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Testo Audizione Senato 9 marzo 2021 PNRR

Alessandra Servidori  Docente di politiche del lavoro e Presidente Nazionale  TutteperItalia

Videoconferenza audizione di martedì 9 marzo alle ore 11,20 sulla proposta di "Piano nazionale di ripresa e resilienza" (Doc. XXVII, n. 18) assegnato alle Commissioni riunite Bilancio e Politiche dell'Unione Europea del Senato della Repubblica:

Ringrazio I Presidenti di Commissione che hanno ritenuto utile accogliere le mie valutazioni sul PNRR.  Nel complesso, il Piano pubblicato in terza stesura  sconta ancora un grado  prematuro di definizione dei progetti. Pertanto, nella  presente memoria,  ritengo  offrire un’analisi di massima sull’impianto e su alcune delle sue principali direttrici che attengono alle mie specifiche competenze e che riguardano in particolare il mercato del lavoro italiano in un contesto comunitario e internazionale .In premessa ritengo condividere l’indicazione che la priorità sono le grandi riforme di semplificazione per le imprese: la riforma del Fisco, la riforma della giustizia civile, il disboscamento della burocrazia, la digitalizzazione del paese, le disuguaglianze. E’ fondamentale che il PNRR colga l’opportunità di realizzare, finalmente, quelle riforme di contesto non più eludibili e che ormai da troppi anni sono indicate prioritarie nelle Raccomandazioni all’Italia da parte della Commissione Europea. Ci si riferisce in particolare a quelle dell’ultimo biennio a partire dal sostegno attivo all’occupazione ed al rafforzamento delle competenze, comprese quelle digitali; dall’effettiva attuazione delle misure volte a fornire liquidità all’economia reale e ad evitare i ritardi nei pagamenti; dalla riduzione della durata dei processi civili e penali migliorando l’efficienza del sistema giudiziario; dal funzionamento efficiente della Pubblica Amministrazione fino ad arrivare a politiche di bilancio tese ad assicurare, nel medio periodo, la sostenibilità del debito, incrementando allo stesso tempo gli investimenti. Per il lavoro la vaghezza degli obiettivi e soprattutto deI percorso finalizzato a perseguirli suscita non pochi dubbi sulla sua idoneità a soddisfare le condizioni poste dalla Commissione per la concessione dei fondi. Dobbiamo aver ben chiaro che le risorse ci saranno se avremo delineato obiettivi e strumenti,tempi in cui spenderli senza pensare che nell’indeterminatezza si possa contare per una confusione di fondi che sappiamo ben diversi e molti preesistenti con un limite macroscopico di NON averli saputi impegnare e spendere .Le questioni irrisolte che il PNRR non affronta  sono precisamente 3: a) il conflitto tra Stato e regioni che sono la base per costruire una riforma efficace dei servizi per il lavoro. Dunque la competenza concorrente tra Stato e Regioni in questa materia è caotica  al punto tale che se pur è previsto che sia lo Stato a definirne i livelli essenziali spetta poi alle Regioni la governance e l’erogazione dei servizi. Invece ogni regione fa come crede e abbiamo altrettanti sistemi informativi e servizi così non si armonizzano gli standard e i costi sono moltiplicati e non si monitora sul territorio l’offerta e la domanda di lavoro. La questione si risolve se le regioni si accordano con lo Stato nazionale per un unico sistema con precisi livelli gestionali, misure, finanziamenti. b) Il progetto Garanzia occupabilità lavoratori (Goal): l’obiettivo del Pnrr è erroneamente di  sottoporre i lavoratori e lavoratrici a percorsi già falliti precedentemente: prendere in carico i disoccupati dai centri per l’impiego,bilancio di competenze,orientamento professionale,corsi formativi .L’ordinaria e fallita routine si trasforma in un obiettivo già corrente e debolissimo. La Commissione NON finanzia spese correnti e vuole innovazione e incentivazione legate agli inserimenti lavorativi e dunque anche formazione innovativa per inserire al lavoro. c )E qui c’è il grande problema : gli enti decotti  di formazione senza qualità ed efficacia : vanno fatti criteri rigorosi per la selezione degli enti  ,criteri di accreditamento e valutazione e finanziamento e impatto. Abbiamo bisogno di competenze tecniche per la formazione professionale e creare competenze tecniche per l’incontro domanda e offerta . Poi nel PNRR ci sono le regole amministrative –ridondanti e pletoriche- ma non i tempi di attuazione come quando perdiamo la possibilità di usare i Fondi comunitari : questa volta non si può e tutte le amministrazioni sono chiamate a rispettare obiettivi contenuti