Non è un Paese per bambini
Alessandra Servidori Non è un paese per bambini
Un’ indagine nazionale denuncia che molti bambini sono ricoverati nelle pediatrie per patologie (pare ) curabili a domicilio : una ospedalizzazione under 18 è sicuramente uno dei sintomi che il territorio non è in grado di rispondere alle esigenze di visite e terapie farmacologiche nelle abitazioni. Peraltro trovare un medico di base pediatra che quando i piccoli si ammalano con alterazione febbrile consistente si rechi a casa del piccolo è ormai impossibile. Esperienza personale,amicale ma anche solo scambio di informazioni tra cittadini, la prassi di rivolgersi ad un pediatra che retribuito nelle 12 ore dalla chiamata presta la sua professionalità è diventata normale, ma anche , e non di rado addirittura neanche facilissimo da trovare.Vero forse è che gli ospedali fanno ricorso al ricovero anche se non è indispensabile, ma con le famiglie giustamente in panico e il rischio di avere denunce penali per mancanza di assistenza, porta i sanitari a ricoveri precauzionali consistenti. La verità è che i servizi materno infantili soffrono-nonostante in Italia vi sia un sistema tra i migliori a livello internazionale- a tagliare le risorse e gli ospedali si difendono come possono per garantire con il sistema del finanziamento riferito al bilancio dell’anno precedente, a garantirsi le medesime prestazioni economiche. La cittadinanza infantile è il bene più prezioso a cui una società responsabile deve garantire cure di buon livello rafforzando il rapporto tra territorio e presidi ospedalieri e premiando i pediatri che “ricominciano” a rendersi disponibili a visite e terapie domiciliari. Così come i recenti fattacci che vengono scoperti negli asili e nelle scuole dell’infanzia di operatrici che massacrano i piccoli a parole e botte è una vergogna ripugnante che va punita severamente . Le cosidette “maestre o maestri” in età matura non sono più adatti a stare con i piccoli e la normativa dovrebbe prevedere l’utilizzo del personale sia insegnante che operativo di modificare il rapporto di lavoro ed essere utilizzato presso uffici scolastici o comunque amministrativi perché per contrastare maltrattamenti bisogna puntare sulla riqualificazione del personale e prevedere piani di decompressione perché il rapporto con i bambini può provocare problemi di aggressività degli insegnanti. Il lavoro a contatto con i bambini richiede visite periodiche per accertare la presenza costante dei requisiti necessari per prendersi cura dei piccoli e soprattutto un organico adeguato di supporto .Certo è che è un problema che coinvolge sia la scuola pubblica che quella privata . E in questo periodo di iscrizioni la scelta del tipo di scuola è delicato e non può esserci competitività fra sistema pubblico e privato anche come rette di frequenza. La scuola primaria è comunque necessaria, perchè è ‘maestra’ nel sempre tanto avversato tempo pieno,necessita di un alto livello inclusivo e professionale, nonché la sua specificità didattica multietnica e dell’integrazione dei diversamente abili, è quella che può rispondere sempre più alle necessità di sussidiarietà tra un sistema e l’altro per un diritto di cittadinanza che faccia crescere i piccoli cittadini in armonia. Gli anni da zero a sei, sono fondamentali nello sviluppo della persona, più ancora di quelli successivi: eppure in questo segmento si interviene in modo frammentato, spesso deprofessionalizzato e lo si tratta come ‘servizio’ semplicemente custodialistico. Dando applicazione ad una vecchia norma già contenuta del decreto 81/del 2008 sulla sicurezza si è previsto di intervenire sul fenomeno del burnout dei docenti, mediante apposite rilevazioni e corsi di formazione; operazioni previste dalla legge ma non adeguatamente finanziate. Il nodo principale è e rimane quello della formazione iniziale e del reclutamento. E’ necessario per insegnare soprattutto per i più piccoli possedere lauree direttamente abilitanti, con un biennio obbligatoriamente ad indirizzo metodologico-didattico, almeno un anno di tirocinio tutorato in sede universitaria, tesi ad indirizzo metodologico-didattico ed esami di psicologia dell’età evolutiva; assunzioni direttamente dalle graduatorie di merito universitarie ed un anno di prova tutorato direttamente nella scuola ove si viene assunti.
Aderiamo a Donne e Elezioni Europee
Per le Elezioni europee 2019:
Le donne vincono periodicamente e vanno incontro ciclicamente a sconfitte, anche per loro responsabilità. Un periodo cominciato con una loro inedita presenza, sia nella politica che nella società, si è concluso riproiettando il vecchio film: solo uomini sulla scena pubblica che s’incontrano, discutono, si insultano, decidono e non si accorgono di stare in una fotografia che sembra scattata in Arabia Saudita.
La maggioranza delle donne andate al potere non ha usato la propria forza per battersi e imporre la nostra agenda riformatrice, è stata subalterna agli uomini e alla fine ha perduto tutta la forza conquistata. E nella società, come per altre grandi questioni politiche, ha prevalso anche sul fronte femminile una visione datata, vecchia di intendere la libertà, il potere e il loro reale effettivo esercizio.
Non essendo per esempio riuscite a imporre come tema politico di prima grandezza, la maternità,l’accesso delle donne al lavoro resta limitato e troppo spesso ingiustamente mortificato, non abbiamo avuto congedi parentali degni di questo nome e nemmeno asili nido. Sempre più faticosa è diventata la nostra vita. E anche questo è un vecchio film.
La maternità, il lavoro delle donne, la condivisione non sono solo argomenti delle donne e non possono essere risolti sostituendo l’assenza di servizi con la famiglia. La procreazione, spostata sempre più in là, diventa di fatto impossibile e viene discreditata fino a rendere accettabile l’idea che madri e bambini si possano acquistare sul mercato.
La nostra politica continua a essere considerata secondaria e marginale, senza la dignità di questione generale. Mentre la rivoluzione delle donne è un tema fondamentale come la globalizzazione, è una delle cause più potenti della rottura del vecchio impianto della società, della famiglia e del lavoro.Se non si capisce la portata di questo cambiamento, non si può intravedere la possibilità di nuove relazioni sociali, familiari e umane, e neanche la crescita economica dell’Italia, la sua futura modernità.
Non si tratta di “difendere i diritti delle donne”, perché le donne non sono una minoranza, che rivendica ruoli, chiede riconoscimenti oppure si chiama fuori. Le donne sono il nuovo soggetto della politica riformista del nostro tempo, come indicano chiaramente il voto americano e le nuove piazza italiane convocate da donne. E se non si trasforma l‘idea di futuro, si torna fatalmente indietro, come sta accadendo.
Insomma, ci ritroviamo in una situazione per certi versi analoga a quella che ci spinse a dar vita a Se non ora quando? nel 2011, con una differenza notevole però: non siamo più innocenti e il mondo intorno è noi è stato terremotato.
Sono a rischio i valori democratici ed europeisti che hanno consentito la crescita dell’autonomia e della libertà femminile in Italia e in Europa. Non possiamo più stare a guardare, dando deleghe in bianco a chi affronterà, nelle elezioni europee del maggio 2019, una sfida decisiva per le sorti nostre e dell’Europa.
Le donne devono esserci: nelle liste, certo, ma soprattutto nella politica e nei programmi delle forze democratiche ed europeiste. Devono contribuire a ridefinirne visione, profilo e agenda. Questa è la sola via per costruire un progetto unitario, all’altezza del tempo e capace di opporsi al messaggio disgregatore populista. La forza del cambiamento viene dalla nostra libertà.
Rita Cavallari, Cristina Comencini, Licia Conte, Antonella Crescenzi, Fabrizia Giuliani, Francesca Izzo, Francesca Marinaro, Donatina Persichetti, Silvia Pizzoli, Anna Maria Riviello, Simonetta Robiony, Cecilia Sabelli, Serena Sapegno, Sara Ventroni; aderisce Alessandra Servidori
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Un buon anno non si nega a nessuno ma il 2018 si è chiuso con una manovra da delirio
Alessandra Servidori
Né rigore né crescita. Il governo giallo verde ha perso la scommessa contro l’Europa, e “vince” quella contro l’economia :tassa le forze produttive e sussidia la gente per non lavorare. E’ così che questo Governo massacra quell’Italia civile, educata, rigorosa, autenticamente democratica, aperta al mercato, sottoposta alla dura ma premiante legge del merito e della concorrenza, che giocoforza si contrappone ad un’Italia qualunquista, integralista, bigotta, incompetente, che campa di spesa pubblica, avversa la scienza e si esalta per ogni forma di giustizialismo salvo quando non è a proprio danno. Questo governo non solo predica “male” – nel senso che vellicano i bassi istinti infarcendo i loro discorsi di fake news – ma razzolano peggio, come hanno dimostrato in questi 7 mesi di governo, e in particolare portando a casa il record di tre fiducie di seguito per approvare la legge di Bilancio come nessun governo nelle 18 legislature della Repubblica era mai riuscito a fare.La spesa pubblica corrente usata per comprare consenso a fronte di pochissimi investimenti in conto capitale e nessuno strategico, la pelosa “generosità” nell’abbassare (anziché elevare) l’età della quiescenza sottacendo che così i giovani si ritroveranno pensioni da fame, il welfare declinato in chiave assistenziale con distruzione di risorse a pioggia, oggi sotto forma di reddito di cittadinanza. Disastrosa la gestione della manovra. Disastrosa per i contenuti della finanziaria, che da manovra per lo sviluppo che doveva essere – e che non è mai stata – è diventata, con tagli per quasi 10 miliardi tutti dal lato degli investimenti, manovra pro recessione, visto che la previsione di crescita per il 2019 dello 0,9% – peraltro ottimistica – è del 40% inferiore all’1,5% indicato nella Nota di aggiornamento al Def di settembre e riconfermato nella prima stesura della legge di bilancio. Disastrosa per la modalità con cui il governo si è rapportato all’Europa, della serie dovevamo suonargliele e siamo stati suonati. E disastrosa adesso, a cose fatte, per l’evidente incapacità che i due vice e Conte stanno dimostrando di saper riconoscere gli errori commessi, ignorando che per gli italiani, più smaliziati di quanto non si pensi, è molto peggio tentare di gabbare una sconfitta per una vittoria che non ammettere l’insuccesso. Le evidenze negative più clamorose rispetto ad una manovra contro lo sviluppo è la stretta sul credito d’imposta per le attività di ricerca e sviluppo(comma 70): il tetto massimo scende a 10 milioni di euro (dai precedenti 20 milioni), e l’aliquota resta al 50% solo per alcune attività e tipologie di spesa (ad esempio, il personale), ma scende al 25% per altre. Per le imprese che investono in Industria 4.0 non c’è più il superammortamento sull’acquisto di beni strumentali nuovi, mentre resta l’iperammortamento sugli investimenti 4.0, con una rimodulazione che è favorevole alle PMI ma non alle altre imprese. Proroga 2019 inserita nel corso del passaggio parlamentare anche per il credito d’imposta alla formazione 4.0, che viene a sua volta rimodulata, sempre a vantaggio delle PMI: passa al 50% per le piccole imprese, resta al 40% per le aziende di media dimensione, in entrambi i casi con tetto a 300mila euro, mentre scende al 30% per le grandi imprese, con limite di spesa a 200mila euro. E ancora : tagli agli investimenti per oltre un 1 miliardo nel 2019,aumentano le tasse alle aziende per più di 7 miliardi,aumentano le tasse locali: più care IMU, TASI e addizionali IIRPEF ; tagli a ricerca, cultura, editoria,tagli alle pensioni da 1.200 euro;raddoppiano le tasse per il volontariato,tagli di 2,3 miliardi di euro per le ferrovie e di 300 milioni al trasporto pubblico locale,tagli ai fondi per musei, cinema, teatri, biblioteche,Condono fiscale per gli evasori,Meno trasparenza per gli appalti pubblici. Insomma la riduzione degli investimenti, il blocco delle assunzioni, il mancato adeguamento delle pensioni al costo della vita, l’aumento della tassazione sul volontariato, il disinvestimento nella scuola e nella sanità pubblica sono solo alcuni dei punti di maggiore sofferenza di una manovra che non servirà al Paese e che farà pagare un prezzo enorme ai lavoratori, alle famiglie e alle imprese.
