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Il benessere integrale degli anziani non autosufficienti è al centro della nostra attenzione ?

                          Alessandra Servidori

Quali orizzonti per il settore socio-sanitario dopo Covid-19 a fronte del pnrr e delle risorse stanziate nazionali. Riflessioni utili per rimettere al centro  prima di tutto il benessere integrale delle persone fragili

                        L’impianto del Pnrr unito alle ultime risorse stanziate a livello nazionale , ci obbligano ad accendere una lucida riflessione sul versante delle settore degli anziani non autosufficienti e del sistema socio sanitario inadeguato nostrano. Negli ormai due anni  segnati dalla pandemia globale, il settore LTC  sta  mostrando fragilità e crepe già note da tempo agli addetti ai lavori.  Siamo ben  consapevoli  delle criticità preesistenti  e siamo determinati a promuovere traiettorie di cambiamento a livello di policy e di servizi, cogliendo la controversa opportunità offerta da Covid-19 per modificare la rotta di funzionamento del settore. Il futuro del settore dopo la pandemia, è all’attenzione dei gestori e (alcuni) policy makers si stanno interrogando, e lo stanno facendo a partire da dati ed evidenze.Noi dobbiamo  creare una baseline di dati e fatti da utilizzare per promuovere azioni future evidence-based. Dando voce direttamente alle esperienze dei gestori dei servizi, evidenziando  utili e possibili  piste di lavoro per il futuro.  Coinvolgendo  soggetti pubblici, nel descrivere la rete di offerta e la sua capacità di presa in carico; quella del mondo della cura informale e dei gestori dei servizi  quella dei destinatari dei servizi, ossia anziani e famiglie ,scontando una scarsità di dati sul settore e del loro aggiornamento. In Italia gli anziani non autosufficienti e che pertanto potrebbero presentare fabbisogni di accesso a servizi o interventi sono quasi tre milioni: un numero enorme, in un trend di crescita inesorabile e da cui non si tornerà indietro, come ci ricorda ISTAT nelle sue proiezioni demografiche. Questi anziani presentano fabbisogni più complessi che in passato (aumento della multi-morbidità, frammentazione dei nuclei familiari, solitudine, …): per questo, priorità loro e delle famiglie è quella di tardare quanto più possibile l’istituzionalizzazione a favore di forme di presa in carico flessibili, più o meno formalizzate e al domicilio. Questo tipo di esigenza collide però con l’impostazione convenzionale dei servizi pubblici, come descritto dai dati di rete di offerta  che vede l’assoluta centralità delle soluzioni residenziali tra le risposte al bisogno di LTC, affiancate da una diffusione dell’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI). Quest’ultima rappresenta ormai un rimedio tampone in risposta ad episodi acuti, che per l’intensità assistenziale che garantisce (16 ore annue medie per anziano) non permette nei fatti di parlare di presa in carico continua e sufficiente a fronteggiare la fragilità di un anziano. Oltre il 63% degli anziani non autosufficienti non risulta in carico ad alcun servizio socio-sanitario: il gap appare colmato dalla presenza delle badanti, che si confermano asse portante del nostro sistema di welfare. Si stimano oltre 1.500.000 badanti, il 60% delle quali irregolari: un mercato enorme, che catalizza ingenti risorse  delle famiglie e che risulta tuttora fuori da ogni radar pubblico. L’offerta dei maggiori player del settore appare piuttosto statica, con una centralità indiscussa della residenzialità per anziani in accreditamento pubblico come maggiore fonte di fatturato; pur registrando crescenti iniziative di managerializzazione delle organizzazioni e un forte movimento in termini di operazioni straordinarie intraprese.Di fronte ad una Legge quadro sulla non autosufficienza che NON si pone l’obiettivo di deistitunalizzare le persone fragili ma solo modifiche ( comunque inefficienti ) sul sistema di valutazione e un intervento sugli anziani ancora molto modesto,è chiaro che non si può accettare silenziosamente questa situazione. Si propone dunque  la necessità di una differente prospettiva, in cui il sistema ricominci a generare valore in relazione alle caratteristiche dell’offerta, e non solo delle dinamiche di governance che lo attraversano.Le famiglie hanno una visione molto “clinica” delle RSA, in quanto le identificano come  ultimo setting possibile cui rivolgersi dopo aver provato ad attivare tutte le alternative possibili per il mantenimento dell’anziano al domicilio nel momento in cui le condizioni di salute si aggravano. E la maggior parte