tempi. E dunque bisogna chiarire i targhet, gli interventi, valutazione sull’andamento delle risorse e dell’occupazione  sulla dinamica della produttività e sull'efficienza dell'offerta dei servizi pubblici. La Commissione, come  le linee guida pubblicate Venerdì 22 Gennaio, attribuirà una grande importanza alla circostanza che siano indicati tappe ed obiettivi specifici, misurabili, raggiungibili, realistici e con scadenze precise. Conseguentemente, occorre avviare importanti investimenti sulle competenze professionali, ad incominciare dall’utilizzo delle tecnologie digitali. I giovani rappresentano una priorità e non si possono rinviare riforme e misure specifiche che consentano di superare alcune criticità strutturali del nostro Paese che riguardano il mismatch tra la domanda e l’offerta di lavoro che si traduce in un mismatch tra le competenze richieste dal mondo del lavoro e quelle acquisite nel sistema educativo, la carenza nelle competenze STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), le basse percentuali di raggiungimento dei titoli di studio secondari e terziari e, infine, livelli preoccupanti di abbandono precoce degli studi. Mancano operai metalmeccanici ed elettromeccanici,  specializzati nelle industrie del legno e della carta, operai specializzati e conduttori di impianti tessile, abbigliamento e calzature,  in edilizia e manutenzione degli edifici, conduttori di mezzi di trasporto. Per fronteggiare la crisi, le MPI hanno intensificato l’utilizzo delle tecnologie digitali e i trend di lungo periodo stimano che tra il 2020 e il 2024 le imprese richiederanno il possesso di competenze green e digitali sia di importanza intermedia che elevata. Sulla digitalizzazione imprese, appare essenziale rafforzare la transizione 4.0, facilitando gli accessi soprattutto per le PMI e selezionando gli incentivi con priorità per investimenti in innovazione. La digitalizzazione deve essere lo strumento per una rinnovata politica industriale orientata alla sostenibilità, e su questo punto il Piano non mostra ancora una impostazione adeguata e organica, mancando quella visione comprensiva delle proposte sparse nelle diverse missioni che darebbe un’idea chiara del progetto-Paese che si intende realizzare. Carente appare la parte della missione dedicata alla internazionalizzazione, specie con riferimento al sistema delle PMI. Andrebbe con chiarezza indicato su quali imprese si intende puntare per rispondere alle nuove domande collettive  Nella direzione di superare queste criticità debbono essere focalizzate le prospettive di ripresa del nostro Paese per una istruzione e formazione dei giovani, ma anche dei lavoratori che dovranno aggiornare/acquisire nuove competenze, per rispondere al mercato del lavoro.  Va avviata una riforma del sistema di orientamento che consenta di guidare i giovani e le loro famiglie verso percorsi formativi che tengano conto da un lato delle attitudini e propensioni personali e dall’altro delle prospettive occupazionali e di lavoro futuro.   Un orientamento efficace e strutturato in tutto il percorso formativo ma con una attenzione specifica nei momenti di passaggio da un ciclo di studi ad un altro (tra le scuole medie e le superiori e tra le superiori e l’università) consentirebbe di contrastare alcuni fenomeni preoccupanti come il mismatch di competenze e la dispersione scolastica. L’attività di orientamento va affidata ad orientatori specificatamente formati e aperta agli stakeholder  aziendali e al territorio di riferimento. Inoltre, per aumentarne la profittabilità dovrebbe implicare anche una efficace attività di informazione/comunicazione capace di far conoscere realtà formative ancora poco note (ITS) o sulle quali gravano pesanti pregiudizi (Istituti Professionali e Istruzione e Formazione Professionale -IeFP), al fine di farne conoscere le potenzialità. La formazione professionale, infatti, rappresenta ancora una scelta residuale, come dimostrato dai primi risultati sulle iscrizioni all’anno accademico 2021/2022 pubblicati dal Ministero dell’Istruzione e dai quali emerge come i Licei, con il 57,8% delle preferenze, si confermino in testa alle scelte delle studentesse e degli studenti. Seguono gli Istituti tecnici, con il 30,3% delle iscrizioni (30,8% un anno fa), e i Professionali, scelti soltanto dall’11,9% degli studenti (12,9% lo scorso anno). Fondamentale  rilanciare  l’alternanza scuola lavoro che, insieme all’apprendistato duale,  porta ad un rinnovato rapporto tra scuola e lavoro a uno stretto collegamento con i sistemi produttivi strategici