Quota 100 a tutti i costi? No grazie!
Alessandra Servidori Quota 100 a tutti i costi ? Facciamo due conti dicembre 2018
La Riforma Pensioni, nota come Riforma Fornero ed entrata in vigore nel gennaio 2012, ha apportato profondi cambiamenti al nostro sistema pensionistico sia di carattere sociale, come la questione esodati, che sono quei lavoratori che hanno subito, retroattivamente, l’innalzamento dell’età pensionabile pur avendo già stipulato accordi di incentivo all’esodo (prepensionamento) o pur trovandosi a pochi anni dalla pensione di vecchiaia o anzianità contributiva. Otto le salvaguardie INPS finora approvate per tutelare i lavoratori rimasti ancora senza pensione né stipendio. Le pensioni oggi sono ancora soggette a novità,regole, controversie e l’attuale legge di bilancio, sia pur attraverso un ddl, prevede ulteriori modifiche. La ormai famosa quota 100 ossia per richiedere il pensionamento occorre la somma di 38 anni di contributi e 62 anni di età, manca ancora oggi di una definizione chiara ma soprattutto è già certa una ricaduta deleteria sul sistema pensionistico. Intanto è fuorviante – nel bene come nel male – mettere a confronto i 62 anni di Salvini con i 67 attribuiti alla riforma Fornero.Non è vero, infatti, che, con le norme del 2011 sia richiesto a tutti un requisito anagrafico pari a 67 anni (in crescita automatica in corrispondenza della dinamica dell’attesa di vita). Ciò vale per il pensionamento di vecchiaia (quando è sufficiente il concorso di 20 di versamenti per andare in quiescenza), mentre i 62 anni annunciati (come età minima per raggiungere quota 100) si riferiscono al trattamento anticipato di anzianità. Infatti si è fatta molta confusione tra pensione di vecchiaia e pensione di anzianità. Si tratta di due istituti distinti anche nelle finalità: la vecchiaia ha come parametro principale l’età anagrafica; nell’anzianità contano i versamenti effettuati o riconosciuti spesso a prescindere dall’età (come adesso) oppure con un correttivo anagrafico più ridotto. Non è plausibile, quindi, che nel nuovo ordinamento previsto dalla riforma gialloverde, venga soppressa le pensione di vecchiaia, perché se così fosse vi sarebbe una gran parte del mondo del lavoro (pensiamo alle donne che in grande maggioranza sono costrette ad avvalersi della prestazione di vecchiaia perché hanno storie contributive più brevi e discontinue, in media pari a 25,5 anni) che non riuscirebbe mai a varcare l’agognata soglia. Ciò premesso, anche nell’ordinamento vigente, è possibile anticipare l’accesso al pensionamento (tanto che attualmente è superiore – soprattutto tra i lavoratori maschi e residenti al Nord – il numero di coloro che si avvalgono dell’anticipo rispetto a coloro che ricorrono al trattamento ordinario di vecchiaia: nel lavoro dipendente privato, nei flussi correnti, su 100 pensioni di vecchiaia ve ne sono 201 di anzianità). In sostanza, nel 2019-2020, secondo la normativa vigente, è possibile andare in pensione anticipata a 43 e 2 mesi se uomini (a 42 e 2 mesi donne) a prescindere dall’età anagrafica. Vero è che l’età effettiva alla decorrenza in media è risultata essere – è un dato di fatto non un requisito – intorno ai 62 anni. Inoltre, se vi fosse un tetto per la contribuzione figurativa utile a ”fare anzianità” non v’è chi non veda come i periodi richiesti, oggi e domani, tendano ad avvicinarsi e quasi a coincidere. Va poi ricordato che ora vi è un contesto complessivo che ha mutato l’assetto delineato dalla riforma Fornero. L’Ape sociale (che avrebbe bisogno di rifinanziamento ma ancora incerto ) consente ai disoccupati e agli appartenenti a 15 categorie di lavori disagiati o soggetti a condizioni familiari particolari, di ritirarsi a 63 anni (con una contribuzione ridotta). Con l’Ape volontaria si può ottenere un prestito conveniente, in anticipo sul trattamento spettante, a 63 anni con 20 anni di versamenti. Se coloro che hanno diritto all’Ape sociale fossero anche ”precoci” (titolari di 12 mesi di versamenti prima dei 19 anni di età) potrebbero avvalersi dell’uscita dal lavoro con 41 anni di contributi. Normative più favorevoli valgono per i lavoratori sottoposti a mansioni usuranti. A regime 200mila lavoratori fruiranno, poi, del trattamento riservato ai c.d. esodati (ovvero vanno in quiescenza con le regole vigenti prima della riforma Fornero).Ma la questione vera oggi sono e rimangono le risorse per finanziare la quota 100, che in prima battuta alla Camera prevedeva 7 miliardi per il 2019 e 8 miliardi per il 2020 che comunque dovrà essere attuata con un altro provvedimento, sia esso un disegno di legge collegato (il quale non si avvale del contingentamento riservato alla sessione di bilancio) o un decreto legge successivo all’approvazione della manovra, sempre che gli sia riconosciuto il carattere di urgenza. Inoltre, si ribalta un concetto di diritto costituzionale : non si può condizionare il riconoscimento di un diritto soggettivo all’interno di un limite di spesa,perché o si accontenta chi arriva prima fino a quando le risorse non sono finite, oppure è un provvedimento sperimentale perché strumenti di gestione finanziaria eccezionali sono stati previsti in altre occasioni, ma si trattava però di piccoli gruppi di persone interessate. Diventerebbe, insomma, molto complesso applicare questo metodo in un’operazione che coinvolge centinaia di migliaia di persone. La maggior parte delle persone che potranno aderire a quota 100 nel triennio 2019-2020-2021 ( ammesso che sia strutturale la norma e appunto a termine) non vedrà l'ora di andare in pensione e l'impatto sarebbe difficilmente sostenibile - mentre dal 2022 la maggior parte di quelli che andranno in pensione avranno la quota più rilevante della pensione calcolata col sistema contributivo (il 65% dell'assegno) e quindi avrà un abbattimento reale del 20% rispetto alla quota maturata ai 67 anni. Il che significa che le persone ci ragioneranno un po' di più .E come giustamente afferma Tito Boeri è escluso che si possa evitare un aumento dell'età pensionabile. Una soglia che, legata per legge alla speranza di vita, dovrebbe arrivare nel 2019 a 67 anni, cinque mesi in più rispetto a ora. Se saltasse l'adeguamento ci sarebbe un impatto sui conti stimabile in 141 miliardi di euro. Ma non sarebbe solo un problema di tenuta dei conti pubblici visto che le pensioni sarebbero più basse: quindi questo stop all’aumento progressivo dell’età pensionabile non è neanche nell’interesse dei lavoratori più deboli.
TRASFORMAZIONI TECNOLOGICHE, FORMAZIONE E LAVORO
PROBLEMI E PROPOSTE Professionalità - n. 2/2018 - Anno XXXIV - ISSN: 0392-2790
TRASFORMAZIONI TECNOLOGICHE, FORMAZIONE E LAVORO di Alessandra Servidori
I nuovi modelli organizzativi e la digitalizzazione spinta dei processi produttivi interpellano la politica, chiamata a far fronte ad un cambiamento che, pur senza indulgere a previsioni apocalittiche (le macchine non potranno mai sostituire la competenza umana), se non governato adeguatamente, potrebbe avere un impatto pesante sulla tenuta delle nostre società. Stessa cosa dicasi per il sindacato.