delle famiglie organizza la cura mettendo in campo il proprio tempo come caregiver informali o attivando una badante: i grandi assenti in termini di servizi attivati sono le alternative – pubbliche o private – esistenti (es. centri diurni, assistenza domiciliare, ecc.). Inoltre, molte famiglie  non sono mai entrati in contatto con soggetti in grado di aiutarli nell’identificare i servizi / interventi più coerenti con i fabbisogni dell’anziano esprimendo un forte bisogno di informazione e counseling. La prospettiva delle famiglie è pertanto  affrontare  l’enorme bisogno di non autosufficienza in larga misura al di fuori del perimetro intercettato dal pubblico, sia in termini di servizi erogati (filiera dei servizi) che di regolazione (cura informale). Gli effetti della pandemia sul settore socio-sanitario è stata devastante rilevata comunque  dai pochi dati disponibili circa la diffusione del contagio nelle strutture italiane: il dato più grave che ne è emerso è l’assenza, appunto di dati puntuali e certi circa l’andamento di contagi e decessi tra operatori e ospiti delle strutture socio-sanitarie, pur consapevoli della centralità di monitorare questo settore per contenere gli effetti potenzialmente più devastanti.L’assoluta inadeguatezza dei sistemi informativi del settore – anche pre-Covid-19 –  mina la possibilità di definire delle politiche pubbliche che siano efficaci e, soprattutto, ben tarate rispetto alle necessità del settore e dei cittadini. La risposta istituzionale dei legislatori regionali all’emergenza  come ben sappiamo è stata tardiva, particolarmente carente se confrontata con alcune buone pratiche registrate all’estero, dove, dopo lo scoppio dell’emergenza, sono stati promossi interventi tempestivi su tre aree fondamentali: isolamento degli ospiti positivi o sospetti tali; screening massivo di operatori e ospiti per prevenire l’insorgenza di focolai; politiche di finanziamento  per sostenere le perdite del settore per i mancati nuovi ingressi e per i costi aggiuntivi affrontati dai gestori nel corso della pandemia. I gestori hanno segnalato come le principali criticità riscontrate  siano riconducibili al mantenimento della sostenibilità economico-finanziaria delle strutture e la gestione delle risorse umane, sia in termini di formazione che di “fuga” degli operatori verso il comparto sanitario, aprendo un ulteriore fronte caldo del nostro settore LTC, che viene da anni di compressione salariale – e, quindi, delle competenze – dei propri operatori. Sul versante dei servizi, delle famiglie vi è  la preoccupazione di togliere l’anziano dalla lista di attesa per una RSA alla luce degli accadimenti legati all’emergenza sanitaria (per nuove e maggiori possibilità di organizzazione domestica tramite smart working; per diffidenza verso quanto accade nelle strutture, …). Vi è dunque  tra le priorità dei prossimi mesi  quella di avviare una riflessione sul rinnovamento e adattamento del portafoglio dell’offerta con un sistema di  alleanze- tutte da sviluppare- da mettere in pista per rinnovare il  posizionamento strategico: da un lato, rimane la ricerca pubblica per l’aumento o finanziamento della capacità produttiva; l’apertura in autonomia a nuovi servizi non necessariamente del settore, a conferma della frammentazione storica della LTC italiana e della scarsa attitudine all’innovazione. E’ necessario avanzare nuove riflessioni che possano guidare il rilancio del settore su due piani logici distinti ma complementari: il livello che guarda al settore e al sistema nel suo complesso, e il livello che invece riguarda la gestione del rapporto con le famiglie all’interno dei servizi. Il  legislatore nazionale e i governi regionali, unendo una prospettiva di ristoro economico immediato devono provvedere a una revisione strategica complessiva del settore socio-sanitario nella più ampia filiera di cura nel medio-lungo periodo. Il rinnovamento del portafoglio dei servizi,è fondamentale  incoraggiando lo spostamento dello sguardo da logiche di accreditamento pubblico a quelle orientate alla lettura  e interpretazione dei bisogni delle famiglie, che possono guidare la strategia e l’organizzazione aziendale. L’insieme delle sfide all’orizzonte è corposo, ma i tempi che stiamo attraversando rendono non più rinviabile la riflessione collettiva circa la modalità di ripensare un settore cruciale per il nostro Paese, per troppo tempo relegato ai margini del dibattito e le cui conseguenze si sono dolorosamente palesate e il benessere integrale della persona diventa sempre più un obiettivo sfumato.

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