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Editoriali

Salvini e la vergogna che non conosce

Salvini  e la vergogna che non conosce

 Qualcuno in questi giorni mi ha chiesto se mi fidavo di Salvini. Ho risposto che  da quando è al governo ma anche un tantino prima , ho avuto dei momenti in cui mi sono chiesta ma che razza di popolo siamo diventati ? E’ anche troppo facile ricordare che questo figuro che sventola la Bibbia e il Vangelo più volte e ricorrentemente in questi giorni ha perlomeno tradito 3 comandamenti (il 2° Non nominare il nome di Dio invano-il 7°  Non rubare- l’8° Non dare falsa testimonianza) ma poi siccome dimostra di essere sfacciatamente arrogante,qualcuno più autorevole di chi scrive mi ha sempre insegnato che l’arroganza  è sorella dell’ingordigia , e quando il 17% degli italiani- ora pare essere arrivati al 38%- si divertiva mentre ingoiava nutella e maccaroni ,ora forse si ravvederà scoprendo,peraltro già dal febbraio 2019 quando l’Espresso  scrisse la trama sovietica dei rubli , oggi finalmente arrivata a galla dal marciume  che bolle nella pentola verdastra, che razza di malandrone è il Ministro dell’Interno. Bene che finalmente anche i giornalini e giornaloni abbiano avuto il coraggio di mettersi di traverso e fare paginate sulla storiaccia.Sono molto molto sconcertata ma per nulla rassegnata  a non combattere per questa tombale silenziosa ibernazione  degli italiani verso la storiaccia russofita ma ricordo anche che fra 65 milioni di dollari dichiarati in un inglese stentato dal  Savoini faccendiere per la commessa pro Russia e i 49 milioni di euro spariti il leghista che sbraita che lui fa solo il bene degli italiani sembra un fumetto paperonesco in preda al delirio di onnipotenza e continua a negare ,negare,negare.La violazione dell’articolo 3 della nostra Costituzione potrebbe bastare come collirio ad aprire gli occhi impastati a questi sonnambuli italiani che  seguono questo uomo che con l’ascia in mano fonda il suo potere sulla violenza.Or  dunque le italiane non ne vedono il machismo ? il crocefisso abusato e  l’Europa violentata ?la dignità degli stranieri massacrata?,i poveri disprezzati e l’inclusione sociale sconosciuta?le frontiere e i quartieri cittadini muri di odio e disprezzo?Italiani e italiane orsù schiena dritta e testa alta. E non è solo oggi che lo dico lo scrivo e ne argomento le motivazioni,arando nel solco del buonsenso e della fiducia che da questa situazione si può e si deve uscire : non abbiamo paura !

OCSE : ci boccia sulle politiche attive

 L'approfondimento di Alessandra Servidori       www.strartmagazine.com  9 luglio 2019

 Uno studio dell’Ocse pubblicato a metà maggio evidenzia i problemi che il nostro paese ha in materia di politiche del lavoro.

La relazione sull’Italia è il sesto studio nazionale pubblicato in una serie di relazioni che esaminano il modo in cui le politiche collegano le persone con l’occupazione e come le politiche attive del mercato del lavoro in Italia — sia a livello nazionale sia regionale — si sviluppano, concentrandosi in particolare sul processo di riforma nel sistema dei servizi pubblici per l’occupazione avviato dai recenti processi riformatori.

La riforma in corso avrebbe un buon potenziale per migliorare le prestazioni dei servizi per l’impiego, ammesso che le parti interessate del sistema cooperino per stabilire un quadro di gestione delle prestazioni vincolante e sviluppare la rete infrastrutturale IT nazionale a sostegno degli uffici locali per servire le persone in cerca di lavoro e  contemporaneamente i datori di lavoro. L’Agenzia nazionale per le politiche attive del mercato del lavoro ha un ruolo chiave nell’incoraggiare la cooperazione tra le parti interessate, guidando lo sviluppo di nuovi strumenti e metodologie e sostenendo così gli uffici locali per l’occupazione nell’attuazione del nuovo modello di servizio. Oltre al processo generale di riforma, la revisione esamina alcuni approcci specifici per quanto riguarda la fornitura della rete dei servizi per l’occupazione, utilizzando strumenti di profilazione in cerca di lavoro per indirizzare le politiche attive del mercato del lavoro; aumentare la qualità e la capacità dei servizi per l’impiego in stretta collaborazione con i servizi privati  raggiungere i datori di lavoro e far progredire i servizi sul lato della domanda.

Dallo studio emerge che la spesa pubblica per le politiche attive è troppo bassa e la spesa per le politiche passive, pari al 1,29% del Pil, troppo elevata. Elevata rispetto alla media Ocse (pari allo 0,79% nel 2015) e poco efficace, in quanto in Italia solo l’8,5% dei disoccupati nel 2016 ha ricevuto sussidi di disoccupazione, la quota più bassa dopo la Repubblica Slovacca.

Secondo i dati Ocse, i costi salariali reali aumentano mentre la produttività totale dei fattori è diminuita negli ultimi vent’anni in media dello 0,2% all’anno, posizionando il mercato del lavoro italiano tra i peggiori dei paesi Ocse. Il tasso di disoccupazione tra i 15 ed i 74 anni è relativamente alto (pari all’11,2%). Risulta, invece, basso quello di occupazione (pari al 50,6% nel 2017). Seppur il tasso di occupazione delle persone in età da lavoro si avvicina nuovamente al suo livello pre-crisi, quello di disoccupazione rimane ben al di sopra, il terzo più alto tra i paesi Ocse. Inoltre, L’Italia con il 6,5% nel 2017 condivide la seconda posizione insieme alla Repubblica slovacca in termini di quota di disoccupazione di lunga durata, appena dietro la Grecia.

L’Ocse punta poi il dito su occupazione e divari di genere italiani. I dati parlano chiarissimo: nel 2017 il 75% degli uomini tra i 15 e i 64 anni era attivo sul mercato del lavoro mentre delle donne solo il 56%, contro il 46% del 2000. Altri paesi dell’Europa meridionale, che hanno avuto una partecipazione femminile simile in passato, si sono evoluti molto più velocemente (70% delle donne in età lavorativa partecipano alla forza lavoro in Spagna ed il 60% in Grecia).

Ad oggi, le prospettive del mercato del lavoro per le donne sono ancora in ritardo rispetto a quelle per gli uomini. Un quarto di tutte le donne in età lavorativa afferma che la ragione della loro inattività sia la carenza di istruzione e formazione. Più di una donna su dieci dichiara, poi, di essere fuori dalla forza lavoro a causa dei doveri familiari, mentre solo meno di un centinaio di uomini in età lavorativa percepisce i doveri familiari come principali barriere alla partecipazione alla forza lavoro.

La parte più interessante  della ricerca che vale la pena di leggere attentamente riguarda la situazione dei servizi di collocamento ovvero i Centri per l’impiego. Il dato più sconcertante è relativo ad età e livello di istruzione negli uffici pubblici di collocamento: poco più di un quarto del personale (27,9%) ha un’istruzione terziaria, mentre la maggioranza ha un diploma di scuola secondaria superiore e una parte sostanziale del personale ha un’istruzione secondaria inferiore (12,3%). Incide, poi, sul quadro delineato un turnover del personale molto basso. Da una panoramica su scala nazionale emerge come in Umbria e in Sardegna più della metà dei membri dello staff abbiano titoli di studio universitari, contro il 15% di Basilicata, Sicilia e Puglia. Emerge come il livello di istruzione tenda ad essere più basso nelle Regioni dove anche il numero di addetti dei Cpi risulta inferiore, andando ad aggravare ulteriormente la mancanza di risorse umane sufficienti e la fornitura di servizi adeguati.

Secondo l’Ocse, l’Italia trarrebbe vantaggio da un’allocazione più efficace delle sue risorse umane, infatti, la percentuale di personale dei servizi pubblici per l’impiego dedicato all’assistenza delle persone in cerca di lavoro è solo del 30% (al quartultimo posto tra i paesi dell’Ocse) contro l’80% della Svezia che si posiziona al primo posto.

Nel modello italiano un’ampia parte del personale è sopraffatta da compiti amministrativi, di fatto l’impostazione dei processi non lascia spazio ad attività di consulenza e attivazione di persone in cerca di lavoro o volte a facilitare l’incontro tra domanda e offerta.

La relazione evidenzia l’assenza di un valido sviluppo di strumenti veri di profilazione che servono ad orientare le politiche del mercato del lavoro eccetto poche regioni e comunque in maniera difforme. Nel 2015 il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali sviluppò il primo modello nazionale di profiling quantitativo all’interno di Garanzia Giovani, estendendone, poi, l’applicazione a tutte le persone in cerca di lavoro presso i Cpi.Nel 2017, Anpal ha elaborato un modello  in cooperazione con le regioni ed ora sta affinando uno strumento per mappare le competenze dei jobseekers italiani, integrandone l’utilizzo da parte dei centri per l’impiego con il PIAAC “Programme for the International Assessment of Adult Competencies”, sviluppato dall’Ocse. Va ricordato però che l’iniziativa dei navigator messi sul mercato del lavoro in concomitanza con il reddito di cittadinanza non aiuta a progredire sul piano della profilazione delle politiche attive italiane, poiché ancora oggi si nota un’accentuata discrezionalità dell’operatore pubblico nella scelta della misura adatta alla persona, con troppo margine di errore per poter garantire una profilazione “qualitativa”. Quest’ultima si distingue da quella quantitativa per quanto riguarda i  jobseekers e nella gran parte dei paesi Ocse sembra essere proprio la combinazione di questi due approcci.

Alle italiane e italiani sotto l'ombrellone

Agli italiani e alle italiane sotto l’ombrellone . ALESSANDRA SERVIDORI 7 luglio 2019

Comincio questa riflessione dove di solito si finisce e cioè relegando la questione alla capacità delle italiane di essere in prima linea nelle questioni politiche. E’ un pensiero di stima e rigore verso Mara Carfagna che in queste ore di scalmanate offensive dentro a Forza Italia con Toti che ambisce alla guida di una deriva forzista,  la Vice Presidente della Camera resiste e oppone ragionamenti di calma e  progettualità non sul chi ma sul come e con quali programmi rilanciare una politica ragionevole. Premetto che non faccio politica per un partito ma per lo Stato e così dopo una vita al servizio delle istituzioni continuo a schierarmi con chi le istituzioni le difende e non con uno Sgarbi sgarbato e misogino che al Corriere della Sera rilascia una intervista bocciando Carfagna accusandola di essere carina ma ciò “non basta per guidare un partito”.Tempo fa sul sito TutteperItalia ho riassunto in estrema sintesi i capisaldi dell’Unione Europea per cercare, anche attraverso la mia professione di insegnante, di ricordare cosa rappresenta per noi Italiani e nel contesto internazionale fare parte, anzi essere,i fondatori di una dimensione territoriale e sociale così importante. Nel frattempo non mi sono mai sottratta sempre attraverso il sito che racconta l’Associazione Nazionale che ho l’onore di rappresentare ma anche su riviste on line “benevoli e democratiche”  commenti e proposte sul mio Paese in preda a marosi inquietanti. Bene Avanti !

Il giorno dopo l’assoluzione della Nuova Europa nei confronti del debito italiano e della mala politica biancarossaverde raccomando di prendere coscienza della  estrema provvisorietà della decisione della Commissione di non accogliere il suggerimento di procedere contro l’Italia: guai a considerarla una  questione  chiusa, è solo rimandata e non riesco proprio a capire i ragionamenti trionfali di un ex collega come Tria .Come  prof rigorista ammetto  che è ovvio che si tratta di un impegno molto pesante perché nel limite concordato è compreso un aumento dell’IVA che l’attuale maggioranza intende a ogni costo evitare e questo pone il problema di recuperare una cifra vicina a 20 miliardi di euro. Poiché poi vi sono varie promesse della maggioranza – compresa la famosa flat tax – è evidente che la Commissione ha preso atto che il Governo italiano ha riconosciuto che tutto questo non potrà avvenire o comunque non potrà avvenire in deficit. Il che naturalmente fa venire meno buona parte delle speranze di usare la riforma fiscale per stimolare la ripresa economica. E’ il deficit l’elemento di stimolo, anche se converrebbe usare il deficit per spese di investimento che hanno un ritorno migliore delle spese correnti, ma se non c’è deficit di fatto non c’è stimolo. Mi auguro che  sia chiaro che la questione del 2020 rimane sul tavolo della Commissione. I governi dei paesi dell’Unione Europea debbono sottoporre i propri progetti di bilancio alla Commissione e la Commissione avrà come arma in più rispetto al passato le dichiarazioni che il presidente del Consiglio e il ministro dell’economia hanno fatto circa il bilancio 2020 per evitare la procedura di infrazione. In sostanza il governo italiano ha piegato la testa per la seconda volta in sei mesi – la prima fu a dicembre – rispetto alle dichiarazioni bellicose di volere fare di testa propria. E questa volta l’ha piegata non all’ultimo momento, come avvenne a dicembre, ma con qualche mese di anticipo rispetto alla predisposizione del bilancio 2020. Dal punto di vista delle dichiarazioni di intenti dei due partiti della coalizione, siamo di fronte a una sostanziale capitolazione. Sarà interessante vedere come i due capi dei partiti della maggioranza spiegheranno il cedimento alle politiche di austerità da loro combattute a parola con tanta veemenza. Resteranno al Governo per realizzare politiche che criticano aspramente o sceglieranno di far cadere il governo con il rischio di assumersi la responsabilità di una crisi senza ovvi sbocchi? Questa è materia per i prossimi mesi. Ma intanto sotto l’ombrellone o sul lago o in cima alle montagne o comunque in città, cerchiamo di  non scordarci che tra al massimo 60 giorni il problema di dove trovare quei 50miliardi che servono al Governo per affrontare  gli impegni assunti vedremo dove saranno “inventati”.Umilmente ricordiamo che   abbiamo un nuovo record per il debito pubblico italiano, che lo scorso novembre è aumentato di 10,2 miliardi, rispetto ad ottobre, raggiungendo il picco di 2.345,3 miliardi di euro. Se la si volesse suddividere per i quasi 60,5 milioni di italiani censiti  dall'Istat, significherebbe avere quasi 38mila euro di indebitamento pro capite, neonati e anziani inclusi.  

Riempiamo le culle ?Il Governo faccia politiche per la genitorialità

 www.formiche.net   ALESSANDRA SERVIDORI

 6 luglio 2019 

In Europa solo la Germania ha ricominciato a popolarsi di sangue giovane anche perché investe nella maternità e dunque nei servizi infantili, congedi parentali e politiche fiscali per la famiglia

 

DUE DONNE IN EUROPA

Bon ton, esperienza, capacità di governance e soprattutto signore! Avanzano le due candidature ai posti più importanti della nuova Europa dopo che la coppia Macron – scaltro giovane Napoleone – e Merkel  – forte e coraggiosa cancelliera – hanno dettato le regole: due signore, Lagarde e Von der Leyen, al vertice che riusciranno anche a dare un impulso alla guida dei 27 Paesi con un input liberale e democratico e soprattutto di grandissima esperienza sui temi economici.Lagarde manager stimatissima e politicamente molto autonoma del Fmi, già ministro, e Von der Leyden già ministro del lavoro tedesco e attualmente ministro della difesa, e poi ancora  Margrethe Vestale alla Vice Presidenza della Commissione: e guarda caso mamme felici di tanti figli.Questo sicuramente ci dà l’assist per capire come siamo messe in Italia. Le italiane elette in Europa sono 31 donne su 73 complessivi, il 42,4% e tornando in Patria, nelle ultime elezioni, il totale delle sindache neoelette o rielette tra il 26 maggio e il 9 giugno è di 635 su 3.823: il 16,6%.