La paura di una sostituzione dei lavoratori da parte delle macchine e di conseguenza di una crescente disoccupazione è molto antica e fin dalla prima rivoluzione industriale portò disorientamento e proteste sociali. I pareri tra gli economisti sono diversi ma alcuni studi recenti1 sostengono che il progresso tecnologico sarà minore e che i lavoratori fronteggeranno un rischio di sostituzione modesto. Naturalmente siamo consapevoli dei problemi reali e concreti che già stiamo affrontando con la nuova rivoluzione digitale e la preoccupazione del ritardo in cui operiamo rispetto al Piano nazionale Industria 4.0 e nella consapevolezza che l’introduzione delle nuove tecnologie richiede, per renderle efficienti e operative, la piena e convinta adozione di modelli di relazione tra impresa e lavoratori di tipo partecipativo e cooperativo. Un nuovo modello produttivo. Il nostro grado di conoscenza dei cambiamenti intervenuti – o che a breve interverranno – nella catena di creazione del valore e che tanto incidono e ancor più incideranno, nei prossimi anni in ambito formativo e giuslavoristico è in verità relativo poiché multiforme: lo dobbiamo approfondire nelle interconnessioni tra produttori (impresa e lavoro) e consumatori; nelle interrelazioni tra ricerca, progettazione, produzione e sviluppo; nell’intreccio tra manifattura e servizi; nell’incedere della economia della condivisione e delle logiche di rete su scala globale e locale anche all’interno della manifattura e della produzione di beni al punto da rendere tendenzialmente irrilevante il nodo della dimensione di impresa, dato peculiare del caso italiano. Soprattutto nello sviluppo e nell’approvvigionamento di adeguate competenze professionali attraverso un rinnovato raccordo tra sistema educativo, formativo e sistema produttivo perché nasceranno e si svilupperanno nuove professioni legate alle moderne tecnologie per le quali le imprese dovranno individuare a seconda delle proprie esigenze i fabbisogni formativi e le competenze specifiche anche trasversali: variabilità di mansioni, rotazione dei ruoli, cooperazione delle persone con i macchinari intelligenti, capacità di comunicazione, condivisione, apprendimento, decision making con strumenti e modalità didattiche in grado di formarle e trasferirle e tecniche di valutazione e remunerazione del saper fare in una rivoluzione che sostituisce i vecchi parametri retributivi in uno scambio salario-lavoro. Skills mismatch Inoltre, è proprio di questi giorni uno studio di Confindustria che denuncia sulle figure professionali emergenti il gap tra domanda e offerta formativa. Entro il 2022 mancheranno solo in Emilia-Romagna 90 mila laureati e diplomati tecnico-scientifici, tra di loro ingegneri e tecnici che le aziende stanno già cercando, figure importantissime per l’avvenire del sistema imprese, per cui è fondamentale ripensare l’orientamento per migliorare la percezione sociale dei profili tecnici fra i giovani e le famiglie per sviluppare anche una cultura industriale. Tra i profili fondamentali c’è nella meccatronica il product market innovation manager, nell’automazione il tecnico in progettazione software per le macchine della motoristica, tecnico esperto di analisi dati, e gestioni produttive. Quale politica per far fronte al cambiamento? La tecnologia avanzata quella che serve alla nostra industria vede nella Legge di bilancio inviata a Bruxelles il dimezzamento dei fondi del Piano industria 4.0 e questo è un provvedimento che ovviamente rende debolissimo il nostro sistema. Secondo la Oxford University quello di receptionist o addetti agli uffici informazioni è uno dei lavori più a rischio a di sostituzione del settore retail: in tutto il mondo si stanno moltiplicando infatti le casse automatiche a self-service e il processo è destinato a proseguire. Il mondo della tecnologia, con le app per smartphone e i “chioschi digitali”, sta minacciando concretamente queste occupazioni; il mondo dei consulenti finanziari fisici, sempre più in difficoltà rispetto ai consulenti low cost “a distanza” delle piattaforme internet di financial advisor. Un fenomeno poco sentito in Italia, almeno per ora, ma già tangibile nel mondo anglosassone. Mentre la formazione via internet è una realtà ormai consolidata, ma passeranno molti anni prima che qualcuno progetti un robot in grado di sostituire una maestra elementare. Il mix di qualità psicologiche e affettive indispensabili per insegnare ai bambini non è facile da replicare. Così per i chirurghi anche in questo caso la precisione, la capacità analitica e di reazione rapida in situazioni difficili non può prescindere dalle capacità dell’uomo. Essere sotto i ferri di un robot non è ancora una prospettiva entusiasmante; il robot avvocato non è dietro l’angolo, ma attenzione: a rischio secondo lo studio britannico sono gli assistenti legali (94% di possibilità di essere sostituiti da macchine), le cui mansioni possono essere in parte replicate dall’insieme delle tecnologie future. La responsabilità di proteggere l’occupazione rimarrà in mano alla politica: non soltanto dovrà formare le persone alle nuove tipologie di lavoro che il progresso tecnologico schiuderà, ma dovrà anche interferire sulla velocità di applicazione dei sistemi robotici, specificando in sede legislativa una quantità minima di lavoro umano che debba mantenersi in ogni processo di automatizzazione. Secondo un report di Manpower Us, nove imprenditori su dieci dichiarano che assumere maestranze altamente formate è la chiave per far crescere la propria impresa nei prossimi dieci anni. Un trend che riguarda in prima persona milioni di giovani che vorranno affacciarsi nel mercato del lavoro, così come disoccupati che oggi hanno necessità di riqualificarsi. Secondo Pwc in Europa le aziende che vogliono investire in queste tecnologie sono il 19%, un’importante fetta del nostro sistema produttivo. Superiorità del lavoro umano Il progresso tecnologico non avrà in futuro, come non ha mai avuto nella storia, il potere di rendere definitivamente inutile il lavoro umano: questo, se sapremo valorizzarlo, continuerà ad avere campi sconfinati nei quali rispondere a esigenze delle singole persone e della società. E sarà la stessa disponibilità di lavoro umano generata dalla scomparsa dei vecchi mestieri a stimolare la capacità di inventarne di nuovi, in una rincorsa continua tra invenzione di macchine capaci di sostituire il lavoro e invenzione di mestieri che le macchine non saranno in grado di svolgere, la globalizzazione promossa dalle nuove tecnologie amplia la possibilità per i lavoratori di cercare, sia individualmente sia collettivamente, l’imprenditore più capace di valorizzare il loro lavoro: per cui una concorrenza più intensa nel mercato sul lato della domanda, dalla quale può conseguire un rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori. Un nuovo ruolo per il sindacato. Un nuovo mestiere che il sindacato deve imparare a svolgere in tutte le situazioni di crisi occupazionale sarà quello di guidare i lavoratori nella ricerca e nella valutazione degli imprenditori disponibili su scala mondiale, dei piani industriali che essi propongono, e poi nella negoziazione con quello considerato migliore la scommessa comune sulla nuova impresa. Probabilmente la nuova frontiera del diritto del lavoro del Ventunesimo secolo si colloca qui: non tanto in un radicale ridisegno della disciplina inderogabile del rapporto di lavoro tradizionale, quanto nella costruzione di un diritto soggettivo al sostegno efficace nella transizione dal vecchio al nuovo lavoro. Che è essenzialmente il diritto alla formazione e alla riqualificazione continua e congrua in relazione all’evoluzione delle esigenze del tessuto produttivo. Vero è che il sindacato deve saper sviluppare il suo potenziale con la contrattazione di prossimità sapendo che un accordo negoziale di autoregolamentazione non può risolvere i problemi della proliferazione dei contratti collettivi, ma sicuramente rappresenta un punto fermo per imprese e lavoratori. L’Accordo interconfederale siglato il 9 marzo 2018 guarda ad una rappresentatività misurabile e misurata, ritenuta per i firmatari strumento necessario per dare piena efficacia ai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni sindacali più rappresentative. L’Accordo, inoltre, offre un’apertura importante: l’efficacia generalizzata dei contratti collettivi di lavoro costituisce un elemento che qualifica il sistema di relazioni industriali. Infatti, esordisce il testo dell’Accordo, «un sistema di relazioni industriali più efficace e partecipativo per qualificare e realizzare i processi di trasformazione e di partecipazione e di digitalizzazione nella manifattura e nei servizi innovativi, tecnologici e di supporto all’industria».È cresciuta ovunque in Europa la propensione al primato della contrattazione territoriale e aziendale in quanto più idonea a definire il sinallagma tra salari e produttività come i termini del reciproco adattamento tra imprese e lavoratori. E nel concreto di quell’azienda o di quel territorio non potremo non considerare tutti i soggetti più rappresentativi anche se non coincidenti con quelli nazionali. La sfida vera oggi è quella della effettiva diffusione e applicazione erga omnes dei contratti territoriali o aziendali. I lavoratori hanno interesse innanzitutto a condividere le modalità di ingresso delle nuove tecnologie, a partecipare dei risultati attraverso adeguati incrementi retributivi li ove sono misurabili, ad accedere alle conoscenze, competenze e abilità che li rendono occupabili, a modulare l’orario di lavoro in relazione alle loro esigenze. E le imprese hanno lo stesso interesse.
Alessandra Servidori Università di Modena e Reggio-Emilia- Professionalità - n. 2/2018 - Anno XXXIV - ISSN: 0392-2790
Quel fumo di Londra che contagia l'Italia
Alessandra Servidori IL DIARIO DEL LAVORO
L’Unione europea, nel triennio appena passato , ha subito un frenata inaspettata dal referendum britannico che ha decretato il leave del Regno Unito, lasciando nella squadra europea la sola Irlanda. La frattura, che formalmente si realizzerà nella primavera 2019 dopo il prescritto periodo di Brexit negotiations, ha prodotto negativi effetti economico- finanziari interni all’UK, ma soprattutto si è abbattuta sulle già fragili Istituzioni europee, inducendo nuovi o latenti rigurgiti nazionalistici anche in numerosi altri paesi membri dell’Unione. Le ondate migratorie hanno favorito l’emergere di questi nazionalismi che si sono tradotti in un forte apprezzamento dei partiti c.d. sovranisti, sostenitori dell’idea di un’Unione Europea minimalista e flessibile, dotata di poteri residuali di indirizzo e sorveglianza economica e di competenze regolative e sanzionatorie più limitate e circoscritte. Questo scenario politico, economico ed industriale di crescita ed innovazione tecnologica più contenuto rispetto a quello registrato in altre parti del mondo e drammaticamente declinante in Italia, ha determinato un rallentamento delle politiche sociali europee e delle correlate iniziative sia di hard sia di soft law, con un progressivo ripiegamento delle stesse entro i confini già definiti e sperimentati (con alcune importanti eccezioni quali la nuova direttiva sul distacco transnazionale n. 2018/957/UE del 28 giugno 2018). Ci soffermiamo allora sull’accordo Ue-UK, e quali sono i possibili scenari da qui alla scadenza ultima per Brexit, e sopratutto quali i possibili rischi per l’Italia che attraverso sirene irresponsabili,pensano di trascinarci in fondo al dirupo mettendoci in conflitto con la Commissione per le note perdenti manovre di bilancio.E’ bene infatti ricordare che all’uscita dell’ UK hanno pesato e dunque contribuito molto positivamente le regole già scritte nei Trattati europei, che nei casi di uscita di un paese dall’Ue prevedono un negoziato centralizzato e guidato dalla Commissione. Ma i singoli stati avrebbero comunque potuto “sabotare” il processo se, per esempio, non avessero raggiunto un accordo preciso sul mandato negoziale da conferire alla Commissione nelle varie fasi delle trattative. Cosa che invece hanno fatto. E meno male perché la Brexit non è affatto conclusa e restano passaggi fondamentali. L’Ue è rimasta inflessibile sulle proprie red lines, a partire dal fatto che a May non è stato concesso di fare cherry picking, ovvero di conservare i benefici dell’Ue (per esempio l’accesso al mercato unico) senza farsi carico dei suoi costi (contributi finanziari al bilancio, libertà di circolazione delle persone e dei capitali, incluso un apparato regolatorio troppo ingombrante in alcuni settori). In estrema sintesi: o si è dentro o si è fuori. Il governo tory da tempo aveva scelto la strada di uscire, salvo poi dover trovare un escamotage per mantenere uno stretto rapporto con l’Ue ed evitare un confine fisico tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. Dalla data del referendum a oggi la sterlina ha perso oltre il 7 per cento nei confronti dell'euro e ancora di più nei confronti del dollaro, sebbene quest'ultimo si sia, a sua volta, svalutato nei confronti della moneta europea. La conseguenza immediata è stata la crescita del tasso d'inflazione, che ha toccato quota 3,1 per cento. Quasi il doppio delle medie europee. Ne è derivata una decisa contrazione dei consumi, visto che i salari sono rimasti bloccati. E che oggi si collocano all'ultimo posto tra i 32 Paesi dell'Ocse. Prospettiva che non si è accompagnata a un aumento del tasso d'occupazione. Il cambiamento dello scenario internazionale ha poi avuto un impatto negativo su un'economia, come quella inglese, che si era già isolata dal contesto europeo. A dimostrazione di quanto sia importante appartenere ad un'area monetaria più vasta, capace di ammortizzare eventuali shock provenienti dall'estero. Se gli inglesi hanno dovuto imparare a loro spese, quanto possa divenire pesante il costo dell'isolamento, evitiamo di percorre la stessa strada in Italia. La cui struttura complessiva, non solo dal punto di vista economico e finanziario, non è certo comparabile con quella che si è sviluppata al di là della Manica. Il problema maggiore per Roma proviene dal rischio contagio, ovvero la possibilità che eventi che aumentano l’incertezza sui mercati si ripercuotano sulla percezione della solidità dell’Italia. In un momento in cui lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi è salito da quota 150 a maggio andando a 300 negli ultimi mesi, qualsiasi “disruption” in Europa rischia di far aumentare la volatilità dei rendimenti, complicando ulteriormente un quadro già critico. n piu’ l’Italia ha un consistente surplus commerciale (oltre 10 miliardi l’anno) con la Gran Bretagna, peraltro in aumento negli ultimi anni. L’ipotesi hard Brexit ,che non è ancora del tutto superata in quanto si attende il passaggio di metà dicembre per ratificare l’accordo a Westmister, avrebbe dunque un impatto sull’economia italiana, in particolare su alcuni settori di punta del nostro export, come la meccanica strumentale, il tessile, il chimico e l’agroalimentare. Incrociamo le dita perché il fumo di Londra non ci rechi danni di più di quelli che l’attuale governo ci ha portato.
