L'Italia che sprofonda ora è la Sicilia domani ?
Alessandra Servidori LA SOLARE TRINACRIA CHE SPROFONDA
Sicilia terra di disastri già subiti e drammaticamente dimenticati fino a pochi giorni fa quando la solare cittadina di Niscemi si è sgretolata e ancora precipita incessantemente sotto i nostri occhi .Il disastro e la responsabilità non è della natura ma degli uomini e l’evento non poteva non essere prevedibile e il carico edilizio che si è prodotto su un terreno già fragile diventato un dirupo sapendo che già trent’anni fa nel 1997 vi fu una prima frana e lì si cominciò a comprare l’acqua per i 28mila abitanti che pagano le bollette ma comprano l’acqua mettendola in grosse cisterne bianche e azzurre a forma di cupola e i razionamenti sono la regola. La frana in Sicilia è di casa : l’autostrada Messina -Palermo e la Messina Catania cade a pezzi , con progettisti che devono mettere in sicurezza le frane ma i massi incombono sulle case e sulle sstrade come per esempio a Letojanni che aspettano aspettano aspettano.,ma di crolli è piena la storia della Trinacria. Il crollo del viadotto Scorciavacche ,il viadotto Himera , ad Agrigento il sito grandangolo segnala i crolli 2009,viadotto Geremia II ,ponte sul fiume Verdura,ponte e viadotto Petrulla mentre la protezione civile regionale ha diffuso un avviso per il rischio meteo-idrogeologico e idraulico, valido 48 ore con allerta gialla mentre sulla strada provinciale di contrada Tre fontane dove c’è una frana la crisi si è aggravata. La recente e vasta frana a Niscemi (Caltanissetta), con un fronte di 4 km e oltre 1.600 sfollati evidenzia la fragilità idrogeologica italiana. Questo fenomeno, innescato da piogge intense su terreni argillosi e aggravato da decenni di edilizia incontrollata, simboleggia un dissesto diffuso, non solo siciliano. E non sono eventi improvvisi : è il risultato di una combinazione ben nota di fattori geologici, climatici e antropici che caratterizzano gran parte della Sicilia centro-meridionale. La scienza dei versanti instabili offre una chiave di lettura chiara di quanto sta accadendo. Niscemi è dominata da argille plioceniche, deposte tra circa 5,3 e 2,6 milioni di anni fa, associate a marne, argille sabbiose e, a maggiore profondità, livelli gessosi ed evaporitici. Un pendio inarrestabile con edifici, strade, reti idriche e fognarie che possono alterare l'equilibrio idrico del pendio. Perdite nelle condotte, drenaggi insufficienti, impermeabilizzazione del suolo e carichi aggiuntivi in sommità non sono la causa diretta della frana, ma possono accelerarne l'evoluzione e amplificarne gli effetti e l’acqua finchè rimane nella terra imbibisce il pendio che non si arresta. E allora perché costruire lì quando ne conosciamo le cause da secoli?
CAREGIVERFAMILIARI -19 febbraio 2026 Bologna ore 15 Via S.Stefano 119
TUTTEPERITALIA Associazione Culturale Nazionale
ORGANIZZIAMO un pomeriggio di informazione, discussione, proposta
Disegno di Legge- DDL S. 134 - Non autosufficienza e caregiver familiari
Cosa sappiamo e a che punto siamo
SALA PROF. MARCO BIAGI- giovedì 19 febbraio dalle ore 15,30 alle 18,30
Complesso Baraccano- Via S. Stefano 119 – Bologna
Informano sulla proposta di legge :
Alessandra Servidori-Laura Bignami -Francesco Alberto Comellini –
Nina Daita- Valentina Castaldini -Maria Novella Brugetti
Alessandra Servidori-Presidente.Naz.TutteperItalia -Componente Comitato Interministeriale diritti Umani
Laura Bignami – Già Senatrice titolare del Ddl sui Caregiver familiari 2017, il primo riconoscimento giuridico della figura
Nina Daita- Esperta politiche del lavoro e inclusione delle persone con disabilità
Francesco Alberto Comellini - Componente Osservatorio nazionale sulla disabilità Confsal
Valentina Castaldini Consigliera Regionale e Questore Regione Emilia Romagna
Maria Novella Brugetti Prof Ordinario UNIFE Diritto Privato e componente Associazione Insieme per Cristina
IL SEMINARIO E’PUBBLICO, APERTO A TUTTE LE ASSOCIAZIONI FAMILIARI
Attendiamo chi è interessato a partecipare
IL GIORNO DELLA MEMORIA Vincenzo Pacillo
VINCENZO PACILLO Il giorno della memoria
Il Giorno della Memoria, istituito in Italia con la Legge 20 luglio 2000, n. 211, non nasce come un mero atto commemorativo, né come una generica esortazione al ricordo del passato. Esso rappresenta, piuttosto, una presa di posizione esplicita della Repubblica nella lotta contro l’antisemitismo, inteso non solo come fenomeno storico, ma come rischio permanente per l’ordine democratico. La legge assume la Shoah come evento-soglia proprio per indicare ciò che accade quando l’ordinamento giuridico smarrisce la propria funzione di distinzione e di garanzia, e consente che l’identità diventi criterio di esclusione.
In questa prospettiva, la memoria non è chiamata a svolgere una funzione simbolica o consolatoria, ma una funzione di prevenzione e di attuazione del quadro costituzionale. La Legge 211/2000 non si limita a ricordare la persecuzione degli ebrei e le leggi razziali, ma richiama lo Stato e la società alla responsabilità di contrastare quelle stesse dinamiche – giuridiche, linguistiche e istituzionali – che rendono possibile l’antisemitismo, anche quando esso si presenta in forme nuove, indirette o socialmente normalizzate.
Ricordare, in questo quadro, significa vigilare sulle categorie attraverso cui la Repubblica nomina le persone, distingue le responsabilità, riconosce le appartenenze e tutela le minoranze. È questo il senso più profondo della Legge 211/2000: non fissare la Shoah nel passato, ma impedire che il venir meno della distinzione tra individuo e appartenenza, tra fede e politica, tra identità e colpa possa nuovamente aprire lo spazio alla discriminazione e alla persecuzione.
È alla luce di questa crisi della distinzione che il Giorno della Memoria va ricondotto al suo fondamento più profondo: la Costituzione repubblicana, e in particolare agli articoli 2, 8 e 19, che delineano un’idea di persona e di convivenza radicalmente incompatibile con ogni forma di antisemitismo, anche nelle sue manifestazioni più indirette e simboliche.
L’articolo 2 afferma il primato della persona, riconoscendo e garantendo i diritti inviolabili dell’uomo come anteriori e indisponibili rispetto a ogni appartenenza collettiva. In questa prospettiva, l’individuo non è mai riducibile a funzione di un gruppo, di una cultura o di una religione. È esattamente questo principio che l’antisemitismo nega, quando trasforma l’identità ebraica in un criterio di sospetto o in un surrogato di responsabilità politica. La memoria della Shoah, assunta dalla Legge 211/2000, opera allora come presidio contro ogni ritorno di forme di disumanizzazione amministrativa, che giudicano l’individuo per ciò che rappresenta, e non per ciò che fa.
L’articolo 8, nel sancire l’eguale libertà di tutte le confessioni religiose davanti alla legge, introduce un secondo argine fondamentale: il rifiuto di ogni gerarchizzazione simbolica delle appartenenze nello spazio pubblico. La Repubblica non riconosce identità religiose “più affidabili” o “più compromesse”, né consente che una confessione diventi il tramite per attribuzioni collettive di colpa o di responsabilità. Questo principio risulta oggi particolarmente esposto, ogni volta che la critica delle scelte di uno Stato viene traslata, in modo più o meno esplicito, sulle comunità religiose che con quello Stato vengono indebitamente identificate.
