ROBERTA BORTOLUCCI-La pista cifrata delle donne
ROBERTA BORTOLUCCI -LA PISTA CIFRATA DELLE DONNE
Superare ostacoli, automatismi e convinzioni per trovare la propria strada
di Roberta Bortolucci – Ed. FrancoAngeli
Ci sono donne che lavorano moltissimo, che sostengono organizzazioni, famiglie, progetti, persone. Donne competenti, affidabili, presenti.
Eppure, spesso, qualcosa non torna. Non sempre si sentono riconosciute.
Non sempre si sentono davvero libere. Non sempre riescono a vedere il proprio valore con la stessa chiarezza con cui lo vedono negli altri.
La pista cifrata delle donne nasce da qui.
Dal tentativo di leggere quei punti invisibili che molte donne portano dentro di sé: automatismi mentali, pensieri appresi, modelli interiorizzati, modi di stare nel mondo che finiscono per limitare possibilità, voce, autorevolezza e spontaneità.
Il titolo richiama la “pista cifrata” della Settimana Enigmistica: quei giochi in cui, all’inizio, si vedono solo punti sparsi. Solo collegandoli emerge l’immagine nascosta.
Anche nella vita spesso accade così.
Esperienze, paure, aspettative, ruoli, educazione, bisogno di approvazione, difficoltà a dire no, paura del giudizio, desideri trattenuti: sembrano frammenti separati. Ma quando iniziamo a collegarli, capiamo che esiste un disegno più profondo.
Il libro nasce da anni di coaching, formazione e lavoro con donne che operano in contesti professionali, organizzativi e imprenditoriali. Molte delle situazioni raccontate prendono forma da storie vere, esperienze reali, dialoghi accaduti realmente nei percorsi di crescita personale e professionale.Non sono personaggi costruiti a tavolino. Sono donne che hanno vissuto dubbi, blocchi, senso di inadeguatezza, fatica nel riconoscersi, difficoltà ad esporsi o a sentirsi legittimate nei luoghi dove si decide.
Proprio per questo il libro non ha un taglio teorico o accademico.
Accanto alle riflessioni ci sono episodi concreti, conversazioni, immagini quotidiane ed esercizi che accompagnano il lettore a fermarsi, osservare i propri automatismi e rileggere alcune dinamiche personali con maggiore consapevolezza.
Gli esercizi non sono pensati come “tecniche motivazionali”, ma come occasioni di auto-osservazione: piccoli passaggi per riconoscere schemi mentali, modalità relazionali e convinzioni che spesso agiscono in automatico.
Uno dei temi centrali è proprio questo: la differenza tra esserci ed essere riconosciute. Tra fare molto ed essere percepite come autorevoli. Tra avere valore e riuscire a portarlo nel mondo senza continuamente metterlo in dubbio.
Nel libro compaiono anche i “draghi”: figure, contesti o relazioni che spengono energia e fiducia, facendo sentire le donne “troppo”, “non abbastanza”, “fuori posto” o costantemente in difetto.
Ma La pista cifrata delle donne non è un libro sulla lamentela. È un libro sulla possibilità. Sulla possibilità di riconoscere i propri automatismi prima che decidano al posto nostro. Di uscire da modelli costruiti solo per essere accettate. Di recuperare autenticità, presenza e libertà interiore.
Perché, molto spesso, il problema non è l’assenza di capacità. È la difficoltà a vedersi con uno sguardo diverso.
E forse, proprio come nelle piste cifrate, il punto non è aggiungere qualcosa che manca. Ma imparare finalmente a collegare ciò che c’è già
disabilità e caregiver familiari : cosa c'è nel decreto primo maggio?
DISABILITA' & CAREGIVER FAMILIARI: COSA C'E' NEL DECRETO PRIMO MAGGIO?
Il nuovo provvedimento del Consiglio dei ministri, il c.d. “Decreto Legge 1° maggio”, ad un primo esame delle bozze che abbiamo potuto visionare, si innesta nel complesso panorama delle politiche del mercato del lavoro con l'obiettivo precipuo di arginare la precarizzazione e garantire parametri retributivi dignitosi.
La manovra interviene sulle assunzioni agevolate e sulla disciplina del lavoro su piattaforma, nel tentativo di offrire maggiori certezze ai settori più esposti alle fluttuazioni economiche e allo sfruttamento tecnologico.
Una primissima disamina del testo normativo rivela, seppur per taluni aspetti va considerato in chiave positiva, una persistente asimmetria tra gli intenti di tutela generale e la reale capacità di intercettare le fragilità sistemiche del nostro ordinamento. Il decreto concentra le proprie leve incentivanti su platee estese, tralasciando le complesse dinamiche dell'inclusione mirata e omettendo di fornire risposte giuridiche alle categorie che quotidianamente sopportano i carichi di cura all'interno del nucleo domestico.
Perimetro di applicazione e impatto sistemico
L'architettura giuridica del decreto in esame stabilisce un confine applicativo estremamente rigoroso. L'articolo 19 circoscrive in modo inequivocabile l'efficacia dell'intero impianto normativo ai soli rapporti di lavoro subordinato privato, ricomprendendo esplicitamente anche il contratto di apprendistato. Il legislatore ha escluso in radice l'estensione del decreto ai lavoratori dipendenti dalle amministrazioni pubbliche regolati dal decreto legislativo 165 del 2001, rendendo inapplicabili all'interno del comparto statale le relative misure. Questa delimitazione netta e perentoria impedisce che i nuovi strumenti di incentivazione occupazionale e di conciliazione possano produrre alcun effetto giuridico o contrattuale per il pubblico impiego.
Esame del capo primo sulle agevolazioni occupazionali
Il Capo I introduce un corposo pacchetto di agevolazioni contributive dirette unicamente ai datori di lavoro del settore privato. L'articolo 1 istituisce il Bonus donne 2026, garantendo l'esonero previdenziale per l'assunzione di lavoratrici in condizioni di svantaggio. L'articolo 2 mira a sostenere l'occupazione stabile under trentacinque. L'articolo 3 concentra specifiche risorse a favore delle microimprese operanti nella Zona economica speciale per il Mezzogiorno. L'articolo 4 agisce come leva temporanea per la trasformazione in pianta stabile dei contratti a termine. L'articolo 6 riconosce un esonero contributivo alle aziende dotate della certificazione di parità di genere, allo scopo di sostenere la conciliazione tra famiglia e lavoro. Eseguendo una verifica puntuale sull'articolato, si constata la radicale assenza di disposizioni rivolte a facilitare l'inserimento occupazionale delle persone con disabilità. La norma opera un rinvio formale alle macro-categorie di lavoratori svantaggiati individuate dal regolamento comunitario 651 del 2014, rinunciando a strutturare leve dedicate per supportare i costi dei necessari accomodamenti ragionevoli previsti dal decreto legislativo 62 del 2024. All'interno dell'articolo 6, dedicato alle politiche di conciliazione, non si rinviene alcuna tutela riferita al lavoratore che presta assistenza a un familiare in condizioni di non autosufficienza grave. L'istituto del Caregiver Familiare risulta totalmente ignorato dall'impianto incentivante.
Esame del capo secondo e il monitoraggio retributivo
Il Capo II interviene sui criteri di adeguatezza retributiva, assumendo la contrattazione collettiva comparativamente più rappresentativa quale parametro inderogabile per la sussistenza del salario giusto. L'articolo 8 istituisce meccanismi stringenti per il monitoraggio e la condivisione interistituzionale dei dati. È proprio in questa disposizione che si materializza l'unico, ma essenziale, riferimento normativo espresso in favore delle persone con disabilità. Il legislatore impone a soggetti quali INPS, ISTAT, CNEL e Ispettorato del Lavoro di raccogliere e incrociare i dati retributivi in forma disaggregata, includendo la disabilità come indicatore statistico primario accanto al genere e all'età. Tale tracciatura quantitativa risulta determinante sotto il profilo delle politiche di tutela, poiché fornisce alle autorità competenti lo strumento tecnico per mappare e documentare le dinamiche di discriminazione salariale o le disparità economiche sommerse subite dalle persone con disabilità all'interno del mercato del lavoro, in piena convergenza con il divieto di discriminazione sancito dalla direttiva europea 2000/78. Anche in questo segmento normativo, tuttavia, la funzione del Caregiver Familiare non trova alcuno spazio di rilevazione.
Esame dei capi terzo e quarto sulla tutela digitale
Il Capo III predispone un apparato sanzionatorio e presuntivo per prevenire il caporalato digitale e lo sfruttamento del lavoro intermediato da piattaforme algoritmiche. Le disposizioni introducono obblighi di trasparenza sostanziale sul funzionamento dei software preposti all'assegnazione dei turni e alla determinazione dei compensi. Sebbene la norma assicuri il diritto alla conoscibilità dell'algoritmo, manca un richiamo specifico all'obbligo di accessibilità universale delle interfacce digitali o all'interdizione di parametri di calcolo che possano originare forme di profilazione discriminatoria nei confronti delle persone con disabilità. Si evidenzia in tal senso una lacuna sistemica rispetto alle indicazioni recate dalla recente legge 132 del 2025 in materia di intelligenza artificiale, che impone garanzie rafforzate di equità per i lavoratori vulnerabili. Il Capo IV contiene previsioni essenzialmente contabili sulla destinazione temporanea del trattamento di fine rapporto al fondo di tesoreria, non producendo interferenze sulle politiche socio-sanitarie.
Valutazione comparativa e congruenza normativa
Dal confronto sistematico con l'ordinamento nazionale e sovranazionale emerge una certa debolezza del testo in esame sul fronte della tutela del lavoro di cura. Il decreto non recepisce in alcun modo i più recenti orientamenti emersi in sede europea, ponendosi in forte attrito con l'ordinanza della Corte di Giustizia Europea dell'11 settembre 2025 relativa alla causa C-38/24, la quale ha statuito l'obbligo giuridico per i datori di lavoro di accordare accomodamenti ragionevoli per favorire l'impiego dei lavoratori che si dedicano all'assistenza di un familiare in condizioni di compromissione della salute. Similmente, il provvedimento si pone in controtendenza con le finalità di conciliazione espresse dalla Direttiva UE 2019/1158, recepita in Italia con il decreto legislativo 105 del 2022, che mira a garantire diritti flessibili proprio in favore dei prestatori di cura. Le misure introdotte si presentano orientate esclusivamente alla dinamizzazione quantitativa dei rapporti di impiego privati standard, risultando ininfluenti rispetto alle tutele lavorative specialistiche afferenti alla disabilità e sancendo, di fatto, l'esclusione del Caregiver Familiare da ogni forma di sostegno normativo d'urgenza.
Francesco Alberto Comellini
Vicepresidente Osservatorio Permanente sulla Disabilità – OSPERDI ETS
Proteggiamo le persone fragili !!!
proteggiamo le persone fragili ! ALESSANDRA SERVIDORI
Denunciamo il grave ritardo nell’adozione e piena operatività del nuovo Piano nazionale per la Non Autosufficienza 2025-2027 e del relativo decreto di riparto del Fondo. Il precedente Piano è scaduto il 31 dicembre 2024. Nonostante l’intesa raggiunta in Conferenza Stato-Regioni il 18 marzo 2026, gli atti necessari non risultano ancora efficaci né le risorse concretamente disponibili per le Regioni. La stessa Ministra per la Disabilità, Alessandra Locatelli, ha confermato che l’iter è tuttora in corso.Non si tratta di un ritardo formale: senza pianificazione e senza certezze finanziarie, Regioni ed enti locali non possono programmare i servizi. “In molti territori questo si traduce già nel blocco o nella limitazione di interventi essenziali, con nuove persone che, pur in condizioni di gravissima disabilità, non riescono ad accedere ai sostegni. Si crea così una situazione inaccettabile in cui chi ha bisogno oggi resta escluso, mentre i diritti diventano incerti e diseguali.In uno Stato democratico e solidale, come previsto dalla nostra Costituzione, le persone con disabilità grave devono avere la priorità nella pianificazione degli interventi di sostegno e assistenza. La mancata adozione del Piano Nazionale per la Non Autosufficienza, dopo tutti questi mesi, equivale a una grave incapacità della ministra Locatelli di sostenere le urgenze del Paese e si traduce, di fatto, nella negazione dei diritti fondamentali. E’ un atto di responsabilità chiedere l’immediata adozione degli atti necessari per l’approvazione del Piano, la piena operatività del Fondo e la garanzia di continuità e accesso alle misure, senza ulteriori ritardi.
Vincenzo Pacillo Una critica internazionalistica alle posizioni di Trump e Vance
Vincenzo Pacillo Una critica internazionalistica alle posizioni di Trump e Vance
La pretesa di ridurre la Santa Sede a voce morale privata: una critica internazionalistica alle posizioni di Trump e Vance
1. Il presupposto implicito e il suo errore fondamentale
Le dichiarazioni del vicepresidente JD Vance — secondo cui il Vaticano dovrebbe «attenersi alle questioni morali» e lasciare che il presidente degli Stati Uniti si occupi di definire le politiche pubbliche americane — e l'attacco di Trump a Papa Leone contengono un presupposto giuridico-politico preciso, anche se mai esplicitato: che la Santa Sede sia un soggetto di natura esclusivamente religiosa e morale, e che la sua competenza legittima si esaurisca nell'ambito della spiritualità, senza titolo alcuno a intervenire nel dibattito sulle politiche pubbliche degli Stati, neppure in caso di gravi violazioni dei diritti dei rifugiati, del diritto internazionale e di azioni di guerra intraprese fuori dal perimetro di legalità tracciato dalla Carta ONU e dal diritto internazionale umanitario.