LA MISOGINIA IMPERANTE

Non mi soffermo più di tanto sulla misoginia imperante in politica perché è chiaro che di strada ce n’è veramente molta molta ancora da fare. Mi soffermo molto di più e volentieri sulla situazione della denatalità che in queste ore pare essere arrivata all’attenzione della nostra gente quando è da anni che chi si occupa seriamente di politiche del welfare segnala questo declino inarrestabile di anno in anno e il fatto che i giovani e le giovani donne non sono affatto aiutati a mettere su famiglia.

Istat ci dice che la popolazione italiana in meno di un anno è diminuita di ben 124.427 bambini e ringraziando Dio ci sono ancora gli immigrati che scelgono di stabilirsi in Italia e compensano ulteriori drammi di denatalità. E sicuramente purtroppo non siamo gli unici poiché in  Europa soffre la Spagna ed è solo la Germania che ha ricominciato a popolarsi di sangue giovane anche perché investe nella maternità e dunque nei servizi infantili, congedi parentali  e politiche fiscali per la famiglia. E dunque è ovvio che l’immigrazione tedesca ha aiutato lo Stato ad essere virtuosamente proattivo.

Le statistiche dell’Unione allertano un po’ tutti i 27  perché il calo demografico porterà a riposizionare il sistema di welfare anche in virtù  dell’invecchiamento delle popolazioni e dunque della mancanza di forza lavoro. Nella manovra del dopo estate questo governo che NON ha dato alla famiglia l’aiuto che le serve, deve umilmente prendere atto della struttura del sistema tedesco e senza ulteriori rinvii dimostrare che forse le risorse della Cassa Depositi e Prestiti (risparmi nostri!) e i risparmi del perdente reddito di cittadinanza devono essere utilizzati per una politica che sostenga la famiglia. Abbiamo ancora tanto da imparare dalla Germania ed è per la nostra sopravvivenza.

 

UE :il giudizio della scuola italiana

 Alessandra Servidori www.IL DIARIODELLAVORO   1 Luglio 2019

Sotto accusa i seguenti elementi: 1) il tasso di abbandono scolastico superiore alla media europea, 2) ampie differenze regionali e territoriali,3) scarso sistema di apprendistato, 4) risultati sulle competenze di base fra i peggiori in Europa, 5) poca formazione dedicata agli adulti, 6) scarsi progressi nelle competenze digitali,7) bassa percentuale di laureati, 8) limitata istruzione terziaria professionalizzante ( ITS). Per quanto poi riguarda gli insegnanti si  afferma che servirebbero «ulteriori sforzi per attirare, assumere e motivare maggiormente gli insegnanti». Chiaro anche il giudizio sul  reclutamento incentrato sulle conoscenze  e le limitate prospettive di carriera con progressione per anzianità e non per merito. E ancora più determinato severo e pungente  sugli stipendi : «rimangono bassi rispetto agli standard internazionali e rispetto ai lavoratori con un titolo di istruzione terziaria. Le retribuzioni crescono più lentamente rispetto a quelle dei colleghi di altri paesi ».Tutto questo produce a giudizio della UE:«scarsissima attrattiva della professione di insegnante per le persone altamente qualificate e in un effetto disincentivante sul personale docente, che a sua volta ha un impatto negativo sui risultati di apprendimento degli studenti». A mio giudizio  l’analisi  schematica della professione docente  è troppo parziale e non tocca punti nodali come l’organizzazione/gestione  centralistica e burocratica, questioni di reclutamento che vanno oltre la mancanza di formazione professionale (v.sanatorie e concorsi nazionali, ecc..), l’assenza di una leadership intermedia, che è cosa diversa dall’avanzamento retributivo per merito (di cui abbiamo tristi esempi). E ancora un’irrazionale allocazione delle risorse e una dispersiva costruzione degli organici, l’assenza di un criterio di assegnazione dei migliori docenti nelle situazioni scolastiche più deboli, come avviene in altri Paesi. E si potrebbe continuare. A nostro parere  per chi ha consapevolezza del ruolo straordinario della nostra professione gli aumenti retributivi auspicati dall’UE, su cui tutti i media si sono concentrati, sono certamente importanti, ma non da soli. Per esempio  questo ultimo provvedimento della Ministra Buongiorno che ha deciso per i occhi vigili  che si vogliono installare in ogni aula (ora nella scuola dell’infanzia, poi si vedrà…), non sono lì semplicemente a controllare insegnanti maneschi, no, sono lì a dirci che la scuola ha perso ogni autorità e autorevolezza; sono lì a dirci che l’istituzione scuola, un tempo presidio rispettato di educazione e formazione, è stata completamente delegittimata .Non diverso è il significato dei controlli biometrici (impronte digitali o scansione dell’iridedei Dirigenti Scolastici, inseriti nel cosiddetto Ddl concretezza, per il riscontro della loro presenza a scuola.Per quanto potrò  e non sono sola anzi insieme alle associazioni dei docenti, non accetteremo che si scada in un generalizzato sistema di sorveglianza poliziesca, quando sarebbe vitale analizzare le crescenti difficoltà in cui si dibattono oggi i docenti e i dirigenti scolastici e trovare strategie per invertire quel processo di progressivo deterioramento che sta intaccando il rapporto di alunni e genitori con l’istituzione scolastica.Sono convinta, come giustamente afferma ADI associazione docenti, che molti insegnanti come chi scrive , continueremo nel nostro lavoro di ricerca  studio e di serio impegno, senza subire in silenzio questa preoccupante delegittimazione dell’istituzione scolastica e della professione docente e dirigente.

 

 

 

NEET : Start Mag Quanto è grave la situazione nostrana

Alessandra Servidori      START MAG 30 Giugno 2019

Ma come i sindacati lo scoprono oggi che c'è un consistente numero di giovani italiani che rifiutano qualsiasi forma di educazione, di inserimento sociale e di lavoro i cd neet (acronimo di Not in Education, Employment or Training) che, secondo i dati di  Eurostat sono i più numerosi in Europa ?E’ almeno una decina di anni che registriamo questo dato e drammaticamente  in Italia sono esattamente  oltre 2,2 milioni ed in crescita di anno in anno : un fenomeno che era già lievitato di oltre una decina di punti rispetto al 2008, l'anno della grande crisi internazionale. La fascia d'età dei Neet va dai 15 ai 29 anni per ragioni legate alla situazione di maggior difficoltà in cui versano qui i giovani rispetto agli europei. Nel 2007 il tasso Ue era pari al 13,2%, è lievitato di 2,7 punti percentuali durante la crisi del 2008 per poi scendere a 14,2% nel 2016 (solo +1 superiore al 2007). Il dato italiano era nel 2007 pari a 18,8%, è cresciuto di 7,4 durante la crisi, per poi scendere nel 2016 a 24,3% (ancora +5,5 rispetto al 2007) fino ad arrivare ad oggi. La composizione dei Neet è molto eterogenea: va dal neolaureato con alta motivazione e alte potenzialità che sta attivamente cercando un lavoro in linea con le proprie aspettative (prima eventualmente di riallinearsi al ribasso con ciò che il mercato offre), fino al giovane uscito precocemente dagli studi, scivolato in una spirale di marginalità e demotivazione. Ma dei quali però non abbiamo notizie certe perché NON esiste in Italia un Rapporto  che indichi la dispersione scolastica e l’abbandono e la differenza non è piccola. Poichè la dispersione non sappiamo quando lasciano la scuola e l’università  dove vanno e cosa fanno,e nell’abbandono si suppone rientrino anche le persone che non hanno un impiego per scelta, perché vogliono prendersi tempo per esperienze di diverso tipo o per dedicarsi alla famiglia. Il quadro  è quello di una generazione non aiutata con adeguata formazione e strumenti di politiche attive efficienti a trovare il proprio posto nei processi di sviluppo sempre meno solido e competitivo del Paese. Ne consegue un elevato rischio sia di lasciare ai margini i più vulnerabili, sia un alto grado di sottoutilizzo del capitale umano dei giovani ad alto potenziale. E poi vero è  che l'elevato numero di Neet deriva in larga parte dalle inefficienze nella transizione scuola-lavoro  ed è un fatto  che in Italia molti giovani all'uscita dal sistema formativo si trovano carenti di adeguate competenze e sprovvisti di esperienze richieste dalle aziende. Pesano anche le scarse opportunità nel sistema produttivo :molti giovani, infatti, con elevata formazione non trovano posizioni all'altezza delle loro capacità e aspettative e chi è occupato oggi  si adatta a svolgere un'attività poco o per nulla coerente con la propria formazione. Sappiamo da oltre un decennio dai nostri dati istat a partire dal genere e dall'area di residenza   che più della metà, il 56,5 per cento, è costituito da donne che vivono al Sud e hanno un livello di istruzione medio basso, licenza media o al più diploma superiore. Se si guardano alle percentuali delle donne la situazione appare più drammatica. Ogni cento ragazze, 72 si sono rassegnate a rimanere disoccupate e a non entrare nel mercato del lavoro. Anche in questo caso le performance peggiori si registrano al Sud, con picchi che superano l'80% e  a dimostrazione che quello dei Neet è un problema strutturale, una percentuale di inattivi superiore alla media nazionale lo fa registrare il Trentino Alto Adige, e molto alta anche la Lombardia. I dati statistici  sono importanti ma ancora di più deve essere la consapevolezza che ancora in Italia non è responsabilmente assunta  che i motivi per cui un giovane smette di studiare e di cercare lavoro, sono i percorsi che lo hanno portato in un limbo di inattività cronica, sono le difficoltà strutturali e sistemiche del mercato del lavoro italiano e che sono concause del problema .La verità è che anche con gli ultimi provvedimenti del reddito di cittadinanza questi giovani si trasformeranno  nel tempo in disoccupazione strutturale, una componente che nemmeno i contratti più flessibili riuscirebbero a inserire nel mondo del lavoro, con conseguenze a catena anche dal punto di vista pensionistico. Il sindacato e le istituzioni devono occuparsi dei ragazzi e delle ragazze , favorire il loro ingresso nel mercato del lavoro, creare dei percorsi virtuosi che tendano a scardinare il concetto che l'istruzione tecnica è di Serie B rispetto a quella intellettuale di Serie A e che le innovazioni tecnologiche saranno una banca preziosa per lo sviluppo imprenditoriale e per l’occupabilità giovanile anche modificando profondamente la formazione. Per fare ciò, uno strumento fondamentale è il contratto di apprendistato in tutte le sue forme, che aiuta sia i giovani sia le aziende, che in questo momento hanno bisogno di forza lavoro da impiegare per uscire dalla crisi. L'alternativa è quella di continuare a zavorrare la ripresa economica e il sistema Italia, ingrossare le fila di questi due milioni  e oltre di "analfabeti lavorativi" e ampliare il divario tra le necessità delle imprese e l'offerta di diplomati e laureati. E’ poi  necessario focalizzare l'attenzione sui tredicenni, sulle ragazzine e ragazzini che frequentano la terza media per sostenerli e orientarli al sapere professionalizzante, indirizzarli e accompagnarli in questi percorsi, fare di tutto per favorire l'alternanza scuola-lavoro. Altrochè reddito di cittadinanza.

IL SINDACATO ALLA PROVA DEI FATTI

LAVORO    www.ildiariodellavoro.it 

Il sindacato alla prova dei fatti

 

Una  indagine dell’Unioncamere, inquadrata nel Progetto Excelsior, ha monitorato la domanda di lavoro delle imprese allo scopo di osservare nel periodo recente, quali sono le professioni ricercate. I lavoratori previsti in entrata per grande gruppo professionale (ovviamente non si tratta solo di nuovi posti) in un periodo di tre mesi  sono 995.630 di cui 207.303 dirigenti, impiegati con elevata specializzazione e tecnici (20,8% del totale), 327.050 impiegati, professioni commerciali e nei servizi (32,8%), 285.510 operai specializzati e conduttori di impianti e macchine (29%), 172.730 appartenenti a professioni non qualificate (17,3%). Seguono poi le  indicazioni di quali sono (e in quale misura) le professioni di difficile reperimento  sia per il ridotto numero di candidati, sia per l’esperienza e la qualificazione inadeguate.  

Il confronto è particolarmente significativo se ragguagliato al titolo di studio, perché mette in chiaro quanto incidano le carenze del sistema scolastico rispetto alle esigenze del mercato del lavoro. Delle 995.630 entrate previste 137.480 richiedono un titolo di studio di livello universitario. Ebbene l’indagine sostiene che le difficoltà di reperimento riguardano il  32,1%  (di cui il 17,6% per ridotto numero di candidati).  Val la pena di notare quali siano gli indirizzi in cui si presentano maggiori difficoltà di reperimento: il 48% in ingegneria elettronica e dell’informazione; il 55,8% in ingegneria industriale e addirittura il 65,4% per l’indirizzo linguistico, interpreti e traduttori.

A livello secondario e post-secondario su 330.410 non è facilmente reperibile una quota pari al 26,2%. Anche in questa area vi sono dei ‘’buchi’’ clamorosi per quanto riguarda la possibilità di assumere personale con un titolo di studio pertinente: ben il 58,6% nell’indirizzo informatica e telecomunicazioni e il 52,7% nell’indirizzo linguistico; il 50,7% negli indirizzi della chimica, materiali e biotecnologie. È di difficile reperimento il 23,7% dei 300.570 titolari di qualifica o diploma professionale richiesti; sembrerà strano, ma la quota più elevata (57%) riguarda l’indirizzo abbigliamento (miracoli del made in Italy?). Persino laddove non è richiesta alcuna formazione specifica (227.170) è arduo reperire il 17,7% degli operatori. Per tirare le somme sui 995.630 soggetti, il 24,3% è di difficile reperibilità (l’11,3% per numero ridotto di candidati). Il 16,8% non ha esperienza nella professione e ben il 49% nel settore. Meritano una inquietante sottolineatura le carenze che permangono per quanto concerne le lingue straniere. Il fatto che non ci siano sufficienti insegnanti in questa materia si sconta anche nel lungo periodo.

Ma c’è un aspetto della digitalizzazione che non è stato sufficientemente approfondito, ma che – a mio avviso – potrebbe fornire un contributo alla ridefinizione di una nuova rappresentanza del lavoro. Il sindaco nei decenni scorsi ha accompagnato  fasi di grandi trasformazioni  nel passaggio da una società prevalentemente agricola ad una a forte connotato industriale; trasformazioni che ne hanno coinvolto le politiche rivendicative e gli strumenti organizzativi nel territorio e nell’impresa, lungo un processo che prende le mosse dal primato degli accordi interconfederali,  l’accordo sul conglobamento,il contratto nazionale di categoria (la c.d. verticalizzazione) negli anni ’60 al prorompere della contrattazione decentrata,  con la costituzione dei consigli dei delegati in un contesto di diritti sindacali (assemblea retribuita, diffusione della propaganda, tutela dei dirigenti, affissione, ecc.) con i quali lo Statuto dei lavoratori garantiva ampia agibilità politica.  Queste trasformazioni non furono né facili, né brevi, né indolori, ma richiesero profondi mutamenti nell’allocazione delle risorse materiali ed umane allo scopo di essere minimamente all’altezza delle competenze richieste dalle nuove sfide.

 Il  sindacato ora deve fare veramente un salto di qualità e oltre che riempire le piazze deve non  rimanere travolto  dagli effetti dell’immissione di nuova tecnologia nei processi produttivi manifatturieri, e soprattutto  nella società del terziario e  dei servizi. Basta essere solo con la testa rivolta al pubblico impiego e ai pensionati ( neanche poi veramente tutelati !) .La prospettiva sta altrove. Il mercato dei servizi rappresenta  il 70% delle attività economiche europee, detiene il 68% dell’occupazione complessiva ed è ritenuto in grado di offrire le maggiori opportunità per l’ulteriore crescita dei posti di lavoro. È proprio l’esigenza di una maggiore competitività del settore manifatturiero a dipendere sempre più dalla fornitura di servizi moderni e flessibili, dal momento che l’efficacia dei servizi alle imprese rappresenta un fattore cruciale nella localizzazione delle multinazionali, mentre le attuali persistenti rigidità tendono a scoraggiare gli investimenti diretti esteri. 