dei territori per una facile transizione nel mondo del lavoro, potenziando le attività didattiche laboratoriali professionalizzanti , investendo sugli ITS Favorire l’inclusione delle micro e piccole imprese nella ricerca Integrare i programmi di sostegno alla ricerca con misure specifiche per le MPI, sfruttando al massimo le loro capacità creative ed adattive che ben si conformano allo sviluppo permanente dei territori, nei tantissimi campi in cui queste operano. Rafforzando  il sostegno manageriale al “sistema complesso” dell’artigianato e della piccola impresa italiana, che necessita di attività di consulenza, formazione, riorganizzazione, attraverso: figure che abbiano un rapporto quotidiano con i problemi delle imprese (come i Digital Innovation Hub); realtà di consulenza (come gli Innovation Manager); altri soggetti in grado di esprimere un potenziale ancora inutilizzato in termini di competenze (come gli ITS o l’alta formazione locale), in una logica di network reale che lavori quotidianamente con le imprese.  E’ necessario, infatti, rilanciare non soltanto i comparti industriali considerati core, ma anche tutte le attività capaci di rimettere in moto, in modo non episodico o occasionale ma permanente, la crescita. Occorre al contempo far leva sulla famiglia e sulle comunità interventi che favoriscano il caregiver ovvero il prendersi cura, dispiegando il potenziale ancora in gran parte inespresso in grado di trasformare le reti informali di solidarietà in infrastruttura stabile e occasione di sviluppo economico e sociale.  Di fronte ad una situazione di scambi sempre più consistenti tra sistemi “a rete”, il Mezzogiorno deve poter finalmente colmare il gap con il resto del Paese intervenendo certamente nella realizzazione delle infrastrutture fondamentali per lo sviluppo, ma anche con interventi in grado di colmare il rapporto tra dorsali e prossimità, attraverso un’innervatura periferica delle infrastrutture e il completamento e il rafforzamento delle dotazioni già esistenti. Anche per lo sviluppo del Sud, è necessario riconoscere la giusta centralità al sistema di impresa diffuso e di mPMI. Favorire l’inclusione delle PMI nell’ambito delle misure che verranno adottate nell’ambito del PNRR e nella fase di programmazione dei fondi di coesione significa porre attenzione alla definizione di progetti e bandi improntati alla «accessibilità» delle imprese, soprattutto micro e piccole, senza porre limiti o barriere alla partecipazione delle PMI e dimensionando i bandi in modo aggredibile e sostenibile, mantenendo un mix di intervento composto da fondo perduto e altri strumenti agevolativi. Al centro della ripartenza va messa la centralità del lavoro: risorse ed energie importanti vanno allocate per creare impresa, lavoro vero e di qualità, come quello delle PMI. Gli effetti della pandemia sul mercato del lavoro sono stati pesantissimi, con un impatto particolarmente concentrato sui giovani, è necessario che gli obiettivi di policy siano declinati in concrete azioni per rimuovere gli ostacoli che scoraggiano le imprese ad assumere. Da tale punto di vista la prima naturale misura per contrastare la forte decrescita del tasso di occupazione giovanile è quella di investire sulle competenze professionali puntando sull’apprendistato. Ridurre il mismatch di competenze significa intercettare i reali fabbisogni delle imprese e sostenerle concretamente nell’investimento sulla formazione on the job, incentivando il ricorso all’apprendistato non solo duale ma anche professionalizzante. Dal punto di vista normativo, invece, è necessario creare un clima di fiducia all’interno delle imprese, attraverso misure giuste e non punitive per gli imprenditori e le loro aspettative: ciò significa, in primo luogo, abbandonare l’attuale rigido assetto regolatorio dei contratti a termine. In tema di politiche attive il rilancio del sistema non può passare attraverso l’ennesima riforma autoreferenziale del sistema pubblico. L’efficacia del sistema va perseguita con il rafforzamento della sussidiarietà, tramite la collaborazione di tutti gli attori coinvolti (Fondi Interprofessionali; operatori privati del mercato del lavoro) a cui vanno tuttavia garantite risorse adeguate. Da tale punto di vista, dal momento che la formazione è chiamata a svolgere un ruolo determinante nel rilancio della crescita, nel recupero della competitività e nel ristabilimento dei livelli occupazionali, va quantomeno eliminata la previsione normativa (L. n. 190/2014, art. 1, comma 722) che ha disposto, a decorrere dal 2016, il prelievo di 120 