Welfare aziendale e produttività: troppo pochi gli accordi
Alessandra Servidori - Produttività ,welfare aziendale e contrattazione : ancora troppo pochi gli accordi,al di là della bontà ideologica dell’istituto della contrattazione di prossimità e della produttività.
Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha pubblicato i dati sull’attività della contrattazione di secondo livello in merito al monitoraggio degli accordi della Banca dati del Ministero al 14 novembre 2018.Il report si compone di due parti :la prima dà una indicazione del trend della misura e della sua diffusione territoriale,la seconda invece fa il monitoraggio dei soli contratti attivi alla data del 14 mc.Ricordiamo che a seguito del decreto interministeriale del marzo 2016,relativo alla detassazione dei premi di produttività la procedura per il deposito telematico dei contratti territoriali e aziendale è attiva e interessante posto che è stato possibile registrare anche quelli sottoscritti sin dal 1 gennaio 2015. La materia ha avuto un percorso legislativo basilare nel 2007 con la legge n,247 che ha dato vita al Fondo per gli sgravi contributivi e fiscali legati alla produttività di prossimità, proseguendo con innovazioni della legge n. 92 del 2012 e dal 2015 le leggi di stabilità ne hanno impresso una accelerazione . Partendo dagli obiettivi che attraverso questo istituto possono essere raggiunti e cioè quello del benessere personale e organizzativo-gestionale; quello del miglioramento dell’immagine e della credibità aziendale; quello della maggior produttività e della costruzione del welfare mix associato all’implementazione di un sistema di relazioni industriali con maggior impronta partecipativa, il fine ultimo è senz’altro quello di interventi che favoriscono una maggiore fidelizzazione all’impresa, miglioramento dei sistemi produttivi che a loro volta possono generare aumenti di produttività e dare in contemporanea una spinta alla competitività dell’impresa. E’ sicuramente uno strumento di politica retributiva in quanto con i mutamenti fiscali e contributivi intervenuti,incide e non poco sul costo del lavoro. Il report dà notizie del trend del deposito dei contratti collettivi aziendali o territoriali e dunque della dichiarazione di conformità previste dalla legge( in totale 39.287 di cui il 78% al nord,il 16% al centro e il 6% al sud)) e di quelli attivi a tutt’oggi 16.367 di cui facciamo una disamina mirata. Infatti di questi contratti attivi 12.885 si propongono di raggiungere obiettivi di produttività,9709 di redditività,7840 di qualità ,mentre 2.302 prevedono un piano di partecipazione e solo 7,553 prevedono misure di welfare aziendale. Per i 16. 367 dei contratti attivi dei quali 13.352 aziendali e 3015 territoriali ,il 76% è al Nord,17% al centro, 7% al sud. Per settore di attività economica abbiamo il 59% nei servizi,il 40% nell’industria e solo il 1% in agricoltura. Per dimensione aziendale otteniamo il 51% con meno di cinquanta dipendenti, il 34% con numero maggiore di cento dipendenti, e il 15% con numero di dipendenti da cinquanta a novantanove. Le considerazioni in merito a questi dati sono per l’auspicio di un potenziamento sella contrattazione aziendale e decentrata come terreno in cui si realizzano le migliori possibilità di creare effetti positivi diretti sulla qualità dell’occupazione e sui risultati aziendali. Dunque l’impresa sostenibile, aiutata anche e soprattutto dai corpi intermedi e dunque dai sindacati,dal mondo dell’associazionismo è chiamata a farsi carico dei problemi emergenti della società di cui lo Stato non riesce più a far fronte da solo,non solo per accrescere la propria competitività e al tempo stesso creare valore per il territorio in cui si inserisce generando un miglioramento del benessere generale in armonia e sussidiariamente rispetto con i servizi offerti dal tessuto sociale.Il welfare aziendale in particolare è uno strumento indispensabile sotto molteplici aspetti della vita aziendale e socio-economica del Paese perché l’impresa può porre attenzione e sviluppare una capacità di dialogo con i soggetti presenti sul territorio puntando ad una valorizzazione delle risorse umane e dunque delle persone e il sindacato deve spostare non solo culturalmente ma anche politicamente il baricentro della contrattazione dai temi più classici del salario,orario,a questioni come la conciliazione vita e lavoro,la formazione,le politiche attive del lavoro ai margini,fin ora, di una significativa parte delle parti sociali e anche dei lavoratori. Una contrattazione dunque generativa, che significa mettere in atto relazioni di lavoro attente al benessere organizzativo e sociale tenendo presente alcuni vincoli aziendali e favorendo così il welfare partecipativo alla vita dell’impresa.
Donne e violenza:Europa in movimento.Italia Immobile
QUI EUROPA
Donne e violenza, l’Europa in movimento, l’Italia immobile
Per il 25 novembre giornata internazionale dedicata alla lotta alla violenza sulle donne a Bruxelles due Commissioni, la Commissione per i problemi economici e monetari e la Commissione per i diritti della donna e l'uguaglianza di genere,il 21 scorso hanno presentato due importantissime proposte avanzate come Risoluzione al Parlamento Europeo: una sul potenziamento delle risorse su progetti sulla parità di genere e l’altra sulle politiche fiscali, nell'Unione europea, che hanno come scopo di introdurre modifiche importantissime al programma sui diritti e i valori incluso nel nuovo quadro finanziario pluriennale (QFP) per il 2021-2027. Viste le conclusioni del Consiglio del 16 giugno 2016 sull'uguaglianza di genere (00337/2016), – e il patto europeo per la parità di genere per il periodo 2011-2020, allegato alle conclusioni del Consiglio del 7 marzo 2011 (07166/2011), il Parlamento deve coerentemente passare dalle parole scritte ai fatti. L’obiettivo è rafforzare le disposizioni della proposta sull'uguaglianza di genere, con una nuova sezione che finanzia la promozione dell'uguaglianza e l'integrazione della dimensione di genere.
Aggiungendo la promozione e l'attuazione della Convenzione di Istanbul quale ulteriore elemento centrale della linea del Progetto Daphne, che dovrebbe concentrarsi sulla violenza di genere. Il Progetto si occupa già della violenza contro altri gruppi per i Diritti e Valori. Il nuovo filone sull'uguaglianza di genere dovrebbe avere un'assegnazione separata nell'ambito della parità e dei diritti, rispettivamente del 20% e del 50%. La proposta è stata adottata con la maggioranza dei voti favorevoli. Anche perché, proprio in concomitanza con la giornata internazionale dedicata ai bambini che subiscono la povertà , la violenza domestica è una violazione dei diritti dei bambini sia che siano loro stessi vittime o testimoni di violenza in famiglia. La violenza domestica ha un effetto dannoso sullo sviluppo dei bambini. L'esposizione alla violenza di genere nega ai bambini il diritto a un ambiente domestico sicuro e stabile. La violenza domestica contro i bambini ha molte manifestazioni diverse e può essere sotto forma di violenza sessuale, violenza fisica e / o psicologica,tragedia tremenda quando i bambini sono vittime di violenza di genere, sia come testimoni o vittime dirette e, in alcuni casi, perdono la madre uccisa dal padre.
L’altra proposta, considerando che l'assenza di una prospettiva di genere nelle politiche fiscali dell'UE e nazionali esacerba gli attuali divari di genere (occupazione, reddito, lavoro non retribuito, pensioni, povertà, ricchezza ecc.), crea disincentivi all'ingresso delle donne nel mercato del lavoro e alla loro permanenza nello stesso e riproduce i tradizionali ruoli e stereotipi di genere; invita la Commissione a sostenere l’uguaglianza di genere in tutte le politiche fiscali, e a emanare linee guida e raccomandazioni specifiche per gli Stati membri, inclusa la realizzazione di audit di genere delle politiche fiscali al fine di eliminare le discriminazioni di genere in ambito fiscale e garantire che non si introducano nuove imposte, leggi di spesa, nuovi programmi o nuove pratiche che aggravano il divario di genere relativo al reddito di mercato o al reddito al netto delle imposte o che rafforzano il modello familiare in cui il capofamiglia rappresenta l'unica fonte di reddito. Si invita il Parlamento e gli Stati membri a effettuare valutazioni dell'impatto di genere delle politiche fiscali sia prima che dopo la loro attuazione; a favorire l'integrazione degli aspetti di genere nell'ambito delle valutazioni relative alla progettazione delle politiche fiscali fondamentali effettuate nell'ambito del semestre europeo; sottolinea che le revisioni dei sistemi fiscali degli Stati membri nel quadro del semestre europeo, nonché le raccomandazioni specifiche per paese, richiedono un'analisi approfondita riguardante gli effetti sui divari di genere socioeconomici, il divieto di discriminazione e la promozione della sostanziale parità di genere e dovrebbero anche tener conto della necessità di misure istituzionali adeguate a livello degli Stati membri.