Sono i servizi, soprattutto quelli privati, il settore prevalente di ogni moderna economia e riassumano in sé l’intreccio tra i nuovi rapporti di lavoro, le figure professionali emergenti e soprattutto sono tenuti insieme ed organizzati attraverso le reti della digitalizzazione. Il sindacato dopo aver sperimentato l’inutilità dei tradizionali strumenti politici ed organizzativi deve saper  costruirne di nuovi e più adatti, e non  rimanere attaccato ad un’idea del lavoro e di un’organizzazione produttiva considerata immutabile perché  corrispondente al modo di essere del sindacato stesso.  Il sindacato deve abbandonare  i grandi alibi  a giustificazione della propria impotenza: il c.d. precariato, la trappola dei rapporti flessibili e del lavoro a tempo determinato, la c.d. mortificazione dei diritti.

Dal momento che i lavoratori non si riuniscono più nei medesimi luoghi di lavoro, ma spesso operano isolati con forme di lavoro agile o di collaborazioni per più imprese, bisogna  raggiungerli e innovare nel contratto applicando  loro quando è ormai chiaro che la medesima prestazione può essere svolta – a seconda delle regole concordate – nell’ambito di differenti rapporti di lavoro. Le nuove tecnologie consentirebbero –  senza doversi affidare alla  piattaforma Rousseau – di riunificare gran parte del mondo del lavoro non più riconducibile all’interno dei tradizionali confini. Un pc può essere uno strumento molto più efficace di un volantino; una mail list completa ed aggiornata  un mezzo più rapido per raggiungere gli iscritti e condividere con loro la vita associativa nei suoi principali aspetti.  Se si è trovato un ‘’nuovo modo di fare l’automobile’’ (l’aspirazione/chimera  ai tempi della catena di montaggio), si potrà pure arrivare al giorno in cui  anche gli algoritmi che determinano le scansioni dell’organizzazione del lavoro divengano materia di confronto e di contrattazione.


25 Giugno 2019

Dimissioni sul lavoro e povertà

LAVORO E WELFARE

Dimissioni sul lavoro e povertà, testi a confronto

 In un inserto locale di un quotidiano  sono state date  notizie parziali dalla Consigliera di parità dell’Emilia-Romagna che ha resi noti i dati sulle dimissioni volontarie, che di norma vengono resi noti contestualmente a livello nazionale supportati da una analisi precisa su tutto il territorio.  Questa volta l’Ispettorato Interregionale del Lavoro Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Veneto Sede di Venezia evidentemente ha dato in anteprima i dati e la Consigliera dell’Emilia-Romagna ne ha estrapolato i risultati  attraverso un’ intervista. A mio parere scorretta, in quanto il Rapporto Nazionale è sempre stato divulgato dalla Sede del Ministero Nazionale e in tempi tali da avere l’opportunità di una riflessione complessiva e collegiale.

I risultati relativi alle convalide rilasciate dagli Ispettorati Territoriali  alle lavoratrici madri ed ai lavoratori padri nel corso dell’anno 2018, per gli effetti dell’ art. 55 del D. Lgs. n. 151/2001, come ogni anno risultano infatti  molto interessanti poiché evidenziano le risoluzioni consensuali del rapporto e la richiesta di dimissioni presentate durante il periodo di gravidanza che ovviamente, e in virtù della norma operante ,acquistano efficacia soltanto successivamente al rilascio del  provvedimento da parte dell’Ispettorato e per accertare l’autenticità della volontà dimissionaria per garantire le tutele connesse alla genitorialità e contrastare eventuali abusi.  E vanno studiati attentamente anche in relazione alla territorialità e ad altre situazioni economiche che avremo sicuramente l’opportunità di riscontrare dalla divulgazione dell’Ispettorato.

L’Ispettorato Nazionale del lavoro raccoglie attraverso una modulistica  annualmente  compilata dai  territori la fotografia dell’andamento di tali istituti , analizza i dati  estratti da un applicativo informatico utilizzato a livello nazionale per la rilevazione automatizzata degli elementi statistici relativi ai  provvedimenti e ne presenta il Rapporto insieme alle Consigliere di parità . Nell’analisi della Consigliera Emiliana Romagnola  come purtroppo  succede da parecchi anni , senza nessuna soluzione di continuità storica ,nel corso dell’anno 2018 il numero complessivo di dimissioni e risoluzioni consensuali convalidate a livello regionale è risultato in aumento  di circa il 23 % rispetto a quello rilevato nel 2017 come  succede  in tutta Italia anche se differenziato per territorio. Le proiezioni regionali sono in linea con quelle nazionali ove si registrano convalide riferite principalmente alle dimissioni volontarie e per giusta causa   che sono pari a n. 47.410 e in aumento rispetto all’anno precedente.

Il metodo a livello nazionale di rilevazione è molto circostanziato e se vero è che la situazione è molto delicata e preoccupante, sarebbe stato corretto rispettare la tempistica di rendere noto contemporaneamente i dati dell’intero territorio nazionale. Nel 2018 a livello nazionale le dimissioni e le risoluzioni consensuali hanno interessato in misura predominante le lavoratrici madri, e le  convalide relative ai lavoratori padri  a livello nazionale sono meno della metà di quelle riguardanti le lavoratrici madri, anche se annualmente in aumento . Dal 2017 sono dettagliate le fasce di età dei lavoratori/delle lavoratrici e a livello nazionale si conferma la fascia di età da “maggiore di 34 fino a 44 anni”, e anche nel 2018 il rapporto inversamente proporzionale tra dimissioni/risoluzioni convalidate e anzianità di servizio, cioè ad una minore esperienza in azienda corrisponde una più rilevante “fuga” dal posto di lavoro. Interessante il dato  che riguarda  l’eventuale richiesta di part time o flessibilità da parte dei lavoratori interessati alle convalide e l’accoglimento di tali istanze da parte dell’azienda, poiché è e rimane un motivo ricorrente perché il non accoglimento ovviamente soprattutto da parte delle lavoratrici madri,porti alla scelta di cessare il rapporto di lavoro.  È evidente una reale difficoltà di conciliare la vita familiare con il lavoro a tempo pieno  ed è ancora più plastico il fatto che il settore settore produttivo maggiormente interessato dalle convalide è il terziario , tradizionalmente caratterizzato dalla prevalente occupazione femminile e, anche se in numero minore,  anche i dati relativi all’industria  e all’edilizia. Risulta del tutto residuale il dato relativo alle mancate convalide  a fronte di 29 su tutto il territorio nazionale segno che non solo gli ispettori svolgono ottimamente il loro lavoro ma anche le aziende sono più corrette.

È bene ricordare che il compito di contrastare le discriminazioni sul lavoro era stato già delineato dal dlgs 198/2006 e poi modificato  con il  D. Lgs. 14 settembre 2015, n. 151 recante “Disposizioni di razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese e altre disposizioni in materia di rapporto di lavoro e pari opportunità, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183”,   affidando alle Consigliere ed ai Consiglieri di parità il compito di rilevare “le situazioni di squilibrio di genere, anche in collaborazione con le direzioni interregionali e territoriali del lavoro (oggi rispettivamente Ispettorati interregionali e territoriali del lavoro), al fine di svolgere le funzioni promozionali e di garanzia contro le discriminazioni nell’accesso al lavoro, nella promozione e nella formazione professionale, ivi compresa la progressione professionale e di carriera, nelle condizioni di lavoro compresa la retribuzione, nonché in relazione alle forme pensionistiche complementari collettive di cui al D.Lgs. 5 dicembre 2005, n. 252” e di collaborare “con le direzioni interregionali e territoriali del lavoro al fine di rilevare l’esistenza delle violazioni della normativa in materia di parità, pari opportunità e garanzia contro le discriminazioni. Tale collaborazione era già effettiva,  sin dai contenuti del Protocollo d’intesa stipulato, in data 25 giugno 2007, tra la Direzione generale per l’Attività Ispettiva e la rete delle consigliere  e realizzava annualmente il Rapporto delle dimissioni. Nel 2018, rispetto all’anno precedente si è appurata, una diminuzione pari al -37% delle violazioni degli istituti posti a tutela della maternità, in termini di numeri assoluti.

Secondo il Rapporto sulla povertà divulgato da Istat rispetto alla tipologia familiare, l’incidenza di povertà assoluta aumenta al crescere del numero di minori presenti in famiglia (6,5% per le coppie con un figlio, 10,1% per quelle con due figli e 17,2% per le coppie con tre o più figli), ed è elevata tra le famiglie monogenitore (16,8%) e per le tipologie in cui spesso convivono più nuclei familiari (20,1%). Le famiglie monogenitore  registrano  una crescita significativa rispetto al 2017 (quando l’incidenza era l’11,8%).Si trovano in  condizione di povertà assoluta ben 1,26 milioni di minori, contro gli 1,2 milioni del 2017. Al Sud quasi uno su 6. Per Save the Children “la povertà minorile rappresenta una piaga diffusa che affligge il presente e il futuro dei bambini e delle bambine in tutto il Paese e in modo particolare in quei luoghi dove minori sono le opportunità di crescita e di sviluppo. È sempre più urgente e indispensabile che la politica lavori a un piano nazionale di contrasto alla povertà minorile che non può più essere procrastinato”.Ma è altrettanto urgente un piano di sviluppo dell’occupazione femminile incardinata su sostegni alle aziende che applicano strumenti di flessibilità lavorativi e welfare aziendale per sostenere il bilanciamento di tempi di vita tra lavoro e cura del nucleo familiare e dunque evitare così il fenomeno delle dimissioni che impoveriscono la comunità.

Alessandra Servidori


20 Giugno 2019

Cattolici e politica

Alessandra Servidori     www.formiche.net

Come un fiume carsico ri/torna la questione dei cattolici in politica e francamente le parole di Paolo VI “La politica è la più alta forma di carità” rimangono un riferimento straordinario  anche se in questi ultimi tempi in la questione morale nella Chiesa vive tensioni notevoli in una situazione di incertezza sociale. La mia convinzione è che nel vuoto di prospettiva storica di che società e sistema può governare  e su che valori  deve realizzarsi la diffusione e il formarsi della classe dirigente vicina al popolo,forte e presente . C’è bisogno oggi di una Chiesa che torni ad essere autorevole e potente nel suo programma e nelle sue strutture intermedie,e quindi capace di legarsi e di agire poderosamente nel vuoto della società e della politica.La testimonianza si costruisce nell’azione e nella passione,avendo un credo e degli ideali da perseguire anche e soprattutto nella concretezza della politica,costruendo ,indirizzando, interagendo con un popolo oggi troppo indistinto attraverso una ricostituita vitalità per la promozione dell’uomo e della donna e il buon paese.Muoversi agire e  con programmi partecipati e condivisi dedicati alla realtà della nostra situazione sociale camminando più vicini ai bisogni collettivi,costruendo una Fondazione organizzata e finanziata dalla Cei con lo scopo di sostenere una scuola di attività di formazione politica che siano stabili e continue e articolate. Una Fondazione che  mette in campo  i fondamentali della Dottrina Sociale e anche un approfondimento indispensabile della situazione dell’Europa che riteniamo necessaria perchè il contesto di riferimento è radicalmente cambiato ed occorre ripensare ad un sistema di welfare che sia più europeo e cioè una comunità che stabilisce -tra gli altri orientamenti- gli standard minimi di protezione di sicurezza sociale, ambientale da rispettare su tutto il territorio dell’unione comportando interventi perequativi tra le arre più deboli e le più ricche, cercando  così  di trovare la battaglia comune su cui i governi e le famiglie politiche europeiste e federaliste della UE potrebbero unirsi contro la cieca demagogia nazionalista populista e velleitaria di chi vuole una Europa divisa e debole e una Italia fragile preda di un governo centralista e punitivo. Anche questa è una azione di grande respiro cattolico.  

Fondi pensione,donne e tanto altro

Alessandra Servidori    www.ildiariodelavoro.it

 Fondi Pensione : le donne ancora e sempre penalizzate ma sull’onda Europea qualcosa anche in Italia si muove

Il Rapporto della Covip 2018 si presta ad alcune considerazioni non nuove alle nostre valutazioni  sulle politiche femminili ma particolarmente preoccupanti  alle quali dedicare il punto. Le pensioni delle lavoratrici dovrebbero essere la vera priorità in ambito previdenziale, piuttosto che il pensionamento anticipato. Tema sempre attuale e con il quale il Paese si confronta da tempo di fronte a due “spinte” fortissime: la sostenibilità del sistema e le aspettative di molte persone legate a condizioni soggettive particolari.Segnaliamo come le donne accedano in maniera significativa alla pensione con quella di vecchiaia e, soprattutto, vedano allargarsi in negativo il gender gap relativo al valore della stessa pensione. Sottoponiamo questi dati per sollecitare una urgente riflessione anche prendendo atto che oggi la priorità sembra sia il tema del pensionamento anticipato.Secondo i vari rapporti annuali dell’Inps, tra gli ex dipendenti privati l’importo medio mensile lordo delle pensioni di vecchiaia liquidate nel 2018 è stato di 1.170 euro per gli uomini e di 858 euro per le donne, mentre tra gli ex dipendenti pubblici è stato di 2.456 euro per gli uomini e di 1.748 euro per le donne. Tra gli autonomi parliamo di 858 euro per gli uomini e 629 per le donne, e l’importo per i parasubordinati si è attestato a 1.142 euro per gli uomini e a 705 euro per le donne.In tutti i casi, emerge un forte gap tra le pensioni delle lavoratrici e quelle dei lavoratori.Questa tendenza si verifica anche se guardiamo le pensioni di anzianità o anticipate: nel 2017, l’importo medio è stato di 2.450 euro per gli uomini e 1.758 euro per le donne tra gli ex dipendenti privati, mentre tra gli ex dipendenti pubblici è stato di 3.091 per gli uomini e di 2.281 euro per le donne.All’origine di questo gap c’è una sostanziale disparità nelle carriere lavorative. Le lavoratrici sono spesso costrette a periodi di inattività, legate ad esempio alla maternità o alle esigenze di cura verso i genitori. Per gli stessi motivi, sono più inclini ad accettare o cercare lavori part-time, con la conseguenza che il loro reddito è inferiore a quello dei loro colleghi. Ciò si ripercuote sulla pensione che, in tutto o in parte, è calcolata sulla base dei contributi versati (i quali, a loro  volta, sono calcolati sulla base del reddito).Oltre al gap per quanto riguarda l’importo, dal rendiconto sociale dell’Inps emerge un’altra dinamica che è destinata ad accentuarsi negli anni a venire, ovvero una disparità anche nell’età pensionabile. Dal 2012 al 2018 sono state liquidate 3.583.079 pensioni, di cui 1.985.325 per le donne e 1.597.754 per gli uomini. Tuttavia, analizzando i singoli anni si vede che il rapporto donne/uomini è passato da 1,34 nel 2012 a 1,07 nel 2018, con una tendenza che nei prossimi anni porterà il numero delle pensioni degli uomini a superare quello delle donne. Tra il 2012 e il 2018 sono state liquidate 717.279 pensioni di vecchiaia, di cui 307.266 alle donne e 410.013 agli uomini. Un dato in assoluta controtendenza rispetto agli anni precedenti il 2012, quando erano le pensioni di vecchiaia liquidate in favore delle donne a prevalere come numero.Nel 2012, relativamente alle pensioni di vecchiaia, il rapporto donne/uomini era di 1,7 in favore delle donne; alla fine del periodo il rapporto è sceso a 0,49; due pensioni di vecchiaia per gli uomini contro una delle donne. Tra il 2012 e il 2018 sono state liquidate 1.076.675 pensioni di anzianità/anticipata, di cui 417.314 alle donne e 659.361 agli uomini; il rapporto donne/uomini è passato dallo 0,41 iniziale a 0,57 alla fine del periodo. Il rapporto tra le pensioni di vecchiaia e quelle anticipate, rilevato separatamente per donne e uomini, conferma il calo delle pensioni di vecchiaia, più marcato per le donne e l’aumento delle pensioni di anzianità/anticipate sia per le donne che per gli uomini. Quando  pochi giorni fa  Consip ha diffuso il rapporto annuale dei fondi pensione  abbiamo preso atto che resistono un gap geografico e un gap sociale e si conferma un gap generazionale e di genere. L'allarme ribadito sempre negli anni sottolinea che «proprio nelle situazioni in cui più elevata è l'esigenza di consolidare la pensione di primo pilastro con quella complementare il grado di partecipazione non risulta adeguato». Vale per il Sud, così come «i giovani e le donne restano ai margini». Mentre «i tassi di partecipazione più elevati continuano a registrarsi nelle aree più ricche del Paese». Da qui l'invito della Commissione di vigilanza sui fondi pensione «a valutare l'opportunità di valorizzare schemi di incentivazione fiscale dei contributi che prevedano la possibilità di riportare ad anni di imposta successivi i benefici che non si sono utilizzati in una fase di incapienza fiscale» rivedendo ed estendendo possibilità previste dal decreto legislativo del 2005) oggi limitate ai lavoratori di prima occupazione. La Covip esercita oggi la sua funzione di vigilanza su oltre 250 miliardi di euro di risparmio previdenziale privato (167 miliardi dei fondi pensione; 85 miliardi delle casse professionali). A fine 2018 gli iscritti alle diverse forme di previdenza complementare sono quasi otto milioni (+4,9% rispetto al 2017), con una copertura del 30,2% sul totale delle forze di lavoro. I contributi raccolti nell'anno ammontano a 16,3 miliardi di euro. Il 2018 è stato un anno negativo per i mercati finanziari e ne hanno risentito anche i rendimenti dei fondi pensione ma, rileva la Covip con la relazione annuale sull'attività nel 2018, alla Camera, «dopo dieci anni di performance positive»" nel 2009-2018 «il rendimento netto medio annuo è stato del 3,7% per i fondi negoziali e del 4,1 per i fondi aperti; mentre nello stesso arco temporale la rivalutazione del Tfr si è attestata al 2%». Distinto per genere e classe di età (cfr. Tav. 2.8), il rapporto tra numero di iscritti e forze di lavoro (tasso di partecipazione) dei maschi è superiore a quello delle femmine: 32,7 contro 26,9 per cento. La differenza si riscontra su tutte le classi, con una forbice che si allarga dai cinque punti percentuali della fascia 15-24 fino a otto punti in quella 55-64 anni. Serve, avverte la Commissione, «recuperare il ritardo normativo delle casse professionali: occorre procedere rapidamente all'adozione del regolamento sugli investimenti delle Casse, atteso dal 2011». E serve una «evoluzione del welfare integrativo»: per la Covip «è necessario lo sviluppo di un complessivo sistema di welfare integrativo più equo, efficiente e inclusivo, capace di contribuire a dare una risposta alle trasformazioni demografiche e sociali in corso, nel quale le singole componenti operino in modo complementare e coordinato anche attraverso un'azione di vigilanza anch'essa integrata e unitaria su previdenza e sanità integrative: una vigilanza a vocazione sociale».