milioni annui a valere sulla quota di risorse destinate ai Fondi Interprofessionali. Sul fronte delle politiche attive appare inoltre necessario rafforzare ed implementare strumenti quali il Fondo Nuove Competenze: si tratta, infatti, di uno strumento del tutto nuovo di politica attiva, alternativo al normale sistema degli ammortizzatori sociali, volto a consentire la graduale ripresa dell’attività dopo l’emergenza sanitaria, innalzando il livello del capitale umano nel mercato del lavoro. Per tale ragione, è necessario in primo luogo consentire alle imprese, soprattutto di piccole e medie dimensioni, di accedere alle risorse nel corso dell’intero 2021: la proroga al 30 giugno, disposta dal Decreto Interministeriale del 22 gennaio u.s., non risolve appieno le criticità di accesso al Fondo dato il ristretto lasso temporale intercorrente tra la pubblicazione del Decreto, avvenuta il 12 febbraio 2021, ed il nuovo termine per la presentazione delle domande. Resta, inoltre, la necessità di individuare meccanismi che consentano un più facile accesso al Fondo da parte delle imprese di piccole e medie dimensioni, anche riconoscendo alle imprese di minore dimensione una disponibilità specifica delle stesse risorse, sulla scorta di quanto fatto con successo per altre misure (ad esempio, credito di imposta formazione 4.0). In merito agli altri strumenti di politica attiva, in seguito al ripristino dell’assegno di ricollocazione anche per i soggetti disoccupati - percettori di NASpI o DIS – COLL - o che siano collocati in cassa integrazione, l’esigenza è quella di rendere nuovamente operativo, in tempi brevi, questo strumento individuando modalità di erogazione dell’assegno il più possibile semplificate ed efficaci. In tale contesto, in raccordo con le politiche attive può essere inserita una riforma degli ammortizzatori sociali che ne garantisca l’universalità, valorizzando le specificità esistenti, come quella dei Fondi di solidarietà bilaterali, fra cui quello dell’artigianato (FSBA) e usando i fondi bilaterali per aumentare l’accesso ai congedi parentali.  Favorire l’inclusione delle mPMI nell’ambito delle misure che verranno adottate nella fase di programmazione dei fondi di coesione ed in particolare definire progetti e bandi improntati alla «accessibilità» delle imprese, soprattutto micro e piccole, senza porre limiti o barriere alla partecipazione delle PMI e dimensionando i bandi in modo aggredibile e sostenibile, mantenendo un mix di intervento composto da fondo perduto e altri strumenti agevolativi.  Rafforzare in termini quantitativi e qualitativi l’offerta di servizi pubblici essenziali in tutti i settori della Pubblica Amministrazione , anche per recuperare il differenziale tra Mezzogiorno e resto del Paese legato al funzionamento della pubblica Amministrazione e dei Servizi Pubblici Essenziali come l’istruzione, la giustizia civile, la sanità, gli asili, l’assistenza sociale, il trasporto locale, la gestione dei rifiuti, la distribuzione idrica, che si pongono ad un livello qualitativo notevolmente insufficiente ed inferiore rispetto al centro Nord.Attenzione deve essere dedicata all’imprenditoria femminile (l’Italia è prima in Europa per donne occupate indipendenti con 218.847 imprese artigiane a conduzione femminile) cogliendo questo momento come opportunità per incrementare la partecipazione delle donne nel mercato del lavoro. A tal fine si rende opportuno non solo incentivare la creazione di micro e piccole imprese guidate da donne ma anche individuare strumenti per rafforzare la competitività e l’accesso al credito di quelle esistenti. In tale contesto le misure già previste nella Legge di Bilancio per il 2021 (Fondo a sostegno dell’impresa femminile con stanziamento di 20 mln. di euro per ciascuno degli anni 2021-2022) vanno rese strutturali ed incrementate notevolmente nella dotazione e non lasciate ala bontà delle leggi di bilancio annuali. Allo stesso tempo bisognerà intervenire con misure ad hoc per la conciliazione vita-lavoro delle imprenditrici, prevedendo in tal senso un’integrazione di quanto già inserito nel Family Act con  misure per l’empowerment femminile e per la promozione dell’imprenditorialità. E’ necessario, infatti, coniugare l’incremento della natalità con quello di aumentare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Una politica, senza essere interconnessa all’altra, con la conseguente necessità di incrementare i servizi connessi alla genitorialità a partire dagli asili nido, non consentirebbe al nostro Paese di raggiungere gli obiettivi europei.