Questo presupposto è scientificamente insostenibile alla luce del diritto internazionale vigente e della prassi ultracentenaria degli Stati. La Santa Sede non è un'associazione religiosa, un movimento di opinione o un gruppo di pressione confessionale. È invece un soggetto di diritto internazionale, dotato di personalità giuridica originaria, indipendente da qualsiasi concessione statale e riconosciuta dalla comunità internazionale nella sua interezza — inclusi gli Stati Uniti d'America.
La dottrina internazionalistica, pur nelle sue articolazioni interne sulla distinzione tra la soggettività della Santa Sede e quella dello Stato della Città del Vaticano, converge senza eccezioni rilevanti nel riconoscere la piena personalità giuridica internazionale della Santa Sede. Balladore Pallieri, Morelli, Cansacchi, Cassese, Crawford, Ronzitti, Focarelli strutturano una tradizione dottrinale di straordinaria solidità e continuità, che non ammette la riduzione della Santa Sede al rango di semplice attore morale privo di titolo giuridico internazionale.
Il fondamento di questa soggettività non è il riconoscimento da parte degli altri Stati — che è atto dichiarativo e non costitutivo — bensì il principio di effettività. La Santa Sede ha dato prova continua, per secoli e anche nel sessantennio 1870-1929 in cui era priva di qualsiasi base territoriale, di possedere i requisiti dell'effettività e dell'indipendenza che il diritto internazionale consuetudinario richiede per attribuire ipso facto la soggettività.
Ridurre questa entità a una voce «morale» equivale a ignorare sistematicamente:
la ratifica di oltre cento trattati multilaterali, tra cui le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949, la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969 e quella sulle relazioni diplomatiche del 1961;
l'intrattenimento di relazioni diplomatiche con 180 Stati sovrani — dato rilevato anche in un rapporto interno dell'ambasciatore americano presso la Santa Sede, che la definiva una «potenza globale», seconda agli USA per numero di relazioni diplomatiche;
lo status di Stato osservatore permanente all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con nove diritti e privilegi specificamente riconosciuti dalla risoluzione 58/314 del 2004, adottata all'unanimità;
la membership a pieno titolo in organizzazioni internazionali quali l'AIEA, l'OSCE, l'OIM e l'OMPI.
La pretesa che un soggetto con tale profilo si astenga dall'esprimersi sulle politiche pubbliche degli Stati in caso di gravi violazioni del diritto internazionale e del diritto umanitario è, dal punto di vista del diritto internazionale, semplicemente priva di fondamento.
Peraltro Vance inquadra la questione come se la Santa Sede stesse interferendo nelle competenze sovrane degli Stati Uniti. Questa impostazione confonde due piani concettualmente distinti.
Il principio di non ingerenza negli affari interni degli Stati è una norma cardine del diritto internazionale generale, sancita dall'art. 2.7 della Carta ONU e dalla prassi consuetudinaria. Esso vieta agli Stati di intervenire coercitivamente negli affari che rientrano nella domestic jurisdiction di un altro Stato. Non vieta affatto che un soggetto internazionale esprima la propria posizione su questioni di rilevanza globale — incluse le politiche migratorie, il trattamento dei rifugiati o il rispetto del diritto internazionale umanitario.
Quando dunque il Papa esprime una posizione sulle politiche migratorie americane, non esercita alcuna coercizione; esercita una prerogativa che il diritto internazionale riconosce a qualsiasi soggetto della comunità internazionale: quella della libera espressione della propria posizione nella vita di relazione tra gli Stati secondo le regole internazionalmente riconosciute.
L'unico appiglio testuale che potrebbe dare una qualche consistenza giuridica alla posizione di Vance è l'art. 24 del Trattato del Laterano del 1929, che merita di essere citato per intero: «La Santa Sede, in relazione alla sovranità che Le spetta anche nel campo internazionale, dichiara di voler rimanere e rimarrà estranea alle competizioni temporali fra gli altri Stati e ai Congressi internazionali indetti per tale oggetto, salvo che le parti contendenti facciano concorde appello alla sua missione di pace, riservandosi in ogni caso di far valere la sua potestà morale e spirituale».
Si tratta di una norma convenzionale di straordinaria rilevanza, che la Santa Sede ha autonomamente accettato come limite alla propria azione internazionale. Vance — cattolico convertito in età adulta, e quindi presumibilmente non ignaro dei rapporti tra la Santa Sede e gli Stati — potrebbe teoricamente richiamare questa disposizione per sostenere che la Santa Sede stessa si è impegnata a restare estranea alle contese tra Stati, riservando la propria azione alla sfera morale e spirituale.
L'argomento, però, fallisce su tre piani distinti.
Primo: l'oggetto della norma. L'art. 24 fa riferimento alle «competizioni temporali fra gli altri Stati», espressione che nel linguaggio diplomatico del 1929 designava le rivalità geopolitiche, i conflitti di interesse territoriale e di potenza tra Stati sovrani — in sostanza, ciò che oggi chiameremmo contese interstatali su questioni di sovranità e bilanciamento di potere. L'immigrazione, il trattamento dei rifugiati e il rispetto del diritto internazionale umanitario non rientrano in questa categoria. Si tratta di ambiti nei quali la Santa Sede ha assunto obblighi convenzionali autonomi — ratificando la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, la Convenzione contro la tortura, la Convenzione sui diritti del fanciullo — e rispetto ai quali la sua posizione non è quella di una parte in una «competizione temporale», ma quella di un soggetto internazionale che declina i propri impegni giuridici e la propria missione istituzionale.
Secondo: la clausola di riserva esplicita. L'art. 24, nella sua seconda parte, fa esattamente il contrario di ciò che Vance sostiene: riserva alla Santa Sede, «in ogni caso», il diritto di «far valere la sua potestà morale e spirituale». Questa riserva non è un'eccezione marginale: è la parte della norma che descrive positivamente ciò che la Santa Sede può sempre fare, indipendentemente da qualsiasi limite. Quando il Papa si esprime sulle politiche migratorie americane, esercita precisamente questa potestà morale e spirituale esplicitamente riservata dal Trattato. Vance chiede alla Santa Sede di attenersi alle questioni morali — e l'art. 24 le garantisce il diritto irrinunciabile di farlo. La sua posizione è dunque in contraddizione persino con la norma che, involontariamente, avrebbe potuto citare a proprio favore.
Le affermazioni di Vance e Trump non resistono all'esame del diritto internazionale. La Santa Sede è un soggetto primario della comunità internazionale, la cui personalità giuridica non deriva dal consenso di singoli Stati né può essere limitata dalla loro volontà unilaterale. La sua legittimità a esprimersi sulle questioni internazionali di rilevanza globale — incluse le politiche migratorie, il rispetto del diritto internazionale umanitario e la condizione dei rifugiati — è fondata su oltre un secolo di prassi convenzionale, su relazioni diplomatiche con 180 Stati e su una presenza istituzionale nelle principali organizzazioni internazionali.
Pretendere che essa «si attenga alle questioni morali» non è una posizione giuridica: è una scelta politica di frizione con un soggetto internazionale scomodo, formulata con il lessico della separazione tra sfera religiosa e sfera politica, ma priva di qualsiasi fondamento nel diritto internazionale vigente. Per di più, è una posizione contraddetta dalla condotta storica degli stessi Stati Uniti, che con la Santa Sede intrattengono relazioni diplomatiche formali e la riconoscono, nei fatti, come ciò che essa è: una potenza globale.
SI PERCHE' SI con i piedi per terra
SI’ PERCHE’SI’ Alessandra Servidori Presidente Nazionale TUTTEPERITALIA
E' un referendum che finalmente porta equilibrio in una situazione di grande difficoltà perchè i cittadini possano contare su una giustizia non requisita dalle correnti della magistratura e per una condizione reale di libertà.
1. Un giudice terzo è la prima garanzia di libertà
Perché senza un giudice terzo non ci può essere il necessario riequilibrio del potere del Pubblico Ministero. Il giudice deve essere libero da ogni vincolo e da ogni influenza, distinto da chi esercita l’accusa. È un principio costituzionale e una condizione essenziale di libertà per tutti. La separazione delle carriere rafforza la figura del giudice e restituisce fiducia, equilibrio e credibilità alla giustizia.
2. Ruoli diversi, stesse garanzie
Due carriere diverse, una sola giustizia al servizio delle persone. Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa organizzazione, si valutano tra loro, condividono carriera e organo di governo. La riforma li distingue, rendendoli autonomi e complementari, e riportando chiarezza nel sistema. È così che la giustizia si declina in uno Stato di diritto democratico e liberale.
3. Per un processo davvero equo, ad armi pari
Solo la parità delle parti garantisce i diritti di tutti. Nel giusto processo accusa e difesa devono confrontarsi in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale. Solo così la verità nasce dal confronto e non dall’autorità. Separare le carriere significa dare piena attuazione ai principi costituzionali del processo accusatorio e restituire ai cittadini la certezza di un giudizio fondato solo sulle prove e garantito da un giudice distante allo stesso modo da chi accusa e da chi difende.
4. Come in tutte le democrazie liberali
L’Europa separa i ruoli, l’Italia deve colmare il ritardo. In tutte le democrazie consolidate in Europa e nel mondo giudici e pubblici ministeri dipendono da organizzazioni distinte. L’Italia, che rappresenta oggi un’anomalia assoluta, deve finalmente allinearsi ai modelli liberali ed evoluti, non per imitazione, ma per coerenza con la propria Costituzione e con il principio di separazione dei poteri.
5. Una giustizia che fa paura non è giusta
Chi crede nello Stato deve poter credere anche nella sua giustizia. Quando i ruoli si confondono, la fiducia si incrina. Una giustizia che intimorisce o si chiude in se stessa smette di essere credibile. Separare le carriere significa renderla più trasparente, più vicina a chi chiede tutela e protezione. Perché la fiducia è la prima forma di giustizia, e la giustizia credibile è la base della democrazia.
6. Separare per difendere autonomia e indipendenza del giudice
L’autonomia si protegge distinguendo i ruoli, non confondendoli. Separare assicura l’autonomia del giudice rispetto al pubblico ministero e aiuta a difendere l’indipendenza della magistratura da ogni condizionamento politico, ideologico o corporativo, rafforzando la sua funzione di garanzia. Una magistratura libera è una giustizia più forte: al servizio della verità e dei diritti, non del potere.
7. Sorteggio dei componenti del CSM: più trasparenza e meno correntismo
La giustizia deve rispondere ai cittadini, non ai gruppi di potere. Con il sorteggio dei componenti dei due CSM verranno superate le logiche del correntismo che condizionano nomine e carriere, facendo prevalere l’appartenenza sul merito e sulle competenze. Il CSM tornerà così organo di garanzia, come previsto dalla Costituzione, e non strumento di potere interno, capace di condizionare gli stessi magistrati che dovrebbe tutelare.
8. Il Presidente della Repubblica, garante dell’equilibrio e dell’unità della giustizia
Il Capo dello Stato resta il custode della Costituzione e della libertà dei cittadini. La riforma valorizza il suo ruolo di garanzia: il Presidente continuerà a presiedere entrambi i Consigli Superiori, assicurando coerenza e indipendenza per la magistratura. È il segno più alto di un equilibrio istituzionale che unisce, non divide: una giustizia ordinata e fedele ai principi della Repubblica e di uno Stato liberale.
9. Un’Alta Corte per una giustizia che risponde a tutti
La giustizia deve essere trasparente nei confronti dei cittadini, non rendere conto solo a se stessa. Chi amministra la giustizia deve rispettarne le regole come ogni cittadino. L’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, autonoma e indipendente dai Consigli Superiori, i cui componenti saranno selezionati per sorteggio e in parte nominati dal Presidente della Repubblica, garantirà finalmente che le responsabilità dei magistrati siano valutate con terzietà e trasparenza. La credibilità nasce anche dalla responsabilità: nessuno è al di sopra della legge, tantomeno chi la applica.
10. Una battaglia di libertà, non di potere È la riforma di chi crede nella Costituzione e nella giustizia come servizio ai cittadini.È la storica battaglia trentennale dell’Unione delle Camere Penali Italiane: non contro qualcuno, ma per tutti. Perché separare le carriere non è uno slogan, ma un atto di civiltà. Dire SÌ significa, restituire credibilità e autorevolezza alla magistratura, avere un processo più giusto e una giustizia più trasparente nell’interesse di tutti i cittadini.