Qualcosa quest’anno sul versante del gap di genere pare essersi mosso.Con la Deliberazione COVIP del 22 maggio 2019 sono state adottate le nuove “Disposizioni in ordine alla parità di trattamento tra uomini e donne nelle forme pensionistiche complementari collettive”, in sostituzione di quelle di cui alla Deliberazione COVIP del 21 settembre 2011. Le Disposizioni tengono conto di quanto disposto dall’art. 30-bis del Decreto lgs. 11 aprile 2006 n. 198 (Codice delle pari opportunità tra uomo e donna), introdotto dall’art. 1, comma 1, lett. v), del Decreto lgs. 25 gennaio 2010 n. 5, con il quale è stata recepita la direttiva 2006/54/CE, riguardante la parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego. L’art. 30-bis del Decreto lgs. n. 198/2006 reca in particolare norme in tema di divieto di discriminazioni nelle forme pensionistiche complementari collettive, stabilendo anche che differenze di trattamento sono consentite ove le stesse siano giustificate sulla base di dati attuariali, affidabili, pertinenti ed accurati. In base a tale disposizione la COVIP vigila al riguardo e raccoglie, pubblica e aggiorna i dati relativi all'utilizzo del sesso quale fattore attuariale determinante, relazionando almeno annualmente al Comitato nazionale di parità e pari opportunità nel lavoro. Nel merito, le nuove Disposizioni non sono più limitate, come le precedenti, alle sole forme pensionistiche collettive che erogano direttamente le prestazioni, ma riguardano anche i fondi pensione collettivi che erogano prestazioni tramite convenzioni assicurative, i quali, laddove eroghino prestazioni differenziate per genere, saranno pertanto tenuti ad inviare, secondo la tempistica ivi prevista, un’apposita relazione alla COVIP. La relazione, redatta da un attuario, attesta che le prestazioni differenziate trovano fondamento in dati attuariali affidabili, pertinenti e accurati. Tale relazione potrà essere redatta da un attuario incaricato dal fondo pensione, e distinto da quello dell’impresa di assicurazione, oppure anche dallo stesso attuario dell’impresa di assicurazione. La novità in parola si basa su un diverso approccio interpretativo della normativa di riferimento di cui al Decreto lgs. 11 aprile 2006 n. 198 nel frattempo maturato e condiviso con IVASS, tenuto anche conto dei chiarimenti contenuti nelle Linee direttrici pubblicate in materia dalla Commissione europea il 13 gennaio 2012, adottate a seguito della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea del 1° marzo 2011 (c.d. sentenza Test Achats). Le Linee direttrici della Commissione europea hanno messo chiaramente in luce i profili di differenziazione che, per quanto di interesse della previdenza complementare, sussistono tra la direttiva 2006/54/CE e la direttiva 2004/113/CE, precisando che nel campo di applicazione della direttiva 2006/54/CE rientrano i regimi previdenziali professionali, anche se prevedono il pagamento di prestazioni in rendita tramite un’impresa di assicurazione, mentre la direttiva 2004/113/CE si applica solo alle assicurazioni e pensioni di natura privata, volontarie e distinte dal rapporto di lavoro. Tali elementi di differenziazione tra le due direttive, come sopra precisati dalla Commissione europea, sono altresì rinvenibili nella corrispondente normativa nazionale di riferimento (art. 30-bis e art. 55- quater del Decreto lgs. n. 198/2006 e norme contigue). Considerate le differenze esistenti a livello comunitario e i chiarimenti contenuti nelle Linee direttrici della Commissione europea, si è quindi ritenuto che la norma di cui all’art. 55-quater del Decreto lgs. 11 aprile 2006 n. 198, che impone ora l’applicazione di regole unisex ai contratti assicurativi, non riguardi le prestazioni erogate dalle imprese di assicurazione per conto di forme pensionistiche complementari collettive, alle quali deve per converso applicarsi l’art. 30-bis del medesimo Decreto. Ciò comporta che alle predette prestazioni si applichino tutte le regole ivi dettate, che per taluni profili continuano ad ammettere differenziazioni tra sessi. Conseguentemente spetta alla COVIP di vigilare - sempre per il tramite dei fondi pensione - sulla “affidabilità, pertinenza e accuratezza dei dati attuariali che giustificano trattamenti diversificati”, anche nel caso in cui tale attività fosse svolta da un’impresa di assicurazione per conto di un fondo pensione; tali forme sono inoltre da ricomprendersi nella relazione che la COVIP presenta al Comitato nazionale di parità e pari opportunità nel lavoro. Le considerazioni che precedono hanno quindi reso necessaria l’adozione di nuove Disposizioni in materia. Il provvedimento tiene conto delle osservazioni pervenute ad esito della pubblica consultazione posta in essere dalla COVIP, in conformità alla Legge 262/2005. https://www.covip.it/wp-content/uploads/B.038.Paritaditrattamento_nuovo.pdf

Sempre peggio il gap del lavoro

Sempre peggio il gap del lavoro tra donne e uomini   www.ildiariodellavoro.it 3 Giugno 2019 A.Servidori

Chissà il Truce (copyright  Giuliano Ferrara) cosa intende fare per aumentare nella  disperata situazione economica italiana, rappresentata eccellentemente dal governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco, per aumentare- fra l’altro- l’occupazione femminile che “gareggia” per gli ultimi posti nella UE con la Grecia? Itinerari Previdenziali ci offre una analisi aggiornatissima, attraverso tabelle che parlano con i numeri disastrosi di una comparazione nell’arco di 10 anni 2007/2017. Sono stati posti in relazione due dati: il tasso di occupazione femminile e il cosiddetto gender employment gap, ossia la forbice tra il tasso di occupazione maschile e quella femminile. In questo caso, infatti, vediamo come l’Italia e la Grecia si distanzino dal gruppo dei Paesi europei, con un gender employment gap pari a 18,2 punti percentuali per l’Italia e 18,3 per la Grecia e un tasso di occupazione rispettivamente del 48,9% e del 44,4%.

Solo Malta presenta una forbice tra i tassi di occupazione maschile e femminile più elevata dell’Italia (22,5 punti percentuali), ma rimane più vicina al gruppo dei Paesi europei per via di una percentuale di occupazione femminile più alta (57,6%). Molto più contenuti i valori negli altri Paesi del Mediterraneo: Spagna, Portogallo e Cipro, infatti, si collocano al centro con un tasso di occupazione femminile compreso tra il 55% della Spagna e il 64,8 del Portogallo e una distanza meno marcata rispetto all’occupazione maschile. Mentre i Paesi emergenti dell’Est Europa hanno livelli molto bassi di gender employment gap e tassi di occupazione femminile più alti della media dei Paesi europei: basti pensare che in Lituania a un’occupazione femminile del 70,2% corrisponde un’occupazione maschile del 70,6 %.

Una peggiore condizione occupazionale delle donne in Italia rispetto al resto d’Europa si evidenzia anche osservando i dati della disoccupazione femminile. Nell’arco temporale considerato –cioè dal 2007 al 2017-, nei Paesi europei si registrano due fasi: nella prima, post crisi, si evidenzia un aumento del peso della disoccupazione sulla popolazione attiva, che dal 2008 al 2013 passa dal 7,5% al 10,9%; nella seconda fase si registra un miglioramento del dato, fino ad arrivare a un livello di disoccupazione del 7,9% nel 2017, solo lo 0,5% in più del tasso di disoccupazione maschile. In Italia, invece, il tasso di disoccupazione – sia femminile che maschile – presenta cifre peggiori, e anche la fase di diminuzione della disoccupazione inizia successivamente a quanto avviene nella media dei Paesi europei.

Nel 2007 le donne disoccupate erano il 7,8% della popolazione attiva, nel 2013 quasi il doppio (13,8%), mentre nel 2017 sono ancora il 12,4%, ossia 2 punti percentuali in più dei disoccupati di sesso maschile, sensibilmente di più del resto d’Europa. Tale evidenza diventa ancora più grave se si considera la percentuale di donne disoccupate nella fascia di età tra i 15-24 anni, che nel 2017 è quasi il doppio del dato europeo, registrando un valore del 19,7% a fronte dell’11,1% della media dei Paesi europei . Infine, anche osservando il trend della popolazione inattiva , è possibile evidenziare un forte gap tra la situazione lavorativa delle donne europee e di quelle italiane. Pur essendo lievemente diminuito il numero delle donne che non lavora né cerca alcun lavoro, dal 2001 al 2017 la distanza tra il valore italiano e quello della media europea si è quasi standardizzato, mantenendo un livello costante di circa 10 punti percentuali: nel 2017 in Italia è inattivo il 44,1% delle donne e il 25% degli uomini, mentre in Europa è inattivo il 32,2% delle donne e il 21,1% degli uomini.

L’Italia presenta tra i più alti livelli sia di gender employment gap, ossia di distanza tra percentuali di uomini occupati e donne occupate, che di disoccupazione femminile, specie in età giovanile e, in maniera ancora più accentuata, nelle ragazze con livelli educativi più bassi. Le sfide future connesse all’occupazione generata dall’economia digitale e dalla cosiddetta Industria 4.0, possono  costituire un’opportunità per le donne italiane, soprattutto laddove se riesca ad accompagnare questo percorso innovativo con adeguati investimenti nella formazione. Ad esempio, agevolare l’aumento delle donne laureate nei settori STEM potrebbe contribuire all’incremento dell’occupazione femminile e, al contempo, alla riduzione della distanza tra la condizione delle donne in Italia e quella delle donne negli altri Paesi d’Europa. L’incontro del 22 maggio a Brussel come Equal-ist EU Gender equality in formation science and tecnology ha evidenziato quanto una scelta di questo genere sarebbe lungimirante e proattiva. Ma questo Governo lo capisce?

 

Alessandra Servidori

E adesso : riflessioni su cosa dobbiamo fare adesso in EUROPA

Alessandra Servidori   - https://www.startmag.it/blog/come-cambiera-leuropa/    27 MAGGIO 2019

“ Deficit blindato in Italia la Ue se ne farà una ragione” . Salvini  rischia di soffocare  con lo spumante mentre ripete questa ennesima provocazione supportata da quel 34% degli italiani aventi diritto che non solo lo hanno votato, ma di cui,  dice lui “Si fidano di me”. Oggi il potere chi lo ha è convinto di averne sempre di più ed essere in grado di fare a meno degli altri ma in un Paese complesso l’autosufficienza non esiste: anche chi ha larghi consensi non può fare a meno delle coalizioni senza supponenza. Salvini fa leva sulla propaganda e sulla demagogia e dovrà in fretta confrontarsi con una realtà complicata sia in Italia che in Europa e soprattutto con quello che accade nel nostro mondo europeo schiacciato da pregiudizi ed egoismi. L’Italia deve affrontare il cammino verso una nuova integrazione comunitaria e l’unione è il risultato di una attività negoziale indefessa,articolata ,incalzante e sarà sul piano del peso internazionale che noi ci dovremo misurare e le premesse per i posti di comando più robusti non sono confortanti :   NOI SIAMO FUORI DAL FUTURO   EUROPARLAMENTO  a  maggioranza di forze europeiste,con  ppe ,socialisti, i liberali e comunque i macroniani ( se pur ridotti), cioè la Presidenza  del Parlamento la Commissione il Consiglio  la BCE  saranno comunque franco tedesca e finlandese  e i partiti italiani per la prima volta  saranno  penalizzati a Strasburgo e altrove e per rinnovarsi e apparire credibile l’Unione europea deve ripensare il suo corso neoliberale sul versante economico,sociale, della sicurezza e delle relazioni industriali  e commerciali con le grandi potenze mondiali. L’Europa deve arrivare ad avere leggi comuni perché è la convergenza giuridica che genera il senso di comunità partendo per esempio dal diritto di voto,dalle leggi tributarie e dai diritti sociali e dunque di previdenza sociale paneuropeo che significherebbe solidarietà istituzionalizzata tra i cittadini di ogni paese all’interno della ue.Ecco perché Salvini deve cambiare tono e passo sul versante di quota 100 così come sulla tassa flessibile-flat tax e così come sull’occupazione e il lavoro  eliminando il corso perverso del reddito di cittadinanza e trovando una formula condivisa per il salario minimo orario lordo attraverso  una applicazione corretta dell’art 39 della nostra costituzione ,convergendo in una eurozona poiché la convergenza delle leggi   non comporta una centralizzazione .Infatti in Germania i benefici dell’assicurazione contro la disoccupazione sono gli stessi per tutti i cittadini anche se la Repubblica federale non è uno Stato centralizzato e i singoli lander sono molto diversi dal punto di vista culturale. Il Parlamento Europeo deve possedere pieni poteri divisi  tra i paesi  e soprattutto potere di iniziativa legislativa anche in ambito di bilancio. La procedura legislativa ordinaria che richiede l’approvazione di entrambe le Camere dovrebbe essere estesa a tutti i settori della politica europea. Le Regioni Europee autoctone devono comporre un Senato Ue come seconda Camera del Parlamento e l’elezione del presidente diretta. In buona sostanza una federazione di rete di regioni sarebbe efficace sia esternamente nella sua capacità di agire negli scenari internazionali e per esempio in Italia sarebbe vicina ai suoi cittadini attraverso una identità regionale. L’Europa ha bisogno come l’Italia di obiettivi chiari e stabili,prospettiva e direzione di programmi emancipati con una democrazia europea solidale economica di  una moneta che è già un contratto sociale , di un mercato unico robusto che ha regole che si rispettano soprattutto sul versante della spesa pubblica e degli investimenti, del sistema fiscale.