Infine, l’articolo 19, garantendo a tutti la libertà di professare la propria fede in forma individuale e collettiva, pubblica e privata, protegge non solo la dimensione interiore della coscienza, ma la legittima visibilità delle identità religiose nello spazio sociale. La persecuzione antiebraica è stata anche una persecuzione della visibilità: ha trasformato l’identità in stigma, sottraendole dignità pubblica e complessità culturale. Difendere oggi la libertà religiosa significa, allora, impedire che l’identità torni a essere letta come segno di alterità sospetta o come indizio di una colpa impropria.
Resi visibili come categoria, gli ebrei furono progressivamente trasformati in un segno pubblico di alterità: la loro identità, da risorsa culturale e patrimonio simbolico, divenne una vergogna amministrabile, un marchio che li privò del rispetto sociale, della cittadinanza morale e della legittimità della loro presenza nello spazio pubblico. Come ha mostrato con lucidità Zygmunt Bauman, non fu l’irrazionalità a rendere possibile la persecuzione, ma al contrario una razionalità che aveva smesso di distinguere: la modernità, nel suo volto più oscuro, seppe trasformare le identità in categorie funzionali, semplificando l’umano fino a renderlo governabile, e dunque eliminabile.
È precisamente contro questa deriva che la libertà religiosa assume, oggi, un significato che va ben oltre la tutela della coscienza individuale. Essa dovrebbe garantire che nessuna persona venga marchiata dall’identità come indizio di sospetto o di colpa, che nessuna appartenenza venga caricata di responsabilità che non le competono. In questo senso, la Costituzione repubblicana non si limita a tollerare la diversità: la accoglie come requisito strutturale della democrazia, come condizione della sua stessa possibilità.
Gli articoli 2, 8 e 19 della Costituzione non operano isolatamente, ma compongono un sistema di garanzie fondato sulla distinzione: tra persona e appartenenza, tra fede e politica, tra responsabilità individuale e decisione statale. È questa architettura che impedisce alla differenza di trasformarsi in stigma e all’identità di mutare in destino. Ed è su questo quadro costituzionale che la Legge 211/2000 innesta la Giornata della Memoria, sottraendola alla dimensione della mera commemorazione e trasformandola in uno strumento di salvaguardia costituzionale, una pratica civile di vigilanza contro il ritorno delle semplificazioni identitarie.
È proprio questa esigenza di distinzione che trova un’espressione particolarmente incisiva nel discorso pronunciato da Elie Wiesel al Parlamento italiano nel 2010. Lungi da ogni enfasi celebrativa, Wiesel individua nell’indifferenza – nella rinuncia a distinguere, a interrogare il linguaggio, a riconoscere l’altro come persona e non come funzione – il vero terreno di coltura della persecuzione. La sua lezione non riguarda solo il passato, ma il presente della democrazia: là dove la distinzione si indebolisce, la memoria smette di proteggere e torna a essere necessaria.
La forza della lezione di Wiesel sta proprio qui: nel ricordare che la memoria non protegge automaticamente dal ritorno dell’ingiustizia. Può farlo solo se diventa esercizio attivo di responsabilità, attenzione al linguaggio, cura delle distinzioni. In questo senso, il Giorno della Memoria non è rivolto al passato, ma al presente della democrazia. Interroga il modo in cui oggi nominiamo l’altro, costruiamo il dissenso, separiamo la critica dalla delegittimazione.
Riletta alla luce della Costituzione e della Legge 211/2000, la Shoah non appare allora come un evento chiuso, ma come un monito permanente: ogni volta che l’indifferenza prende il posto della distinzione, ogni volta che l’identità viene confusa con la responsabilità, le condizioni della persecuzione tornano a essere pensabili.
Ed è precisamente per evitare questo ritorno che la memoria è affidata alla Repubblica come dovere civile, e non come semplice ricordo .
Sempre dalla parte delle donne nel mondo
Alessandra Servidori
Come componenti del Comitato interministeriale diritti umani siamo state invitate a partecipare a “Women, Peace, and Security: Reclaiming the Agenda in a Fragmented World”, il primo Forum Annuale di WIIS Italy (Women In International Security Italy), promosso alla vigilia della riunione annuale della Global Alliance of Regional Women Mediator Networks, di cui l’Italia è co-fondatrice, sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Il Forum si è tenuto lunedì 19 gennaio 2026, a Roma, presso l’Aula dei gruppi parlamentari. Hanno portato la loro esperienza tra le altre, l’Inviata Speciale per l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza dell’Unione Africana, Amb.ce Liberata Mulamula, già Ministra degli Affari Esteri della Tanzania; la Rappresentante Speciale per l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza della NATO, Irene Fellin; alcune componenti del Network delle Donne Mediatrici del Mediterraneo, come Eva Ziedan, peacebuilder e mediatrice siriana, Lea Baroudi, fondatrice di March in Libano, Odeta Barbullushi, già viceministra degli Affari Esteri dell’Albania, e Amal Jadou, Ambasciatrice palestinese presso l’UE, già viceministra degli affari esteri. Il CIDU si è impegnato in continuità con il nostro Progetto Donne pace e sicurezza per garantire che le priorità delle donne siano centrali nelle decisioni in materia di pace e sicurezza a tutti i livelli. Per raggiungere questo obiettivo, affrontiamo le barriere sociali, culturali e politiche e i rischi per la protezione che limitano la piena partecipazione delle donne al raggiungimento e al mantenimento della pace. E’ stato particolarmente interessante ascoltare la testimonianza perché le donne in tutto il mondo svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione dei conflitti, nella costruzione della pace e nell'aiutare i paesi a riprendersi dalle crisi, spesso mettendo a rischio la propria vita. Ciononostante, le donne rimangono in gran parte ai margini dei processi di pace formali e dei processi decisionali. La nostra priorità è cambiare lo status quo ponendo le priorità e i diritti delle donne al centro dei processi di pace e politici e raggiungere la parità di genere nelle operazioni di mantenimento della pace. Collaboriamo con i nostri partner, tra cui la società civile e le comunità, per affrontare le barriere sociali, culturali e politiche e i rischi per la protezione che limitano la piena partecipazione delle donne.Il Dipartimento per le Operazioni di Pace (DPO) è in prima linea nel promuovere l'agenda Donne, Pace e Sicurezza (WPS). Siamo incaricati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di attuare le Risoluzioni WPS , che riconoscono l'impatto sproporzionato e unico dei conflitti armati su donne e ragazze e riconoscono il contributo che queste ultime apportano alla prevenzione e alla risoluzione dei conflitti, al mantenimento e alla costruzione della pace. Inoltre, il Consiglio di Sicurezza sottolinea l'importanza della piena e paritaria partecipazione delle donne come agenti attivi per la pace e la sicurezza e affronta l'impatto della violenza sessuale nei conflitti. Anche Il nostro lavoro è guidato dall'iniziativa Action for Peacekeeping del Segretario generale (2018) e dal suo invito all'azione "Women Transforming Peace and Security" (dal 2020), che ribadiscono che la partecipazione piena, equa e significativa delle donne ai processi di pace, alle soluzioni politiche e alle operazioni di pace, nonché agli sforzi che tengono conto delle questioni di genere, sono essenziali per un efficace mantenimento della pace.Nella strategia di attuazione di Action for Peacekeeping , il piano A4P+ (2021-2023),e nel piano successivo 2024/2028 WPS interviene in tutte le aree prioritarie fungendo da catalizzatore per il progresso e l'attuazione del mandato. DPO si è impegnata in azioni trasformative nell'ambito del Patto per le donne, la pace e la sicurezza e l'azione umanitaria e il nostro lavoro è ulteriormente guidato da politiche che enfatizzano il mantenimento della pace rispettoso delle questioni di genere . Noi come CIDU con l’impegno che ci contraddistingue abbiamo pubblicato il nuovo V Piano d’Azione Nazionale su Donne, Pace e Sicurezza, la cui entrata in vigore ha coinciso con il trentesimo anniversario della IV Conferenza Mondiale sulle Donne di Pechino e con il venticinquesimo anniversario della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1325 (2000).Il nuovo Piano italiano presenta un rafforzamento degli Obiettivi e una razionalizzazione delle Azioni, finalizzati ad una sua migliore efficacia, in linea con l’Agenda Donne Pace e Sicurezza, e persegue quattro obiettivi, volti a promuovere e rafforzare il ruolo delle donne nella pace e in tutti i processi decisionali e la prospettiva di genere nelle operazioni di pace. Inoltre il Piano si propone di consolidare le azioni a favore dell’empowerment delle donne, delle ragazze e delle bambine, dell’uguaglianza di genere e della protezione dei diritti umani di donne, ragazze e bambine nelle aree di conflitto e post-conflitto. Infine, mira a consolidare le attività di comunicazione e formazione a tutti i livelli, allargando e rafforzando sempre più, al contempo, le sinergie con la società civile.