SI’ PERCHE’SI’ Alessandra Servidori Presidente Nazionale
1. Un giudice terzo è la prima garanzia di libertà
Perché senza un giudice terzo non ci può essere il necessario riequilibrio del potere del Pubblico Ministero.Il giudice deve essere libero da ogni vincolo e da ogni influenza, distinto da chi esercita l’accusa. È un principio costituzionale e una condizione essenziale di libertà per tutti. La separazione delle carriere rafforza la figura del giudice e restituisce fiducia, equilibrio e credibilità alla giustizia.
2. Ruoli diversi, stesse garanzie
Due carriere diverse, una sola giustizia al servizio delle persone. Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa organizzazione, si valutano tra loro, condividono carriera e organo di governo. La riforma li distingue, rendendoli autonomi e complementari, e riportando chiarezza nel sistema. È così che la giustizia si declina in uno Stato di diritto democratico e liberale.
3. Per un processo davvero equo, ad armi pari
Solo la parità delle parti garantisce i diritti di tutti. Nel giusto processo accusa e difesa devono confrontarsi in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale. Solo così la verità nasce dal confronto e non dall’autorità. Separare le carriere significa dare piena attuazione ai principi costituzionali del processo accusatorio e restituire ai cittadini la certezza di un giudizio fondato solo sulle prove e garantito da un giudice distante allo stesso modo da chi accusa e da chi difende.
4. Come in tutte le democrazie liberali
L’Europa separa i ruoli, l’Italia deve colmare il ritardo. In tutte le democrazie consolidate in Europa e nel mondo giudici e pubblici ministeri dipendono da organizzazioni distinte. L’Italia, che rappresenta oggi un’anomalia assoluta, deve finalmente allinearsi ai modelli liberali ed evoluti, non per imitazione, ma per coerenza con la propria Costituzione e con il principio di separazione dei poteri.
5. Una giustizia che fa paura non è giusta
Chi crede nello Stato deve poter credere anche nella sua giustizia. Quando i ruoli si confondono, la fiducia si incrina. Una giustizia che intimorisce o si chiude in se stessa smette di essere credibile. Separare le carriere significa renderla più trasparente, più vicina a chi chiede tutela e protezione. Perché la fiducia è la prima forma di giustizia, e la giustizia credibile è la base della democrazia.
6. Separare per difendere autonomia e indipendenza del giudice
L’autonomia si protegge distinguendo i ruoli, non confondendoli. Separare assicura l’autonomia del giudice rispetto al pubblico ministero e aiuta a difendere l’indipendenza della magistratura da ogni condizionamento politico, ideologico o corporativo, rafforzando la sua funzione di garanzia. Una magistratura libera è una giustizia più forte: al servizio della verità e dei diritti, non del potere.
7. Sorteggio dei componenti del CSM: più trasparenza e meno correntismo
La giustizia deve rispondere ai cittadini, non ai gruppi di potere. Con il sorteggio dei componenti dei due CSM verranno superate le logiche del correntismo che condizionano nomine e carriere, facendo prevalere l’appartenenza sul merito e sulle competenze. Il CSM tornerà così organo di garanzia, come previsto dalla Costituzione, e non strumento di potere interno, capace di condizionare gli stessi magistrati che dovrebbe tutelare.
8. Il Presidente della Repubblica, garante dell’equilibrio e dell’unità della giustizia
Il Capo dello Stato resta il custode della Costituzione e della libertà dei cittadini. La riforma valorizza il suo ruolo di garanzia: il Presidente continuerà a presiedere entrambi i Consigli Superiori, assicurando coerenza e indipendenza per la magistratura. È il segno più alto di un equilibrio istituzionale che unisce, non divide: una giustizia ordinata e fedele ai principi della Repubblica e di uno Stato liberale.
9. Un’Alta Corte per una giustizia che risponde a tutti
La giustizia deve essere trasparente nei confronti dei cittadini, non rendere conto solo a se stessa. Chi amministra la giustizia deve rispettarne le regole come ogni cittadino. L’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, autonoma e indipendente dai Consigli Superiori, i cui componenti saranno selezionati per sorteggio e in parte nominati dal Presidente della Repubblica, garantirà finalmente che le responsabilità dei magistrati siano valutate con terzietà e trasparenza. La credibilità nasce anche dalla responsabilità: nessuno è al di sopra della legge, tantomeno chi la applica.
10. Una battaglia di libertà, non di potere È la riforma di chi crede nella Costituzione e nella giustizia come servizio ai cittadini.È la storica battaglia trentennale dell’Unione delle Camere Penali Italiane: non contro qualcuno, ma per tutti. Perché separare le carriere non è uno slogan, ma un atto di civiltà. Dire SÌ significa, restituire credibilità e autorevolezza alla magistratura, avere un processo più giusto e una giustizia più trasparente nell’interesse di tutti i cittadini.
ANDIAMO A VOTARE CON FIDUCIA E VOTIAMO SI
Dossierino per noi sull'8 Marzo 2026
TUTTEPERITALIA 8 marzo 2026 DOSSIERINO PER NOI
FESTA DELLA DONNA 2026/ Come liberare l’8 marzo da brutte abitudini e noiose litanie Alessandra Servidori Pubblicato 8 Marzo 2026
L'8 marzo, festa della donna, anche quest'anno pare ripetersi con riti e litanie che sarebbe il caso di superare. Anche quest’anno l’8 marzo pare sia quasi come sempre. Dunque, mimose strappate dagli alberi e pagate a peso d’oro, convegni prima e dopo sui numeri dei femminicidi che continuano a sanguinare sotto i tetti, lotta politica sulla violenza senza tregua durante l’arco di una settimana tragicamente importante che coinvolge certamente anche le italiane, ma in cui brillano le offese perpetrate dai leoni e leonesse delle tastiere tra i due schieramenti per questo referendum che prima di tutto ci ricorda che in 80 anni siamo ancora qui a stracciarci le vesti sulla mancanza di libertà conquistata dalle nostre nonne con il diritto di voto. La guerra in cortile fa tremare le vene ai polsi, ma si continua troppo a rimuovere la situazione occupandosi un po’ troppo ancora di Garlasco, di Sanremo, di vita quotidiana buttando l’ostacolo della responsabilità oltre la paura, mentre l’impegno civile ci deve inchiodare un po’ di più sul merito anche di questo referendum, dove le voci femminili languono sui giornali, nelle tv, a parte le solite anchorwomen a busta paga di un’emittente o di un editore. Bene, allora io nel mio piccolo dico la mia ricordando che sulla legge sull’antisemitismo sono particolarmente contenta che dopo anche un lavoro serio svolto nel Comitato che ha studiato e proposto alcune azioni concrete per rinnovare la Strategia nazionale sull’antisemitismo si sia arrivati anche in Parlamento a riconoscere una linea comune almeno in maggioranza. La senatrice Segre, Signora della memoria attiva, è un esempio di fermezza e generosità e mi onora come italiana seguirla e stimarla come figura femminile: potrebbe essere mia sorella maggiore ma continua ad insegnarmi tanto. Anna Kuliscioff, la mia eroina da giovane socialista che continua a essere nei suoi scritti e nelle sue analisi di un’attualità fenomenale con la passione che ci accomuna. E poi l’attualità di cosa fare per le generazioni che crescono: sensibilizzare, insegnare, spronare a occuparsi della nostra economia, perché l’indipendenza economica è uno strumento fondamentale di prevenzione non solo della violenza economica, ma di ogni forma di violenza e di negazione della libertà ai danni delle donne. Certo, potenziare i servizi, sostenere le riforme come quelle per le caregiver familiari o la conciliazione vita-lavoro, perché le donne non siano costrette a scegliere tra lavoro e famiglia e cura dei nostri cari senza che siano riconosciute come braccio armato di un sistema di welfare che non regge senza il loro lavoro volontario. Poi ci sono le proposte che siamo chiamate a sostenere non solo in Parlamento, pensando alle giovani donne perseguitate dalla colpa di un inverno demografico che addirittura si traveste da diavolo accusandole di voler fare carriera e non più figli. Roba talebana che però neanche tanto sottilmente si vocifera nei luoghi della politica ancora tragicamente maschilista. C’è una proposta di legge che ha cominciato il suo iter in Parlamento, che appoggio da tecnica tenace, per aiutare le donne che hanno subito violenza a riacquistare autonomia e libertà: dall’incremento del fondo per il reddito di libertà a contributi economici per l’autonomia, fino agli sgravi contributivi per chi assume donne vittime di violenza e per le stesse donne assunte.La proposta ha iniziato il suo iter in commissione: l’auspicio è che raccolga la più ampia convergenza possibile perché oggi ci sono Mara Carfagn e Annamaria Bernini, con le quali ho compiuto un percorso molto intenso iniziato due decenni fa e ancora ora si lavora a testa bassa, e prima di loro con Elsa Fornero, Valeria Fedeli, Anna Finocchiaro e Stefania Prestigiacomo.Sei ministre illuminate con le quali è stato un piacere lavorare anche per le donne e soprattutto unite dallo stesso denominatore comune: il ruolo dell’educazione finanziaria nel sistema antiviolenza e la giurisprudenza sulla tutela del lavoro. Poi, certo, abbiamo la prima presidente del Consiglio donna che stimo e apprezzo e alla quale auguro lunga vita. Dalla parte delle donne ci conviene unire i punti piuttosto che fare la guerra “ibrida”: intanto andiamo a esercitare il nostro diritto di voto perché è un onore contare ed è un onore per me stare al fianco delle donne che credono nella nostra forza e hanno il coraggio di dire sì, ci siamo e ci saremo.
ALESSANDRA SERVIDORI
https://www.startmag.it/mondo/l8-marzo-oltre-le-mimose-ce-la-giustizia-che-ancora-manca-alle-donne/
Riecco l’8 marzo, puntuale, ma quest’anno ha un sapore particolarmente amaro. Anche se vedremo i girotondi delle ragazze che sperano ancora in un futuro diverso, le signore che approfittano per andare a cena fuori e bere in pace un goccetto, le istituzioni di giallo addobbate che grondano di mimose estirpate dai meravigliosi e profumati alberi e l’ordine categorico di non parlare delle donne giovani, anziane, non nate, schiacciate dalle guerre.
E però sale un imperativo da parte di un po’ di buonsenso che pare sommerso: sveglia, avanti, cercate di conquistare la cultura della responsabilità nonostante… Cercate dunque di occuparvi di lavoro, economia, rapporti internazionali e di guardare oltre l’ombelico Italia.
Per esempio si parla di giustizia per il referendum prossimo: pochissime interlocutrici appaiono in rete senza sbraitare, ma parlando del contenuto del quesito; pochissimi dati, per esempio, sulla violenza di genere inflitti dai tribunali. E che cosa ci stanno a fare gli osservatori? La Commissione parlamentare sui femminicidi sta facendo una fatica improba per avere i dati, e non parliamo a livello internazionale.
Un esempio per tutti: gli slogan che questo EIGE, istituto internazionale di genere europeo, ha pubblicato in queste ore. Un istituto che è a Vilnius, in capo al mondo, che ogni tanto giustifica la sua vita (peraltro abbastanza costosa) perché fa delle ricerche di cui noi non sappiamo quasi niente, se non volontariamente, perché personalmente piace studiare e capire e per portare in dote a chi ha voglia di seguire una matura maestra le situazioni anche geopolitiche di genere.
E così scopro che la Giornata internazionale della donna 2026, secondo EIGE, pone l’accesso alla giustizia al centro dell’agenda globale con il tema: “Diritti. Giustizia. Azione”. Bene. Ma per molte donne il percorso verso la protezione non inizia in un’aula di tribunale. Inizia, e a volte finisce, con un calcolo brutale. Prima di sporgere denuncia alla polizia bisogna chiedersi: “È sicuro?”, “Qualcuno mi crederà?”, “Posso permettermelo?”. Queste non sono domande astratte. Determinano, ogni giorno, se il sistema verrà effettivamente affrontato o meno.
La violenza contro le donne rimane una delle violazioni dei diritti umani più diffuse: una donna su tre nell’UE subisce violenza fisica e/o sessuale nel corso della propria vita. Eppure, secondo i dati dell’indagine UE sulla violenza di genere, solo il 13,9% ha denunciato gli episodi più gravi alla polizia. La violenza contro le donne è raramente un evento isolato. Per molte donne si verifica ripetutamente all’interno di relazioni intime, dove dovrebbero essere più al sicuro. Quando le donne non denunciano gli abusi, spesso è perché il sistema giudiziario sembra troppo insicuro, troppo costoso o troppo incerto per essere contattato. Ecco perché l’accesso alla giustizia è diventato un tema così centrale in questa Giornata internazionale della donna.
La stragrande maggioranza della violenza a livello globale è commessa dai partner. La casa è il luogo più pericoloso per una donna. La direttrice di UN Women Bruxelles concorda: “Si pensa ancora, in larga parte ed erroneamente, che la violenza avvenga fuori casa. È qui che le norme e le convinzioni sociali giocano a sfavore delle donne. Non è giusto, ma spesso le donne devono fare i bagagli in fretta e uscire di casa per salvarsi la vita. In questo caso, la legislazione e i servizi non sono di supporto come dovrebbero. Anche in Europa non disponiamo ancora di centri sufficientemente attrezzati per accogliere le donne vittime di violenza. Il pericolo in questo caso è che la giustizia per le donne venga meno al primo ostacolo finanziario, esponendole a un rischio continuo”.