Gli Stati membri devono adottare un approccio sensibile al genere per la definizione del bilancio, in modo da identificare esplicitamente la quota di fondi pubblici destinati alle donne e garantire che tutte le politiche per la mobilitazione delle risorse e l'assegnazione della spesa promuovano l'uguaglianza di genere.
Come già avevamo segnalato, l'uguaglianza di genere non era stata riconosciuta come priorità orizzontale nel quadro finanziario pluriennale per il periodo 2021-2027. Dunque si esorta l'UE a integrare immediatamente il bilancio di genere, relativamente alle entrate e alle uscite, nel processo di bilancio, in linea con l'obbligo di integrazione delle questioni di genere dell'Unione europea come già deliberato:infatti vi è la necessità di realizzare ulteriori ricerche e garantire una migliore raccolta dei dati disaggregati in base al genere che riguardano gli effetti distributivi e allocativi del sistema di tassazione differenziati in base al genere poiché la discriminazione e la violenza sulle donne si vincono se alla cultura del rispetto e della valorizzazione del ruolo femminile si dedicano risorse e non solo parole. E anche in Italia dovremmo imparare a incalzare tenacemente il Governo perché sulla violenza passi dalle celebrazioni ai fatti concreti, uscendo dalle segrete stanze delle promesse e degli slogan, delle ridicole e inconcludenti “cabine di regia”, e infine dagli spot televisivi della Presidenza del Consiglio, che sono ormai insopportabili e offensivi.
Alessandra Servidori - 22 Novembre 2018 IL DIARIO DEL LAVORO
La scuola nella legge di bilancio e nel decreto fiscale : perchè accanirsi su di essa è criminale
Alessandra Servidori
La scuola nella legge di bilancio 2019 e nel decreto fiscale : perché accanirsi sulla formazione è veramente criminale
L'Italia è uno dei paesi europei più arretrati rispetto alla formazione dei suoi docenti. Sappiamo che uno dei nodi più critici di questo processo sta nel fornire e far evolvere una buona strumentazione sia teorica sia di pratica per l'insegnamento disciplinare. Una strumentazione che comprenda le epistemologie della disciplina, la storia evolutiva dei suoi concetti, le sue contaminazioni con altri ambiti del sapere, la capacità di contestualizzarla e di coglierne le connessioni interdisciplinari, ecc. In Italia il quadro è decisamente confuso e improduttivo. Molti docenti sono demotivati e poco inclini alla formazione in servizio. Alle scuole e agli insegnanti di questo Paese è stato imposto (non senza una diffusa connivenza) un modello formativo centrato su un surrettizio concetto di merito sostenuto da una ossessiva enfatizzazione del ruolo della valutazione. Contestualmente e ipocritamente, quasi non ci si rendesse conto della contraddizione, viene richiesto di lavorare per la formazione di cittadini e delle loro competenze.L'attività di insegnamento -apprendimento è via via diventata la parte più residuale della professione insegnante. Il baricentro professionale si è spostato da un lato verso la gestione delle autonomie scolastiche - sempre più complesse e disperse sul territorio-, e dall'altro verso la burocratizzazione e verso l'adempimento, cioè sulla necessità di dare risposte a tutte le sollecitazioni, direttive, circolari che arrivano dal sistema centrale (il concetto di autonomia realizzato è in realtà un ossimoro: un assurdo giuridico e di fatto la valutazione, di sistema o autovalutazione che sia, in queste condizioni, è ridicola. La demotivazione dei docenti è cresciuta negli anni a dismisura: la fascia più anziana ha una chiara aspirazione al pensionamento e quella più giovane si sente spinta verso una dimensione impiegatizia del lavoro. Chi vuole cambiare davvero la scuola deve innanzitutto avere il coraggio di uscire dall'ipocrisia e cercare di contribuire ad un ragionamento almeno obiettivo. Questo governo a parere di chi scrive però pare voglia demolire senza avere una visione di futuro. Vediamo alcuni provvedimenti che lo dimostrano. l’Art. 58 della legge di bilancio 2019, Revisione del sistema di reclutamento dei docenti scolastici, non “rivede”, ma butta letteralmente all’aria il D.Lgs. 59/2017.E' abolito il percorso di formazione e la possibilità di collegare da subito, tramite concorso iniziale, l’immissione in ruolo ai tre anni di FIT (periodo di formazione e tirocinio ). Si torna agli antichi concorsi abilitanti, per accedervi basterà la laurea e aver conseguito 24 crediti formativi in discipline antropo – psico – pedagogiche ed in metodologie e tecnologie didattiche. Sono quasi 40 anni che si discute di formazione e reclutamento e si fanno tentativi : il modello precedente poteva essere sicuramente migliorato, ma azzerarlo per tornare all’antico è grave, molto grave. Non finiranno mai graduatorie , sanatorie e reclutamento per anzianità di servizio.Intanto si realizzano concorsi grotteschi come il concorso straordinario per insegnanti di scuola infanzia e primaria. Possono partecipano tutti quelli che hanno due anni di servizio negli ultimi 8 anni. Il criterio di base appare quello di favorire gli “anziani non meritevoli”. Si attribuiscono infatti 70 punti ai titoli ( leggi servizio) e 30 all'esame. Ma non basta. L'esame consiste in una prova orale, il cui voto massimo è 30, ma il minimo....non c'è. Si può prendere 0 e si va comunque in una graduatoria ad esaurimento e prima o poi di ruolo. Per fare questo si mettono in piedi in tutta Italia commissioni di concorso con dirigenti scolastici che si assenteranno da scuola e docenti. E naturalmente ci sarà un costo. Il tutto per fare un concorso che promuove anche chi è “inclassificabile”, purchè si presenti all’esame. L’art. 57 della legge di bilancio stabilisce che dall’anno scolastico 2018/2019 i percorsi di “alternanza scuola-lavoro” saranno ridenominati in “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”. La loro durata viene drasticamente ridotta, da 400 ore per gli istituti tecnici e professionali rispettivamente a 150 e 180 ore, e da 200 a 90 ore per i licei senza chiedere aiuto al sistema delle imprese che sul sistema duale hanno tutto l’interesse a investire sui giovani. Naturalmente sono conseguentemente diminuiti i fondi: “Le risorse del fondo sono assegnate alle scuole nei limiti necessari allo svolgimento del numero minimo di ore “.Entro 60 giorni dall'entrata in vigore della legge, saranno definite linee guida per i “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”. In sintesi si riducono soldi e ore, senza sapere cosa si farà entro il nuovo percorso dal titolo tanto lungo quanto vago. In tutti i Paesi ormai, almeno nelle scuole più innovative, gli studenti fanno consistenti periodi di tirocinio sui luoghi di lavoro. L'art.52 della Legge di Bilancio 2019 (Équipe formative territoriali per il potenziamento di misure per l'innovazione didattica e digitale nelle scuole), prevede che vengano esonerati dal servizio per gli anni 2019-20 e 2020-21 “120 docenti individuati dal MIUR, che costituiscono équipe territoriali formative, per garantire la diffusione di azioni legate al Piano per la scuola digitale. Per farlo si riducono i soldi del Piano Nazionale scuola Digitale.Ciò che preoccupa è il fatto che non è definita nessuna procedura né indicato alcun criterio di scelta di questi 120 insegnanti, che saranno esclusivamente "individuati" dal MIUR.Il decreto fiscale, Decreto-legge 23 ottobre 2018, n. 119, Disposizioni urgenti in materia fiscale e finanziaria prevede un taglio alle risorse del Miur per scuola e università. Si tratta di un “risparmio” di 29 milioni: 14 per l’istruzione scolastica e 15 per la formazione universitaria e post universitaria.Il "taglio" si legge nelle tabelle allegate al decreto ( “Riduzioni delle dotazioni finanziarie delle spese dei Ministeri”). In particolare per la scuola si divide in un “risparmio” di 8 milioni per l’istruzione del primo ciclo, di 3 milioni per il secondo ciclo e di 3 milioni per il reclutamento e aggiornamento dei dirigenti scolastici e del personale scolastico per l’istruzione. Gli altri 15 milioni sono tagliati all’università. Dopo tante promesse di più soldi alla scuola….. la conclusione sono i tagli. Una politica seria sulla scuola non vissuta come terreno di scontro ideologico, avrebbe dovuto affiancare quel disegno con un percorso legislativo che prevedesse: un progetto serio di formazione iniziale (le Ssis sono state una esperienza importante, ma con alcuni limiti, sui quali occorrerebbe una trattazione specifica);il ridisegno dell'organizzazione della scuola, dei suoi organismi e del tempo scuola per i docenti,per garantire una coerente formazione in servizio; la realizzazione di un nuovo inquadramento giuridico-contrattuale.
Lettera aperta a Giovanni Tria
Alessandra Servidori
Lettera aperta a Giovanni Tria
Caro amico di un tempo laborioso che fu,perché vi ostinate tu e Conte che possedete le competenze di chi ha studiato economia ad affermare ostinatamente che I FONDAMENTALI dell’Italia sono buoni ? Pensate veramente che una gran parte degli italiani non abbia una educazione finanziaria adeguata a capire che la situazione reale è che i Fondamentali NON sono stabili anzi erosi e deteriorati ? Come dice il Presidente Mattarella bisogna far cresce le nuove generazioni con una adeguata formazione economica e in questa breve nota mi pongo umilmente questo obiettivo e ovviamente attendo di essere smentita. Ma non credo che voi ci riusciate perché i numeri non sono opinioni e bisogna avere il coraggio di rappresentarli contraddicendo ciò che voi continuate a raccontare. La crescita si arresta e il pil italiano si è bloccato al terzo trimestre e da un trimestre all’altro la crescita tendenziale scende dal 1,2% al 0,8% e vi è una stagnazione dopo il calo della produzione industriale mentre il governo dice che nel 2019 –fra due dico due mesi –la crescita sarà del 1,5% e lo dice,sapendo di mentire, per far quadrare il debito ma per la crescita nella manovra di bilancio non c’è nulla : non per le imprese per industria 4.0,per la formazione e c’è la stretta su banche e assicurazioni e molto molto statalismo a perdere. Il pil a zero non compariva dal 2014,lo spread a ridosso dell’oltre 310 penalizza i buoni e il costo del debito aumenta, soffocando i titoli di stato appunto costati allo Stato solo ieri 700 milioniin più rispetto allo scorso aprile con una espansione fiscale recessiva che è inarrestabile e che danneggia tutta l’Eurozona essendo la terza economia del continente ed essendo tutta la ue in affanno. La fiducia delle imprese è in calo costante e a ottobre ha subito ancora una diminuzione; 40mila contratti in meno da agosto,grandi opere fermate, e l’Italia dice la Bce ,è stata l’unica in cui le condizioni di credito bancario alle imprese e ai cittadini si è ristretto a causa dei costi : tutto ciò significa che sia gli investitori che le istituzioni sanno che il il deficit sarà dell’oltre 2’4% come continua ad affermare la compagine governativa. Non c’è vergogna più evidente.