 Istruzione, formazione, ricerca e cultura.  Il PNRR , rispetto alla prima versione, ha aumentato i fondi destinati ai settori istruzione, formazione, ricerca, che complessivamente superano i 34 miliardi (inclusi tutti gli strumenti finanziari europei e il ciclo di programmazione 2021-26). È parimenti condivisa la scelta delle due componenti in cui si articola il perseguimento della missione (“potenziamento della didattica e diritto allo studio” e “dalla ricerca all’impresa”) e in particolare l’investimento sulla prima, strategica componente di quasi 21 miliardi, cioè il 60% delle risorse dedicate alla missione. Importante la necessità di intervenire sulla scuola dell’infanzia (segmento 0-6 anni), che deve uscire dalla logica dei servizi a domanda individuale da parte delle famiglie, ed essere a tutti gli effetti stabilmente collocata in funzione formativa in continuità con i successivi cicli scolastici. Positivo appare dunque l’inserimento del “piano asili nido” all’interno della missione istruzione, come pure condivisa è la scelta di potenziare le scuole dell’infanzia e le sezioni primavera. Occorre continuare a lavorare per rendere la scuola dell’infanzia universale e soprattutto obbligatoria, funzionale alla continuità della funzione formativa e ad una portata sociale, in termini di pari opportunità per i bambini e per le famiglie, di cui il Paese ha urgente bisogno. I grandi problemi della riduzione dei divari fra territori e dell’abbandono scolastico richiederebbero, piuttosto che singoli interventi sulle materie di insegnamento, una strategia ampia orientata ad estendere il tempo scuola per recuperare il deficit di apprendimento che si è drammaticamente acuito a causa della pandemia e del conseguente ricorso alla didattica a distanza, e a rafforzare l’orientamento anche nella scuola secondaria di primo grado, oltre che di secondo grado. In merito alle competenze STEM,  è condivisibile la linea di azione, che tuttavia risente di una certa genericità, laddove i confronti con gli altri Paesi europei evidenziano un deficit drammatico di competenze STEM che non riguarda solo lo “stereotipo” della scarsa partecipazione femminile e richiederebbero l’individuazione tempestiva di obiettivi definiti e misurabili. La riforma del sistema di reclutamento dei docenti, annunciata nel Piano, appare priva di previsioni che modifichino le esistenti farraginose procedure concorsuali e soprattutto di misure volte a rispondere al massiccio annoso ricorso al precariato. Su questo, come sulla riforma del sistema di formazione in servizio per il personale della scuola, esprimo perplessità con specifico riguardo allo strumento legislativo  che interverrebbe sullo sviluppo della carriera e su altre prerogative del rapporto di lavoro disciplinate dal contratto collettivo.  Abbiamo bisogno di un piano di formazione e istruzione che si prolunghi per tutto l'arco della vita, e che abbandoni la logica delle competenze frammentate, gerarchiche, lineari; - la riforma dell’orientamento, da potenziare nella scuola di I e II grado; - l’acquisizione di un livello di istruzione superiore rispetto a quello attualmente in possesso in due passaggi in particolare: step dalla scuola dell’obbligo al completamento del percorso della secondaria di secondo grado; step dalla secondaria di secondo grado a un percorso di alta formazione. - un robusto piano nazionale per la promozione del sistema degli ITS, capace di far uscire il modello dalla fase di sperimentazione e di realizzare il traguardo di riuscire a coinvolgere un numero di studenti pari a 150.000 (oggi sono circa 15.000). Su quest’ultimo punto il PNRR prevede un finanziamento di 2,25 miliardi, destinati all’incremento dell’offerta formativa, della partecipazione delle imprese e della dotazione strumentale, con l’attivazione di una piattaforma digitale destinata agli studenti che cercano offerte di occupazione. Qui si segnala l’assenza di interventi mirati a una programmazione regionale degli istituti che appare necessaria per contrastare la disomogeneità sul territorio, mentre perplessità si manifesta rispetto a una certa confusione/sovrapposizione fra sistema degli ITS e le lauree professionalizzanti introdotte nel Piano. Un utile e auspicabile intervento di armonizzazione nazionale dovrebbe riguardare i programmi di formazione degli istituti tecnici e professionali, superando la frammentazione regionale e uscendo dalla logica dell’inseguimento delle esigenze di manodopera delle singole imprese sul singolo territorio. La crisi sanitaria ha solo rallentato un processo di mobilità nella