Pertanto la sottostima non è un segno di indifferenza, ma piuttosto una risposta razionale a sistemi che continuano a essere percepiti come insicuri, costosi o incerti. Anche quando le donne denunciano reati di violenza, incombe un altro ostacolo: la dimensione più ripugnante è che la giustizia fallisce. Il coraggio di Gisèle Pelicot ha ispirato milioni di persone quando ha rinunciato al suo diritto all’anonimato in un caso giudiziario che ha portato a procedimenti per stupro contro suo marito e decine di altri uomini.
Ma i bassi tassi di condanna, le condanne clementi e le procedure lunghe scoraggiano molti dal rivolgersi al tribunale. Le condanne che sentiamo sono ancora molto al di sotto di quanto dovrebbe essere la pena. Sembrano sbilanciate rispetto alle pene previste per i reati finanziari. Quindi, naturalmente, le donne considerano la loro vita e la loro sicurezza meno importanti. La fiducia nella giustizia è plasmata non solo dai risultati, ma anche dalla rappresentanza. È più difficile costruirla quando le donne raramente si vedono rappresentate ai livelli più alti. I bassi tassi di condanna, le condanne clementi e le procedure lunghe scoraggiano molti dal rivolgersi al tribunale. La leadership delle corti europee rimane prevalentemente maschile. Né la Corte di giustizia dell’Unione europea né il Tribunale hanno mai avuto una donna come presidente. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha avuto una sola presidente donna. Al contrario, il Procuratore capo europeo è una donna fin dall’istituzione della Procura europea nel 2019.
Questi squilibri non determinano le sentenze, ma plasmano la percezione di quale autorità definisca la giustizia. L’indagine sulla violenza di genere condotta dall’EIGE nell’UE rivela la portata e l’entità delle sfide che i sistemi di polizia e giudiziari devono affrontare oggi. Il prossimo rapporto dell’agenzia, “Dietro i numeri: analisi dei dati di polizia e giustizia sulla violenza del partner e sulla violenza domestica”, mostra dove dobbiamo procedere da qui ed esamina il modo in cui gli Stati membri registrano e monitorano i casi. Tuttavia, l’assenza di un reato specifico di violenza domestica nella maggior parte degli Stati membri e la portata limitata dei dati di polizia offuscano il quadro completo.
Anche quando le definizioni e le pratiche di registrazione variano, gran parte di ciò che accade dopo la presentazione di una segnalazione è ancora difficile da tracciare. Senza questo, la responsabilità istituzionale è più ardua da valutare. L’elaborazione delle politiche e la loro attuazione sottostimano ancora il fenomeno. Abbiamo bisogno di dati affidabili: senza prove diventa più facile supporre che il problema sia più piccolo di quanto non sia in realtà.
Perché i principi fondamentali della giustizia sono ancora importanti per i diritti delle donne e l’attenzione rivolta all’accesso alla giustizia in occasione della Giornata internazionale della donna di quest’anno è legata al lavoro della Commissione sulla condizione femminile. In un momento di forte reazione contro i diritti delle donne e delle ragazze e di disinformazione, si tratta di tornare ai principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite e ai valori fondamentali delle Nazioni Unite.
Anche in Europa non tutti collaborano quando si tratta di diritti delle donne e parità di genere. Trent’anni dopo la Piattaforma d’azione di Pechino molti obiettivi rimangono insoddisfatti e sono emerse nuove sfide, come la violenza online, che non viene presa abbastanza sul serio. La polizia non è attrezzata per affrontarla e la legislazione deve essere aggiornata per sostenere la donna in termini di accesso alla giustizia. Rafforzare il quadro giuridico per includere la violenza online è fondamentale. Gli autori di reati si sentono al sicuro dietro i loro schermi, mentre le donne si sentono sempre più isolate. Il mondo online diventa rapidamente realtà, con minacce concrete. Ecco perché servono misure specifiche.
Ci sono segnali di progresso. La Direttiva sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica copre esplicitamente gli abusi online e deve essere recepita nel diritto nazionale entro la metà del 2027. Questa settimana il Consiglio d’Europa ha anche adottato una nuova raccomandazione sulla responsabilità per la violenza contro donne e ragazze facilitata dalla tecnologia.
Questi impegni sono importanti, ma il loro impatto sarà valutato in base alla loro piena attuazione, alla dotazione di risorse adeguate e alla loro sostenibilità nel tempo. Sono molteplici i motivi per cui affrontare le cause del fallimento dei diritti delle donne nelle nostre aule giudiziarie dovrebbe essere una priorità, perché la giustizia equa richiede più di semplici leggi scritte sulla carta. Richiede sistemi che le donne possano permettersi, di cui possano fidarsi e che possano utilizzare in sicurezza.
La sfida non è solo quella di formulare nuove promesse, ma anche di attuare quelle esistenti con risorse adeguate, responsabilità e trasparenza. Il cambiamento più significativo che l’Europa potrebbe apportare per migliorare l’accesso all’istruzione è il finanziamento e il fondo sulla coesione sociale: anche a questo deve servire.
I costi sociali ed economici associati alla violenza contro le donne rendono l’investimento nella prevenzione e nella protezione l’unica scelta razionale. EIGE ha condotto ricerche sull’impatto della violenza e sulle sue conseguenze, che vanno ben oltre il danno immediato: noi dobbiamo conoscerle e saperle usare. La violenza contro le donne e la violenza domestica costano all’UE circa 366 miliardi di euro ogni anno. Non è solo un problema di violenza. È anche un problema di salute pubblica, sociale ed economico. Anche in tempi di restrizioni di bilancio è un investimento intelligente per avere cittadini più sicuri e lavoratori più produttivi.
Bisogna studiare dati accurati e comparabili per aiutare i responsabili politici dell’UE, e anche i nostri responsabili politici, a formulare giudizi informati, in modo che possano fare della giustizia un elemento su cui le donne possano fare affidamento, anziché qualcosa che devono mettere in discussione.
Alessandra Servidori www.ildiariodelavoro.it Di nuovo 8 marzo in una situazione dove la guerra è appunto nel cortile di casa e le donne non possono fare solo le pacifiste e scendere in piazza ma devono comunque tornare a fare politica vera senza accontentarsi degli strapuntini dei luoghi ,dei mass media dove si influenza poi in modi più o meno competenti la capacità di formarsi una opinione e scegliere e contare. Il mondo delle imprese tutto indifferentemente segue con apprensione l'evolversi della situazione in Medio Oriente, perché è ulteriore fattore di incertezza e instabilità nel contesto globale, che avrà ricadute economiche importanti a livello mondiale.Gli effetti del conflitto andranno ben oltre i territori più direttamente coinvolti e si rifletteranno sulla mobilità internazionale delle merci e delle persone, sulle catene di approvvigionamento delle materie prime e dell’energia, quindi inevitabilmente sui costi a carico delle imprese. Quanto più durerà l’instabilità, tanto più gravi saranno gli effetti su energia, prezzi e commercio globale, con un concreto potenziale di escalation nell’area e conseguenze economiche pesanti per l’economia nazionale e locale .Abbiamo territori dove l’interscambio diretto con i Paesi del Golfo Persico non è particolarmente rilevante altri di più. La conseguenza immediata del conflitto è l’interruzione del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più strategici al mondo per il commercio di energia, da cui transitano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, il 27% del petrolio mondiale, il 20% del gas naturale liquefatto e circa un terzo dei fertilizzanti. Ad oggi almeno 150 petroliere sarebbero ferme nelle acque aperte del Golfo oltre lo Stretto. Anche senza un blocco formale di questo passaggio l’aumento del rischio percepito comporta una riduzione dei movimenti navali, costi dei noleggi più volatili e supplementi dei costi assicurativi. La risoluzione del conflitto comporta informazione sistematiche certe e responsabilità per ognuno per fare il possibile per ristabilire in tempi brevi le condizioni per un accordo che porti ad una sistemazione tra le parti coinvolte perché solo con una soluzione condivisa si può garantire la stabilità e la ripresa economica dei Paesi coinvolti e in generale dell’economia mondiale. Da quattro anni la competitività delle imprese è penalizzata dai sovraccosti energetici rispetto ai nostri competitor europei ed extraeuropei per bulimia di potere sulla pelle di uomini e donne di paesi schiacciati da predatori, e noi non possiamo gettare l’ostacolo della responsabilità oltre perché comunque il Paese è sotto attacco e la politica che divide non può prevalere sull’appartenenza partitica .Ci vuole buonsenso e il coraggio di avanzare insieme e non perché siamo donne ma perché siamo elettrici ,italiane,responsabili del nostro futuro. Il decreto energia, pensato per le famiglie e le PMI, deve essere subito reso operativo, abbiamo bisogno di soluzioni strutturali, a partire dal mercato unico europeo dell'energia. E, vista l’emergenza, l’Europa deve avviare una riflessione concreta sullo sforamento del Patto di stabilità perché è lì che ci giochiamo il nostro avvenire , certo anche con i girotondi ma dandoci una mossa .
8 MARZO 2026 Dossierino per noi
TUTTEPERITALIA 8 marzo 2026 DOSSIERINO PER NOI
FESTA DELLA DONNA 2026/ Come liberare l’8 marzo da brutte abitudini e noiose litanie Alessandra Servidori Pubblicato 8 Marzo 2026
L'8 marzo, festa della donna, anche quest'anno pare ripetersi con riti e litanie che sarebbe il caso di superare. Anche quest’anno l’8 marzo pare sia quasi come sempre. Dunque, mimose strappate dagli alberi e pagate a peso d’oro, convegni prima e dopo sui numeri dei femminicidi che continuano a sanguinare sotto i tetti, lotta politica sulla violenza senza tregua durante l’arco di una settimana tragicamente importante che coinvolge certamente anche le italiane, ma in cui brillano le offese perpetrate dai leoni e leonesse delle tastiere tra i due schieramenti per questo referendum che prima di tutto ci ricorda che in 80 anni siamo ancora qui a stracciarci le vesti sulla mancanza di libertà conquistata dalle nostre nonne con il diritto di voto. La guerra in cortile fa tremare le vene ai polsi, ma si continua troppo a rimuovere la situazione occupandosi un po’ troppo ancora di Garlasco, di Sanremo, di vita quotidiana buttando l’ostacolo della responsabilità oltre la paura, mentre l’impegno civile ci deve inchiodare un po’ di più sul merito anche di questo referendum, dove le voci femminili languono sui giornali, nelle tv, a parte le solite anchorwomen a busta paga di un’emittente o di un editore. Bene, allora io nel mio piccolo dico la mia ricordando che sulla legge sull’antisemitismo sono particolarmente contenta che dopo anche un lavoro serio svolto nel Comitato che ha studiato e proposto alcune azioni concrete per rinnovare la Strategia nazionale sull’antisemitismo si sia arrivati anche in Parlamento a riconoscere una linea comune almeno in maggioranza. La senatrice Segre, Signora della memoria attiva, è un esempio di fermezza e generosità e mi onora come italiana seguirla e stimarla come figura femminile: potrebbe essere mia sorella maggiore ma continua ad insegnarmi tanto. Anna Kuliscioff, la mia eroina da giovane socialista che continua a essere nei suoi scritti e nelle sue analisi di un’attualità fenomenale con la passione che ci accomuna. E poi l’attualità di cosa fare per le generazioni che crescono: sensibilizzare, insegnare, spronare a occuparsi della nostra economia, perché l’indipendenza economica è uno strumento fondamentale di prevenzione non solo della violenza economica, ma di ogni forma di violenza e di negazione della libertà ai danni delle donne. Certo, potenziare i servizi, sostenere le riforme come quelle per le caregiver familiari o la conciliazione vita-lavoro, perché le donne non siano costrette a scegliere tra lavoro e famiglia e cura dei nostri cari senza che siano riconosciute come braccio armato di un sistema di welfare che non regge senza il loro lavoro volontario. Poi ci sono le proposte che siamo chiamate a sostenere non solo in Parlamento, pensando alle giovani donne perseguitate dalla colpa di un inverno demografico che addirittura si traveste da diavolo accusandole di voler fare carriera e non più figli. Roba talebana che però neanche tanto sottilmente si vocifera nei luoghi della politica ancora tragicamente maschilista. C’è una proposta di legge che ha cominciato il suo iter in Parlamento, che appoggio da tecnica tenace, per aiutare le donne che hanno subito violenza a riacquistare autonomia e libertà: dall’incremento del fondo per il reddito di libertà a contributi economici per l’autonomia, fino agli sgravi contributivi per chi assume donne vittime di violenza e per le stesse donne assunte.La proposta ha iniziato il suo iter in commissione: l’auspicio è che raccolga la più ampia convergenza possibile perché oggi ci sono Mara Carfagn e Annamaria Bernini, con le quali ho compiuto un percorso molto intenso iniziato due decenni fa e ancora ora si lavora a testa bassa, e prima di loro con Elsa Fornero, Valeria Fedeli, Anna Finocchiaro e Stefania Prestigiacomo.Sei ministre illuminate con le quali è stato un piacere lavorare anche per le donne e soprattutto unite dallo stesso denominatore comune: il ruolo dell’educazione finanziaria nel sistema antiviolenza e la giurisprudenza sulla tutela del lavoro. Poi, certo, abbiamo la prima presidente del Consiglio donna che stimo e apprezzo e alla quale auguro lunga vita. Dalla parte delle donne ci conviene unire i punti piuttosto che fare la guerra “ibrida”: intanto andiamo a esercitare il nostro diritto di voto perché è un onore contare ed è un onore per me stare al fianco delle donne che credono nella nostra forza e hanno il coraggio di dire sì, ci siamo e ci saremo.