Salvini se ne faccia una ragione e impari a governare con e per piuttosto che contro.

 

Alessandra Servidori https://www.ildiariodellavoro.it/adon.pl?act=doc&doc=72580#.XO62wYgzZPY 28 MAGGIO 2019

Matteo Salvini si può definire un buon politico? Se questo italiano verace vorrà costruire una comunità di destini forse ha qualche prospettiva di rimanere nel cuore e nel voto di quel 34% di gente diritto al voto che crede in lui. Perchè le basi culturali di Salvini non sono ancora ben definite essendosi furbescamente travestito conseguenzialmente da padano a populista  da nazionalista  a santone a predicatore in men che non si dica. Il dubbio è legittimo perché come ci ha insegnato Max Weber effettivamente  le basi culturali di una comunità vanno ricostruite da storie e hanno bisogno di essere costantemente ristrutturate per mantenersi vive. Abbiamo un legittimo dubbio che Salvini  cerchi , come ha già fatto con la triste esperienza penta stellata ,di impostare artificialmente le regole attraverso  un patto ,un accordo con un contratto sociale  ricostruendo un’altra trappola artificiale .Lui è un politico carico di demagogia  che usa sfacciatamente l’esorcismo religioso  con la propensione ad aggregare le persone per meglio garantirsi la carriera politica agendo sull’istinto naturale delle persone per garantirsi la sopravvivenza. L’esorcista ha individuato il nemico che in politica è fondamentale : la paura dell’immigrazione, della violenza, della mafia organizzata,dell’Europa matrigna, diventando l’amico del popolo che combatte il nemico ristabilendo come salvatore /sovrano della Patria  la normalità rispetto all’eccezione che ha “ portato il Paese al declino” promuovendo leggi  con procedure per cui l’ordinamento diventa sviluppo,superando la crisi ma se le scelte non sono razionali ecco che tutto salta. Salvini con la legge quota cento, con la legge sulla flak tax, con la chiusura dei porti ,  con la legge  sull’immigrazione , sulla famiglia, contrastando l’assetto europeo che è ancora una volta uscito dalle recenti elezioni,  tenta di cambiare regole che investe una parte della società ma non tiene conto che le modalità del cambiamento collettivo dell’altra parte della comunità che non lo ha votato sono escluse. E i fenomeni politici di maggior durata sono quelli che coinvolgono la maggioranza di grandi masse nei territori interessati e le generazioni coinvolte avendo come sfera politica la sfera economica,sociale,religiosa,occupazionale, di protezione concreta di una dimensione internazionale e quindi europea che protegga il nostro Paese dall’invasione di altre civiltà che non aspettano altro che potere ingoiare una Europa debole. Dunque Salvini  a nome degli italiani dovrà operare in Italia perché la buona amministrazione prevalga sullo spreco e perché l’Europa che oggi è ancora un sistema debolmente confederale ostaggio degli opposti sovranismi che fanno credere che il problema sia l’Unione mentre i problemi stanno negli Stati che la compongono e nella stessa idea sovranista, diventi concretamente una repubblica federale. Le riforme richiedono condizioni favorevoli per poter essere attuate , non si possono improvvisare e non solo essere tecnicamente possibile ma devono essere efficaci,convincenti, devono avere consenso e comunque in ogni caso costruite sul modello della democrazia rappresentativa. Salvini agisce ma non con una modalità argomentativa autorevole in grado di modificare le mentalità ma sulla base di una voracità personale di potere,mentre un’opera di sensibilizzazione di consapevolezza intorno alla natura delle vere sfide che dobbiamo fronteggiare dissuadendo le interpretazioni semplicistiche e da programmi irrealizzabili perché meramente elettoralistici , è possibile da subito :dobbiamo impegnarci per realizzare gli obiettivi  del Trattato più che mai concreti ed indispensabili: piena occupazione,progresso sociale ed economico,contrasto all’esclusione sociale e alle discriminazioni,tutela dei diritti umani. Si tratta ora di trovare la forza politica per inverarli.

Alessandra Servidori 29 MAGGIO 2019

Cattolici e politica https://formiche.net/2019/05/cattolici-e-politica/

Sabato scorso ho partecipato ad una interessante riunione in cui tra le altre riflessioni, abbiamo discusso anche dell’ipotesi di un partito dei cattolici. Stefano Zamagni ha affermato le sue ragioni definendo possibile un  Codice come  fu a Camaldoli   cioè un documento programmatico  elaborato in Italia nel 1943 da un gruppo di intellettuali di fede cattolica. Tratta tutti i temi della vita sociale: dalla famiglia al lavoro, dall'attività economica al rapporto cittadino-stato. Lo scopo fu quello di fornire alle forze sociali cattoliche una base unitaria che ne guidasse l'azione nell'Italia liberata. Il Codice di Camaldoli fu  ispirazione e linea guida per l'azione della Democrazia Cristiana che in quel periodo si stava formando e che  dopo la seconda guerra mondiale fu, per diverse legislature, il maggiore  partito di governo . Ora in Italia la questione vera è che i cattolici in politica non hanno più visibilità e potere per portare avanti almeno i valori che sono alla base dell’art 3 della nostra Costituzione poiché inghiottiti da una situazione politica confusa e soprattutto  animata da una democrazia liberale ben poco cristiana dominata da feroce arroganza. I risultati delle recenti elezioni con un 34% di italiani che ha votato Salvini, agguerrita icona di un cattolicesimo che pare più una sorta di arrogante metamorfosi di una facoltà morale congenita che ha soffocato il libero dibattito all’insegna dello spirito critico,ci pone di fronte all’ opportunità di ripensare ad una aggregazione cattolica e laica che faccia da riferimento alla memoria e alla attualità dei valori cristiani come strumento di salvaguardia della nostra umanità e di inversione del processo di annichilimento che viviamo. Peraltro partendo dalla Dottrina Sociale della Chiesa sulla via del Codice del 1943 sul bene comune, e la riconquista dell’armonia sociale, su un nuovo modello di sviluppo che sia incardinato sull’economia sociale e circolare, sui temi della sussidiarietà e ruolo dello Stato, sulla famiglia, l’educazione il lavoro,l’attività economica pubblica,la dimensione internazionale e qui una presenza forte in una nuova Europa Repubblica Federale.Abbiamo la forza insieme ai giovani  per muoverci agilmente riconettendoci con le linee guida della Rerum Novarum  ponendoci l’obiettivo di svolgere un ruolo attivo  nella società anche per avanzare sul versante della rappresentanza non delegando ai partiti di oggi le concessioni,umiliandoci, di riservarci dei posti in lista come è stato fatto malamente recentemente. Un po’ di coraggio dunque.

EUROPA è anche donna e soprattutto insieme il nostro futuro senza contrapposizioni come l’impegno che MARA CARFAGNA esprime sostenuto dall’ONU.

Alessandra Servidori

EUROPA è anche donna e soprattutto insieme il nostro futuro  senza contrapposizioni come l’impegno che MARA CARFAGNA esprime sostenuto dall’ONU.

A poche ore dalle elezioni per il Parlamento Europeo di domenica 26 maggio, sento il bisogno di esprimere il mio personale pensiero perché le idee chiare è necessario farsele se non le si possiede già. Ogni elettore può esprimere fino a un massimo di tre preferenze, a patto di rispettare l’alternanza di genere: verranno altrimenti annullati i voti successivi alla prima preferenza. Votare per la composizione del Parlamento Europeo è un diritto di tutti i cittadini, ma anche una grande responsabilità e quindi avendo la possibilità di aumentare la presenza femminile in Europa poiché in lista ci sono parecchie italiane l’attenzione è ovviamente per coerenza e forte determinazione rivolta a coloro che desiderano essere elette. Sarà la somma dei singoli voti a determinare gli equilibri e le inclinazioni dell’organo legislativo dell’Ue, in un momento cruciale nel delineare la direzione che l’Unione Europea deciderà di percorrere in futuro. Indicare una o più preferenze è altrettanto importante perché permette di scegliere le persone che, tra tutte, riteniamo possano rappresentare, comprendere e meglio battersi per la visione del mondo che abbiamo, anche capaci di poter dare voce alle problematicità del territorio in Europa e convogliare al meglio le opportunità messe a disposizione in sede comunitaria. “L ’Unione Europea deve divenire più inclusiva e giusta, ma è la migliore idea che abbiamo mai avuto”. Mi riconosco in queste parole del Presidente Mattarella  .La mia  preferenza va senz’altro a chi si è dimostrato coerente con il proprio programma e la propria provenienza, a chi ci ha espresso concretezza, a chi si è esposto sui temi del lavoro ed etici che mi stanno a cuore. Mi pare che si sia  risvegliato un interesse nei confronti di queste elezioni, perché le elettrici e gli elettori comprendono che si tratta di un voto determinante per il nostro futuro; Europa più giusta, più equa, più sociale, che non lasci indietro nessuno è l’obiettivo che bisogna porsi  e le priorità sono sicuramente  le politiche per il lavoro , le politiche per la famiglia, i giovani e i diritti delle donne ancora molto,troppo violati, l’attenzione all’ambiente  e alle infrastrutture . Apprezzo molto il lavoro che Mara Carfagna – che peraltro non è candidata- sui temi del contrasto alla violenza sulle donne che in queste ore ha trovato il Cedaw ,organismo dell’ONU , promotore dell’impegno  della Vice Presidente della Camera Italiana che stimo  e che esprime forza e intelligenza politica. L’invito  dunque, è senz’altro quello di recarsi alle urne domenica, per essere protagonisti e protagoniste del nostro stesso futuro, per sostenere ed esercitare la democrazia: l’Europa è di tutti e di tutte ogni singola persona deve impegnarsi per realizzare questo progetto ancora in cammino.

L'arte e la storia per la scuola è come acqua nel deserto.Demenziale sopprimerle

Alessandra Servidori

Leonardo ,l’arte,la storia : un patrimonio straordinario che la scuola italiana vuole cacciare in un cono d’ombra.Privare i giovani di insegnamenti fondamentali per la crescita della persona è un suicidio collettivo al quale ci ribelliamo. In questi giorni dell’anniversario del genio italiano che ci ha lasciato in eredità capolavori meravigliosi cerchiamo di riannodare  la trama stracciata di una scuola italiana ridotta ad un groviglio di riforme che disorienta e che soprattutto avrà un impatto devastante sui nostri giovani. Ma cosa è cambiato davvero nelle scuole italiane? Per quanto riguarda le discipline storico-artistiche il discorso è lungo e complesso, e nasce più o meno all'epoca della riforma  del 2010: da allora, le ore dedicate alla Storia dell’arte sono state drasticamente diminuite  sia nei licei sia negli istituti tecnici e professionali, in ottica di un’ottimizzazione del monte ore e delle risorse già esigue della scuola. Per l’insegnamento della Storia  la materia continuerà, per fortuna, ad essere insegnata e studiata sia nei licei che negli istituti tecnici e professionali, ma il grande traguardo dell’esame di maturità subirà in questo senso una drastica modificazione. Niente più traccia storica fra le tipologie previste per il tema. Ci si chiede ora se decisioni  di questo genere modificherà l’approccio allo studio di  discipline che, soprattutto per la storia, scomparendo dalla “lista” di competenze e saperi richiesti ad un maturando, molto probabilmente verrà sempre di più sottovalutata. La maggior parte dei giovani, alla fine del secolo, è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni tipo di rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono. Il lavoro degli storici, il cui compito è ricordare ciò che altri dimenticano, è ancora più essenziale ora di quanto mai lo sia stato nei secoli scorsi. Scegliere di privare i giovani degli strumenti essenziali di lettura della realtà storica vuol dire privarli della possibilità di scegliere e determinare il loro futuro e in tal modo si accelera senza rendersene conto, un processo già in atto di riduzione del significato dell’esperienza del passato come patrimonio di conoscenze per la costruzione del futuro. E come al solito i Ministeri si muovono  senza mai aver consultato gli storici, gli insegnanti e gli studenti, nelle scuole e nel mondo accademico. Ci si chiede dunque come una cauta esigenza di riforma si sia potuta trasformare nella cancellazione del riconoscimento del ruolo di una disciplina che nessuno finora aveva mai contestato, né messo in discussione.In Italia  si dà molta enfasi alle materie scientifiche, e questo da una parte è corretto, è importante avere ingegneri, fisici, chimici. E tuttavia al contempo si assiste ad una perdita di valore della storia che è anche la cartina di tornasole della perdita del senso civico e modificare gli insegnamenti togliendo la storia e mettendo una generica educazione civica è profondamente sbagliato.  E’  necessaria una revisione dei programmi scolastici, dando maggiore attenzione alla storia, fin dalle scuole medie, e in particolare alla storia contemporanea: di fatto, per ragioni di tempo, questa nelle aule è sacrificata, né di storia si parla più in famiglia. La storia fa parte del presente, e senza la consapevolezza di ciò che è accaduto non daremmo un senso alla nostra scena politica e sociale. Sostanzialmente studiare la storia o la storia dell’arte significa  acquisire la capacità di leggere i fatti, gli accadimenti o, nel caso della storia dell’arte, i linguaggi creativi, in modo razionale e approfondito in modo da poter sviluppare una coscienza individuale, collettiva, civile, e politica. E anche l’Arte, forse soprattutto l’arte, in questo senso, è vitale: essa non è mai stata fine a sé stessa, e le grandi esperienze del Rinascimento ci hanno insegnato come un quadro o un dipinto possa nascondere molta più realtà e politica di quanto pensiamo.L’arte ha linguaggi e regole ben precise che, se approfondite, permettono di decifrare messaggi che altrimenti resterebbero nascosti: questa capacità, in un’epoca in cui tutto è immagine e comunicazione visiva, è indispensabile. Senza lo studio approfondito di Leonardo Raffaello o Caravaggio è impossibile comprendere qualcosa della Street Art che tanto piace ai più giovani, ma ancor di più di quello che ci circonda nella vita quotidiana. Allo stesso tempo la storia, che già per Cicerone era “magistra vitae”, non costituisce una semplice raccolta di fatti, date o nomi noiosissimi da imparare: è così che oggi viene insegnata, semmai, perché manca effettivamente il tempo di approfondirne il reale significato. Nel 2017 abbiamo lanciato un appello  per il riconoscimento, da parte dell’Unesco, di latino e greco come patrimonio immateriale dell’umanità,  superando i nazionalismi, mantenendo la pace, utilizzando sempre come collegamento il latino e la cultura classica come  una forma di contaminazione della contemporaneita’ più tradizioni letterarie e storiche  diverse possono convivere tra loro, fino all’unione di oralità,  scrittura,memoria intesa come mezzo per comunicare attraverso il tempo e lo spazio. Manchiamo di coerenza ed è devastante scegliere di dimenticare e impedire ai giovani di conoscere :la storia è il presente che in qualche modo è già stato sperimentato, analizzato e vissuto: senza di esso, siamo come ciechi senza una guida.