CAREGIVER FAMILIARI- Bologna 19 febbraio 2026
CAREGIVER FAMILIARE A CHE PUNTO SIAMO ? 19 FEBBRAIO 2026 BOLOGNA
SALA BARACCANO Prof.Marco Biagi ORE 15-19 -Via S,Stefano 119
Il video dell'Osservatorio Permanente sulla Disabilità OSPERDI Ets, esamina le criticità della nuova legge per il Caregiver Familiare, descrivendola come un "castello di carta" burocratico. Vengono denunciati paradossi come l'insufficienza dei fondi, stimati in circa un euro l'ora, e la rigida esclusione delle cosiddette famiglie affettive. L'analisi invita a consultare i documenti ufficiali per capire se la riforma sia un sostegno reale o una barriera all'applicazione dei diritti.
Vincenzo Pacillo per l'IRAN
VINCENZO PACILLO
Quando si discute della condizione giuridica delle donne in Iran, il punto di partenza non può che essere il seguente: esistono diritti umani chiaramente sanciti da carte internazionali vincolanti, ed esistono norme e prassi amministrative interne all’ordinamento iraniano che li limitano, li condizionano o li svuotano in modo sistematico. Tra questi due poli si colloca una responsabilità che non riguarda solo la Repubblica islamica dell’Iran, ma anche la comunità internazionale.
All’interno dell’ordinamento iraniano, la condizione giuridica femminile è fortemente segnata dall’intreccio tra diritto statale e interpretazioni ufficiali della legge islamica. In particolare, in ambiti cruciali come il diritto di famiglia, la libertà personale e la presenza nello spazio pubblico, la donna è sottoposta a un regime di obblighi e divieti che non si presentano come semplici norme religiose, ma come vere e proprie prescrizioni giuridiche coercitive. Il velo obbligatorio, le limitazioni alla libertà di movimento, le asimmetrie in materia di matrimonio, divorzio, custodia dei figli ed eredità non operano come raccomandazioni etiche: sono regole giuridicamente sanzionate, la cui violazione comporta conseguenze penali o amministrative.
In questo assetto, la legge religiosa non agisce come fonte simbolica o culturale, ma come criterio normativo sostanziale che incide direttamente sulla titolarità e sull’esercizio dei diritti. Il corpo femminile diventa così un oggetto privilegiato di regolazione: non solo perché visibile, ma perché caricato di una funzione ordinante. Attraverso l’imposizione di obblighi specifici alle donne, il diritto afferma un’idea di ordine pubblico che coincide con una determinata interpretazione della moralità religiosa. La disobbedienza, di conseguenza, non è trattata come semplice infrazione, ma come minaccia all’assetto giuridico e simbolico dello Stato.
Questo quadro entra in frizione diretta con gli obblighi internazionali assunti dall’Iran. Lo Stato è parte di strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani, che tutelano, tra l’altro, il diritto alla vita, alla dignità, alla libertà personale, alla libertà di espressione e di manifestazione, nonché il divieto di trattamenti inumani o degradanti. Tali diritti non ammettono deroghe fondate su tradizioni religiose o culturali quando incidono sul nucleo essenziale della persona. Il diritto internazionale è esplicito nel ritenere che la religione possa essere tutelata come libertà, ma non imposta come obbligo coercitivo che annulla altri diritti fondamentali.
È qui che la questione esce dal perimetro nazionale. La condizione delle donne in Iran non è soltanto un problema interno di compatibilità tra diritto religioso e diritto statale, ma un banco di prova per l’effettività dell’ordine giuridico internazionale. In questo senso, le restrizioni imposte alle donne non rappresentano solo una questione di genere, ma altresì un indicatore strutturale del rapporto tra diritto, potere e responsabilità internazionale. Dove la legge religiosa diventa strumento di coercizione, e dove lo Stato utilizza tale coercizione per disciplinare i corpi e silenziare il dissenso, la comunità internazionale è chiamata a intervenire nei limiti consentiti dal diritto internazionale . Questa responsabilità diventa più forte e strutturata di fronte alle forme di resistenza interna esplicitamente conflittuali nei confronti dell’ordinamento interno: la violazione consapevole degli obblighi imposti, l’occupazione dello spazio pubblico, la testimonianza, la parola. Tale resistenza rappresenta, tra l’altro, la denuncia concreta di un abuso di potere clericale che ha trasformato una tradizione religiosa in un apparato disciplinare. La reazione feroce del potere deriva dal fatto che l’’autorità religiosa, una volta istituzionalizzata, non tollera di essere ricondotta ai suoi limiti: quelli di una funzione spirituale che non può coincidere integralmente con il precetto giuridico. La repressione colpisce dunque non tanto la “devianza”, quanto la sottrazione: la sottrazione del corpo femminile a un controllo che si pretende totale, la sottrazione della fede a una gestione clericale del potere, la sottrazione del diritto alla sua riduzione a strumento di obbedienza. In questo senso, la resistenza delle donne iraniane non mette semplicemente in discussione singole norme, ma smaschera un corto circuito più profondo: quello per cui l’autorità religiosa, anziché limitare il potere, viene usata per assolutizzarlo. È questa pretesa di coincidenza tra Dio, legge e Stato – più che qualsiasi disputa interpretativa – a rendere la resistenza intollerabile per il detentore del potere e, proprio per questo, più ferocemente repressa.
Cosa significa essere al fianco delle sorelle iraniane
Alessandra Servidori - A fianco delle sorelle iraniane
Componente CIDU Comitato Interministeriale Diritti Umani
Al fianco delle sorelle Iraniane significa sapere cosa hanno sofferto come reagiscono e perché è fondamentale far sentire solidarietà concreta.