ALESSANDRA SERVIDORI
https://www.startmag.it/mondo/l8-marzo-oltre-le-mimose-ce-la-giustizia-che-ancora-manca-alle-donne/
Riecco l’8 marzo, puntuale, ma quest’anno ha un sapore particolarmente amaro. Anche se vedremo i girotondi delle ragazze che sperano ancora in un futuro diverso, le signore che approfittano per andare a cena fuori e bere in pace un goccetto, le istituzioni di giallo addobbate che grondano di mimose estirpate dai meravigliosi e profumati alberi e l’ordine categorico di non parlare delle donne giovani, anziane, non nate, schiacciate dalle guerre.
E però sale un imperativo da parte di un po’ di buonsenso che pare sommerso: sveglia, avanti, cercate di conquistare la cultura della responsabilità nonostante… Cercate dunque di occuparvi di lavoro, economia, rapporti internazionali e di guardare oltre l’ombelico Italia.
Per esempio si parla di giustizia per il referendum prossimo: pochissime interlocutrici appaiono in rete senza sbraitare, ma parlando del contenuto del quesito; pochissimi dati, per esempio, sulla violenza di genere inflitti dai tribunali. E che cosa ci stanno a fare gli osservatori? La Commissione parlamentare sui femminicidi sta facendo una fatica improba per avere i dati, e non parliamo a livello internazionale.
Un esempio per tutti: gli slogan che questo EIGE, istituto internazionale di genere europeo, ha pubblicato in queste ore. Un istituto che è a Vilnius, in capo al mondo, che ogni tanto giustifica la sua vita (peraltro abbastanza costosa) perché fa delle ricerche di cui noi non sappiamo quasi niente, se non volontariamente, perché personalmente piace studiare e capire e per portare in dote a chi ha voglia di seguire una matura maestra le situazioni anche geopolitiche di genere.
E così scopro che la Giornata internazionale della donna 2026, secondo EIGE, pone l’accesso alla giustizia al centro dell’agenda globale con il tema: “Diritti. Giustizia. Azione”. Bene. Ma per molte donne il percorso verso la protezione non inizia in un’aula di tribunale. Inizia, e a volte finisce, con un calcolo brutale. Prima di sporgere denuncia alla polizia bisogna chiedersi: “È sicuro?”, “Qualcuno mi crederà?”, “Posso permettermelo?”. Queste non sono domande astratte. Determinano, ogni giorno, se il sistema verrà effettivamente affrontato o meno.
La violenza contro le donne rimane una delle violazioni dei diritti umani più diffuse: una donna su tre nell’UE subisce violenza fisica e/o sessuale nel corso della propria vita. Eppure, secondo i dati dell’indagine UE sulla violenza di genere, solo il 13,9% ha denunciato gli episodi più gravi alla polizia. La violenza contro le donne è raramente un evento isolato. Per molte donne si verifica ripetutamente all’interno di relazioni intime, dove dovrebbero essere più al sicuro. Quando le donne non denunciano gli abusi, spesso è perché il sistema giudiziario sembra troppo insicuro, troppo costoso o troppo incerto per essere contattato. Ecco perché l’accesso alla giustizia è diventato un tema così centrale in questa Giornata internazionale della donna.
La stragrande maggioranza della violenza a livello globale è commessa dai partner. La casa è il luogo più pericoloso per una donna. La direttrice di UN Women Bruxelles concorda: “Si pensa ancora, in larga parte ed erroneamente, che la violenza avvenga fuori casa. È qui che le norme e le convinzioni sociali giocano a sfavore delle donne. Non è giusto, ma spesso le donne devono fare i bagagli in fretta e uscire di casa per salvarsi la vita. In questo caso, la legislazione e i servizi non sono di supporto come dovrebbero. Anche in Europa non disponiamo ancora di centri sufficientemente attrezzati per accogliere le donne vittime di violenza. Il pericolo in questo caso è che la giustizia per le donne venga meno al primo ostacolo finanziario, esponendole a un rischio continuo”.
Pertanto la sottostima non è un segno di indifferenza, ma piuttosto una risposta razionale a sistemi che continuano a essere percepiti come insicuri, costosi o incerti. Anche quando le donne denunciano reati di violenza, incombe un altro ostacolo: la dimensione più ripugnante è che la giustizia fallisce. Il coraggio di Gisèle Pelicot ha ispirato milioni di persone quando ha rinunciato al suo diritto all’anonimato in un caso giudiziario che ha portato a procedimenti per stupro contro suo marito e decine di altri uomini.
Ma i bassi tassi di condanna, le condanne clementi e le procedure lunghe scoraggiano molti dal rivolgersi al tribunale. Le condanne che sentiamo sono ancora molto al di sotto di quanto dovrebbe essere la pena. Sembrano sbilanciate rispetto alle pene previste per i reati finanziari. Quindi, naturalmente, le donne considerano la loro vita e la loro sicurezza meno importanti. La fiducia nella giustizia è plasmata non solo dai risultati, ma anche dalla rappresentanza. È più difficile costruirla quando le donne raramente si vedono rappresentate ai livelli più alti. I bassi tassi di condanna, le condanne clementi e le procedure lunghe scoraggiano molti dal rivolgersi al tribunale. La leadership delle corti europee rimane prevalentemente maschile. Né la Corte di giustizia dell’Unione europea né il Tribunale hanno mai avuto una donna come presidente. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha avuto una sola presidente donna. Al contrario, il Procuratore capo europeo è una donna fin dall’istituzione della Procura europea nel 2019.
Questi squilibri non determinano le sentenze, ma plasmano la percezione di quale autorità definisca la giustizia. L’indagine sulla violenza di genere condotta dall’EIGE nell’UE rivela la portata e l’entità delle sfide che i sistemi di polizia e giudiziari devono affrontare oggi. Il prossimo rapporto dell’agenzia, “Dietro i numeri: analisi dei dati di polizia e giustizia sulla violenza del partner e sulla violenza domestica”, mostra dove dobbiamo procedere da qui ed esamina il modo in cui gli Stati membri registrano e monitorano i casi. Tuttavia, l’assenza di un reato specifico di violenza domestica nella maggior parte degli Stati membri e la portata limitata dei dati di polizia offuscano il quadro completo.
Anche quando le definizioni e le pratiche di registrazione variano, gran parte di ciò che accade dopo la presentazione di una segnalazione è ancora difficile da tracciare. Senza questo, la responsabilità istituzionale è più ardua da valutare. L’elaborazione delle politiche e la loro attuazione sottostimano ancora il fenomeno. Abbiamo bisogno di dati affidabili: senza prove diventa più facile supporre che il problema sia più piccolo di quanto non sia in realtà.
Perché i principi fondamentali della giustizia sono ancora importanti per i diritti delle donne e l’attenzione rivolta all’accesso alla giustizia in occasione della Giornata internazionale della donna di quest’anno è legata al lavoro della Commissione sulla condizione femminile. In un momento di forte reazione contro i diritti delle donne e delle ragazze e di disinformazione, si tratta di tornare ai principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite e ai valori fondamentali delle Nazioni Unite.
Anche in Europa non tutti collaborano quando si tratta di diritti delle donne e parità di genere. Trent’anni dopo la Piattaforma d’azione di Pechino molti obiettivi rimangono insoddisfatti e sono emerse nuove sfide, come la violenza online, che non viene presa abbastanza sul serio. La polizia non è attrezzata per affrontarla e la legislazione deve essere aggiornata per sostenere la donna in termini di accesso alla giustizia. Rafforzare il quadro giuridico per includere la violenza online è fondamentale. Gli autori di reati si sentono al sicuro dietro i loro schermi, mentre le donne si sentono sempre più isolate. Il mondo online diventa rapidamente realtà, con minacce concrete. Ecco perché servono misure specifiche.
Ci sono segnali di progresso. La Direttiva sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica copre esplicitamente gli abusi online e deve essere recepita nel diritto nazionale entro la metà del 2027. Questa settimana il Consiglio d’Europa ha anche adottato una nuova raccomandazione sulla responsabilità per la violenza contro donne e ragazze facilitata dalla tecnologia.
Questi impegni sono importanti, ma il loro impatto sarà valutato in base alla loro piena attuazione, alla dotazione di risorse adeguate e alla loro sostenibilità nel tempo. Sono molteplici i motivi per cui affrontare le cause del fallimento dei diritti delle donne nelle nostre aule giudiziarie dovrebbe essere una priorità, perché la giustizia equa richiede più di semplici leggi scritte sulla carta. Richiede sistemi che le donne possano permettersi, di cui possano fidarsi e che possano utilizzare in sicurezza.
La sfida non è solo quella di formulare nuove promesse, ma anche di attuare quelle esistenti con risorse adeguate, responsabilità e trasparenza. Il cambiamento più significativo che l’Europa potrebbe apportare per migliorare l’accesso all’istruzione è il finanziamento e il fondo sulla coesione sociale: anche a questo deve servire.
I costi sociali ed economici associati alla violenza contro le donne rendono l’investimento nella prevenzione e nella protezione l’unica scelta razionale. EIGE ha condotto ricerche sull’impatto della violenza e sulle sue conseguenze, che vanno ben oltre il danno immediato: noi dobbiamo conoscerle e saperle usare. La violenza contro le donne e la violenza domestica costano all’UE circa 366 miliardi di euro ogni anno. Non è solo un problema di violenza. È anche un problema di salute pubblica, sociale ed economico. Anche in tempi di restrizioni di bilancio è un investimento intelligente per avere cittadini più sicuri e lavoratori più produttivi.
Bisogna studiare dati accurati e comparabili per aiutare i responsabili politici dell’UE, e anche i nostri responsabili politici, a formulare giudizi informati, in modo che possano fare della giustizia un elemento su cui le donne possano fare affidamento, anziché qualcosa che devono mettere in discussione.
Alessandra Servidori www.ildiariodelavoro.it Di nuovo 8 marzo in una situazione dove la guerra è appunto nel cortile di casa e le donne non possono fare solo le pacifiste e scendere in piazza ma devono comunque tornare a fare politica vera senza accontentarsi degli strapuntini dei luoghi ,dei mass media dove si influenza poi in modi più o meno competenti la capacità di formarsi una opinione e scegliere e contare. Il mondo delle imprese tutto indifferentemente segue con apprensione l'evolversi della situazione in Medio Oriente, perché è ulteriore fattore di incertezza e instabilità nel contesto globale, che avrà ricadute economiche importanti a livello mondiale.Gli effetti del conflitto andranno ben oltre i territori più direttamente coinvolti e si rifletteranno sulla mobilità internazionale delle merci e delle persone, sulle catene di approvvigionamento delle materie prime e dell’energia, quindi inevitabilmente sui costi a carico delle imprese. Quanto più durerà l’instabilità, tanto più gravi saranno gli effetti su energia, prezzi e commercio globale, con un concreto potenziale di escalation nell’area e conseguenze economiche pesanti per l’economia nazionale e locale .Abbiamo territori dove l’interscambio diretto con i Paesi del Golfo Persico non è particolarmente rilevante altri di più. La conseguenza immediata del conflitto è l’interruzione del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più strategici al mondo per il commercio di energia, da cui transitano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, il 27% del petrolio mondiale, il 20% del gas naturale liquefatto e circa un terzo dei fertilizzanti. Ad oggi almeno 150 petroliere sarebbero ferme nelle acque aperte del Golfo oltre lo Stretto. Anche senza un blocco formale di questo passaggio l’aumento del rischio percepito comporta una riduzione dei movimenti navali, costi dei noleggi più volatili e supplementi dei costi assicurativi. La risoluzione del conflitto comporta informazione sistematiche certe e responsabilità per ognuno per fare il possibile per ristabilire in tempi brevi le condizioni per un accordo che porti ad una sistemazione tra le parti coinvolte perché solo con una soluzione condivisa si può garantire la stabilità e la ripresa economica dei Paesi coinvolti e in generale dell’economia mondiale. Da quattro anni la competitività delle imprese è penalizzata dai sovraccosti energetici rispetto ai nostri competitor europei ed extraeuropei per bulimia di potere sulla pelle di uomini e donne di paesi schiacciati da predatori, e noi non possiamo gettare l’ostacolo della responsabilità oltre perché comunque il Paese è sotto attacco e la politica che divide non può prevalere sull’appartenenza partitica .Ci vuole buonsenso e il coraggio di avanzare insieme e non perché siamo donne ma perché siamo elettrici ,italiane,responsabili del nostro futuro. Il decreto energia, pensato per le famiglie e le PMI, deve essere subito reso operativo, abbiamo bisogno di soluzioni strutturali, a partire dal mercato unico europeo dell'energia. E, vista l’emergenza, l’Europa deve avviare una riflessione concreta sullo sforamento del Patto di stabilità perché è lì che ci giochiamo il nostro avvenire , certo anche con i girotondi ma dandoci una mossa .