 

Reddito di cittadinanza-di inclusione e salario minimo :un sandwuick indigeribile

WELFARE E LAVORO             www.ildiariodellavoro.it 

Il Reddito di cittadinanza: dopo il reddito di inclusione e prima del salario minimo

 

Il Ministero del lavoro ha recentemente fornito dei dati  articolati in un comunicato ufficiale sul reddito di cittadinanza. ‘’ I numeri – è scritto –  racchiudono sia le domande online, sia quelle pervenute agli uffici postali e quelle raccolte dai CAF. Al 7 aprile 2019, sono 806.878 le domande già caricate dall’INPS sulla piattaforma relativamente  alle richieste di Reddito di cittadinanza (RdC): 433.270 sono giunte da donne (54%) e 373.608 da uomini (46%). Con riferimento all’età dei richiedenti, la percentuale maggiore si annida nella fascia d’età tra 45 e 67 anni con poco più del 61% (494.213 domande), seguiti con coloro che hanno un’età compresa tra i 25 e i 40 anni, con 182.100 domande (di poco inferiore al 23%). Il resto è distribuito tra gli ultra 67enni (105.699 domande, leggermente superiore al 13%) e poco più del 3% tra i minori di 25 anni’’. Ovviamente la raccolta delle domande e delle iscrizioni non è chiusa, avendo il RdC carattere strutturale.

Va riconosciuto, poi, che questa prima fase (grazie agli accordi con le Poste e con i Caf) è stata gestita senza quei disguidi organizzativi che si temevano con lunghe code agli sportelli e quant’altro. La distribuzione delle domande conferma gli effetti attesi per quanto riguarda le regioni del Sud e le donne, mentre il 3% degli under 25 anni è un fallimento  (soprattutto se lo si aggiunge al 23% delle coorti comprese tra 25 e 40 anni).Un conto è  il reddito di inclusione introdotto dal governo precedente  che è una misura europea contro la povertà rivolto a una platea limitata, invece il reddito di cittadinanza, per come è stato disegnato, ha una platea molto più ampia e non è solo contro la povertà. E inevitabilmente sono coinvolte categorie molto diverse, come i disoccupati, i sottopagati, e quindi si rischia di andare a incidere su specifiche porzioni del mercato del lavoro, quelle a basso reddito, e non sulla disoccupazione. In altri paesi si agisce con altri strumenti. Anche in Italia avevamo misure differenziate. Quelli che guadagnano poco prendono gli 80 euro che sono un’integrazione al reddito; i disoccupati hanno la Naspi ovvero il sussidio di disoccupazione più l’assegno di ricollocazione, un aiuto per trovare lavoro, mentre i poveri veri – che hanno problemi di integrazione sociale – avevano il reddito di inclusione.

Il reddito di cittadinanza, invece, vuole tenere insieme tutte queste platee, ma è complicato farlo con uno strumento unitario. Nel licenziare il decreto attuativo del reddito di cittadinanza si sono apportate  alcune blande  modifiche,  prevedendo  due canali di accesso distinti: uno per i disoccupati e uno per i poveri con i problemi di inclusione sociale; questo permette in parte di salvaguardare il reddito di inclusione del governo Gentiloni, che è diretto alla platea dei poveri che meritano un’attenzione diversa da chi è disoccupato temporaneamente e da chi lavora ma ha un reddito basso. Inoltre, si è modifica toma sicuramente non risolto il rapporto con le Regioni riguardo  le assunzioni dei tutor nei centri dell’impiego (i famosi Navigator) che rappresentano  un segno tangibile che la retorica sullo sviluppo dei centri dell’impiego ha anche un qualche significato pratico. E infine la possibilità, per le aziende che assumono un disoccupato con il reddito di cittadinanza, di avere il beneficio del residuo del reddito di cittadinanza stesso aiutando a coinvolgere il mondo imprenditoriale nell’operazione.

Sono modifiche marginali rispetto il primo testo ma sta di fatto che ognuno di questi  passaggi avrà problemi di implementazione assai rilevanti: bisognerà comunque passare prima da un centro dell’impiego quindi si disconnette l’amministrazione attuale del reddito di inclusione che stava ben funzionando; si procede alle assunzioni di navigator con contratti a termine attraverso Anpal Servizi  con un maxi-bando; si danno incentivi potenzialmente molto alti a chi avrebbe comunque assunto profili professionali diversi creando incentivi distorti per una platea molto rilevante di persone e di aziende.

Il decreto sul reddito cittadinanza è scritto in maniera per cui prima INPS decide sulla base dell’Isee (già oggi un gran numero di dichiarazioni non sono veritiere e, per l’occasione, si prevede un peggioramento della situazione) il diritto al reddito e poi iniziano tutta una serie di adempimenti formali non esigibili (INPS deve rispondere entro 5 gg, il CPI ti deve convocare entro 30gg. etc.) con pene esagerate (e non credibili) in caso di false dichiarazioni da parte dei beneficiari. E soprattutto bisognerà contare molto sulle capacità dei navigator di adoperare la maxi-piattaforma ordinata dal presidente  e amministratore delegato Parisi italo americano pentastellato (costo 25 milioni di euro!)- per far muovere e incrociare domanda e offerta di lavoro- ma essendo  un consulente informatico dell’azienda fornitrice il  super Presidente si ravvisa forse qualche problema di incompatibilità sul quale non si attardano però i pentastellati moralisti.

Questo è il tipico modo in cui si distribuiscono soldi senza condizionalità alcuna. È ben noto infatti che l’unica condizionalità che può eventualmente funzionare non è quella rispetto all’offerta di lavoro (che molti centri di impiego non faranno mai) che comunque esiste formalmente in Italia dal 2012 e non è una condizionalità funzionante neanche in paesi europei con una lunga tradizione di politiche attive ma la condizionalità rispetto alle attività: cioè il risultato finale del reddito cittadinanza sarà di pagare 780 euro al mese a persone che fanno 8 ore di lavori socialmente utili in Comune (sempre che i comuni riescano a organizzare così tanti lavoratori socialmente utili).

In conclusione,  è evidente  la necessità di ampliare la rete di protezione sociale ma questo si sarebbe potuto fare molto meglio e in maniera molto più efficace dividendo le platee degli interessati in tre gruppi separati: i poveri che meritano un ampliamento del REI; i disoccupati, che meritano un ampliamento del sussidio e un miglioramento dei servizi al lavoro e i lavoratori a basso reddito, che meritano sconti fiscali consistenti a integrazione degli 80 euro.

ll messaggio politico che il governo ha voluto dare fin dal primo momento è evidentemente: diversamente dal reddito di inclusione, che è una misura per una platea ben circoscritta ai poveri, il reddito di cittadinanza è sempre stato colpevolmente promesso come una misura potenzialmente estendibile a tutti; il dato per cui al Sud Italia 43% delle persone dichiara meno di 9.360 euro annui e quindi è un potenziale beneficiario fa presagire che quest’anno gli italiani si dedicheranno più a trovare il modo per rientrare nei parametri del reddito piuttosto che a trovare un lavoro.

A questo messaggio devastante dal punto di vista della crescita e della cultura del paese si associa l’altro limite insormontabile che riguarda l’implementazione della misura. La fase di implementazione è sempre stata il punto debole di tutte le leggi ma in questo caso l’implementazione pratica corretta della misura è (forse volutamente) impossibile. Infatti, l’unico risultato che si vuole ottenere è che qualcuno riceva dei soldi entro le elezioni europee.

In tema di salario minimo, non  si può essere  pregiudizialmente contrari  perché si tratta di istituti che estendono, almeno nelle intenzioni, il perimetro dei diritti dei cittadini e dei lavoratori. Nel processo di valutazione però, questi provvedimenti non possono essere analizzati isolatamente ma bisogna guardare la storia e l’evoluzione del contesto economico, sociale e normativo in cui vengono inseriti.  E dunque il problema è  nei criteri del modello proposto. Si rischia di fare un altro disastro, perché in un paese che vive di contratti nazionali collettivi e che contemporaneamente si è dotato di un reddito di cittadinanza, il pericolo è quello di spostare il mercato del lavoro tutto verso l’alto, costringendo le aziende ad uscire dai contratti nazionali, o diminuire le ore ai lavoratori, o anche alimentando il nero. Potrebbe crearsi una forte interferenza tra Salario minimo legale – stabilito per legge – e Salario minimo contrattuale, determinato invece dalla contrattazione collettiva. La situazione attuale in Italia è che ci troviamo in un’emergenza di segno opposto:siamo passati in un decennio da 300 CCNL ad oltre 800, ed il motivo di questa proliferazione è che ogni CCNL fissa regole in parte diverse, anche sui Salari minimi contrattuali, tanto che molto spesso l’unico obiettivo da parte di un datore di lavoro è ricercare il contratto più conveniente, e più le imprese sono piccole, e meno i sindacati maggiori sono presenti, più vi è una ricaduta negativa in questo senso.

Anche il contesto normativo italiano è molto diverso da quello dei Paesi dove esiste il Salario minimo legale. In Italia non esistono forme di contrattazione collettiva di valore erga omnes, vale a dire che si applichino anche a chi non fa parte di una associazione firmataria del CCNL, non si applicano cioè se l’impresa non aderisce all’associazione sindacale dei datori di lavoro firmataria dell’accordo; se invece l’impresa aderisce, il singolo lavoratore è soggetto comunque al contratto anche nel caso in cui non faccia parte di alcun sindacato firmatario. E dunque, in caso di controversia relativa alla proporzionalità di una retribuzione, il giudice fa riferimento di solito all’articolo 36 della Costituzione, che stabilisce il diritto di un lavoratore ad una retribuzione dignitosa, non essendo nei fatti applicato dalle parti sociali il disposto dell’art. 39 della Costituzione che invece sancisce l’applicazione dei contratti collettivi erga omnes.

 Il livello di nove euro lordi sarebbe vicino a quello della Germania ma con livelli dell’economia italiana ben lontani da quelli tedeschi, costituirebbe l’80% del salario mediano e sarebbe tra i più alti tra i paesi Ocse.

La strada  non è quella di aumentare i salari per legge, perché si rischia andare nel paradosso di abbassarli. Quello che si può fare è diminuire la tassazione, ovvero il cuneo fiscale che tutti pagano sul lavoro, aziende e dipendenti. In tutti i paesi si è intervenuto così sui salari.

Alessandra Servidori


03 Maggio 2019

 

Lo smart working compie due anni ma sul digitale siamo indietro

LAVORO  ildiariodellavoro

Lo smart-working compie due anni, ma non c’è molto da festeggiare

 

Ebbene sì dal 2017 l’Italia si è adeguata alle indicazioni europee e ha adottato lo smart working ovvero il cosiddetto lavoro agile, che è un modello organizzativo che interviene nel rapporto tra individuo e azienda. La madrina è la legge 81/2017, il Jobs Act sul lavoro autonomo recante “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”.  Propone autonomia nelle modalità di lavoro a fronte del raggiungimento dei risultati e presuppone il ripensamento “intelligente” delle modalità con cui si svolgono le attività lavorative anche all’interno degli spazi aziendali, rimuovendo vincoli e modelli inadeguati legati a concetti di postazione fissa, open space e ufficio singolo che mal si sposano con i principi di personalizzazione, flessibilità e virtualità.

Dunque una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e di lavoro, la flessibilità e la produttività. Ma a due anni appunto dall’avvio ci incalza la nuova rivoluzione industriale, la digitalizzazione, perché dunque lo smart-working  non è però una semplice iniziativa di work-life balance e welfare aziendale per le persone: si innesca in un percorso di profondo cambiamento culturale e richiede un’evoluzione dei modelli organizzativi aziendali, per cui si deve prevedere una roadmap dettagliata fase per fase affiancata alla digitalizzazione. Bisogna sempre ricordare, infatti, che è un progetto intrinsecamente multidisciplinare, che presuppone una governance integrata tra gli attori coinvolti. Un progetto di smart-working è quindi un processo di cambiamento complesso che richiede di agire contemporaneamente su più leve e che deve partire da un’attenta considerazione degli obiettivi, delle priorità e delle peculiarità tecnologiche, culturali e manageriali dell’organizzazione. Inteso come nuovo modo di lavorare che consente un miglior bilanciamento tra qualità della vita e produttività individuale, è quindi anche il risultato di un sapiente uso dell’innovazione digitale a supporto di approcci strategici che puntano sull’integrazione e sulla collaborazione tra le persone, in particolare, e tra le organizzazioni, in generale.In tutto questo la tecnologia gioca un ruolo chiave, perché quando si parla di Digital Transformation nei luoghi di lavoro si pensa anche all’applicazione di tecnologie avanzate per connettere persone, spazi, oggetti ai processi di business, con l’obiettivo di aumentare la produttività, innovare, coinvolgere persone e gruppi di lavoro. A rendere possibile lo Smart Working sono le tecnologie digitali che permettono di scegliere il dove e quando lavorare, sia all’interno che all’esterno dell’organizzazione. Le tecnologie che supportano il lavoro da remoto sono diffuse ma adottate relativamente dalle aziende italiane perché la digitalizzazione delle imprese non è ancora per l’Italia. La Commissione Europea, nell’ultimo report relativo all’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI – Digital Economy and Society Index), boccia ancora una volta il nostro Paese. Le informazioni evidenziano accuratamente la competitività dei paesi UE nell’ambito dell’adozione delle tecnologie digitali, analizzando una serie di fattori quali la connettività, il capitale umano, i servizi pubblici digitali, l’utilizzo di internet e della tecnologia digitale in ambito business. Da questa analisi l’Italia ne esce sconfitta, posizionandosi al 25° posto nella classifica dei 28 Stati membri dell’Unione Europea, quart’ultima tra le nazioni più obsolete del vecchio continente insieme a Romania, Grecia e Bulgaria. Nonostante il pessimo risultato, però, nel corso degli ultimi anni l’Italia ha fatto registrare nel complesso un lieve miglioramento, anche se la sua posizione nella classifica DESI è rimasta invariata. Quindi anche per lo smart-working le soluzioni a maggiore penetrazione dovrebbero essere  quelle a supporto della sicurezza e dell’accessibilità dei dati da remoto e da diversi device,iniziative di Mobility, che prevedono la presenza di device mobili e mobile business app  e dai servizi di Social Collaboration .Secondo poi il modello proposto da P4I (Organizzazione,gestione e controllo ), una delle leve è quella legata alle policy organizzative, ovvero le regole e linee guida relative alla flessibilità di orario (inizio, fine e durata complessiva), di luogo di lavoro e alla possibilità di scegliere e personalizzare i propri strumenti di lavoro. Le tecnologie digitali , in funzione della loro qualità e diffusione, possono ampliare e rendere virtuale lo spazio di lavoro, abilitare e supportare nuovi modi di lavorare, facilitare la comunicazione, la collaborazione e la creazione di network di relazioni professionali tra colleghi e con figure esterne all’organizzazione. Anche il layout fisico degli spazi di lavoro, inteso come configurazione degli spazi, ha un impatto significativo sulle modalità di lavoro delle persone e può condizionarne l’efficienza, l’efficacia e il benessere delle persone nel contesto lavorativo: la progettazione degli ambienti è fondamentale per garantire alle persone di lavorare in un luogo che soddisfi le loro necessità professionali, perché lo Smart Working non è praticabile solo fuori dall’ufficio. Un Paese come l’Italia – da sempre a forte vocazione creativa, industriale ed esportatrice – non può permettersi di rimanere indietro e perdere le molteplici occasioni che la digitalizzazione può offrire. Per far fronte alla necessità di colmare il gap di competitività accumulato in questi decenni, dal 2012 l’Agenda Digitale Italiana (ADI), documento strategico realizzato in seguito alla sottoscrizione dell’Agenda Digitale Europea, è entrata in azione definendo linee guida, modalità e priorità di intervento per permettere alle PMI di avviare un processo di digitalizzazione e informatizzazione. Produrre e servire in modo “intelligente” vuol dire connettere con la miglior efficienza possibile i processi dell’intera filiera produttiva, ma anche agire con maggiore reattività e flessibilità in un mercato sempre più mutevole, esigente e imprevedibile. Le aziende della maggior parte degli stati europei viaggiano a una velocità decisamente non sostenibile dalle nostre imprese, e l’Italia, nel suo piccolo, ha cercato di tenere il passo con l’attivazione di una serie di strategie come il Piano Impresa 4.0, il cui fattore di leva più importante è la digitalizzazione della PA, che può assicurare piattaforme e infrastrutture di servizio più semplici ed efficaci, nonché fondi per incrementare le competenze digitali della popolazione, accelerando tutto il processo e soprattutto risorse fresche e certe per ammortamento e super ammortamento per le imprese private. Una volta che tutti gli elementi del Piano Impresa 4.0 saranno finalmente operativi si prevede un’accelerazione del processo di digitalizzazione delle PMI. Ma senza risorse adeguate rimaniamo al palo e questo governo non ha sicuramente aiutato la ripresa. Anzi la sta soffocando.