A tre anni dall'inizio delle proteste “Donna, vita, libertà” in Iran, il governo continua a intensificare la repressione sui diritti delle donne e delle ragazze, cercando di soffocare il dissenso con una furia selvaggia. Questo è quanto emergeva dal Rapporto sulla situazione dei diritti umani in Iran della Missione d'Inchiesta internazionale indipendente sulla Repubblica Islamica dell'Iran (istituita dal delle Nazioni Unite), pubblicato il 14 marzo 2025 e presentato al Consiglio per i diritti umani.Il rapporto consolida i risultati della missione sulle gravi violazioni dei diritti umani e i crimini contro l'umanità commessi nel contesto delle proteste iniziate il 16 settembre 2022 in Iran. Malgrado le dichiarazioni pre-elettorali del Presidente Masoud Pezeshkian sulla possibilità di attenuare l'applicazione delle leggi sull'hijab obbligatorio, le autorità iraniane hanno inasprito il controllo attraverso nuove tecnologie di sorveglianza e iniziative di vigilanza sostenute dallo Stato. In particolare, dall’introduzione del cd. “Piano Noor” nell'aprile 2024, sono aumentate le persecuzioni legali contro le donne che sfidano l’obbligo dell'hijab, con sanzioni penali che vanno dalle multe al carcere, fino alla pena di morte.
Il Rapporto è stato presentato al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, contestualmente al Rapporto del Relatore Speciale sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica Islamica dell'Iran, il 18 marzo 2025. In entrambi si evidenzia come queste misure siano espressione di una sistematica persecuzione da parte dello Stato, mirata a limitare i diritti delle donne e ragazze, negando loro il diritto all’eguaglianza. Gli atti persecutori si verificano anche contro le vittime di torture e violenze subite durante le proteste, nonché contro i loro familiari, avvocati e giornalisti che cercano di dar loro voce. Si conta che, dal 2022, almeno 10 uomini sono stati giustiziati in relazione alle proteste e altri 14, tra cui tre donne, rischiano la pena capitale. Il rapporto già evidenziava gravi violazioni dei diritti umani, tra cui confessioni estorte con la tortura e processi irregolari. La Missione ha raccolto oltre 38.000 prove e intervistato 285 testimoni, confermando crimini contro l'umanità e casi di stupro di manifestanti donne.Di fronte a un sistema giudiziario privo di indipendenza, la Missione chiede alla comunità internazionale di continuare a perseguire la giustizia al di fuori dell'Iran. Il rapporto raccomanda inoltre la creazione di un nuovo organismo indipendente per monitorare e indagare sulle violazioni in corso. E Su questo il CIDU DEVE AGIRE.
Viviana Krsticevic, membro della Missione, ha sottolineato l'importanza di misure preventive per evitare ulteriori abusi: “Data la gravità delle violazioni e il rischio di nuove violenze contro chi esprime dissenso, il Consiglio per i diritti umani deve continuare a sostenere le vittime nella loro ricerca di giustizia”.Da sempre le donne iraniane hanno avuto un ruolo centrale nelle proteste contro il regime. Dopo le proteste per la morte di Mahsa Amini sono state brutalmente perseguitate, ma non hanno smesso di lottare per la propria libertà e Ora tutto il popolo Iraniano si ribella anche forte di un’altra caratteristica importante della protesta delle donne iraniane è che non è limitata a una fascia d’età.In precedenza, le proteste “Donna, Vita, Libertà” avevano raggiunto persino le scuole iraniane, dove principalmente studentesse si riunivano nei cortili scolastici e scandivano slogan contro il regime. Ciò era senza precedenti nei quasi cinque decenni dalla Rivoluzione islamica del 1979, che aveva istituito la teocrazia in Iran.Il governo ha risposto con gli arresti. Tuttavia, la rabbia non è diminuita. Nei mesi successivi alle proteste, sono emerse segnalazioni da tutto l’Iran di avvelenamenti seriali nelle scuole femminili. Le studentesse si ammalavano improvvisamente, perdevano conoscenza e venivano trasportate d’urgenza negli ospedali con problemi respiratori, palpitazioni cardiache e intorpidimento.Le indagini hanno indicato che più di 800 studentesse sono state avvelenate nelle scuole in almeno 15 città iraniane nel 2023.Gli episodi sono continuati per mesi. Il Ministero della Salute iraniano confermò infine che un “veleno molto lieve” aveva causato i sintomi. All’epoca, persino il viceministro della Salute dichiarò che “alcuni individui volevano che tutte le scuole, soprattutto quelle femminili, venissero chiuse”. Un giorno dopo ha ritirato le sue dichiarazioni.Il governo iraniano ha negato ogni responsabilità per l’incidente e i responsabili degli avvelenamenti non sono mai stati identificati. E ancora . Nel novembre 2025, Omid Sarlak, un giovane che viveva nell’Iran occidentale, ha pubblicato un video sui social media in cui si mostrava mentre dava fuoco a una fotografia dell’Ayatollah Ali Khamenei. Poche ore dopo la pubblicazione del video, il suo corpo è stato trovato all’interno della sua auto con un colpo di pistola alla testa.Nello stesso mese, Samad Pourshah, un ex prigioniero politico, ha compiuto un atto simile in segno di protesta per l’uccisione di Sarlak, bruciando nuovamente una fotografia del leader supremo.Poche ore dopo, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella sua abitazione nella città di Yasuj. Non si trovava in casa al momento e ha così evitato l’arresto: vive in clandestinità da allora.Nel settembre 2021, Qasem Bahrami, un poeta iraniano critico nei confrontoi del regime regime, è stato arrestato a Mashhad dopo aver bruciato un'altra fotografia della Guida suprema. È stato portato in una località sconosciuta e per due mesi non si hanno avute sue notizie.Negli ultimi giorni, insieme a una nuova ondata di proteste in tutto il Paese, alimentata dalla rabbia pubblica per le difficoltà economiche e il peggioramento delle condizioni di vita, sono circolati ampiamente sui social media video che mostrano giovani donne non solo bruciare il ritratto dell’ayatollah, ma usare le fiamme per accendere le loro sigarette.In questo gesto di protesta, le donne hanno unito l’atto di bruciare l’immagine di Ali Khamenei con quello del fumo, un’attività stigmatizzata per le donne nella società iraniana. Attraverso questo gesto, le manifestanti sembrano rifiutare sia l’autorità politico-religiosa del regime sia le rigide regole sociali imposte alle donne.I video di questa iniziativa di protesta sono stati già ripostati migliaia di volte sui social media di tutto il mondo, rendendo sempre più difficile per le autorità iraniane contenerla.Così, le donne iraniane, che avevano già catturato l’attenzione globale durante le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini nel 2022, attraverso atti simbolici come tagliare i capelli e bruciare il velo, hanno ora fatto un passo ulteriore. Se all’epoca le loro azioni venivano interpretate come un “rifiuto simbolico delle politiche sessiste e autoritarie del sistema”, ora partecipano anche a proteste con labbra sanguinanti e compiono esercizi di ginnastica per strada davanti alle forze di sicurezza. Si scatenò proteste di massa in tutto il Paese e, dopo quattro mesi di repressione brutale, durante i quali più di 500 persone furono uccise e oltre 19.400 arrestate, il governo riuscì a costringere il movimento “Donna, Vita, Libertà” fuori dalle strade dell’Iran. Ma non è riuscito a porre fine alla lotta delle donne per i loro diritti fondamentali. Le manifestazioni di massa per le strade furono represse con violenza, ma la resistenza si spostò sempre più verso atti simbolici e altamente visibili. Negli ultimi tre anni, la società iraniana ha assistito a una manifestazione quasi quotidiana di nuove forme di protesta femminile : apparire senza hijab in università e spazi pubblici, far cadere i turbanti dai clerici per strada, partecipare a eventi sportivi come le maratone senza velo. Ecco è una piccola sintesi che ci deve far comprendere quanta sofferenza questo regime ha creato e che la soluzione deve essere quella di liberarlo da questo incubo, insieme possiamo far sentire la nostra solidarietà concreta in questa tragica stagione in cui il sangue della repressione scorre e si contano decine di vittime e gli ospedali non riescono più a ospitarle .Noi abbiamo il dovere di essere al loro fianco.