formazione superiore a livello internazionale, all’interno del quale il sistema italiano della formazione superiore nelle arti, nell’architettura e nel progetto creativo ha dimostrato enormi potenzialità di internazionalizzazione sia come capacità di attrazione, in particolare sul secondo e terzo livello, degli studenti stranieri, sia come capacità di sviluppo all’estero. Bisogna dare vita ad un progetto di internazionalizzazione dell’alta formazione italiana nell’ambito delle arti, dell’architettura e del design, la cui premessa sarebbe costituita da un’opportuna integrazione/federazione tra AFAM e Dipartimenti di architettura e design, una cooperazione capace di dare vita ad una nuova aggregazione istituzionale che potrebbe evolvere in direzione di una Università delle arti, dell’architettura e del design. La componente “dalla ricerca all’impresa” coglie il nesso tra sviluppo e investimenti in ricerca e sviluppo e riconosce la necessità di favorire i processi di trasferimento tecnologico delineando modelli di partnership di cui il Paese è attualmente sprovvisto. Va riconosciuto un importante finanziamento con il quale si tenta di arginare il sostanziale divario fra la quota di PIL italiano spesa in ricerca (1,4%) e la quota media dei Paesi OCSE (2,4%).  Non si può tuttavia non rimarcare come gli interventi delineati nel Piano siano animati da un orientamento di fondo che inquadra la ricerca in un’ottica di “prodotto”.  Invece  occorre un forte investimento nella ricerca di base, quella che si svolge nelle università e negli enti pubblici di ricerca, e soprattutto in un sistema di governance unitaria del sistema che sia capace di introdurre una politica unitaria della ricerca, possibilmente in linea con le strategie di sviluppo e l’idea di Paese che si intende realizzare. Un tale sistema consentirebbe di superare anche l’annosa questione del reclutamento di nuovi ricercatori e della stabilizzazione di quelli precari.

Equità sociale, di genere e territoriale. L’inclusione sociale rappresenta nel Piano uno dei tre assi strategici di rilancio del Paese. I forti squilibri economici e sociali e le marcate diseguaglianze rendono, infatti, la crescita non sostenibile, anche a causa di carenze nelle politiche sociali e nelle politiche per la famiglia. Il binomio  è quello degli investimenti sorretti da riforme di sistema. Vi sono dunque carenze da colmare sul fronte "infrastrutture sociali, famiglia, comunità e terzo settore" Le risorse allocate per il settore dei servizi sociali e per la famiglia, sono insufficienti (poco meno di 4 miliardi, a fronte dei 41,86 destinati al capitolo “infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore”). La radicalizzazione di situazioni di povertà, l’espansione di disagio economico e sociale conseguenti alla pandemia, l’invecchiamento della popolazione e le modificazioni dei profili familiari, determineranno una crescita della domanda dei servizi locali, cui sono destinate risorse largamente al di sotto della media europea. Inoltre, sono ragionevolmente prevedibili crescenti difficoltà a causa degli squilibri nei bilanci dei Comuni. Anche per questo, va assunto l’impegno a strutturare e riequilibrare (e non solo rafforzare) la rete dei servizi sul territorio nazionale che si rileva fragile e disomogenea. Ciò innanzitutto definendo normativamente per tutte le platee di bisogno i livelli essenziali delle prestazioni sociali (LEP), per renderli esigibili nel periodo di vigenza del PNRR e coperti da adeguate risorse finanziarie. Ciò anche al fine di rendere efficaci gli strumenti di monitoraggio e "messa a terra" dei progetti. Va indicata come prioritaria una riforma dell’assistenza alle persone non autosufficienti, attraverso una legge quadro nazionale, come condizione essenziale per potenziare e riorganizzare strutturalmente l’intero sistema della long term care sviluppando l’integrazione sociosanitaria e la domiciliarità. Tale missione ha implicazioni trasversali nella riduzione dei divari sociali e nell’empowerment di donne e giovani, nel sostegno alla creazione di nuova occupazione e alla realizzazione delle transizioni occupazionali che si renderanno necessarie dopo lo shock pandemico e a seguito delle grandi trasformazioni ecologica e digitale, che chiederanno massicci spostamenti di produzioni e di risorse umane fra settori vecchi e nuovi. Le politiche del lavoro sono un test decisivo per il successo di tutto il Piano. Abbiamo tre aree critiche: la scarsa disponibilità di servizi per la prima infanzia, soprattutto nel Meridione e nei primi due anni di vita del