Inclusione nell'alta formazione
INCLUSIONE NELL'ALTA FORMAZIONE
Alta Formazione e Progetto di Vita: per una governance strutturale dell’inclusione
È possibile estendere la figura del docente di sostegno, cardine dell'inclusione scolastica, al sistema universitario e dell'Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica (AFAM)? Questo interrogativo, che mi è stato posto da alcuni stimati accademici, non ammette risposte banali ma apre una necessaria riflessione sulle contraddizioni del sistema formativo italiano. Le considerazioni che seguono non hanno la pretesa di offrire soluzioni dogmatiche o definitive, ma intendono piuttosto lanciare una proposta operativa aperta al dibattito, per tentare di superare l'attuale impasse in una fase di transizione normativa cruciale, segnata dall'avvento della normativa sul Progetto di Vita ancora in sperimentazione fino al gennaio 2027 (D. Lgs 62/2024) e quella pienamente in vigore per la piena accessibilità fisica e digitale nei servizi pubblici (D.Lgs. 222/2023). La risposta richiede l'analisi della discontinuità strutturale tra i due sistemi. Se la scuola opera per mediazione didattica e integrazione sociale, l'Alta Formazione, costituzionalmente autonoma, certifica competenze specialistiche attraverso titoli con valore legale che non ammettono riduzioni o semplificazioni dei contenuti, specialmente nelle discipline performative AFAM. Attualmente, il sistema universitario tenta di colmare il divario con il tutorato specializzato, spesso delegato però a studenti "alla pari" o collaboratori precari. Tale modello, pur lodevole, genera discontinuità assistenziale e carenza di competenze clinico-pedagogiche, risultando strutturalmente inadeguato a sostenere la complessità dei nuovi "Progetti di Vita" che richiedono raccordi stabili con il territorio e i servizi sanitari. Inoltre, l'Università è anche un grande datore di lavoro. L'applicazione del D.Lgs. 62/2024 e in particolare del D.Lgs 222/2023, impone l'erogazione degli accomodamenti ragionevoli, anche per i dipendenti, ma spesso manca una visione d'insieme che unisca il supporto allo studente con quello al lavoratore, creando vuoti di tutela nel passaggio dalla carriera studentesca a quella accademica in cui lo studente diviene un lavoratore. La proposta, dunque, non è importare il "maestro" in aula, ma istituire un contingente di Personale Tecnico specializzato strutturato, sul modello già collaudato con successo in altri paesi europei come il Regno Unito, l’Irlanda o i paesi scandinavi (pedagogisti, psicologi dell'apprendimento, tecnologi assistivi, interpreti LIS). Assunto stabilmente nei ruoli tecnici ed EP (Elevata Professionalità), questo personale avrebbe un duplice mandato strategico: garantire un supporto professionale continuo allo studente e, parallelamente, agire come formatore interno e consulente per il corpo docente e amministrativo, insegnando a progettare didattica e ambienti accessibili. Per rendere sostenibile la riforma, si propone per gli atenei statali di vincolare una quota dell'FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario) a queste assunzioni, prevedendo una deroga legislativa ai limiti dei "Punti Organico" per non erodere le risorse destinate alla docenza. Per le istituzioni non statali, dove non vige l'FFO, la leva deve essere l'accreditamento ministeriale: il Ministero deve imporre all'ANVUR di integrare i modelli valutativi (AVA 3 e di conseguenza le competenze certificate dei valutatori in materia di disabilità), rendendo la presenza di tale personale strutturato un prerequisito indispensabile per l'autorizzazione dei corsi. Solo professionalizzando il supporto agli studenti si trasforma l'inclusione da emergenza assistenziale a sistema strutturale, garantendo piena cittadinanza nel diritto allo studio e al lavoro, anche nel sistema dell’Alta Formazione.
Francesco Alberto Comellini
Componente del Comitato Tecnico Scientifico dell'Osservatorio Permanente sulla Disabilità - OSPERDI ETS