Il bluf salviniano sull'immigrazione
Alessandra Servidori
Il bluf salviniano dell’immigrazione
Dopo 7 mesi di non verità e di offensive accuse di brogli alle cariche dello Stato Italiano ed Europeo, condite da immaginifici applausi Trumpiani nei confronti del professor Conte, il cavallo di battaglia di Salvini si sgretola sulla via della verità dei numeri. Il dossier statistico 2018 IDOS-numeri non opinioni- ci dice che i cittadini stranieri in Europa sono 38,6 milioni di cui 21,6 non comunitari .In Italia l’incidenza sulla popolazione è del 8,5%,dell’11,2 % in Germania,del 9,2% nel Regno Unito,del 15%in Austria,e in Italia il numero di nati da genitori stranieri diminuisce sempre di più : nel 2013 erano 82.000 nel 2017 68.000.Nel 2016 i contribuenti stranieri hanno versato 3,3 miliardi di irpef e sommati ad altri contributi fanno 19,2 miliardi e la spesa in uscita per loro è 17,5 miliardi dunque il bilancio è positivo. Le espulsioni,ferme al palo: lo scorso anno è stato rimpatriato il 3,7% degli irregolari, nel 2017 sono stati intercettati 41.158 stranieri irregolari. Di questi, solo il 44,6% è stato effettivamente espulso o rimpatriato, la parte restante è "non ottemperante", ossia è rimasta in Italia nonostante sia destinataria di un provvedimento di espulsione. Non solo. Se ci si basa sulla stima della Fondazione Ismu, per cui in Italia vi sarebbero circa 490mila stranieri privi di titolo di soggiorno, emerge come la "macchina delle espulsioni" ne abbia intercettato solo l'8,4% e allontanato appunto appena il 3,7%. Sulla perenne emergenza immigrazione si giocano fortune politiche, maggioranze di governo e assetti europei. Il "pianeta migranti" è percorso da mille tensioni, scosso da guerre di parole e numeri. E proprio dai numeri è allora utile ripartire. Infatti degli oltre 114.000 italiani che si sono trasferiti all'estero nel 2017, la fascia più rappresentata è quella dei 25-39enni. Tendenza questa che sta facendo strada anche tra gli stranieri: oltre 40.500 cancellazioni anagrafiche per l'estero nel 2017. E così la verità è che lo scorso anno il numero degli italiani residenti all'estero (oltre 5.114.000) è analogo a quello degli stranieri residenti in Italia.Le carceri italiane sono piene di stupratori di tutte le nazioni compresi italiani e immigrati che hanno commesso delitti e un provvedimento saggio sarebbe quello di fargli scontare la pena nel loro paese di origine vigilando che scontino veramente la condanna.Il martirio di Desirè la bambina di 16 anni massacrata dal branco di negri è un esempio di crudeltà bestiale che ritroviamo sovente anche tra i maschi autoctoni assassini infami . I reati in Italia nel 2017 dice il Censis sono calati del 10% nel 2017 ma resta la paura e il 31,9% delle famiglie si sente a rischio,soprattutto quelle residenti nelle aree metropolitane. Salvini come Ministro dell’interno deve agire e non solo fare campagna elettorale europea e italiana perché insistere sulla storia della paura senza provvedere è delittuoso. Se nell’arena politica non si interrompe lo stillicidio di dichiarazioni criminalizzanti che sovrappongono la figura del richiedente asilo a quello del clandestino o quella dell’immigrato irregolare a quella del criminale tout court, recenti indagini e riflessioni metodologiche hanno riportato l’attenzione sulla necessità di dotarsi dei giusti strumenti analitici e delle necessarie accortezze metodologiche per poter trattare correttamente dati e informazioni e produrre nuove conoscenze per rappresentare fenomeni come quello della criminalità degli immigrati nelle sue dimensioni quantitative e qualitative reali, fuori dalla logica dell’allarme sociale e attente a restituire ai responsabili delle politiche un quadro realistico su cui poter agire coerenti azioni di intervento.
Alessandra Servidori
Il bluf salviniano dell’immigrazione
Dopo 7 mesi di non verità e di offensive accuse di brogli alle cariche dello Stato Italiano ed Europeo, condite da immaginifici applausi Trumpiani nei confronti del professor Conte, il cavallo di battaglia di Salvini si sgretola sulla via della verità dei numeri. Il dossier statistico 2018 IDOS-numeri non opinioni- ci dice che i cittadini stranieri in Europa sono 38,6 milioni di cui 21,6 non comunitari .In Italia l’incidenza sulla popolazione è del 8,5%,dell’11,2 % in Germania,del 9,2% nel Regno Unito,del 15%in Austria,e in Italia il numero di nati da genitori stranieri diminuisce sempre di più : nel 2013 erano 82.000 nel 2017 68.000.Nel 2016 i contribuenti stranieri hanno versato 3,3 miliardi di irpef e sommati ad altri contributi fanno 19,2 miliardi e la spesa in uscita per loro è 17,5 miliardi dunque il bilancio è positivo. Le espulsioni,ferme al palo: lo scorso anno è stato rimpatriato il 3,7% degli irregolari, nel 2017 sono stati intercettati 41.158 stranieri irregolari. Di questi, solo il 44,6% è stato effettivamente espulso o rimpatriato, la parte restante è "non ottemperante", ossia è rimasta in Italia nonostante sia destinataria di un provvedimento di espulsione. Non solo. Se ci si basa sulla stima della Fondazione Ismu, per cui in Italia vi sarebbero circa 490mila stranieri privi di titolo di soggiorno, emerge come la "macchina delle espulsioni" ne abbia intercettato solo l'8,4% e allontanato appunto appena il 3,7%. Sulla perenne emergenza immigrazione si giocano fortune politiche, maggioranze di governo e assetti europei. Il "pianeta migranti" è percorso da mille tensioni, scosso da guerre di parole e numeri. E proprio dai numeri è allora utile ripartire. Infatti degli oltre 114.000 italiani che si sono trasferiti all'estero nel 2017, la fascia più rappresentata è quella dei 25-39enni. Tendenza questa che sta facendo strada anche tra gli stranieri: oltre 40.500 cancellazioni anagrafiche per l'estero nel 2017. E così la verità è che lo scorso anno il numero degli italiani residenti all'estero (oltre 5.114.000) è analogo a quello degli stranieri residenti in Italia.Le carceri italiane sono piene di stupratori di tutte le nazioni compresi italiani e immigrati che hanno commesso delitti e un provvedimento saggio sarebbe quello di fargli scontare la pena nel loro paese di origine vigilando che scontino veramente la condanna.Il martirio di Desirè la bambina di 16 anni massacrata dal branco di negri è un esempio di crudeltà bestiale che ritroviamo sovente anche tra i maschi autoctoni assassini infami . I reati in Italia nel 2017 dice il Censis sono calati del 10% nel 2017 ma resta la paura e il 31,9% delle famiglie si sente a rischio,soprattutto quelle residenti nelle aree metropolitane. Salvini come Ministro dell’interno deve agire e non solo fare campagna elettorale europea e italiana perché insistere sulla storia della paura senza provvedere è delittuoso. Se nell’arena politica non si interrompe lo stillicidio di dichiarazioni criminalizzanti che sovrappongono la figura del richiedente asilo a quello del clandestino o quella dell’immigrato irregolare a quella del criminale tout court, recenti indagini e riflessioni metodologiche hanno riportato l’attenzione sulla necessità di dotarsi dei giusti strumenti analitici e delle necessarie accortezze metodologiche per poter trattare correttamente dati e informazioni e produrre nuove conoscenze per rappresentare fenomeni come quello della criminalità degli immigrati nelle sue dimensioni quantitative e qualitative reali, fuori dalla logica dell’allarme sociale e attente a restituire ai responsabili delle politiche un quadro realistico su cui poter agire coerenti azioni di intervento.
Alessandra Servidori
Il bluf salviniano dell’immigrazione
Dopo 7 mesi di non verità e di offensive accuse di brogli alle cariche dello Stato Italiano ed Europeo, condite da immaginifici applausi Trumpiani nei confronti del professor Conte, il cavallo di battaglia di Salvini si sgretola sulla via della verità dei numeri. Il dossier statistico 2018 IDOS-numeri non opinioni- ci dice che i cittadini stranieri in Europa sono 38,6 milioni di cui 21,6 non comunitari .In Italia l’incidenza sulla popolazione è del 8,5%,dell’11,2 % in Germania,del 9,2% nel Regno Unito,del 15%in Austria,e in Italia il numero di nati da genitori stranieri diminuisce sempre di più : nel 2013 erano 82.000 nel 2017 68.000.Nel 2016 i contribuenti stranieri hanno versato 3,3 miliardi di irpef e sommati ad altri contributi fanno 19,2 miliardi e la spesa in uscita per loro è 17,5 miliardi dunque il bilancio è positivo. Le espulsioni,ferme al palo: lo scorso anno è stato rimpatriato il 3,7% degli irregolari, nel 2017 sono stati intercettati 41.158 stranieri irregolari. Di questi, solo il 44,6% è stato effettivamente espulso o rimpatriato, la parte restante è "non ottemperante", ossia è rimasta in Italia nonostante sia destinataria di un provvedimento di espulsione. Non solo. Se ci si basa sulla stima della Fondazione Ismu, per cui in Italia vi sarebbero circa 490mila stranieri privi di titolo di soggiorno, emerge come la "macchina delle espulsioni" ne abbia intercettato solo l'8,4% e allontanato appunto appena il 3,7%. Sulla perenne emergenza immigrazione si giocano fortune politiche, maggioranze di governo e assetti europei. Il "pianeta migranti" è percorso da mille tensioni, scosso da guerre di parole e numeri. E proprio dai numeri è allora utile ripartire. Infatti degli oltre 114.000 italiani che si sono trasferiti all'estero nel 2017, la fascia più rappresentata è quella dei 25-39enni. Tendenza questa che sta facendo strada anche tra gli stranieri: oltre 40.500 cancellazioni anagrafiche per l'estero nel 2017. E così la verità è che lo scorso anno il numero degli italiani residenti all'estero (oltre 5.114.000) è analogo a quello degli stranieri residenti in Italia.Le carceri italiane sono piene di stupratori di tutte le nazioni compresi italiani e immigrati che hanno commesso delitti e un provvedimento saggio sarebbe quello di fargli scontare la pena nel loro paese di origine vigilando che scontino veramente la condanna.Il martirio di Desirè la bambina di 16 anni massacrata dal branco di negri è un esempio di crudeltà bestiale che ritroviamo sovente anche tra i maschi autoctoni assassini infami . I reati in Italia nel 2017 dice il Censis sono calati del 10% nel 2017 ma resta la paura e il 31,9% delle famiglie si sente a rischio,soprattutto quelle residenti nelle aree metropolitane. Salvini come Ministro dell’interno deve agire e non solo fare campagna elettorale europea e italiana perché insistere sulla storia della paura senza provvedere è delittuoso. Se nell’arena politica non si interrompe lo stillicidio di dichiarazioni criminalizzanti che sovrappongono la figura del richiedente asilo a quello del clandestino o quella dell’immigrato irregolare a quella del criminale tout court, recenti indagini e riflessioni metodologiche hanno riportato l’attenzione sulla necessità di dotarsi dei giusti strumenti analitici e delle necessarie accortezze metodologiche per poter trattare correttamente dati e informazioni e produrre nuove conoscenze per rappresentare fenomeni come quello della criminalità degli immigrati nelle sue dimensioni quantitative e qualitative reali, fuori dalla logica dell’allarme sociale e attente a restituire ai responsabili delle politiche un quadro realistico su cui poter agire coerenti azioni di intervento.