Inclusione nell'alta formazione
INCLUSIONE NELL'ALTA FORMAZIONE
Alta Formazione e Progetto di Vita: per una governance strutturale dell’inclusione
È possibile estendere la figura del docente di sostegno, cardine dell'inclusione scolastica, al sistema universitario e dell'Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica (AFAM)? Questo interrogativo, che mi è stato posto da alcuni stimati accademici, non ammette risposte banali ma apre una necessaria riflessione sulle contraddizioni del sistema formativo italiano. Le considerazioni che seguono non hanno la pretesa di offrire soluzioni dogmatiche o definitive, ma intendono piuttosto lanciare una proposta operativa aperta al dibattito, per tentare di superare l'attuale impasse in una fase di transizione normativa cruciale, segnata dall'avvento della normativa sul Progetto di Vita ancora in sperimentazione fino al gennaio 2027 (D. Lgs 62/2024) e quella pienamente in vigore per la piena accessibilità fisica e digitale nei servizi pubblici (D.Lgs. 222/2023). La risposta richiede l'analisi della discontinuità strutturale tra i due sistemi. Se la scuola opera per mediazione didattica e integrazione sociale, l'Alta Formazione, costituzionalmente autonoma, certifica competenze specialistiche attraverso titoli con valore legale che non ammettono riduzioni o semplificazioni dei contenuti, specialmente nelle discipline performative AFAM. Attualmente, il sistema universitario tenta di colmare il divario con il tutorato specializzato, spesso delegato però a studenti "alla pari" o collaboratori precari. Tale modello, pur lodevole, genera discontinuità assistenziale e carenza di competenze clinico-pedagogiche, risultando strutturalmente inadeguato a sostenere la complessità dei nuovi "Progetti di Vita" che richiedono raccordi stabili con il territorio e i servizi sanitari. Inoltre, l'Università è anche un grande datore di lavoro. L'applicazione del D.Lgs. 62/2024 e in particolare del D.Lgs 222/2023, impone l'erogazione degli accomodamenti ragionevoli, anche per i dipendenti, ma spesso manca una visione d'insieme che unisca il supporto allo studente con quello al lavoratore, creando vuoti di tutela nel passaggio dalla carriera studentesca a quella accademica in cui lo studente diviene un lavoratore. La proposta, dunque, non è importare il "maestro" in aula, ma istituire un contingente di Personale Tecnico specializzato strutturato, sul modello già collaudato con successo in altri paesi europei come il Regno Unito, l’Irlanda o i paesi scandinavi (pedagogisti, psicologi dell'apprendimento, tecnologi assistivi, interpreti LIS). Assunto stabilmente nei ruoli tecnici ed EP (Elevata Professionalità), questo personale avrebbe un duplice mandato strategico: garantire un supporto professionale continuo allo studente e, parallelamente, agire come formatore interno e consulente per il corpo docente e amministrativo, insegnando a progettare didattica e ambienti accessibili. Per rendere sostenibile la riforma, si propone per gli atenei statali di vincolare una quota dell'FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario) a queste assunzioni, prevedendo una deroga legislativa ai limiti dei "Punti Organico" per non erodere le risorse destinate alla docenza. Per le istituzioni non statali, dove non vige l'FFO, la leva deve essere l'accreditamento ministeriale: il Ministero deve imporre all'ANVUR di integrare i modelli valutativi (AVA 3 e di conseguenza le competenze certificate dei valutatori in materia di disabilità), rendendo la presenza di tale personale strutturato un prerequisito indispensabile per l'autorizzazione dei corsi. Solo professionalizzando il supporto agli studenti si trasforma l'inclusione da emergenza assistenziale a sistema strutturale, garantendo piena cittadinanza nel diritto allo studio e al lavoro, anche nel sistema dell’Alta Formazione.
Francesco Alberto Comellini
Componente del Comitato Tecnico Scientifico dell'Osservatorio Permanente sulla Disabilità - OSPERDI ETS
Non facciamoci mancare la riflessione
ALESSANDRA SERVIDORI
2026 ?Parità tra uomini e donne ? pare anche solo formale ( ma non lo è) figuriamoci sostanziale
Nonostante gli incentivi europei e nazionali compresa la neonata legge di bilancio 2026, persiste una significativa distanza tra uguaglianza “giuridica” (quella formalmente sancita dalla Costituzione, dai Trattati Europei, e dalle Convenzioni Internazionali) e uguaglianza “reale”, ossia quella che riscontriamo nella vita di tutti i giorni e nei dati concreti sull’occupazione femminile, sul gender pay gap e sulla segregazione occupazionale che continua inesorabile.
Facciamo riferimento al 2024,perché sono dati certi e riscontrabili, il tasso di occupazione femminile in Italia è di circa 19 punti percentuali (pp) inferiore alla media europea, con poco più di una donna su due (57,4%) inserita nel mercato del lavoro. Nonostante un leggero miglioramento del trend occupazionale negli anni, 3 donne su 4 si dimettono a causa delle difficoltà riscontrate nel conciliare responsabilità di cura e vita lavorativa (da 74,7% nel 2023 a 77,5% nel 2024) (INL 2025).
Su ciò si innesta una sotto-rappresentazione delle donne non solo in alcuni settori economici (tradizionalmente più remunerativi, come le carriere STEM) ma anche ai vertici delle organizzazioni e, più in generale, della società – nonostante entrino nel mercato del lavoro con livelli di istruzione mediamente più alti dei loro colleghi. Non è un caso che l’Italia si collochi all’87° posto nella rilevazione del Global Gender Gap Report (WEF 2025) sui 147 Paesi analizzati, e al 35° posto tra i 40 che rientrano nell’area europea.
Consideriamo che si fa ancora molta fatica a declinare al femminile e l’uso demenziale dell’asterisco di forme sia maschili che femminili e altri escamotage per contrastare l’utilizzo del maschile sovra-esteso sono forse i primi argomenti che ci vengono in mente quando parliamo di parità di genere.
Potremmo quindi parlare di quanto sia importante declinare al femminile le professioni al fine di rendere reale il riconoscimento della possibilità anche per le donne di intraprendere determinati percorsi di carriera che fino ad un recente passato erano loro preclusi: pensiamo, a tal proposito, che solo dal 1963 una legge ha garantito alle donne il pieno accesso a tutte le professioni e cariche pubbliche. Abbiamo grandi assenti dal dibattito sulla parità di genere tanto quanto sulla conciliazione che sono gli uomini .Alcuni dati sul loro coinvolgimento fanno ben sperare: ad esempio, è positivo e in crescita il trend legato all’utilizzo del congedo di paternità, che è passato dal 19% degli aventi diritto nel 2013 al 64% del 2023). Tuttavia, meno di un uomo su due (43%) considera insufficiente la possibilità di realizzare la conciliazione vita-lavoro) e ancora meno 21,1% nel 2024) sono gli uomini/padri che si dimettono per motivazioni connesse con la cura della prole (INL 2025). È che le politiche di genere o le misure di conciliazione hanno sempre un unico target di riferimento: le donne e pare ovvio come siano proprio le donne a far emergere maggiormente i propri bisogni di conciliazione. Tuttavia, così facendo addossiamo ancora una volta la responsabilità del cambiamento (oltre che della cura) sulle spalle delle donne e continuiamo a rimandare una riflessione altrettanto fondamentale su quale dovrebbe/potrebbe essere il ruolo degli uomini (e dei padri) nella promozione della parità di genere e, di conseguenza, nella conciliazione.