bambino, l’insufficienza di investimenti in politiche per la conciliazione, la rigidità delle scelte di organizzazione del lavoro delle imprese. Inoltre, l’aumento della propensione a rivolgersi all’asilo nido continua a dipendere drammaticamente dalla diffusione ampia e consolidata delle strutture e dal reddito familiare:  e la funzione educativa dei servizi formali per l’infanzia e il ruolo che svolgono nella riduzione del disagio e delle disuguaglianze di partenza, divengono via via meno forti laddove più servirebbero e cioè dove ci sono bassi redditi. Dovrebbe essere dato maggiore risalto al tema della disabilità,  individuando  azioni specifiche  volte a garantire l’equità di accesso alle prestazioni e tutela dei più fragili e degli emarginati . La pandemia, infatti, ha colpito in maniera pesante le popolazioni più vulnerabili (anziani, disabili, malati cronici, ecc.), che costituiranno peraltro platee in crescita nel futuro, per cui è necessario intervenire con un approccio multidimensionale e con misure coordinate per garantire a questi target di popolazione il pieno diritto alla salute ed al benessere. Le azioni da intraprendere  andando oltre all’ambito del progetto “Casa della comunità” individuato nel PNRR - sono : - riorganizzare il complesso sistema della LTC (long term care) per le persone disabili e non autosufficienti, anche attraverso una normativa quadro nazionale che garantisca omogenei livelli assistenziali superando l’attuale dispersione e frammentazione delle misure; - potenziare l’assistenza alle persone non autosufficienti e con disabilità prioritariamente nel proprio contesto di vita e per promuoverne la vita indipendente, anche con l’assistenza sociosanitaria domiciliare e semiresidenziale; - ampliare il lavoro di cura domiciliare e rafforzare il ruolo dei caregiver  rendendo strutturale il fondo Caregiver della Legge del 2017  e prevedere misure di sollievo e sostegno alle famiglie; - qualificare le strutture residenziali sociosanitarie e socio-assistenziali, intervenendo sulle regole di accreditamento delle strutture private, i requisiti organizzativi, strutturali e tecnologici, gli standard quanti-qualitativi del personale, i controlli e la partecipazione sociale; - qualificare e rafforzare i Dipartimenti di Salute Mentale, per colmare le carenze strutturali presenti in molte aree del Paese e potenziare i centri per la neuro psichiatria infantile, per l’adolescenza e i giovani adulti. investire in azioni per migliorare la promozione, cura e riabilitazione delle persone detenute e degli operatori penitenziari; - aggiornare e dare piena attuazione al Piano nazionale di governo delle liste di attesa.Sempre in questa missione una particolare attenzione va data alla questione femminile che è anche di genere. Per quanto riguarda il Recovery Fund registriamo una iniziativa internazionale della Parlamentare Ue Alexandra Geese, per chiedere alla Commissione e al Consiglio Europeo che almeno la metà del Fondo per la ripresa e la ricostruzione sia destinata alle donne. In Italia le adesioni sono state moltissime e tutte allineate per rendere più giusto e a misura di donne e uomini il nostro Paese, attraverso alcune priorità: la realizzazione e il rafforzamento delle infrastrutture sociali per la cura della prima infanzia (asili nido) e quella familiare in generale (anziani e non autosufficienti); il rilancio dell’occupazione femminile, anche attraverso politiche fiscali che favoriscano l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro; il sostegno all’imprenditoria femminile, soprattutto attraverso un accesso al credito garantito; la messa in campo di misure efficaci ed efficienti per la diminuzione del gender pay gap. Mario Draghi nel suo intervento programmatico in Parlamento ha parlato di “farisaico rispetto delle quote” ma la questione femminile riguarda anche la sistematica marginalità delle donne nei luoghi e processi in cui si prendono le decisioni che incidono sulla vita e le chances loro e di tutti. Sembra quasi che il Presidente  sottovaluti  che esistono discriminazioni di genere, a parità di competenze, sia nel mercato del lavoro, sia nella selezione delle persone che vanno ad occupare posizioni di potere decisionale, che nulla hanno a che fare con la famiglia. Parità di condizioni competitive significa anche non discriminazione,  e mantenere unite, nello stesso ministero peraltro senza portafoglio, le pari opportunità e la famiglia non è un buon segno, pur nella incredibile moltiplicazione di ministeri come quello sulla disabilità nel quale convivono molteplici discriminazioni.