Donne pronunciatevi per questo referendum: noi TutteperItalia la pensiamo così e votiamo si'
Anche le donne si pronuncino per il referendum giustizia del 22/23 marzo 2026 TUTTEPERITALIA
è cosa buona e giusta informarsi , scegliere anche perché ricorrono gli 80 anni del voto a noi
Questo referendum ha la stessa importanza di quello del 1946 : allora ci liberammo della Monarchia compromessa con il fascismo oggi ci dobbiamo liberare da una casta che discrezionalmente dispone della nostra libertà
noi la pensiamo così TUTTEPERITALIA
*IL TESTO del Referendum NON va a colpire equilibri costituzionali anzi al contrario la riforma va a ristabilire questi equilibri. Equilibrio tra Pubblico ministero (PO) che ha fatto indagini, ha raccolto le prove le registrazioni e quando arriva al processo diventa Pubblico Ministero e il Giudice o il collegio giudicante che dirige il processo e formula la sentenza .deve giudicare cioè : come fa un imputata /o di gravi reati attendere con serenità il giudizio di un magistrato che appartiene alla stessa carriera e magari alla medesima corrente del pubblico ministero? il giusto processo deve svolgersi in un giusto contradditorio in condizioni di parità davanti ad un giudice terzo. Il testo mantiene le garanzie di autonomia e indipendenza della magistratura sia nella componente inquirente ( PM) sia in quella giudicante anzi le rafforza .Non è vero come proclama l’Associazione Nazionale Magistrati che c’è un rischio di assoggettamento politico, l’indebolimento della lotta alla mafia , non è vero che con il sorteggio si mandano nei CSM ( Consiglio superiore della magistratura ) degli impreparati perché sono magistrati che svolgono un lavoro delicato e di merito e il sorteggio che è previsto tra nomi di merito impedisce alle correnti della magistratura di pilotare le nomine facendone bassa politica.
Un esempio per tutti : il processo Stato Mafia la procura di Palermo aveva coinvolto le maggiori istituzioni dello Stato ma il giudice di merito gli ha demolito tutto il teorema. Una procura fa una cosa così grave su dei presupposti inesistenti ritenuti tali da un giudice
SI’ PERCHE’SI’ Alessandra Servidori Presidente Nazionale
1. Un giudice terzo è la prima garanzia di libertà
Perché senza un giudice terzo non ci può essere il necessario riequilibrio del potere del Pubblico Ministero.Il giudice deve essere libero da ogni vincolo e da ogni influenza, distinto da chi esercita l’accusa. È un principio costituzionale e una condizione essenziale di libertà per tutti. La separazione delle carriere rafforza la figura del giudice e restituisce fiducia, equilibrio e credibilità alla giustizia.
2. Ruoli diversi, stesse garanzie
Due carriere diverse, una sola giustizia al servizio delle persone. Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa organizzazione, si valutano tra loro, condividono carriera e organo di governo. La riforma li distingue, rendendoli autonomi e complementari, e riportando chiarezza nel sistema. È così che la giustizia si declina in uno Stato di diritto democratico e liberale.
3. Per un processo davvero equo, ad armi pari
Solo la parità delle parti garantisce i diritti di tutti. Nel giusto processo accusa e difesa devono confrontarsi in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale. Solo così la verità nasce dal confronto e non dall’autorità. Separare le carriere significa dare piena attuazione ai principi costituzionali del processo accusatorio e restituire ai cittadini la certezza di un giudizio fondato solo sulle prove e garantito da un giudice distante allo stesso modo da chi accusa e da chi difende.
4. Come in tutte le democrazie liberali
L’Europa separa i ruoli, l’Italia deve colmare il ritardo. In tutte le democrazie consolidate in Europa e nel mondo giudici e pubblici ministeri dipendono da organizzazioni distinte. L’Italia, che rappresenta oggi un’anomalia assoluta, deve finalmente allinearsi ai modelli liberali ed evoluti, non per imitazione, ma per coerenza con la propria Costituzione e con il principio di separazione dei poteri.
5. Una giustizia che fa paura non è giusta
Chi crede nello Stato deve poter credere anche nella sua giustizia. Quando i ruoli si confondono, la fiducia si incrina. Una giustizia che intimorisce o si chiude in se stessa smette di essere credibile. Separare le carriere significa renderla più trasparente, più vicina a chi chiede tutela e protezione. Perché la fiducia è la prima forma di giustizia, e la giustizia credibile è la base della democrazia.
6. Separare per difendere autonomia e indipendenza del giudice
L’autonomia si protegge distinguendo i ruoli, non confondendoli. Separare assicura l’autonomia del giudice rispetto al pubblico ministero e aiuta a difendere l’indipendenza della magistratura da ogni condizionamento politico, ideologico o corporativo, rafforzando la sua funzione di garanzia. Una magistratura libera è una giustizia più forte: al servizio della verità e dei diritti, non del potere.
7. Sorteggio dei componenti del CSM: più trasparenza e meno correntismo
La giustizia deve rispondere ai cittadini, non ai gruppi di potere. Con il sorteggio dei componenti dei due CSM verranno superate le logiche del correntismo che condizionano nomine e carriere, facendo prevalere l’appartenenza sul merito e sulle competenze. Il CSM tornerà così organo di garanzia, come previsto dalla Costituzione, e non strumento di potere interno, capace di condizionare gli stessi magistrati che dovrebbe tutelare.
8. Il Presidente della Repubblica, garante dell’equilibrio e dell’unità della giustizia
Il Capo dello Stato resta il custode della Costituzione e della libertà dei cittadini. La riforma valorizza il suo ruolo di garanzia: il Presidente continuerà a presiedere entrambi i Consigli Superiori, assicurando coerenza e indipendenza per la magistratura. È il segno più alto di un equilibrio istituzionale che unisce, non divide: una giustizia ordinata e fedele ai principi della Repubblica e di uno Stato liberale.
9. Un’Alta Corte per una giustizia che risponde a tutti
La giustizia deve essere trasparente nei confronti dei cittadini, non rendere conto solo a se stessa. Chi amministra la giustizia deve rispettarne le regole come ogni cittadino. L’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, autonoma e indipendente dai Consigli Superiori, i cui componenti saranno selezionati per sorteggio e in parte nominati dal Presidente della Repubblica, garantirà finalmente che le responsabilità dei magistrati siano valutate con terzietà e trasparenza. La credibilità nasce anche dalla responsabilità: nessuno è al di sopra della legge, tantomeno chi la applica.
10. Una battaglia di libertà, non di potere È la riforma di chi crede nella Costituzione e nella giustizia come servizio ai cittadini. È la storica battaglia trentennale dell’Unione delle Camere Penali Italiane: non contro qualcuno, ma per tutti. Perché separare le carriere non è uno slogan, ma un atto di civiltà. Dire SÌ significa, restituire credibilità e autorevolezza alla magistratura, avere un processo più giusto e una giustizia più trasparente nell’interesse di tutti i cittadini.
NON AUTOSUFFICIENZA E CAREGIVER FAMILIARI Relazione Alessandra Servidori
Seminario 19 Febbraio 2026. Introduzione Alessandra Servidori PRESIDENTE NAZIONALE TUTTEPERITALIA
- La legislazione sulla non autosufficienza e i caregiver familiare : a che punto siamo
Legislazione Disabilità e caregiver familiari : sono 2 binari paralleli che in verità sono molto molto complicati ecco perché oggi diamo vita come TUTTEPERITALIA Associazione Nazionale libere idee forti proposte www.tutteperitalia.it mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. in questa dimensione rivolta alla fragilità consapevole per accompagnare gratuitamente le persone che desiderano aver una bussola formativa tecnica scientifica. Per cui dopo anni di impegno nel settore che ha coinvolto molti partners dai sindacati alle associazioni da istituzioni come Inps Inail essendo arrivata ad un punto delicato ritengo utile organizzare qui a Bologna come a livello nazionale una strada di informazione condivisione partecipazione assunzione di responsabilità su questo tema troppo lasciato alla politica rissosa e spesso illusoria e legislativamente incapace ad essere organica.
La verità è importante,non abusare dell’intelligenza e della buona volontà è fondamentale.
Dunque oggi un primo incontro organizzato con persone competenti di indubbia competenza per sviluppare il percorso gratuito che serva a entrare nel merito senza illusioni di sorta ma affrontando i punti con grande sincerità perché si faccia chiarezza : si è sviluppata una corsa al business della formazione anche da parte delle associazioni familiari e degli ETS Enti del terzo settore ,degli enti decotti di formazione
- Laura Bignami -Francesco Alberto Comellini- Maria Novella Burgetti-Valentina Castaldini e ringrazio chi è presente e ci aiuterà a definire cosa vi/ci serve
- ABBIAMO PREDISPOSTO UN QUESTIONARIO CONOSCITIVO CHE VI CHIEDIAMO DI COMPILARE così abbiamo dati certi e non pressapochisti
Per entrambi i provvedimenti le sfide da affrontare restano numerose, come il reperimento di finanziamenti adeguati e la necessità di interventi normativi mirati e strutturali e chiari. E’ assistenza /lavoro silenzioso non volontario ma indispensabile ha rappresentato uno dei pilastri impliciti del welfare italiano, compensando la debolezza dei servizi pubblici.
il riconoscimento della cura informale deve essere accompagnato da interventi mirati e strutturali, sostenuti da un adeguato finanziamento. È proprio su questo terreno che l’azione di governo e’ incerta e sostanzialmente arenata.
Il disegno di legge finalmente bollinato si struttura in tre titoli e sedici articoli e mira a costruire, per la prima volta, una cornice nazionale unitaria per la definizione, il riconoscimento e la tutela del caregiver familiare, superando l’attuale frammentarietà normativa. Individuaiamo quattro assi principali.
*In primo luogo, viene introdotta una definizione giuridica omogenea della figura del caregiver familiare, che chiarisce il perimetro soggettivo di riferimento. La platea dei potenziali beneficiari include il coniuge, il partner dell’unione civile, il convivente di fatto e i familiari entro determinati gradi di parentela.
*In secondo luogo, il disegno di legge prevede il riconoscimento di un nucleo minimo di diritti e tutele, con particolare riferimento a permessi e congedi collegati all’attività di assistenza e a strumenti di conciliazione tra lavoro e cura. In una prospettiva più ampia, il provvedimento sembra inoltre prefigurare – almeno sul piano programmatico – un possibile ?????? sviluppo di tutele previdenziali dedicate, un ambito che ha finora rappresentato uno dei principali punti ciechi delle politiche rivolte ai caregiver.
*Un terzo elemento è l’introduzione di un sostegno economico mensile, il cosiddetto Bonus Caregiver, fino a 400 euro, non imponibile e gestito dall’INPS. Il contributo è orientato in via prioritaria ai caregiver conviventi con la persona assistita e impegnati in carichi assistenziali particolarmente intensi. L’erogazione avviene su base trimestrale, fino a 1.200 euro ogni tre mesi, per un massimo di 4.800 euro annui, configurandosi di fatto come un rimborso esentasse volto a sostenere le situazioni di maggiore gravosità assistenziale. L’accesso al beneficio è tuttavia subordinato a requisiti economici stringenti: un ISEE familiare non superiore a 15.000 euro e un reddito da lavoro del caregiver non oltre i 3.000 euro lordi annui. Il bonus spetta inoltre esclusivamente a chi assiste una persona con disabiliità grave riconosciuta ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 104/1992, o titolare di indennità di accompagnamento, prestando almeno 91 ore settimanali di cura e convivendo con la persona assistita. SENTENZA TARANTO di questi giorni
La normativa è complicata la copertura economica troppo bassa per affrontare la situazione
Allora bisogna sapere prima di tutto di che platea parliamo, Piattaforma Inps ma soprattutto il cd integrazione formale del caregiver nei dispositivi di presa in carico, prevedendone l’inserimento nel “Progetto di vita” e nel Piano Assistenziale Individualizzato (PAI) della persona assistita. Questo passaggio assume particolare rilievo perché collega il riconoscimento del caregiver non solo a misure monetarie, ma anche alla governance dei percorsi assistenziali, coinvolgendo il caregiver familiare nella immaginata integrazione tra dimensione sociale e sanitaria e rendendo più visibile il contributo della cura informale all’interno della programmazione degli interventi ma anche deve chiarire nero su bianco chi fa che cosa
Sul piano attuativo, il riconoscimento dello status di caregiver dovrebbe avvenire attraverso una piattaforma dedicata dell’INPS, la cui attivazione è prevista a partire da settembre 2026, con la funzione di certificare la condizione del caregiver e consentire l’accesso alle misure previste dal provvedimento.ma stiamo arrancando perchè le Commissioni interdisciplinari arrancano per mancanza di personale
Il nodo delle risorse: continuità, riallocazioni e ambiguità
Il nuovo disegno di legge si colloca all’interno di un quadro finanziario frammentato e instabile, che riflette le difficoltà strutturali del sistema italiano nel dotarsi di strumenti stabili e coerenti per il sostegno alla cura familiare. Le risorse dedicate ai caregiver risultano infatti distribuite su più fondi, oggetto nel tempo di continui riassetti istituzionali e riallocazioni, con effetti rilevanti in termini di prevedibilità e continuità delle politiche.