Un discorso analogo possiamo farlo per ciò che riguarda il ruolo delle imprese. Sono ormai numerose le evidenze scientifiche che dimostrano come la riduzione delle disuguaglianze (di genere, ma non solo) sia associata non solo a un ambiente lavorativo più sicuro, ma anche a migliori performance economiche, a una maggiore capacità innovativa e a sistemi produttivi più resilienti. Il welfare aziendale e le pratiche di conciliazione vita-lavoro in azienda possono essere delle leve utili alle organizzazioni per promuovere equità, inclusione e benessere. Si possono predisporre strumenti di flessibilità organizzativa e oraria, permessi extra legem e meccanismi per favorire il rientro al lavoro, smart working e nuovi modelli organizzativi che utilizzano la tecnologia per migliorare il work-life balance. Vi potrebbe poi essere la predisposizione di servizi per lavoratori e lavoratrici con figli (convenzioni con asili nido, dopo-scuole e pre-scuola, ludoteche, ecc), servizi di assistenza per dipendenti con genitori anziani (supporto sanitario domiciliare, acquisto di dispositivi medici, servizi di trasporto). Ma anche strumenti di sanità integrativa, legati, ad esempio, alla prevenzione legata al genere e al supporto psicologico di qualsiasi forma.E comunque noi auguriamoci sereno 2026!!!!
REFERENDUM GIUSTIZIA perchè votare SI
10 buone ragioni per votare si al referendum sulla giustizia - Perchè voto si e faccio informazione
1. Un giudice terzo è la prima garanzia di libertà
Perché senza un giudice terzo non ci può essere il necessario riequilibrio del potere del Pubblico Ministero.
Il giudice deve essere libero da ogni vincolo e da ogni influenza, distinto da chi esercita l’accusa. È un principio costituzionale e una condizione essenziale di libertà per tutti. La separazione delle carriere rafforza la figura del giudice e restituisce fiducia, equilibrio e credibilità alla giustizia.
2. Ruoli diversi, stesse garanzie
Due carriere diverse, una sola giustizia al servizio delle persone.
Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa organizzazione, si valutano tra loro, condividono carriera e organo di governo. La riforma li distingue, rendendoli autonomi e complementari, e riportando chiarezza nel sistema. È così che la giustizia si declina in uno Stato di diritto democratico e liberale.
3. Per un processo davvero equo, ad armi pari
Solo la parità delle parti garantisce i diritti di tutti.
Nel giusto processo accusa e difesa devono confrontarsi in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale. Solo così la verità nasce dal confronto e non dall’autorità. Separare le carriere significa dare piena attuazione ai principi costituzionali del processo accusatorio e restituire ai cittadini la certezza di un giudizio fondato solo sulle prove e garantito da un giudice distante allo stesso modo da chi accusa e da chi difende.
4. Come in tutte le democrazie liberali
L’Europa separa i ruoli, l’Italia deve colmare il ritardo.
In tutte le democrazie consolidate in Europa e nel mondo giudici e pubblici ministeri dipendono da organizzazioni distinte. L’Italia, che rappresenta oggi un’anomalia assoluta, deve finalmente allinearsi ai modelli liberali ed evoluti, non per imitazione, ma per coerenza con la propria Costituzione e con il principio di separazione dei poteri.
5. Una giustizia che fa paura non è giusta
Chi crede nello Stato deve poter credere anche nella sua giustizia.
Quando i ruoli si confondono, la fiducia si incrina. Una giustizia che intimorisce o si chiude in se stessa smette di essere credibile. Separare le carriere significa renderla più trasparente, più vicina a chi chiede tutela e protezione. Perché la fiducia è la prima forma di giustizia, e la giustizia credibile è la base della democrazia.
6. Separare per difendere autonomia e indipendenza del giudice
L’autonomia si protegge distinguendo i ruoli, non confondendoli.
Separare assicura l’autonomia del giudice rispetto al pubblico ministero e aiuta a difendere l’indipendenza della magistratura da ogni condizionamento politico, ideologico o corporativo, rafforzando la sua funzione di garanzia. Una magistratura libera è una giustizia più forte: al servizio della verità e dei diritti, non del potere.
7. Sorteggio dei componenti del CSM: più trasparenza e meno correntismo
La giustizia deve rispondere ai cittadini, non ai gruppi di potere.
Con il sorteggio dei componenti dei due CSM verranno superate le logiche del correntismo che condizionano nomine e carriere, facendo prevalere l’appartenenza sul merito e sulle competenze. Il CSM tornerà così organo di garanzia, come previsto dalla Costituzione, e non strumento di potere interno, capace di condizionare gli stessi magistrati che dovrebbe tutelare.
8. Il Presidente della Repubblica, garante dell’equilibrio e dell’unità della giustizia
Il Capo dello Stato resta il custode della Costituzione e della libertà dei cittadini.
La riforma valorizza il suo ruolo di garanzia: il Presidente continuerà a presiedere entrambi i Consigli Superiori, assicurando coerenza e indipendenza per la magistratura. È il segno più alto di un equilibrio istituzionale che unisce, non divide: una giustizia ordinata e fedele ai principi della Repubblica e di uno Stato liberale.
9. Un’Alta Corte per una giustizia che risponde a tutti
La giustizia deve essere trasparente nei confronti dei cittadini, non rendere conto solo a se stessa.
Chi amministra la giustizia deve rispettarne le regole come ogni cittadino. L’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, autonoma e indipendente dai Consigli Superiori, i cui componenti saranno selezionati per sorteggio e in parte nominati dal Presidente della Repubblica, garantirà finalmente che le responsabilità dei magistrati siano valutate con terzietà e trasparenza. La credibilità nasce anche dalla responsabilità: nessuno è al di sopra della legge, tantomeno chi la applica.
10. Una battaglia di libertà, non di potere
È la riforma di chi crede nella Costituzione e nella giustizia come servizio ai cittadini.
È la storica battaglia trentennale dell’Unione delle Camere Penali Italiane: non contro qualcuno, ma per tutti. Perché separare le carriere non è uno slogan, ma un atto di civiltà. Dire SÌ significa, restituire credibilità e autorevolezza alla magistratura, avere un processo più giusto e una giustizia più trasparente nell’interesse di tutti i cittadini.
NON CORRO non BALLO non SALTELLO MA.....
Alessandra Servidori NON CORRO NON BALLO NON SALTELLO MA.......