Demenziale tagliare la formazione di Industria 4.0
Alessandra Servidori
Il Testo deludente della manovra fiscale fa emergere sulla proroga di Industria 4.0 la fine degli incentivi per la formazione 4.0: è uno degli aspetti dei tagli del Piano Calenda proprio sul tema delle competenze, la scelta di eliminare gli incentivi per la formazione, uno dei pilastri del progetto di digitalizzazione delle imprese che puntava a sviluppare le competenze del personale a fronte della sempre più innovativa tecnologia richiesta dalle organizzazioni per restare competitive è demenziale.Vuol dire snaturare l’impianto stesso del piano originale che prevedeva due linee di intervento: da una parte gli incentivi per aiutare le aziende ad acquistare le tecnologie e dall’altra quelli per sostenere le imprese a utilizzare soluzioni digitali sempre più complesse. E la presa di posizione del Ministrp Toninelli- che dice che non ne sapeva niente- è ancora più delirante. La bozza della proroga prevede infatti che il credito di imposta per la formazione – inserito un anno fa in via sperimentale per il 2018 e quindi valido fino al 31 dicembre – venga dismesso in favore delle agevolazioni per le assunzioni temporanee dei manager chiamati a occuparsi di innovazione digitale. Avevamo puntato molto sul credito di imposta sulla formazione, perché consideravamo l’assenza delle competenze 4.0 in azienda come il vero collo di bottiglia per gli investimenti. Dietro questa scelta c’è un importante devastante messaggio politico da non sottovalutare: ciò che traspare è il disinteresse nei confronti della formazione e quindi delle persone.L’inversione di tendenza rischia di compromettere i primi benefici del piano 4.0, visto che tecnologie e competenze dovrebbero procedere in sintonia e con la stessa velocità. Ciò che è a rischio è addirittura la produttività delle imprese: secondo i dati del Politecnico, le aziende 4.0 hanno ottenuto un risultato di +25% in termini di produttività rispetto ai competitor che non si sono aggiornati. Niente male per un Paese in caduta libera dall’inizio degli Anni 2000… La formazione dovrebbe essere una priorità per la società e investire nelle tecnologie digitali vuol dire fare politiche per la crescita e il lavoro. La scelta di prorogare il piano – non farlo sarebbe stato disastroso – sembra cucito addosso alle Piccole e medie imprese che sull’innovazione hanno vissuto un pericoloso periodo di inerzia. Infatti la revisione delle aliquote è una scelta che privilegia le PMI, ma la proroga di un anno di Impresa 4.0 non basta per sostenere una trasformazione culturale del sistema-impresa che richiede un tempo ben più lungo. In molti, non per nulla, speravano in soluzioni strutturali e non ancora provvisorie.Se fino a ieri si poteva replicare ai luddisti 4.0 – preoccupati per la perdita di posti di lavoro generata dall’introduzione di tecnologie sempre più sviluppate – che l’effetto disoccupazione legato all’innovazione digitale sarebbe stato colmato dalla necessità di dotarsi di ‘operatori 4.0’ in grado di ottenere performance migliori dalle macchine, oggi la questione non è più sostenibile e si perdono le tracce degli stimoli a fare formazione. In buona sostanza avremo aziende che possono dotarsi di strumenti molto evoluti, ma senza personale capace di sfruttarne tutte le potenzialità, almeno fino a quando la scuola non sarà in grado di soddisfare la domanda di competenze proveniente dalle aziende. La stessa quarta rivoluzione industriale infatti impone una formazione continua, visto che le 10 posizioni più richieste oggi dal mercato neppure esistevano fino a meno di un decennio fa.Non basta neppure la soluzione di orientare i fondi che prima erano destinati alla formazione all’assunzione di temporary manager. Di certo è una scelta positiva, ma che non risolve il problema, perché in questo modo si inserisce in azienda una sola persona con le competenze, ma più manageriali che tecniche, . E se le nuove aliquote del piano vanno nella direzione di aiutare le PMI (i tecnici del Mise hanno precisato che l’obiettivo è soprattutto la manifattura discreta) questa decisione di puntare su un unico ‘innovatore’ va nel senso opposto perché concentrare l’investimento per l’innovazione su una sola persona non ha lo stesso impatto sulla produttività rispetto alla formazione di 10 persone”. Senza considerare che dotarsi di un Innovation Manager è ben più costoso che formare il personale già presente in azienda.
Noi ci siamo.E il Governo?
DONNE E LAVORO- www.ildiariodellavoro.net
Proposte (ragionevoli) sui servizi di assistenza nell’UE per una migliore parità di genere
Il 10 Ottobre p.v. la commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere presenterà alla Commissione Ue e al Consiglio Europeo la proposta per implementare in tutti gli Stati aderenti i servizi di assistenza. Noi come associazione Nazionale TUTTEPERITALIA ci saremo e la sosterremo. E il Governo Italiano ?
Nell'Unione europea l’impari partecipazione degli uomini e delle donne alle attività di assistenza e alle incombenze domestiche rimane una sfida continua. L'indice sull'uguaglianza di genere 2016 dell'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere,- confermato anche nel 2017- ha evidenziato che negli ultimi dieci anni la tendenza in Europa è stata negativa: il tempo trascorso dalle donne in attività di assistenza, sociali e nei lavori domestici è aumentato rispetto a quello degli uomini.
Il fatto che le donne dedichino una quantità di tempo sproporzionata allo svolgimento di attività lavorative non retribuite rispetto agli uomini ha gravi conseguenze economiche e sociali e rappresenta un ostacolo per il raggiungimento degli obiettivi dell'UE in materia di parità di genere. In ultima analisi, dà luogo a un divario di genere in termini di povertà che raggiunge i livelli più alti tra gli anziani. Nel 2017 il divario di genere medio relativo alle pensioni nell'UE era pari al 40 % a seguito delle disuguaglianze accumulate nel corso della vita dalle donne e dei periodi di assenza dal mercato del lavoro. Tra le persone di età pari o superiore a 75 anni, il 22 % delle donne contro il 15 % degli uomini si trova a rischio di povertà o esclusione sociale. Ciò produce anche un impatto negativo diretto per i bambini e le famiglie. La perdita economica complessiva dovuta al divario occupazionale di genere è pari a 370 miliardi EUR all'anno.
L'assenza di congedi adeguati alla prestazione di assistenza ad altri familiari a carico è una delle principali cause profonde della ineguale ripartizione delle responsabilità assistenziali. L'80 % di tutti i servizi di assistenza all'interno dell'UE è fornito da prestatori informali (non pagati), il 75 % dei quali sono donne. Dato preoccupante, tali cifre comprendono anche giovani prestatori di assistenza di età inferiore ai 17 anni, per i quali la sovrapposizione delle responsabilità ha un impatto negativo sulla loro istruzione, sulla loro salute e sui loro mezzi di sussistenza.
Uno dei principali motivi per cui le donne sono inattive sul mercato del lavoro è costituito dalle possibilità limitate di combinare in modo efficiente, flessibile ed efficace sotto il profilo dei costi un'occupazione retribuita e le responsabilità familiari. Il tasso di occupazione medio delle donne nell'UE è pari al 64 % (rispetto al 76 % degli uomini) e in Italia il dato è ancora peggiore. Le donne sono inoltre sovra rappresentate nei posti di lavoro a tempo parziale. Eurostat ha rilevato che nell'UE il 31,5 % delle donne lavoratrici lavora a tempo parziale rispetto all'8,2 % degli uomini lavoratori. Le responsabilità assistenziali sono il motivo dell'inattività per quasi il 20 % delle donne economicamente inattive, mentre ciò avviene solo per meno del 2 % degli uomini economicamente inattivi. Tale situazione è contraria alla strategia dell'Unione Europa 2020 e all'obiettivo di raggiungere un tasso di occupazione del 75 % per uomini e donne entro il 2020. È inoltre in contrasto con i principi del pilastro europeo dei diritti sociali, che prevede pari opportunità tra uomini e donne riguardo alla partecipazione al mercato del lavoro e al diritto a servizi di assistenza di buona qualità a prezzi accessibili. Con l'invecchiamento della popolazione in Europa la situazione rischia di deteriorarsi ulteriormente. La crescente domanda di assistenza, la prevalenza dell'assistenza informale in Europa e le pressioni sulla spesa pubblica in alcuni paesi renderanno l'assistenza informale ancora più importante in futuro. È pertanto chiaro che tale assistenza deve essere sostenuta e che i provvedimenti intesi a consentire ai prestatori di assistenza di associare quest'ultima al lavoro sono indispensabili in proposito.
La definizione dei servizi di assistenza dovrebbe comprendere la cura dell'infanzia e della prima infanzia, l'assistenza agli anziani e ai disabili. È necessario sviluppare con urgenza tali servizi di assistenza affinché siano accessibili e flessibili, al fine di soddisfare le esigenze delle diverse famiglie e dei vari tipi di assistenza. In quest'ambito si devono considerare anche circostanze speciali, quali famiglie monoparentali, lavoratori a tempo parziale, lavoratori autonomi o coloro che lavorano a turni. Le modalità di organizzazione delle responsabilità assistenziali all'interno delle famiglie e il ricorso a servizi esterni oppure a servizi a domicilio dovrebbero essere scelte individuali. Tali opzioni dovrebbero essere sovvenzionate e sostenute in modo equo. Si dovrebbe disporre di una serie di opzioni vere e proprie per combinare il livello e l'ampiezza dei servizi necessari con l'attività lavorativa. Le opzioni relative alla combinazione di lavoro e responsabilità assistenziali non dovrebbero ripercuotersi negativamente sui benefici economici e sociali, compresi retribuzione e pensioni.
Noi come Associazione TutteperItalia sosteniamo e condividiamo non solo l’analisi ma anche le proposte che la commissione avanza alla Commissione Ue e al Consiglio.