Il principale riferimento resta il Fondo per il sostegno del ruolo di cura e di assistenza del caregiver familiare, istituito con la legge di bilancio 2018 e dotato di una dotazione strutturale pari a 25,8 milioni di euro annui. Nel corso degli anni, il Fondo ha subito ripetuti spostamenti: inizialmente collocato presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, è stato successivamente trasferito alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e, a partire dal 2024, confluito nel Fondo unico per l’inclusione delle persone con disabilità. Parallelamente, i decreti annuali di riparto hanno progressivamente orientato l’utilizzo delle risorse verso una logica selettiva, privilegiando i caregiver che assistono persone con disabilità gravissima. L’attuazione è stata affidata in larga misura alle Regioni, attraverso contributi economici diretti, assegni di cura e misure di sollievo, rafforzando il ruolo dei livelli territoriali nella gestione operativa degli interventi.
Accanto a questo strumento, la Legge di Bilancio 2021 ha istituito un secondo Fondo, specificamente destinato alla copertura finanziaria degli interventi legislativi per il riconoscimento del caregiver familiare. Rifinanziato negli anni successivi, il Fondo ha raggiunto una dotazione complessiva di 80 milioni di euro nel 2022. Tuttavia, la Legge di Bilancio 2025 ne ha modificato temporaneamente la destinazione, prevedendo l’utilizzo delle risorse per finalità proprie del Fondo per le non autosufficienze, in particolare a sostegno dei servizi socio-assistenziali rivolti alle persone anziane non autosufficienti. Si tratta di una scelta che non comporta un incremento delle risorse complessive, ma una loro riallocazione, rinviando ancora una volta la costruzione di un canale finanziario stabile e dedicato al riconoscimento del lavoro di cura svolto dai caregiver familiari.
Nel complesso, il quadro che emerge è quello di una pluralità di fondi, rifinanziamenti episodici e destinazioni mutevoli. Se da un lato questo assetto consente interventi mirati e una certa flessibilità nell’allocazione delle risorse, dall’altro rischia di compromettere la coerenza strategica e la prevedibilità delle politiche di sostegno alla cura familiare nel medio-lungo periodo, rafforzando un approccio emergenziale piuttosto che strutturale.
LE RISORSE BISOGNA AVERE IL CORAGGIO DI TROVARLE STUTTURALI : NEL FONDO PER LA COESIONE SOCIALE. NELLE FONDAZIONI BANCARIE,NEL PNRR STRAVOLTO
Una svolta attesa, ma ancora incompiuta
Il tema del caregiver familiare si colloca trasversalmente all’interno delle riforme avviate con il PNRR, lungo due direttrici strategiche. Da un lato, il potenziamento dell’assistenza domiciliare integrata, della telemedicina e dei meccanismi di presa in carico territoriale, orientati a rafforzare la continuità assistenziale e a ridurre il ricorso all’istituzionalizzazione. Dall’altro, la riforma delle politiche per le persone anziane introdotta dalla legge n. 33/2023 e attuata con il decreto legislativo n. 29 del 2024, che ridefinisce l’architettura della long-term care per la popolazione anziana non autosufficiente.
La centralità del domicilio come “primo luogo di cura” e l’integrazione tra servizi sanitari e sociali presuppongono la presenza continuativa di una figura di cura, capace di garantire assistenza quotidiana, coordinamento con i servizi e supporto alla gestione delle prestazioni sanitarie e sociosanitarie. Tuttavia, questa presenza continua a poggiare su basi fragili sul piano giuridico e istituzionale, con tutele limitate e un riconoscimento che resta parziale e tante contraddizioni, lentezze organizzative dispersione di tempo e risorse.
L’Ultima questione è contenuta nella proposta della norma indisponente per chi ha poi accumulato cd esperienza come Caregiver di partecipare ad un corso di cd formazione per aver un certificato e iscriversi a una sorta di albo per poi fare il caregiver ossia il la badante a pagamento.
In questo quadro, emergono almeno tre nodi critici.
In primo luogo, l’eventuale sviluppo di tutele contributive e previdenziali dedicate – ad oggi non ancora definite – dovrà evitare di alimentare un circolo vizioso già ben noto nel contesto italiano: l’incremento della povertà lavorativa e l’accumulo di carriere contributive frammentate, che espongono i caregiver a un elevato rischio di povertà non solo durante l’età lavorativa, ma anche nelle fasi successive del ciclo di vita, fino all’età anziana.
In secondo luogo, il disegno di legge rischia di creare incentivi distorsivi, in particolare per le donne economicamente più vulnerabili, con redditi e ISEE molto bassi. Il sostegno economico, se non accompagnato da servizi adeguati e da reali politiche di conciliazione, può incentivare l’uscita dal mercato del lavoro e alimentare la cosiddetta “trappola della povertà”. Un rischio già evidenziato nel dibattito sull’Assegno Unico e Universale, che ha mostrato come, nelle famiglie dual-earner, siano spesso le donne a rinunciare all’occupazione in presenza di un trasferimento monetario sufficiente a garantire il minimo sostentamento familiare.
Infine, il sostegno economico previsto dal disegno di legge si caratterizza per un’impostazione fortemente selettiva, subordinata a requisiti stringenti di reddito, convivenza e intensità del carico assistenziale. Si tratta di una misura che interviene prevalentemente nelle situazioni di maggiore gravità, senza configurare un diritto soggettivo generalizzato per chi presta cura in ambito familiare. In questo senso, la riforma sembra rafforzare un approccio residuale, volto a compensare parzialmente le carenze del sistema dei servizi, più che a costruire un pilastro strutturale di tutela del lavoro di cura.
la persistente tensione tra misure selettive, rivolte a specifiche categorie o condizioni di bisogno, e misure universalistiche, pensate per garantire diritti e tutele omogenee su tutto il territorio nazionale. Nel caso dei caregiver familiari, la bilancia pende chiaramente verso la prima opzione. Il riconoscimento della figura non si traduce infatti nella definizione di livelli essenziali delle prestazioni (LEP) dedicati al sostegno alla cura, né nell’attribuzione di un diritto sociale pienamente esigibile, ma assume la forma di interventi condizionati, vincolati a requisiti stringenti e fortemente dipendenti dalla disponibilità di risorse e dalla capacità amministrativa dei territori.
Anche quando un LEP è formalmente definito, il sostegno rischia di restare insufficiente e più nominale che reale. In In mancanza di risorse adeguate e di obblighi chiari sull’erogazione, gli standard considerati “essenziali” possono essere ridotti in base ai vincoli di bilancio e al numero dei beneficiari, risultando di fatto poco efficaci nel rispondere ai bisogni di cura.
l’aumento formale della copertura non si traduce necessariamente in un miglioramento concreto della quantità e della qualità dell’assistenza, producendo effetti soprattutto statistici e un impatto molto limitato sulla vita delle persone non autosufficienti e delle loro famiglie. In questo senso, il richiamo ai LEP appare in parte paradossale: livelli definiti come “essenziali” che, nella pratica, incidono poco sia sul benessere delle persone assistite sia sul carico quotidiano dei caregiver familiari. Standard di assistenza molto ridotti difficilmente possono rappresentare un reale sollievo per chi presta cura in modo continuativo, spesso in condizioni di isolamento e con poche alternative.
Anche l’istituzione di nuovi fondi destinati al sostegno del ruolo del caregiver, pur segnalando una crescente attenzione politica al tema, rischia dunque di tradursi in un intervento marginale e compensativo, più vicino a un riconoscimento simbolico che a una reale presa in carico. In assenza di un innalzamento sostanziale dei livelli di prestazione e di un adeguato finanziamento dei servizi, il sistema continua a reggersi su un presupposto implicito ma decisivo: che la cura resti, in ultima istanza, una responsabilità privata delle famiglie.
Alessandra Servidori
CAREGIVER FAMILIARI -19 Febbraio Bologna
Associazione Culturale Nazionale TUTTEPERITALIA
ORGANIZZIAMO un pomeriggio di informazione, discussione, proposta
Disegno di Legge- DDL S. 134
Non autosufficienza e caregiver familiari
cosa sappiamo e a che punto siamo
SALA PROF. MARCO BIAGI- giovedì 19 febbraio dalle ore 15,30 alle 18,30
Complesso Baraccano- Via S. Stefano 119 – Bologna
Informano sulla proposta di legge :
Alessandra Servidori-Laura Bignami -Francesco Alberto Comellini –
Nina Daita- Valentina Castaldini -Maria Novella Bugetti
Alessandra Servidori-Presidente.Naz.TutteperItalia -Componente Comitato Interministeriale diritti Umani
Laura Bignami – Già Senatrice titolare del Ddl sui Caregiver familiari 2017, il primo riconoscimento giuridico della figura
Nina Daita- Esperta politiche del lavoro e inclusione delle persone con disabilità
Francesco Alberto Comellini - Componente Osservatorio nazionale sulla disabilità Confsal
Valentina Castaldini Consigliera Regionale e Questore Regione Emilia Romagna
Maria Novella Bugetti Prof Ordinario UNIFE Diritto Privato e componente Associazione Insieme per Cristina
IL SEMINARIO E’PUBBLICO, APERTO A TUTTE LE ASSOCIAZIONI FAMILIARI
Attendiamo chi è interessato a partecipare
L'Italia che sprofonda ora è la Sicilia domani ?
Alessandra Servidori LA SOLARE TRINACRIA CHE SPROFONDA
Sicilia terra di disastri già subiti e drammaticamente dimenticati fino a pochi giorni fa quando la solare cittadina di Niscemi si è sgretolata e ancora precipita incessantemente sotto i nostri occhi .Il disastro e la responsabilità non è della natura ma degli uomini e l’evento non poteva non essere prevedibile e il carico edilizio che si è prodotto su un terreno già fragile diventato un dirupo sapendo che già trent’anni fa nel 1997 vi fu una prima frana e lì si cominciò a comprare l’acqua per i 28mila abitanti che pagano le bollette ma comprano l’acqua mettendola in grosse cisterne bianche e azzurre a forma di cupola e i razionamenti sono la regola. La frana in Sicilia è di casa : l’autostrada Messina -Palermo e la Messina Catania cade a pezzi , con progettisti che devono mettere in sicurezza le frane ma i massi incombono sulle case e sulle sstrade come per esempio a Letojanni che aspettano aspettano aspettano.,ma di crolli è piena la storia della Trinacria. Il crollo del viadotto Scorciavacche ,il viadotto Himera , ad Agrigento il sito grandangolo segnala i crolli 2009,viadotto Geremia II ,ponte sul fiume Verdura,ponte e viadotto Petrulla mentre la protezione civile regionale ha diffuso un avviso per il rischio meteo-idrogeologico e idraulico, valido 48 ore con allerta gialla mentre sulla strada provinciale di contrada Tre fontane dove c’è una frana la crisi si è aggravata. La recente e vasta frana a Niscemi (Caltanissetta), con un fronte di 4 km e oltre 1.600 sfollati evidenzia la fragilità idrogeologica italiana. Questo fenomeno, innescato da piogge intense su terreni argillosi e aggravato da decenni di edilizia incontrollata, simboleggia un dissesto diffuso, non solo siciliano. E non sono eventi improvvisi : è il risultato di una combinazione ben nota di fattori geologici, climatici e antropici che caratterizzano gran parte della Sicilia centro-meridionale. La scienza dei versanti instabili offre una chiave di lettura chiara di quanto sta accadendo. Niscemi è dominata da argille plioceniche, deposte tra circa 5,3 e 2,6 milioni di anni fa, associate a marne, argille sabbiose e, a maggiore profondità, livelli gessosi ed evaporitici. Un pendio inarrestabile con edifici, strade, reti idriche e fognarie che possono alterare l'equilibrio idrico del pendio. Perdite nelle condotte, drenaggi insufficienti, impermeabilizzazione del suolo e carichi aggiuntivi in sommità non sono la causa diretta della frana, ma possono accelerarne l'evoluzione e amplificarne gli effetti e l’acqua finchè rimane nella terra imbibisce il pendio che non si arresta. E allora perché costruire lì quando ne conosciamo le cause da secoli?