Non corro , non ballo, non saltello. Semplicemente il 25 novembre da oltre mezzo secolo, lavoro a testa bassa perché le italiane possano ottenere nella società il ruolo che le aspetta di diritto e non siano sempre considerate un “di cui”, rispetto al tema della violenza culturale e concreta che si abbatte come una clava su di noi. Sicuramente senza presunzione di completezza e facendo proposte ragionevoli là dove destra e sinistra sono ancora distratte. E oggi a mettere in fila le liste delle ultime regionali saltano agli occhi la pochezza dei nomi femminili e i risultati delle elezioni regionali mostrano come, la tendenza all’esclusione delle donne dai ruoli di potere non sia ancora sanata e che per le donne il percorso verso l’elezione è più in salita rispetto agli uomini. E parliamo di Regioni dove le donne rappresentano poco più del 51% della popolazione residente; siamo dunque a circa il 20% di rappresentanza femminile. Inoltre, non c’è nessuna candidata donna alla Presidenza delle regioni che sono già andate al voto, tantomeno in quelle che hanno votato in questo autunno 2025. Francamente penso che stiamo tornando indietro e anche questo è un segnale di discriminazione di accesso alla gara e dunque di una violenza apparentemente più nascosta ma sempre bruciante . Dunque delle recenti elezioni regionali in termini di pari opportunità di accesso alla politica i dati parlano chiaro e la tendenza emersa fino ad ora non è incoraggiante e dovrebbe impegnarci almeno a cercare non cause – che conosciamo assai bene- ma soluzioni, al fine di onorare e rispettare i principi costituzionali di parità e uguaglianza. La Costituzione della Repubblica democratica italiana, infatti, non solo afferma l’uguaglianza “senza distinzione di sesso” nei suoi principi fondamentali (art. 3), ma fin dall’origine contiene norme espressamente volte a garantire il principio delle pari opportunità uomo-donna in materia elettorale (art. 48 e 51), che la revisione costituzionale degli articoli 117 nel 2001 e 51 nel 2003 ha reso ancor più esplicito. Evidentemente tutto questo non basta perché il principio di eguaglianza si traduca effettivamente nella realizzazione di una democrazia paritaria. Le ragioni della flessione delle candidate e delle elette nelle regioni in cui si è votato, oltre alle motivazioni alla base della mancanza di donne ai vertici delle istituzioni regionali sono evidentissime : le dinamiche interne ai partiti, la difficoltà sperimentata dalle donne nel trasformare i voti in rappresentanza concreta, oltre che l’influenza esercitata dalla società patriarcale in cui viviamo sul voto degli elettori in termini di preferenza e dalle poche risorse che si mettono nelle campagne elettorali per appoggiare le candidate. Questa è la verità ed è inutile fare sondaggi perchè l’obiettivo di ottenere e mantenere il potere, di fatto crea una chiusura interna, che può portare i partiti in grandissima difficoltà ,a concentrarsi più sulla propria sopravvivenza e sul loro consolidamento, che sugli obiettivi inziali e sbandierati ma non osservati concretamente. Questa evidente tendenza all’auto-referenzialità e alla conservazione favorisce, ancora oggi, una distribuzione diseguale del potere a vantaggio degli uomini e chiaramente lo ritroviamo nel numero delle donne collocate con ruolo nelle posizioni di vertice degli organismi dei partiti politici per capire a che punto siamo, tenendo conto del principio per il quale, finché le donne non contano è necessario non passare oltre ed evidenziare le disuguaglianze. Poi vero è, diciamolo forte e chiaro, che le scelte elettorali in termini di preferenza di genere, sono il riflesso anche della società in cui viviamo. La nostra società patriarcale è ancora intrisa di stereotipi e pregiudizi tali, da far riconoscere ancora nelle donne, il gruppo sociale con minori caratteristiche necessarie a ricoprire ruoli di leadership, rispetto agli uomini. E anche nel mondo del lavoro siamo ancora indietro, troppo indietro, e sono lo specchio della società in cui viviamo, in cui gli uomini di fatto ricoprono in maggioranza i ruoli di leadership aziendale e politica, ed è in grado di influenzare ancora e in modo significativo una parte dell’elettorato sulla scelta del voto di preferenza. Sono infatti ancora poche le donne che svolgono o hanno svolto ruoli apicali in ambito politico e certo è che la figura di Giorgia Meloni è ora dominante perché nella storia italiana non abbiamo mai avuto una Presidente del Consiglio determinata e potente e neanche una Segretaria di partito della minoranza così energica. Ma non basta perché qualsiasi cordata che possiamo ancora fare anche per aiutare le giovani donne che si lamentano ma poi si aggregano in troppe ai movimenti di rivolta violenti , senza cercare alleanze, mentre dovrebbero unirsi per ottenere riforme vere nel mercato del lavoro. Con la sola esclusione della classe 55-64 anni, la popolazione femminile è diminuita in tutte le fasce d’età considerate, in particolare tra le 35-44enni, dove il calo è stato dell’11,8% e solo il 53% delle donne italiane tra i 15 e i 64 anni risulta occupato, contro una media UE del 66% . E ancora permane il gender gap nel mondo del lavoro in Italia , il tasso di occupazione secondo Inps è inferiore a quello maschile di quasi 20 punti , alle donne vengono offerti più frequentemente e applicati contratti a tempo determinato o part time , gli stipendi sono più bassi di oltre il 20% ed è raro che le lavoratrici passino a ruoli dirigenziali anche se sono ad un livello di istruzione mediamente più alto . E questo lo dice il Rendiconto di genere a cura del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale. E se non è violenza di genere questa , cosa è ?
LEGGE DI BILANCIO : parliamone donne e studiamo!
ALESSANDRA SERVIDORI LEGGE DI BILANCIO STUDIAMO DONNE!!!!!!!
Mentre la Cina avanza a passi giganti mangiandoci tutti i nostri gioielli di famiglia che abbiamo svenduto in anni di incapacità di riformarci il sistema e mantenere quel patrimonio inestimabile che negli anni 60/70 era stato ricostruito , ora continuiamo a crescita zero virgola a farci la guerra ed è demenziale. E avvicinandoci alla ricorrenza liturgica del 25 novembre contro la violenza sulle donne ci dedichiamo ogni giorno una riflessione per almeno liberarci dallo stigma che NON ci occupiamo di economia ed essere libere e non soggette al potere disfattista maschile significa essere colte . Allora cominciamo a parlare di LEGGE DI BILANCIO .Il governo è accusato pretestuosamente di avere tassato i poveri e di aver agevolato i ricchi perchè ha tagliato la terza aliquota irpef dal 35 al 33 % ed è una stupidaggine demenziale. La sinistra impastata di retorica dice che i ricchi -che poi non lo sono affatto- strumentalizzando alcune note descrittive della Banca d'Italia e dell'Istat sugli effetti distributivi della manovra, che sottolineano come i principali beneficiari siano i contribuenti appartenenti al 40 per cento "più ricco" della popolazione, cioè quelli con un reddito lordo superiore ai 26 mila euro. Che questi individui possano essere considerati anche solo "benestanti" denota un problema non solo nel livello dei redditi italiani, ma anche e soprattutto nel nostro sistema mediatico e nella qualità del dibattito politico che è basso sia nelle tv che tra i politici che NON studiano.Siamo alla quarta manovra finanziaria di questo governo: è la prima che assegna (poche) risorse a questa fetta di contribuenti, che pure versa all'erario circa i tre quarti del totale del gettito Irpef. Le precedenti leggi di bilancio si erano focalizzate sui redditi bassi, con l'obiettivo di proteggerne i redditi dall'inflazione: per fare ciò nel rispetto dei vincoli di bilancio, l'esecutivo aveva finora sacrificato i (più) "ricchi" che non solo non avevano ricevuto alcun sostegno, ma erano stati penalizzati dal taglio delle deduzioni. Con l'intervento per il 2026, il governo cerca di restituire, per quanto solo parzialmente, ai redditi medi una parte di quanto sottratto dal famoso e poco conosciuto cd FISCAL DRAG Il “fiscal drag”, o drenaggio fiscale, è un fenomeno che si verifica quando l’inflazione porta a un aumento della pressione fiscale, anche se il reddito reale (cioè il potere d’acquisto) rimane lo stesso o diminuisce. Questo accade perché le fasce di reddito e le aliquote fiscali non vengono adeguate all’inflazione. Con un reddito nominale invariato è evidente che si pagano le stesse tasse anche se l’inflazione ha ridotto il potere d’acquisto e quindi il reddito reale: con i soldi che guadagno posso comprare meno, ma le tasse che pago rimangono le stesse. Se, invece, si ottiene un aumento dello stipendio che fa recuperare il potere d’acquisto, posso comprare la stessa quantità di merci e servizi, ma finisco per pagare più tasse, e spesso in percentuale maggiore sul reddito quando scatta lo scaglione successivo ma le tasse che pago rimangono le stesse. Se, invece, si ottiene un aumento dello stipendio che fa recuperare il potere d’acquisto, posso comprare la stessa quantità di merci e servizi, ma finisco per pagare più tasse, e spesso in percentuale maggiore sul reddito quando scatta lo scaglione successivo. Secondo le stime nel 2022 quando l’inflazione era al 9%, lo Stato ha incassato gettito derivante da fiscal drag per circa 14 miliardi, di cui 9 da contribuenti con lavoro dipendente prevalente e 3,9 miliardi dai pensionati.
