine capaci di sostituire il lavoro e invenzione di mestieri che le macchine non saranno in grado di svolgere, la globalizzazione promossa dalle nuove tecnologie amplia la possibilità per i lavoratori di cercare, sia individualmente sia collettivamente, l’imprenditore più capace di valorizzare il loro lavoro: per cui una concorrenza più intensa nel mercato sul lato della domanda, dalla quale può conseguire un rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori. Un nuovo ruolo per il sindacato. Un nuovo mestiere che il sindacato deve imparare a svolgere in tutte le situazioni di crisi occupazionale sarà quello di guidare i lavoratori nella ricerca e nella valutazione degli imprenditori disponibili su scala mondiale, dei piani industriali che essi propongono, e poi nella negoziazione con quello considerato migliore la scommessa comune sulla nuova impresa. Probabilmente la nuova frontiera del diritto del lavoro del Ventunesimo secolo si colloca qui: non tanto in un radicale ridisegno della disciplina inderogabile del rapporto di lavoro tradizionale, quanto nella costruzione di un diritto soggettivo al sostegno efficace nella transizione dal vecchio al nuovo lavoro. Che è essenzialmente il diritto alla formazione e alla riqualificazione continua e congrua in relazione all’evoluzione delle esigenze del tessuto produttivo. Vero è che il sindacato deve saper sviluppare il suo potenziale con la contrattazione di prossimità sapendo che un accordo negoziale di autoregolamentazione non può risolvere i problemi della proliferazione dei contratti collettivi, ma sicuramente rappresenta un punto fermo per imprese e lavoratori. L’Accordo interconfederale siglato il 9 marzo 2018 guarda ad una rappresentatività misurabile e misurata, ritenuta per i firmatari strumento necessario per dare piena efficacia ai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni sindacali più rappresentative. L’Accordo, inoltre, offre un’apertura importante: l’efficacia generalizzata dei contratti collettivi di lavoro costituisce un elemento che qualifica il sistema di relazioni industriali. Infatti, esordisce il testo dell’Accordo, «un sistema di relazioni industriali più efficace e partecipativo per qualificare e realizzare i processi di trasformazione e di partecipazione e di digitalizzazione nella manifattura e nei servizi innovativi, tecnologici e di supporto all’industria».È  cresciuta ovunque in Europa la propensione al primato della contrattazione territoriale e aziendale in quanto più idonea a definire il sinallagma tra salari e produttività come i termini del reciproco adattamento tra imprese e lavoratori. E nel concreto di quell’azienda o di quel territorio non potremo non considerare tutti i soggetti più rappresentativi anche se non coincidenti con quelli nazionali. La sfida vera oggi è quella della effettiva diffusione e applicazione erga omnes dei contratti territoriali o aziendali. I lavoratori hanno interesse innanzitutto a condividere le modalità  di ingresso delle nuove tecnologie, a partecipare dei risultati attraverso adeguati incrementi retributivi li ove sono misurabili, ad accedere alle conoscenze, competenze e abilità  che li rendono occupabili, a modulare l’orario di lavoro in relazione alle loro esigenze. E le imprese hanno lo stesso interesse.

 Alessandra Servidori Università di Modena e Reggio-Emilia- Professionalità - n. 2/2018 - Anno XXXIV - ISSN: 0392-2790

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