In futuro, il livello raggiunto dovrebbe mirare a garantire almeno 20 settimane di congedo di maternità, che potrebbero essere condivise con il padre, previste prima e/o dopo il parto. Vi dovrebbero inoltre essere garanzie legate al licenziamento, al reintegro nello stesso posto di lavoro o in un posto equivalente e alla protezione da discriminazioni in caso di congedo di paternità (in linea con la posizione del Parlamento in prima lettura sul miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento ). Gli stessi diritti dovrebbero essere estesi progressivamente a tutti coloro che necessitano di prendere congedo per assistere altre persone a carico con esigenze assistenziali croniche. Nell'elaborazione di piani pensionistici, è inoltre opportuno tenere conto dei conseguenti divari occupazionali.
Per garantire tutti questi aspetti, i servizi di assistenza dovrebbero essere messi a punto in consultazione con gli utenti e i clienti destinatari. È necessaria una comprensione globale delle esigenze e delle percezioni relative all'accessibilità.
L'accesso ai servizi, anche di coloro che sono a rischio di esclusione sociale, dovrebbe essere monitorato a livello istituzionale. Ciò è particolarmente importante data la natura mutevole dell'attività lavorativa. Occorre tenere conto dell'impatto della digitalizzazione, dell'aumentata produttività e del passaggio a un'economia circolare basata sui servizi. L'elaborazione di servizi di assistenza deve sostenere e agevolare i nuovi modelli di lavoro.
Contemporaneamente, è importante garantire che le istituzioni e i luoghi che forniscono assistenza siano luoghi di lavoro sicuri e incoraggianti. Se non si investe in coloro che optano per i servizi di assistenza come scelta professionale, il pieno potenziale in termini di qualità dei servizi destinati a bambini, disabili e anziani non sarà mai raggiunto.
È opportuno sviluppare e monitorare indicatori relativi alla qualità dell'assistenza a livello europeo per poi poter effettuare investimenti dai Fondi strutturali europei onde garantire il conseguimento del livello e della qualità dei servizi previsti in tutti gli Stati membri dell'Unione europea. Occorre sollecitare gli Stati membri a riferire in merito all'utilizzo di tali fondi a un livello sufficientemente disaggregato da garantire che le informazioni possano essere analizzate a livello europeo.
03 Ottobre 2018
Un nuovo partito europeo: spunti per la riflessione
ALESSANDRA SERVIDORI ed alcune amiche ed amici autenticamente
liberali e riformisti
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UN NUOVO PARTITO EUROPEO
Spunti per la discussione
Il “caso italiano” costituisce ormai un serio pericolo per tutti. Per il futuro della nostra democrazia e della nostra economia. Per le sorti dell’Unione europea.
Ormai da tempo l’Europa è attraversata da uno storica sfida tra le forze della responsabilità e quelle della demagogia populista. La grande crisi economica e finanziaria, il deficit di credibilità della politica e dei poteri, l’insicurezza demografica e culturale causata dalle inarrestabili ondate migratorie hanno reso senescente il bipolarismo destra-sinistra, facendo nascere un nuovo paradigma di conflitto tra chi vuole andare “avanti” governando con equilibrio riformista la globalizzazione e chi, viceversa, vuole tornare “indietro” chiudendo di nuovo le società europee nella gabbia dei nazionalismi, o come si dice oggi (per edulcorare il concetto) sovranismi.
E’ oramai chiaro che l’Italia è diventata un laboratorio “d’avanguardia” di tale fenomeno. Il 4 marzo 2018 l’insieme delle forze populiste ha superato il 50% dei consensi, arrivando a unirsi, pur partendo da diversi insediamenti sociali e culturali, per conquistare il governo. Al momento non sappiamo se il cosidetto governo giallo-verde spedirà l’Italia al pronto soccorso europeo, cucinando un pasticcio in salsa greca, oppure se le vistose differenze programmatiche, tenute insieme solo dal collante del potere, costringeranno 5stelle e Lega a dividersi.
Quel che però già sappiamo con certezza è che, in ogni caso, il loro governo non sarà mai messo alle corde da alcuna significativa opposizione. Semplicemente perché essa non esiste. Ce ne sono infatti due, Forza Italia e Pd, già sfiancate prima del tempo, e assai divise al loro interno.In questo contesto, il rischio che avvertiamo, come già avvenuto in altri tempi della nostra storia, è che si finisca per rimanere inerti di fronte alla gravità del pericolo. Perciò pensiamo che sia giunto il momento di un radicale cambio di passo delle forze che si richiamano all’europeismo, all’etica della responsabilità e al senso dello Stato.
Finora tali forze si sono accontentate di criticare populismo e sovranismo senza però rifiutare una buona dose di “contiguità”. Ciò è accaduto più visibilmente a destra, dove Forza Italia ha voluto comporre un’alleanza con la Lega che, nonostante tutto, molti continuano a voler riproporre. Ma anche a sinistra: se si pensa che una larga porzione di opinione pubblica (forte anche all’interno del Pd) continua a considerare il Movimento 5stelle una “costola della sinistra” non disdegnando, ancora oggi, di ritenerli possibili alleati. Ma non si vede che, permanendo tali incertezze, Forza Italia e Pd si stanno trasformando in ridotte elettorali, avamposti di bandiere ormai logore? Viene perciò logico chiedere alle loro classi dirigenti: volete aspettare di decomporvi definitivamente o sentite ancora la voglia di reagire, spezzando ogni contiguità?
Una cosa a noi appare certa: non è accettabile alcuna contaminazione tra responsabilità e demagogia, tra europeismo e nazionalismo. Non ci può essere, infatti, alcun “compromesso” tra chi vuole cambiare la governance finanziaria, bancaria e monetaria dell’Europa e chi è invece incline, persino in modo subdolo, a uscire dall’Euro. Tra chi si sente pienamente parte del sistema occidentale di alleanze e chi tifa per la politica di Putin. Tra chi ritiene che il vero traguardo italiano sia rilanciare la produttività dell’intero Paese e chi giudica prioritaria una forzosa redistribuzione della ricchezza come non si sapesse che, da sempre, essa è la principale responsabile del ritardo italiano. Tra chi sa che bisogna modernizzare l’intero sistema italiano delle infrastrutture e chi innalza solo luddistici “cartelli del no”. Tra chi continua a sognare di riformare la giustizia in senso liberale e chi continua a inseguire il giustizialismo giacobino. Non ci può essere “mediazione”, infine, tra chi ha imparato dalla storia a difendere ad ogni costo la democrazia rappresentativa e chi, invece, la combatte in nome dell’eterna, fallimentare, utopia della democrazia diretta.
Non sappiamo se sia possibile immaginare la nascita di un nuovo grande partito europeista, liberale, popolare, riformista. Quel che invece sappiamo, con urgente e pragmatica certezza, è che oggi è indispensabile unire tutte le forze europeiste ed europee (al centro, a destra o a sinistra che esse siano) in un unico fronte di azione e di iniziativa che proponga ai cittadini un’alternativa al populismo. A tutte queste forze si rivolge il nostro appello.
Attenzione: non si può però pensare ad una elementare quanto irrealistica, alleanza tra Forza Italia e Pd. L’unione tra due claudicanti, infatti, non fa un velocista. Si dovrebbe piuttosto pensare alla sigla di un solenne documento d’intesa, proposto da significative personalità d’area, che chiami a raccolta tutte le energie europeiste e repubblicane. Non c’è bisogno, ovviamente, di essere d’accordo su tutto. Basterebbe siglare tale intesa intorno a 5 punti: 1) La permanenza dell’Italia nel sistema dell’alleanza atlantica. 2) Il link sicurezza-umanità sul tema delle migrazioni. 3) la modifica delle regole della governance europea e la tenuta dell’Euro come orizzonte storico. 4) La salvaguardia della democrazia rappresentativa e dei diritti umani. 5) La modernizzazione del Paese e delle sue infrastrutture.
Al centro dello scontro c’è senza dubbio la “questione europea”. L’Europa è ancora un’incompiuta, colma di contraddizioni e pigrizie burocratiche che ormai concretamente rischiano di mandare in fumo il sogno dei suoi Padri Fondatori. E non c’è dubbio che la crescita esponenziale delle posizioni sovraniste e populiste è proprio figlia di tali contraddizioni e pigrizie a partire dalle rigide politiche di austerity per finire con la miopia dimostrata sulla questione dei migranti.
Ma una cosa è denunciare l’incompiutezza europea per superarla nella direzione di una vera Unione politica e finanziaria, altra cosa è prendere a pretesto le sue difficoltà per colpire al cuore l’intero progetto unitario, marciando all’indietro nella storia.
Gli europeisti vogliono una nuova Europa federale. Nella quale, ad esempio, si metta mano all’elezione popolare diretta del presidente della Commissione e si decida la nascita di un vero e proprio Esercito Europeo, mettendo in comune i fondi nazionali delle singole politiche di difesa. I populisti e i sovranisti vogliono, invece, la vecchia Europa dei rancori nazionalisti e delle autarchie economiche. La sfida è tutta qui: e per vincerla bisogna unire le forze.
E’ perciò urgente che, fin dalle prossime elezioni europee, si lavori in Italia e in Europa alla costruzione di un’alleanza trasversale antinazionalista, che eviti cupe derive separatiste all’origine di ogni tragedia europea, e renda concreto l’orizzonte di una nuova Europa federale, soggetto politico mondiale, patria della sicurezza e della libertà. Perciò anche in Europa va spezzata ogni contiguità con il fronte sovranista: da questo punto di vista guardiamo con preoccupazione alle tentazioni compromissorie che sembrano affiorare nel Ppe.
Attenzione: a imporre una svolta nelle culture politiche italiane ed europee non è solo l’emergenza. Nel tempo passato i sostenitori della società solidale e quelli della società aperta si sono a ragione ritenuti avversari. Il tempo attuale, segnato da una crisi che aggredisce il ceto medio e spalanca incubi di nuove povertà, impone invece a chi difende la solidarietà e a chi propugna la libertà del mercato di battersi insieme contro pericolose “autarchie redistributive”, che non possono che rendere insieme più povere e più chiuse le nostre società. Perciò liberali, popolari e socialisti possono oggi camminare insieme contro il populismo assistenzialista e contro gli inediti orizzonti di “democrazie illiberali” che sempre più segnano il mondo.
In conclusione: i populisti si muovono, gli antipopulisti sono fermi al palo. Se ci si vuole svegliare l’unica strada per farlo è quella di un “patto trasversale” di tutte le energie europeiste e repubblicane che proponga all’Italia e all’Europa una concreta alternativa al populismo e al nazionalismo. Non c’è più tempo da perdere. La storia europea si è rimessa in cammino. Costruire la nuova Europa “aperta” del XXI secolo o tornare indietro alla vecchia Europa “illiberale” del XX secolo. E’ questa l’alternativa. Ed è tempo che ciascuno decida verso dove vuole andare.