Ogni immobilismo è complicità : forza e coraggio contro l'antisemitismo
Alessandra SERVIDORI
Per contrastare la violenza che in questo periodo viviamo ripropongo un passaggio della Carta delle Buone prassi per il rispetto della libertà di religione e di culto nei luoghi di lavoro. IN questa stagione di antisemitismo nelle università che trovo incivile può essere assolutamente utile conoscerla e divulgarla.
Carta delle buone Prassi per il Rispetto della Libertà di Religione e di Culto nei Luoghi di Lavoro. Le evidenze raccolte dagli autori- Prof.Pacillo e Proff Hussen mostrano chiaramente che l’inclusione delle identità religiose nelle politiche di diversità può migliorare sia la soddisfazione dei lavoratori che la coesione sociale all’interno dell’organizzazione, elementi cruciali per lo sviluppo di ambienti lavorativi sani e produttivi. Una Carta delle buone Prassi delinea linee guida concrete su come le aziende possano creare spazi sicuri per l’espressione della propria identità religiosa, evitando che la mancanza di attenzione a queste tematiche influisca negativamente sulle performance dei dipendenti e sul clima organizzativo. 3. La tutela della libertà religiosa nei rapporti di lavoro in Italia si fonda prima di tutto su una serie di disposizioni che vietano ogni forma di discriminazione legata alle convinzioni religiose, sia durante il rapporto di lavoro che nella fase preassuntiva. Questo principio, che ha radici profonde, viene espresso per la prima volta in modo chiaro con l’art. 4 della Legge 15 luglio 1966 n. 604, che stabilisce la nullità di qualsiasi licenziamento motivato dalle convinzioni religiose del lavoratore. Successivamente, la Legge 11 maggio 1990 n. 108 ha rafforzato questa protezione, prevedendo l’invalidità del licenziamento per motivi religiosi, indipendentemente dalle giustificazioni addotte dal datore di lavoro. Il concetto di “fede religiosa” include tutte le possibili posizioni ideologiche del dipendente, non limitandosi solo all’appartenenza a un gruppo religioso ma estendendosi anche a qualsiasi posizione ideologica contraria o diversa rispetto a una particolare dottrina religiosa. Questa ampia interpretazione apre una serie di questioni relative alla situazione delle cosiddette “organizzazioni di tendenza”, ovvero imprese o enti che perseguono finalità ideologiche o religiose. Per queste organizzazioni, la discriminazione religiosa potrebbe assumere sfumature differenti, poiché l’ideologia che esse promuovono può, in alcuni casi, legittimare determinati comportamenti che altrove sarebbero considerati discriminatori. Tuttavia, tale legittimità è soggetta a una rigorosa valutazione e non può tradursi in una limitazione arbitraria della libertà del lavoratore.
Disabilita' e impegno nel Comitato interministeriale diritti umaniDU
Alessandra Servidori Disabilità e impegno nel CIDU
Impegnarsi nel Cidu significa applicare la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, un trattato internazionale vincolante che riconosce e promuove i diritti delle persone con disabilità, definendole come coloro che hanno menomazioni a lungo termine che, in interazione con barriere, ostacolano la loro piena partecipazione nella società. L'Italia ha ratificato questa convenzione nel 2009. CIDU promuove l'inclusione, l'uguaglianza di opportunità e l'autonomia, cambiando il paradigma da un approccio medico a un approccio sociale basato sui diritti umani, e sono notevoli le più recenti attività del Comitato anche in considerazione della candidatura dell’Italia al Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite per il triennio 2026-2028.Il 30 giugno abbiamo terminato e pubblicato l’Adozione in via definitiva del rapporto della Revisione Periodica Universale dell’Italia Al quale sono seguiti in ordine temporale il PAN Piano di azione Piano nazionale giovani, donne pace e sicurezza il Piano di recentissima predisposizione che deve essere ancora pubblicato su OHCHR | RIS. CDU 58/29 “COMBATTERE INTOLLERANZA SULLA BASE DELLA RELIGIONE O DEL CREDO e molto importante il Piano su Imprese e diritti.Condividere con Istituzioni , associazioni e società civile testi di proposte e di percorsi per attuarle è compito complesso fortemente interdisciplinare e comporta una conoscenza delle norme e approfonditamente le concrete iniziative ,l’ultima delle quali nel combattere le intolleranze deve fare i conti con la situazione politica in cui ci troviamo e con la coerenza che come paese siamo chiamati a rilanciare . Ogni ministero e ogni organismo deve innestare nelle proposte che hanno una taratura antidiscriminatoria una coincidenza con la comparazione sociale ed economica che la disabilità ha nelle politiche appunto dal punto lavoristico, sociale, sanitario ,economico per poter realizzare in impegni concreti la piena partecipazione nella società per le persone disabili. Dunque mettere a terra come si usa dire oggi i progetti comporta di adottare metodologia per coordinare le proposte , indicarne le azioni concrete che permette una valutazione olistica che connette l'effetto fiscale e il sostegno al reddito con la tutela dei diritti, in particolare quelli sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD).La situazione a livello nazionale e internazionale è ancora molto delicata. Passi in avanti ne sono stati fatti sicuramente ma l'inclusione effettiva (de facto) è ancora compromessa. Per quanto riguarda i giovani la mancanza di continuità didattica annulla l'efficacia del Progetto Educativo Individualizzato (PEI), che è il cuore dell'obbligo di accomodamento ragionevole. Il LEP Assistenza si concentra sull'assistenza non docente e sulla comunicazione, ma senza un robusto piano di investimenti pubblici e magari con una forte sussidiarietà del privato per l'eliminazione delle barriere fisiche e la stabilizzazione del personale specializzato, il diritto all'inclusione scolastica rimane una promessa legale non supportata dalla realtà infrastrutturale e di capitale umano. ll Diritto al Lavoro e la deistituzionalizzazione ,il ruolo e il sostegno del Caregiver e il Progetto di Vita sono strumenti che favoriscono l'applicazione della CRPD (vivere in modo indipendente), prerequisito per l'occupazione. Garantendo supporto strutturale alla cura in ambito comunitario, si riduce la dipendenza dall'istituzionalizzazione. Per quanto riguarda il lavoro la CRPD , le politiche attive come il Programma GOL e il SIISL devono essere integrate con meccanismi espliciti e finanziati per l'identificazione e la fornitura di piani individualizzati. La CRPD respinge esplicitamente le forme di lavoro segregato, come gli sheltered workshops, come non conformi e l'efficacia del SIISL nel promuovere l'occupazione delle persone con disabilità dipenderà dalla sua capacità di garantire l'accesso al mercato del lavoro aperto e non segregato. Dunque ancora tanto impegno dalla parte delle persone disabili e per le loro famiglie e la dimensione internazionale ci può aiutare.