CAREGIVERFAMILIARI -19 febbraio 2026 Bologna ore 15 Via S.Stefano 119
TUTTEPERITALIA Associazione Culturale Nazionale
ORGANIZZIAMO un pomeriggio di informazione, discussione, proposta
Disegno di Legge- DDL S. 134 - Non autosufficienza e caregiver familiari
Cosa sappiamo e a che punto siamo
SALA PROF. MARCO BIAGI- giovedì 19 febbraio dalle ore 15,30 alle 18,30
Complesso Baraccano- Via S. Stefano 119 – Bologna
Informano sulla proposta di legge :
Alessandra Servidori-Laura Bignami -Francesco Alberto Comellini –
Nina Daita- Valentina Castaldini -Maria Novella Brugetti
Alessandra Servidori-Presidente.Naz.TutteperItalia -Componente Comitato Interministeriale diritti Umani
Laura Bignami – Già Senatrice titolare del Ddl sui Caregiver familiari 2017, il primo riconoscimento giuridico della figura
Nina Daita- Esperta politiche del lavoro e inclusione delle persone con disabilità
Francesco Alberto Comellini - Componente Osservatorio nazionale sulla disabilità Confsal
Valentina Castaldini Consigliera Regionale e Questore Regione Emilia Romagna
Maria Novella Brugetti Prof Ordinario UNIFE Diritto Privato e componente Associazione Insieme per Cristina
IL SEMINARIO E’PUBBLICO, APERTO A TUTTE LE ASSOCIAZIONI FAMILIARI
Attendiamo chi è interessato a partecipare
IL GIORNO DELLA MEMORIA Vincenzo Pacillo
VINCENZO PACILLO Il giorno della memoria
Il Giorno della Memoria, istituito in Italia con la Legge 20 luglio 2000, n. 211, non nasce come un mero atto commemorativo, né come una generica esortazione al ricordo del passato. Esso rappresenta, piuttosto, una presa di posizione esplicita della Repubblica nella lotta contro l’antisemitismo, inteso non solo come fenomeno storico, ma come rischio permanente per l’ordine democratico. La legge assume la Shoah come evento-soglia proprio per indicare ciò che accade quando l’ordinamento giuridico smarrisce la propria funzione di distinzione e di garanzia, e consente che l’identità diventi criterio di esclusione.
In questa prospettiva, la memoria non è chiamata a svolgere una funzione simbolica o consolatoria, ma una funzione di prevenzione e di attuazione del quadro costituzionale. La Legge 211/2000 non si limita a ricordare la persecuzione degli ebrei e le leggi razziali, ma richiama lo Stato e la società alla responsabilità di contrastare quelle stesse dinamiche – giuridiche, linguistiche e istituzionali – che rendono possibile l’antisemitismo, anche quando esso si presenta in forme nuove, indirette o socialmente normalizzate.
Ricordare, in questo quadro, significa vigilare sulle categorie attraverso cui la Repubblica nomina le persone, distingue le responsabilità, riconosce le appartenenze e tutela le minoranze. È questo il senso più profondo della Legge 211/2000: non fissare la Shoah nel passato, ma impedire che il venir meno della distinzione tra individuo e appartenenza, tra fede e politica, tra identità e colpa possa nuovamente aprire lo spazio alla discriminazione e alla persecuzione.
È alla luce di questa crisi della distinzione che il Giorno della Memoria va ricondotto al suo fondamento più profondo: la Costituzione repubblicana, e in particolare agli articoli 2, 8 e 19, che delineano un’idea di persona e di convivenza radicalmente incompatibile con ogni forma di antisemitismo, anche nelle sue manifestazioni più indirette e simboliche.
L’articolo 2 afferma il primato della persona, riconoscendo e garantendo i diritti inviolabili dell’uomo come anteriori e indisponibili rispetto a ogni appartenenza collettiva. In questa prospettiva, l’individuo non è mai riducibile a funzione di un gruppo, di una cultura o di una religione. È esattamente questo principio che l’antisemitismo nega, quando trasforma l’identità ebraica in un criterio di sospetto o in un surrogato di responsabilità politica. La memoria della Shoah, assunta dalla Legge 211/2000, opera allora come presidio contro ogni ritorno di forme di disumanizzazione amministrativa, che giudicano l’individuo per ciò che rappresenta, e non per ciò che fa.
L’articolo 8, nel sancire l’eguale libertà di tutte le confessioni religiose davanti alla legge, introduce un secondo argine fondamentale: il rifiuto di ogni gerarchizzazione simbolica delle appartenenze nello spazio pubblico. La Repubblica non riconosce identità religiose “più affidabili” o “più compromesse”, né consente che una confessione diventi il tramite per attribuzioni collettive di colpa o di responsabilità. Questo principio risulta oggi particolarmente esposto, ogni volta che la critica delle scelte di uno Stato viene traslata, in modo più o meno esplicito, sulle comunità religiose che con quello Stato vengono indebitamente identificate.
Infine, l’articolo 19, garantendo a tutti la libertà di professare la propria fede in forma individuale e collettiva, pubblica e privata, protegge non solo la dimensione interiore della coscienza, ma la legittima visibilità delle identità religiose nello spazio sociale. La persecuzione antiebraica è stata anche una persecuzione della visibilità: ha trasformato l’identità in stigma, sottraendole dignità pubblica e complessità culturale. Difendere oggi la libertà religiosa significa, allora, impedire che l’identità torni a essere letta come segno di alterità sospetta o come indizio di una colpa impropria.
Resi visibili come categoria, gli ebrei furono progressivamente trasformati in un segno pubblico di alterità: la loro identità, da risorsa culturale e patrimonio simbolico, divenne una vergogna amministrabile, un marchio che li privò del rispetto sociale, della cittadinanza morale e della legittimità della loro presenza nello spazio pubblico. Come ha mostrato con lucidità Zygmunt Bauman, non fu l’irrazionalità a rendere possibile la persecuzione, ma al contrario una razionalità che aveva smesso di distinguere: la modernità, nel suo volto più oscuro, seppe trasformare le identità in categorie funzionali, semplificando l’umano fino a renderlo governabile, e dunque eliminabile.
È precisamente contro questa deriva che la libertà religiosa assume, oggi, un significato che va ben oltre la tutela della coscienza individuale. Essa dovrebbe garantire che nessuna persona venga marchiata dall’identità come indizio di sospetto o di colpa, che nessuna appartenenza venga caricata di responsabilità che non le competono. In questo senso, la Costituzione repubblicana non si limita a tollerare la diversità: la accoglie come requisito strutturale della democrazia, come condizione della sua stessa possibilità.
Gli articoli 2, 8 e 19 della Costituzione non operano isolatamente, ma compongono un sistema di garanzie fondato sulla distinzione: tra persona e appartenenza, tra fede e politica, tra responsabilità individuale e decisione statale. È questa architettura che impedisce alla differenza di trasformarsi in stigma e all’identità di mutare in destino. Ed è su questo quadro costituzionale che la Legge 211/2000 innesta la Giornata della Memoria, sottraendola alla dimensione della mera commemorazione e trasformandola in uno strumento di salvaguardia costituzionale, una pratica civile di vigilanza contro il ritorno delle semplificazioni identitarie.
È proprio questa esigenza di distinzione che trova un’espressione particolarmente incisiva nel discorso pronunciato da Elie Wiesel al Parlamento italiano nel 2010. Lungi da ogni enfasi celebrativa, Wiesel individua nell’indifferenza – nella rinuncia a distinguere, a interrogare il linguaggio, a riconoscere l’altro come persona e non come funzione – il vero terreno di coltura della persecuzione. La sua lezione non riguarda solo il passato, ma il presente della democrazia: là dove la distinzione si indebolisce, la memoria smette di proteggere e torna a essere necessaria.
La forza della lezione di Wiesel sta proprio qui: nel ricordare che la memoria non protegge automaticamente dal ritorno dell’ingiustizia. Può farlo solo se diventa esercizio attivo di responsabilità, attenzione al linguaggio, cura delle distinzioni. In questo senso, il Giorno della Memoria non è rivolto al passato, ma al presente della democrazia. Interroga il modo in cui oggi nominiamo l’altro, costruiamo il dissenso, separiamo la critica dalla delegittimazione.
Riletta alla luce della Costituzione e della Legge 211/2000, la Shoah non appare allora come un evento chiuso, ma come un monito permanente: ogni volta che l’indifferenza prende il posto della distinzione, ogni volta che l’identità viene confusa con la responsabilità, le condizioni della persecuzione tornano a essere pensabili.
Ed è precisamente per evitare questo ritorno che la memoria è affidata alla Repubblica come dovere civile, e non come semplice ricordo .
Sempre dalla parte delle donne nel mondo
Alessandra Servidori
Come componenti del Comitato interministeriale diritti umani siamo state invitate a partecipare a “Women, Peace, and Security: Reclaiming the Agenda in a Fragmented World”, il primo Forum Annuale di WIIS Italy (Women In International Security Italy), promosso alla vigilia della riunione annuale della Global Alliance of Regional Women Mediator Networks, di cui l’Italia è co-fondatrice, sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Il Forum si è tenuto lunedì 19 gennaio 2026, a Roma, presso l’Aula dei gruppi parlamentari. Hanno portato la loro esperienza tra le altre, l’Inviata Speciale per l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza dell’Unione Africana, Amb.ce Liberata Mulamula, già Ministra degli Affari Esteri della Tanzania; la Rappresentante Speciale per l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza della NATO, Irene Fellin; alcune componenti del Network delle Donne Mediatrici del Mediterraneo, come Eva Ziedan, peacebuilder e mediatrice siriana, Lea Baroudi, fondatrice di March in Libano, Odeta Barbullushi, già viceministra degli Affari Esteri dell’Albania, e Amal Jadou, Ambasciatrice palestinese presso l’UE, già viceministra degli affari esteri. Il CIDU si è impegnato in continuità con il nostro Progetto Donne pace e sicurezza per garantire che le priorità delle donne siano centrali nelle decisioni in materia di pace e sicurezza a tutti i livelli. Per raggiungere questo obiettivo, affrontiamo le barriere sociali, culturali e politiche e i rischi per la protezione che limitano la piena partecipazione delle donne al raggiungimento e al mantenimento della pace. E’ stato particolarmente interessante ascoltare la testimonianza perché le donne in tutto il mondo svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione dei conflitti, nella costruzione della pace e nell'aiutare i paesi a riprendersi dalle crisi, spesso mettendo a rischio la propria vita. Ciononostante, le donne rimangono in gran parte ai margini dei processi di pace formali e dei processi decisionali. La nostra priorità è cambiare lo status quo ponendo le priorità e i diritti delle donne al centro dei processi di pace e politici e raggiungere la parità di genere nelle operazioni di mantenimento della pace. Collaboriamo con i nostri partner, tra cui la società civile e le comunità, per affrontare le barriere sociali, culturali e politiche e i rischi per la protezione che limitano la piena partecipazione delle donne.Il Dipartimento per le Operazioni di Pace (DPO) è in prima linea nel promuovere l'agenda Donne, Pace e Sicurezza (WPS). Siamo incaricati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di attuare le Risoluzioni WPS , che riconoscono l'impatto sproporzionato e unico dei conflitti armati su donne e ragazze e riconoscono il contributo che queste ultime apportano alla prevenzione e alla risoluzione dei conflitti, al mantenimento e alla costruzione della pace. Inoltre, il Consiglio di Sicurezza sottolinea l'importanza della piena e paritaria partecipazione delle donne come agenti attivi per la pace e la sicurezza e affronta l'impatto della violenza sessuale nei conflitti. Anche Il nostro lavoro è guidato dall'iniziativa Action for Peacekeeping del Segretario generale (2018) e dal suo invito all'azione "Women Transforming Peace and Security" (dal 2020), che ribadiscono che la partecipazione piena, equa e significativa delle donne ai processi di pace, alle soluzioni politiche e alle operazioni di pace, nonché agli sforzi che tengono conto delle questioni di genere, sono essenziali per un efficace mantenimento della pace.Nella strategia di attuazione di Action for Peacekeeping , il piano A4P+ (2021-2023),e nel piano successivo 2024/2028 WPS interviene in tutte le aree prioritarie fungendo da catalizzatore per il progresso e l'attuazione del mandato. DPO si è impegnata in azioni trasformative nell'ambito del Patto per le donne, la pace e la sicurezza e l'azione umanitaria e il nostro lavoro è ulteriormente guidato da politiche che enfatizzano il mantenimento della pace rispettoso delle questioni di genere . Noi come CIDU con l’impegno che ci contraddistingue abbiamo pubblicato il nuovo V Piano d’Azione Nazionale su Donne, Pace e Sicurezza, la cui entrata in vigore ha coinciso con il trentesimo anniversario della IV Conferenza Mondiale sulle Donne di Pechino e con il venticinquesimo anniversario della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1325 (2000).Il nuovo Piano italiano presenta un rafforzamento degli Obiettivi e una razionalizzazione delle Azioni, finalizzati ad una sua migliore efficacia, in linea con l’Agenda Donne Pace e Sicurezza, e persegue quattro obiettivi, volti a promuovere e rafforzare il ruolo delle donne nella pace e in tutti i processi decisionali e la prospettiva di genere nelle operazioni di pace. Inoltre il Piano si propone di consolidare le azioni a favore dell’empowerment delle donne, delle ragazze e delle bambine, dell’uguaglianza di genere e della protezione dei diritti umani di donne, ragazze e bambine nelle aree di conflitto e post-conflitto. Infine, mira a consolidare le attività di comunicazione e formazione a tutti i livelli, allargando e rafforzando sempre più, al contempo, le sinergie con la società civile.