Alessandra Servidori


29 Aprile 2019

 

Prevenzione salute e sicurezza sul lavoro?Le misure che mancano

INCIDENTI SUL LAVORO/ Le misure che mancano per la sicurezza  IL SUSSIDIARIO.NET 

24.04.2019 - Alessandra Servidori

Un nuovo incidente sul lavoro richiama l’attenzione sulla sicurezza a pochi giorni dalla giornata mondiale dedicata a questo tema

 Sede centrale Inail (LaPresse)

Il 28 aprile ricorre a livello internazionale la giornata dedicata alla prevenzione salute e sicurezza sul lavoro e proprio ieri in Italia si è registrata l’ennesima morte in un cantiere. Dati dell’Inail, anche se solo parziali rispetto al consuntivo annuale, segnano un incremento incalzante di eventi negativi. Le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Inail entro lo scorso mese di febbraio sono state 100.290, in aumento di oltre quattromila casi (+4,3%) rispetto alle 96.121 del primo bimestre del 2018. I dati rilevati al 28 febbraio di ciascun anno evidenziano a livello nazionale un incremento sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro (+2,8%), sia di quelli in itinere, occorsi cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro, che hanno fatto registrare un incremento pari al 15,0%, da 12.332 a 14.180.

Un particolare questo che coinvolge in maggior misura annualmente sempre le lavoratrici, un dato già registrato negli anni precedenti da Inail che conferma la rilevanza degli infortuni in itinere per le lavoratrici che sono oltre la metà dei casi mortali nel tragitto di andata e ritorno tra la casa e il luogo di lavoro. Un problema evidentemente da attribuirsi alla stanchezza del doppio lavoro e della mancanza di conciliazione tra lavoro di cura e azienda e allo stress correlato. Inoltre, sempre in ottica di genere, le denunce di malattie dell’apparato osteo-muscolare, del tessuto connettivo e del sistema nervoso sono il 90,1% del totale delle patologie professionali delle donne.

A febbraio 2019 il numero degli infortuni sul lavoro denunciati è aumentato del 2,6%, nella gestione Industria e servizi del 7,4%, in Agricoltura del 10,0%. L’analisi a livello territoriale evidenzia un aumento delle denunce di infortunio in tutte le ripartizioni geografiche: Nord-Ovest (+4,9%), Nord-Est (+5,2%), Centro (+4,6%), Sud (+1,0%) e Isole (+4,1%). Tra le regioni con gli incrementi percentuali maggiori spiccano l’Umbria (+13,4%), la Sardegna, le Marche e la Basilicata (intorno al +10%). Le denunce di malattia professionale protocollate dall’Inail nel primo bimestre del 2019 sono state 9.937, una in più rispetto a gennaio-febbraio 2018. Le patologie denunciate sono aumentate in Agricoltura (+2,5%), calate leggermente nell’Industria e servizi (-0,2%). Dall’analisi territoriale emergono incrementi delle denunce nel Nord-Est (+1,1%) e al Sud (+0,9%) e decrementi nel Nord-Ovest (-1,8%), al Centro (-0,6%) e nelle Isole (-0,1%).

In ottica di genere per ora si rilevano 13 denunce di malattia professionale in più per i lavoratori, da 7.314 a 7.327 (+0,2%), e 12 casi in meno per le lavoratrici, da 2.622 a 2.610 (-0,5%). In diminuzione le denunce dei lavoratori italiani, che sono passate da 9.330 a 9.275 (-0,6%), mentre sono aumentate quelle dei lavoratori comunitari, da 198 a 218 (+10,1%), e dei lavoratori extracomunitari, da 408 a 444 (+8,8%). Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, quelle del sistema nervoso e dell’orecchio continuano a rappresentare le prime tre malattie professionali denunciate, seguite dalle patologie del sistema respiratorio e dai tumori. L’aumento che emerge dal confronto dei primi bimestri del 2018 e del 2019 è legato sia alla componente maschile, che registra un +3,7% (da 60.376 a 62.589 denunce), sia a quella femminile, con un +5,5% (da 35.745 a 37.701). L’incremento ha interessato i lavoratori extracomunitari (+7,7%) e quelli italiani (+4,1%), mentre tra i comunitari il calo è pari allo 0,7%. Dall’analisi per classi di età emergono aumenti generalizzati in tutte le fasce, a eccezione di quella compresa tra i 30 e i 44 anni, che registra una flessione dell’1,6%.

Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Istituto entro il mese di febbraio sono state 121, alla quale aggiungiamo quella avvenuta nelle scors ore di un giovane di solo 28 anni. Questa situazione è l’esempio evidente di come non si può approcciare al complesso tema della prevenzione salute e sicurezza solo pensando di agire sull’onda delle urgenze rappresentate dai momenti di maggior concentrazione di eventi drammatici, potendo permettersi di porre in secondo piano il tema delle tutele e della salute e sicurezza sul lavoro.

La prevenzione efficace è un’azione di sistema che richiede interventi programmatici, svolti in sinergia e perseguiti in modo sistematico e continuativo. Il denunciare da anni la mancanza di una Strategia nazionale di prevenzione vuol dire non avere come Paese una progettazione a medio-lungo termine e, pertanto, una visione chiara di insieme su quali devono essere le priorità da realizzare, i controlli e le verifiche da svolgere, gli interventi mirati da pianificare, prevedendo modalità di collaborazione permanente tra i principali attori, istituzionali e delle parti sociali, impegnati nella prevenzione, a livello nazionale, ma anche sul livello regionale, dove le responsabilità non sono meno rilevanti, tenuto conto del ruolo che la legislazione concorrente oggi ancora gli attribuisce, sia in tema di prevenzione, di salute, che di formazione che è di scarsissima qualità.

Il tempo delle sole analisi statistiche e degli osservatori è giunto al capolinea, occorre agire, operando con interventi concreti ed efficaci, pensando ai posti di lavoro che ogni giorno sono chiamati a confrontarsi con il rischio. Perché, se si perde, non sono le regole che vanno cambiate, ma occorre operare su chi non vuole applicarle nel modo giusto.  Oltre agli infortuni sul lavoro, infatti, occorre farsi carico delle tante malattie professionali che a oggi procurano sofferenza nella vita delle lavoratrici e dei lavoratori, ma soprattutto è fondamentale aggredire il fenomeno dei danni da lavoro nella sua complessità, sapendo che i numeri delle denunce sono solo la punta di un iceberg dalla base ben più ampia che riguarda i tanti casi oggi ancora purtroppo costretti a rimanere sommersi.

Le Pmi sono punto nevralgico su cui occorre intervenire con forme di supporto a favore dell’implementazione di buone prassi e con trasferimento di competenze. La formazione dei diversi attori della prevenzione è centrale, ma le competenze e il cambiamento dei comportamenti non si acquisiscono solo con la quantità di ore, ma con la qualità, la pertinenza e la specificità degli interventi. Basta quindi con gli enti che fanno della formazione solo un business e rilasciano attestati on line. Il ruolo della pariteticità, quale intesa permanente tra le Parti sociali, titolari dei tavoli contrattuali di livello nazionale e locale, in questo senso, è centrale e determinante per fare la differenza. Il finanziamento  per l’Impresa 4.0 non può essere solo a favore della produttività, ma anche di un sistema che pone al centro la persona, a partire dal garantire le tutele sul lavoro, indipendentemente dalle tipologie contrattuali, guardando al raggiungimento diffuso e certo per tutti di adeguate condizioni di lavoro, verso il raggiungimento di uno stato di benessere organizzativo permanente, nel sistema privato, così come nel sistema del lavoro pubblico.

La Strategia nazionale non può essere un mero programma di attività, ma deve essere coerente con le indicazioni europee sulla materia e avere un carattere pluriennale di sistema, che renda più coerente e armonico l’impegno dei diversi soggetti oggi attivi e responsabili in materia di prevenzione negli ambienti di lavoro.

La Giornata Mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, che si svolge il 28 aprile di ogni anno, è stata istituita nel 2003 dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo). La manifestazione, di respiro mondiale, ha lo scopo di focalizzare l’attenzione internazionale sull’importanza della prevenzione degli infortuni nei luoghi di lavoro e delle malattie professionali e sulla necessità di un impegno collettivo per la creazione e la promozione della cultura della sicurezza e della salute sul lavoro. Ma qui in Italia si continua a sbagliare. Il tema della sicurezza scolastica rappresenta ancora un’emergenza trascurata. Il numero di crolli e distacchi di intonaco è impressionante: 250 dal 2013, uno ogni tre giorni nell’anno scolastico in corso e sono una dolorosa realtà le morti di bambini e ragazzi, la cui assenza è un vuoto profondo per le famiglie e le comunità.

Il territorio italiano conta oltre 17.000 scuole (dati ARES, Anagrafe Regionale Edilizia scolastica, ottobre 2018) in aree a rischio sismico alto (zona 1) e medio-alto (zona 2) e 4 milioni e mezzo di studenti dai 6 ai 16 anni (dati elaborati dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia per Save the Children); un Paese in cui oltre metà delle scuole – 22.000 su circa 40.000 – è stata costruita prima del 1970 e il certificato di agibilità/abitabilità manca per più della metà degli edifici (il 53% del totale).

A oggi, il 53,2% degli edifici possiede il certificato di collaudo statico (la prima norma che introduce in Italia l’obbligo del certificato di collaudo statico è la legge 5 novembre 1971, n. 1086), il 22,3% degli edifici senza questo certificato è costruito prima del 1970. Il 59,5% non ha quello di prevenzione incendi. Il 53,8% non ha quello di agibilità/abitabilità. Il 78,6% delle scuole ha il piano di emergenza. Il 57,5% degli edifici è dotato di accorgimenti per ridurre i consumi energetici. Le barriere architettoniche risultano rimosse nel 74,5% degli edifici. Nei recenti provvedimenti finanziari la questione non è stata neanche presa in considerazione. Ancora.

Le recentissime modifiche al Testo Unico 81/ 2008 più volte novellato, con la Legge di bilancio 2019, hanno previsto solo la maggiorazione di alcune sanzioni per violazioni relative al contrasto del lavoro nero, al distacco transnazionale e al lavoro somministrato e il cosiddetto decreto sicurezza solo la vigilanza rafforzata dei Prefetti, ma nulla sulla formazione autenticamente certificata sui luoghi di lavoro. Anzi, sul versante delle aziende il Governo ha addirittura con la Legge di bilancio apportato la revisione delle tariffe dei premi, in vigore da gennaio, che riguarda in particolare l’aggiornamento del nomenclatore, il ricalcolo dei tassi medi e il meccanismo di oscillazione del tasso per andamento infortunistico. 

La riduzione dei tassi, definita con tre decreti interministeriali  Lavoro-Mf, dovrebbe generare un risparmio per i datori di lavoro attorno a 1,7 miliardi di euro secondo il Governo, ma non assicura per niente che vi sia una ricaduta positiva sulla copertura antinfortunistica concreta dei lavoratori. Il diritto alla salute, compresa quella sul lavoro, è affermato nel nostro ordinamento come diritto fondamentale dell’individuo,  oltre che interesse della collettività (cfr. art. 32, 1° comma, della Costituzione): significa che esso riveste un rilievo preminente rispetto ad altri diritti pur riconosciuti dalla Costituzione (in particolare riguardo alla libertà di iniziativa economica privata, di cui all’art.41, Cost., nonché rispetto allo stesso diritto al lavoro, di cui all’art.4, Cost.).  Ne consegue che la salute, quale fondamentale diritto del lavoratore e interesse della collettività, non può essere considerata un mero auspicio o una fase tendenziale dell’organizzazione produttiva, ma di quest’ultima costituisce una precisa condizione di esercizio.

Nella dialettica, propria delle relazioni industriali, tra logica produttivistica ed esigenze di tutela del lavoro è dunque la salvaguardia dell’integrità psico-fisica dei lavoratori a rappresentare il momento privilegiato, non potendo il datore di lavoro invocare la libertà d’impresa per giustificare scelte organizzative che possano mettere a repentaglio la sicurezza dei propri dipendenti o collaboratori. Ricordiamoci bene e sempre: con il termine salute, ai sensi dell’art.2, comma 1, lett.o), del d.lgs. n.81/2008  si intende lo “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non consistente solo  in un’assenza di malattia o d’infermità”.

Riflettere sul valore della sicurezza del lavoro oggi e soprattutto su come si possa concretamente operare per contrastare la piaga delle morti sul lavoro è un dovere fondamentale. 

 

La Ue diminuisce sensibilmente le risorse per la parità di genere.

QUI EUROPA www.ILDIARIODELLAVORO:IT 

Rapporto EIGE, meno dell’1% dei Fondi Strutturali Ue viene accantonato per la parità di genere

L’ Istituto Europeo per l'Uguaglianza di Genere (EIGE) ha pubblicato un rapporto che mostra che meno dell' 1% dei fondi  Strutturali dell'UE e i Fondi di Investimento sono stati accantonati per la promozione della parità di genere. Secondo questo rapporto, le proposte per il post-2020 bilancio - il Quadro Finanziario Pluriennale dell'UE (QFP) – evidenza  un livello ancora più basso di ambizione. Eige analizza nel dettaglio come le istituzioni dell’Ue e gli stati membri possono contribuire a realizzare l'obiettivo della parità di genere attraverso il miglioramento il bilancio di genere, che identifica le diverse esigenze di donne e uomini e assegna le risorse di conseguenza.

Sappiamo -come impatto negativo della diversità di genere- che attualmente le donne guadagnano meno per dedicare più tempo alla cura e del lavoro domestico, e  di conseguenza con significativamente pensioni molto più basse rispetto agli uomini. Il Rapporto evidenzia che la strategia del  gender budgeting è finalizzata a raggiungere l'uguaglianza tra donne e uomini concentrandosi su come le risorse pubbliche vengono raccolte e spese. Il bilancio di genere è un approccio al bilancio che può migliorarlo, quando le politiche fiscali e le procedure amministrative sono strutturate per affrontare la disuguaglianza di genere e ricordiamo che  già il Consiglio d'Europa del 2005 definisce il gender budgeting come una "valutazione di genere dei bilanci che comprende una prospettiva di genere a tutti i livelli del processo di bilancio e la ristrutturazione delle entrate e delle spese al fine di promuovere l'uguaglianza di genere" .

Lo scopo del gender budgeting è triplice: 1. promuovere la responsabilità e la trasparenza nella pianificazione fiscale; 2. aumentare la partecipazione sensibile al genere nella procedura di bilancio, ad esempio adottando misure per coinvolgere ugualmente donne e uomini nella preparazione del bilancio; 3. Promuovere l'uguaglianza di genere e i diritti delle donne. In Italia questa strategia e metodologia è attuata in misura quasi inesistente nonostante i dati sulla situazione femminile siano di gran lunga peggiori di altri paesi Ue soprattutto rispetto l’occupazione inchiodata al 48 % quando l’obiettivo Ue è il raggiungimento della manodopera femminile al 75%.