IL Piano italiano del Recovery è poi un mistero per la questione femminile : tre bozze l’ultima approvata dal cdm il 12 gennaio  dal Consiglio dei ministri, in cui la "Parità di genere" scompare dal titolo sia della Missione 5, rinominata "Inclusione e coesione", sia della sua Componente specifica, M5C1, anzi viene trasferita la posta di bilancio "Piano nidi e servizi prima infanzia" alla Missione "Istruzione e ricerca", e il Pnrr non dedica alla promozione della donna nel mercato del lavoro risorse significative. A parte i 400 milioni ancora allocati all'imprenditorialità femminile, rimane per le dipendenti solo una voce esplicita,affiancata e mettondole  insieme le «nuove assunzioni di donne e di giovani e la fiscalità di vantaggio per il lavoro al Sud»,già previste esattamente da almeno una decina di anni  attraverso le leggi di bilancio ,non allocandovi neppure un euro dei 196 miliardi totali del Pnrr, né dei quasi 210 miliardi previsti per progetti "in essere" e "nuovi" che provengono dagli altri fondi e in particolare dal fondo sociale europeo. Infatti, tale voce si finanzia per 4,47 miliardi unicamente con il React Eu, cioè con fondi europei che si aggiungono ai programmi già vigenti di coesione e sono pensati dall'Ue per aiutare le regioni più danneggiate dalla pandemia, dunque a copertura di misure urgenti di breve termine nel Mezzogiorno, non di strategie di lungo corso per l'ammodernamento strutturale del Paese. Mancano  così le risorse per l’occupazione femminile,per le difficoltà di accesso e di carriera,  per la forzata inattività, i grandi differenziali retributivi,la segregazione,la discriminazione. Vi sono genericamente annunciate risorse per la famiglia ( family act) e i nidi . Basterebbe una mera redistribuzione dell'occupazione a favore delle donne per accrescere la produttività  italiana, ma il nuovo coronavirus ha comportato quest'anno una redistribuzione in senso opposto. Nel recupero di breve e lungo periodo che l'Italia deve realizzare con il Piano, bisognerebbe dunque puntare ad aumentare l'occupazione totale e quella femminile in particolare. Non serve  trattare il problema della parità di genere come fosse prevalentemente una questione di equità e di coesione,  è prima di tutto  un tema di ammodernamento del Paese,  e per le italiane  ritenere che  i problemi nel mercato del lavoro vengano particolarmente dal lato dell'offerta, dall'insufficienza delle competenze o dalla mancanza di tempo libero per carenza di nidi, asili o strutture sociali di cura, è fortemente riduttivo perché  in Italia il principale problema è la domanda di lavoro, in ragione della segregazione orizzontale e verticale e della discriminazione che non consente a tantissime donne di entrare e rimanere nel mercato del lavoro. l'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere (EIGE) ha segnalato nuove scoperte sull'impatto della crisi del coronavirus sulla parità di genere in Europa. Dalla perdita di posti di lavoro e dalla riduzione dell'orario di lavoro ai picchi di violenza domestica e ai consulenti dei presidi per la sicurezza sopraffatti, gli effetti della pandemia hanno colpito più duramente le donne. Grave perdita di posti di lavoro nelle professioni dominate dalle donne .Durante la prima ondata di pandemia, l'occupazione femminile si è ridotta di 2,2 milioni in tutta l'UE. Le donne che lavoravano nel commercio al dettaglio, nell'alloggio, nell'assistenza residenziale, nel lavoro domestico e nella produzione di abbigliamento hanno subito pesanti perdite di posti di lavoro : rappresentavano la maggior parte della forza lavoro in questi settori e il 40 per cento di tutti i posti di lavoro persi dalle donne durante la crisi erano in queste professioni. “ L'Europa si riprenderà, finché l'uguaglianza di genere sarà al centro delle misure di ripresa. In una piccola vittoria per la parità di genere, gli Stati membri dovranno dimostrare come i loro piani di ripresa economica promuovano la parità di genere al fine di accedere al fondo di recupero dell'UE.”  Ursula von der Leyen  .      ALESSANDRA SERVIDORI

 

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