L'integrazione di una metodologia di gender budgeting nei processi ordinari di bilancio consente ai governi di comprendere meglio in che modo entrate e spese e le politiche che guidano il budget possono avere impatti diversi su donne e uomini. Poiché le prospettive di genere non sono normalmente prese in considerazione nel bilancio, i bilanci sono spesso considerati neutrali rispetto al genere e il Rapporto dimostra che la mancanza di attenzione alle questioni di genere porta in realtà a bilanci di genere  quasi inesistenti e quindi a decisioni non ottimali. Il bilancio di genere si fonda sull'analisi di genere, che valuta quanto un bilancio risponda alle divergenze di genere e riveda l'effettiva distribuzione delle risorse tra donne e uomini e ragazze e ragazzi. Tale analisi consente anche l'inclusione di questioni chiave che sono spesso trascurate nei bilanci e nelle analisi politiche, come l'effetto economico della distribuzione irregolare del lavoro non retribuito e il suo effetto economico netto sulle donne, così come la distribuzione disomogenea delle risorse all'interno delle famiglie.

Una buona analisi di genere porta a una buona pianificazione e definizione del bilancio per l'uguaglianza di genere e la crescita economica. n Importante, il bilancio di genere riguarda la ristrutturazione del bilancio per garantire che il governo utilizzi le risorse pubbliche in modo da aumentare la parità di genere e aumentare quindi l'efficienza e l'efficacia dei budget e delle politiche. Questo a sua volta aiuta ad accelerare la crescita inclusiva e sostenibile. Il gender budgeting ha una solida base nell'impegno dell'UE per l'integrazione della dimensione di genere espresso nel trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Il Parlamento europeo e il Consiglio dell'Unione europea hanno ripetutamente invitato gli Stati membri a sviluppare e attuare il bilancio di genere.

A livello dell'UE, il Parlamento europeo è in ultima analisi responsabile per il bilancio dell'UE e la direzione generale del bilancio della Commissione europea per la sua esecuzione. I parlamenti e le amministrazioni pubbliche degli Stati membri dell'UE sono responsabili dei loro cicli di bilancio nazionali e subnazionali Il budget di genere può essere applicato a qualsiasi tipo di sistema di bilancio a tutti i livelli di governo.  L'introduzione del gender budgeting a livello di governo centrale è importante perché le decisioni di bilancio relative alle entrate e alle spese sono prese a questo livello.

Ottimo esempio è quello dell’Austria mentre in Italia NON è stato prodotto. La vicinanza dei governi regionali e locali alla vita quotidiana delle persone significa che esiste la possibilità di rispondere più direttamente alle esigenze delle donne e degli uomini quando si tratta di politiche pubbliche e fornitura di servizi. A questi livelli, vi è un grande potenziale per utilizzare approcci partecipativi al bilancio di genere che coinvolgono la popolazione locale e ottimi performance sono state adottate in Spagna e Andalusia. L'efficace attuazione del bilancio di genere richiede un impegno politico associato a una capacità tecnica per l'integrazione della dimensione di genere. La leadership impegnata è di particolare importanza per garantire che l'uguaglianza di genere sia integrata nei processi di pianificazione e di bilancio e che le entrate e le spese del bilancio pubblico siano di beneficio sia per le donne che per gli uomini.

I principali fattori abilitanti per il gender budgeting includono: la volontà politica e leadership politica; un impegno ad alto livello delle istituzioni amministrative pubbliche; una migliore capacità tecnica dei dipendenti pubblici; il coinvolgimento della società civile; analisi dei dati disaggregati per sesso. La volontà politica e la leadership politica, dimostrata attraverso l'impegno politico attivo a promuovere l'uguaglianza di genere, è il fattore abilitante più importante. Al fine di ottenere progressi reali, il bilancio di genere deve essere sostenuto da un governo centrale reattivo e responsabile. La volontà politica può essere dimostrata attraverso la sensibilizzazione degli attori chiave, quali parlamenti nazionali, partiti politici, assemblee regionali e locali e i loro organi consultivi. Può anche essere evidenziato sostenendo  i budget sensibili di genere in pubblico o adottando chiari orientamenti politici per il lavoro di gender budgeting. I legislatori possono anche rendere obbligatorio includere le prospettive di genere nel budget e nelle politiche correlate.

L'impegno ad alto livello delle istituzioni amministrative pubbliche è un importante fattore abilitante. Con l'emanazione di chiare istruzioni per l'attuazione e il follow-up, i dipendenti pubblici sono in grado di contribuire al rispetto degli impegni di eguaglianza di genere del governo.  La società civile ha un ruolo importante da svolgere nel garantire che i governi siano ritenuti responsabili per il rispetto degli impegni internazionali e nazionali sull'uguaglianza di genere. Può anche svolgere un ruolo cruciale nel collegare il governo alla società e promuovere processi di bilancio partecipativi e i  dati disaggregati per sesso sono un fattore abilitante nel condurre analisi. Pertanto, le statistiche nazionali e i sistemi di informazione gestionale nei ministeri, nelle agenzie pubbliche e negli istituti di ricerca svolgono un ruolo cruciale così come gli insegnamenti a livello accademico nei vari corsi economici e giurisprudenziali, approfondendo argomenti come la distribuzione del lavoro non retribuito tra donne e uomini.

Questi dati sono necessari per formulare  anche obiettivi  di uguaglianza di genere basati su evidenze e per monitorare sistematicamente i progressi  e i processi  di implementazione del gender budgeting  e  le statistiche di genere. Un'analisi efficace di genere combina un'analisi dell'impatto su donne e uomini con un'analisi intersettoriale comprendente altre categorie come età, background socioeconomico ed etnia,nella pianificazione , nel processo decisionale e nell'attuazione regolari, nonché nel monitoraggio e nella valutazione delle politiche di bilancio. Ciò significa che condurre un'analisi di genere di un budget, una politica o un programma non è un compito una tantum, ma dovrebbe essere integrato nel ciclo di budget per informare continuamente i decisori su come migliorare i budget e le politiche correlate al fine di raggiungere la parità di genere.

È importante stabilire collegamenti chiari tra stanziamenti di bilancio e programmi e gli obiettivi di uguaglianza di genere definiti nelle strategie generali per la parità di genere, ad esempio strategie e priorità nazionali e impegni a livello UE e internazionali perché il bilancio di genere ha lo scopo di ristrutturare i budget e cambiare le politiche al fine di affrontare le disuguaglianze esistenti. Ciò significa che l'analisi del budget di genere non è fine a sé stessa. Sulla base delle prove prodotte attraverso l'analisi  è necessario attuare i cambiamenti necessari nelle dotazioni di bilancio e nelle politiche correlate. In questo modo, i governi possono utilizzare le scarse risorse in modo più efficiente ed efficace e allo stesso tempo lavorare per promuovere la parità di genere.

Nello spirito dell'integrazione della dimensione di genere, il gender budgeting dovrebbe essere integrato durante tutto il ciclo di bilancio. Ciò significa passare dall'analisi di genere isolata a un approccio globale che tenga conto delle prospettive di genere nella pianificazione di politiche e budget, nel processo decisionale e nell'attuazione, nonché nell'auditing, nel monitoraggio e nella valutazione. In linea di principio, il gender budgeting può essere integrato in tutte le fasi del ciclo di bilancio regolare e in quanto tale, può essere combinato con i diversi approcci , applicato a vari livelli nel lavoro sistematico sul bilancio di genere come avviene virtuosamente in Belgio, Austria, Finlandia e Svezia, oltre che a livello locale a Berlino e Vienna.

L'approccio principale si concentra sull'integrazione delle prospettive di genere e delle priorità di uguaglianza di genere nella definizione di obiettivi, , attività e indicatori al fine di misurarli, oltre a collegare questa pianificazione strategica agli stanziamenti di bilancio e svolgere regolari attività di controllo, monitoraggio e valutazione per informare un nuovo ciclo di pianificazione strategica. Esempi di combinazione del bilancio partecipativo e del bilancio di genere si possono trovare in diverse città tedesche, ad esempio a Berlino e Friburgo e in Gran Bretagna  Pertanto, i bilanci di genere e le relative politiche contribuiranno al raggiungimento dell'uguaglianza di genere e allo stesso tempo miglioreranno il benessere della popolazione e porteranno a una crescita e all'occupazione più sostenibili e inclusivi.

 L'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere (EIGE) ha studiato come i miglioramenti nell'uguaglianza di genere possano contribuire a una crescita economica sostenibile, inclusiva e intelligente nell'Unione europea. Lo studio elettronico dell'EIGE sui benefici economici dell'uguaglianza di genere è unico nel contesto dell'UE. È il primo  ad utilizzare un robusto modello econometrico per stimare un'ampia gamma di benefici macroeconomici dell'uguaglianza di genere in diverse vaste aree come l'istruzione, l'attività sul mercato del lavoro e le retribuzioni. Inoltre, considera l'impatto demografico di tali miglioramenti mostrando  che una maggiore uguaglianza di genere porterebbe a  • Tra 6,3 e 10,5 milioni di posti di lavoro supplementari nel 2050 a causa del miglioramento dell'uguaglianza di genere affrontando la segregazione di genere nelle scelte educative e aumentando la partecipazione delle donne nei settori scientifico, tecnologico, ingegneristico e matematico (STEM), con circa il 70% di questi posti occupati dalle donne • Un aumento della produttività occupazionale e della potenziale capacità produttiva dell'economia come risultato di affrontare la sottorappresentazione delle donne in settori con carenze di competenze e buone prospettive di occupazione come STEM. • Impatto positivo del PIL pro capite che aumenta nel tempo :nell'UE, il miglioramento della parità di genere contribuirebbe a un aumento del PIL pro capite fino al 9,6% entro il 2050.In Italia si continua a dichiarare che si deve intervenire  per l’aumento della presenza femminile sul mercato del lavoro ma rimaniamo clamorosamente indietro anche sull’applicazione delle strategie suggerite dalle migliori performance di altri Paesi e il bilancio di genere non si fa  nelle leggi finanziarie e ancora meno a livello locale. Per questa ragione fondamentale nei percorsi di studio universitario è necessario- come facciamo a Modena e Reggio Emilia con corsi ad hoc- insegnare agli studenti nell’ambito delle politiche attive di pari opportunità nel lavoro pubblico e privato l’importanza della realizzazione dei bilanci  di politiche attive di sostegno per una programmazione sia nazionale che locale che aziendale ancorate al gender budgeting.

Alessandra Servidori


15 Aprile 2019

 

 

UN DEF DEMENZIALE e 4 anime colpevoli

Alessandra Servidori

 4 Anime : 1 in pena( Tria) 1 Spavalda( Conte) e 2 sciallate (Salvini e Di Maio).Dovrebbero andare a  lavorare

Di DEF  e dei deliranti contenuti se ne parla poco e soprattutto del fatto che il ministro Tria  riconosca esplicitamente la responsabilità dell'Esecutivo nella crisi economico-finanziaria italiana,  che verrà approvato dal Parlamento con una mozione voluta dai due vicepremier, che esprimono una linea diametralmente opposta appoggiata servilmente dal Premier.

 E’ orribile la situazione in cui versiamo e drammatica sarà sicuramente  dal 27 maggio in poi, quando il passaggio politico del voto europeo si sarà compiuto e anche gli italiani più disinvolti  dovranno  rendersi conto che l’alternativa è una sola : o sperare di dare un nuovo inizio alla legislatura o metterci fine.  La così detta verità uscita finalmente come un coniglio spelacchiato dal cappello del Ministro del tesoro ha messo in luce  le bugie, le falsità reiterate sulle reali condizioni di salute sia dell’economia che della finanza pubblica.I numeri sono lì nero su bianco e non si possono cambiare : una crescita tendenziale del pil quasi azzerata (+0,1%), e neanche sarà  rinforzata  dal minimo rimbalzo della produzione industriale registrato a febbraio perché si trattta di export e di merce di cui i magazzini sono ancora pieni dal fermo dell’occupazione in atto ,e non è scalfibile  la stima di un decimo punto in più rispetto alle previsioni più negative che ipotizzano realmente un 2019 a -0,1% o addirittura a -0,2%. E questo reddito di cittadinanza sicuramente non sosterrà l’occupazione in quanto le furbizie si stanno già evidenziando. E’ il caso di chi si è dimesso da un posto di lavoro regolare che  non può chiedere subito il “reddito di cittadinanza” ma per averlo subito basta far figurare un licenziamento invece che le dimissioni. Quanto alla possibilità di perdere il sussidio per il rifiuto di un’“offerta di lavoro congrua”, tutti sanno che è un rischio soltanto teorico perchè avendo stabilito che il rdc è di 780 euro , c’è la prospettiva seria che qualche milione di lavori a tempo parziale sparisca, o si inabissi nell’economia sommersa, portando con sé altrettanti matrimoni trasformati in convivenze non dichiarate. Così la quota 100 non significa più giovani al lavoro ma anzi impoverimento dei settori nevralgici come la sanità e l’istruzione, il reddito di cittadinanza  appunto significa più lavoro irregolare , perché il Governo ha deciso di impostare l’intero schema del cosiddetto “reddito di cittadinanza”  come misura di politica del lavoro, per sottrarne la gestione ai comuni. Come se non bastasse ha condizionato l’erogazione del sussidio alla disponibilità del beneficiario ad aderire “almeno alla terza offerta di lavoro congrua” che gli pervenga entro il primo anno. Nessuno, evidentemente, ha informato il Governo che da ormai mezzo secolo le aziende non comunicano più agli uffici di collocamento posti di lavoro che possano essere offerti a Tizio o a Caio indifferentemente: nessuna azienda offre un’assunzione “al buio”, prima di aver vagliato attentamente le attitudini e motivazioni del candidato. Tanto meno lo farebbe con la prospettiva di vedersi avviare una persona non qualificata, che per di più si presenterebbe solo perché costretta. Il meccanismo di “condizionalità”, previsto per limitare la natura assistenzialistica del sussidio, non può dunque funzionare. Quel che è peggio, però, è che nello stesso decreto è contenuta questa disposizione strabiliante: si esclude chi ha perso il posto, e sta godendo del trattamento di disoccupazione (NASpI), dal servizio di assistenza qualificata istituito nel 2015 e finanziato conl’assegno di ricollocazione e lo si riserva ai soli beneficiari del RDC, per i quali per lo più esso non può funzionare. Aggiungiamo che lo sblocca cantieri è bloccato e la decrescita è in atto. : il DEF è una dichiarazione di fallimento completa e reale. I 4 non solo non si fanno carico di un ciclo economico italiano, già così più basso di oltre un punto rispetto alla media Ue che ha una differenza ancor più larga con l’eurozona, ed è francamente offensivo per gli italiani continuare ad affermare che è colpa della Germania .E’ evidente,  che il Def ci porta dritti dritti all’aumento dell’Iva, per il programmato ammontare di 23 miliardi nel 2020 e di 28 nel 2021 e la necessità di ottemperare all’obbligo delle clausole di salvaguardia europee facendo aumentare le aliquote Iva per un gettito complessivo di 23,1 e 28,7 miliardi. C’è poi in vista la promessa anch’essa demenziale  che si vuole introdurre quella che impropriamente è stata chiamata flat tax, la quale prevedendo ben sei classi di aliquote tributarie altro non sarebbe che una riformina fiscale, dal costo di 17 miliardi di minori entrate (se avesse le caratteristiche prevista dalla proposta leghista) che sarebbero recuperate attraverso l’aumento del pil e quindi del gettito solo nel giro di qualche anno, sempre che gli effetti reali sulla base imponibile non si rivelino negativi. Il che, nel combinato disposto del non aumento dell’Iva e dell’entrata in vigore della manovra fiscale, farebbe salire il deficit 2020 fino al 4,1 del pil.  Altro che procedura di infrazione ,un buco nero che ci porta in una crisi economica enorme e le tasche degli italiani completamente svuotate da questi irresponsabili.

 

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