Vincenzo Pacillo per l'IRAN
VINCENZO PACILLO
Quando si discute della condizione giuridica delle donne in Iran, il punto di partenza non può che essere il seguente: esistono diritti umani chiaramente sanciti da carte internazionali vincolanti, ed esistono norme e prassi amministrative interne all’ordinamento iraniano che li limitano, li condizionano o li svuotano in modo sistematico. Tra questi due poli si colloca una responsabilità che non riguarda solo la Repubblica islamica dell’Iran, ma anche la comunità internazionale.
All’interno dell’ordinamento iraniano, la condizione giuridica femminile è fortemente segnata dall’intreccio tra diritto statale e interpretazioni ufficiali della legge islamica. In particolare, in ambiti cruciali come il diritto di famiglia, la libertà personale e la presenza nello spazio pubblico, la donna è sottoposta a un regime di obblighi e divieti che non si presentano come semplici norme religiose, ma come vere e proprie prescrizioni giuridiche coercitive. Il velo obbligatorio, le limitazioni alla libertà di movimento, le asimmetrie in materia di matrimonio, divorzio, custodia dei figli ed eredità non operano come raccomandazioni etiche: sono regole giuridicamente sanzionate, la cui violazione comporta conseguenze penali o amministrative.
In questo assetto, la legge religiosa non agisce come fonte simbolica o culturale, ma come criterio normativo sostanziale che incide direttamente sulla titolarità e sull’esercizio dei diritti. Il corpo femminile diventa così un oggetto privilegiato di regolazione: non solo perché visibile, ma perché caricato di una funzione ordinante. Attraverso l’imposizione di obblighi specifici alle donne, il diritto afferma un’idea di ordine pubblico che coincide con una determinata interpretazione della moralità religiosa. La disobbedienza, di conseguenza, non è trattata come semplice infrazione, ma come minaccia all’assetto giuridico e simbolico dello Stato.
Questo quadro entra in frizione diretta con gli obblighi internazionali assunti dall’Iran. Lo Stato è parte di strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani, che tutelano, tra l’altro, il diritto alla vita, alla dignità, alla libertà personale, alla libertà di espressione e di manifestazione, nonché il divieto di trattamenti inumani o degradanti. Tali diritti non ammettono deroghe fondate su tradizioni religiose o culturali quando incidono sul nucleo essenziale della persona. Il diritto internazionale è esplicito nel ritenere che la religione possa essere tutelata come libertà, ma non imposta come obbligo coercitivo che annulla altri diritti fondamentali.
È qui che la questione esce dal perimetro nazionale. La condizione delle donne in Iran non è soltanto un problema interno di compatibilità tra diritto religioso e diritto statale, ma un banco di prova per l’effettività dell’ordine giuridico internazionale. In questo senso, le restrizioni imposte alle donne non rappresentano solo una questione di genere, ma altresì un indicatore strutturale del rapporto tra diritto, potere e responsabilità internazionale. Dove la legge religiosa diventa strumento di coercizione, e dove lo Stato utilizza tale coercizione per disciplinare i corpi e silenziare il dissenso, la comunità internazionale è chiamata a intervenire nei limiti consentiti dal diritto internazionale . Questa responsabilità diventa più forte e strutturata di fronte alle forme di resistenza interna esplicitamente conflittuali nei confronti dell’ordinamento interno: la violazione consapevole degli obblighi imposti, l’occupazione dello spazio pubblico, la testimonianza, la parola. Tale resistenza rappresenta, tra l’altro, la denuncia concreta di un abuso di potere clericale che ha trasformato una tradizione religiosa in un apparato disciplinare. La reazione feroce del potere deriva dal fatto che l’’autorità religiosa, una volta istituzionalizzata, non tollera di essere ricondotta ai suoi limiti: quelli di una funzione spirituale che non può coincidere integralmente con il precetto giuridico. La repressione colpisce dunque non tanto la “devianza”, quanto la sottrazione: la sottrazione del corpo femminile a un controllo che si pretende totale, la sottrazione della fede a una gestione clericale del potere, la sottrazione del diritto alla sua riduzione a strumento di obbedienza. In questo senso, la resistenza delle donne iraniane non mette semplicemente in discussione singole norme, ma smaschera un corto circuito più profondo: quello per cui l’autorità religiosa, anziché limitare il potere, viene usata per assolutizzarlo. È questa pretesa di coincidenza tra Dio, legge e Stato – più che qualsiasi disputa interpretativa – a rendere la resistenza intollerabile per il detentore del potere e, proprio per questo, più ferocemente repressa.
Cosa significa essere al fianco delle sorelle iraniane
Alessandra Servidori - A fianco delle sorelle iraniane
Componente CIDU Comitato Interministeriale Diritti Umani
Al fianco delle sorelle Iraniane significa sapere cosa hanno sofferto come reagiscono e perché è fondamentale far sentire solidarietà concreta.
A tre anni dall'inizio delle proteste “Donna, vita, libertà” in Iran, il governo continua a intensificare la repressione sui diritti delle donne e delle ragazze, cercando di soffocare il dissenso con una furia selvaggia. Questo è quanto emergeva dal Rapporto sulla situazione dei diritti umani in Iran della Missione d'Inchiesta internazionale indipendente sulla Repubblica Islamica dell'Iran (istituita dal delle Nazioni Unite), pubblicato il 14 marzo 2025 e presentato al Consiglio per i diritti umani.Il rapporto consolida i risultati della missione sulle gravi violazioni dei diritti umani e i crimini contro l'umanità commessi nel contesto delle proteste iniziate il 16 settembre 2022 in Iran. Malgrado le dichiarazioni pre-elettorali del Presidente Masoud Pezeshkian sulla possibilità di attenuare l'applicazione delle leggi sull'hijab obbligatorio, le autorità iraniane hanno inasprito il controllo attraverso nuove tecnologie di sorveglianza e iniziative di vigilanza sostenute dallo Stato. In particolare, dall’introduzione del cd. “Piano Noor” nell'aprile 2024, sono aumentate le persecuzioni legali contro le donne che sfidano l’obbligo dell'hijab, con sanzioni penali che vanno dalle multe al carcere, fino alla pena di morte.
Il Rapporto è stato presentato al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, contestualmente al Rapporto del Relatore Speciale sulla situazione dei diritti umani nella Repubblica Islamica dell'Iran, il 18 marzo 2025. In entrambi si evidenzia come queste misure siano espressione di una sistematica persecuzione da parte dello Stato, mirata a limitare i diritti delle donne e ragazze, negando loro il diritto all’eguaglianza. Gli atti persecutori si verificano anche contro le vittime di torture e violenze subite durante le proteste, nonché contro i loro familiari, avvocati e giornalisti che cercano di dar loro voce. Si conta che, dal 2022, almeno 10 uomini sono stati giustiziati in relazione alle proteste e altri 14, tra cui tre donne, rischiano la pena capitale. Il rapporto già evidenziava gravi violazioni dei diritti umani, tra cui confessioni estorte con la tortura e processi irregolari. La Missione ha raccolto oltre 38.000 prove e intervistato 285 testimoni, confermando crimini contro l'umanità e casi di stupro di manifestanti donne.Di fronte a un sistema giudiziario privo di indipendenza, la Missione chiede alla comunità internazionale di continuare a perseguire la giustizia al di fuori dell'Iran. Il rapporto raccomanda inoltre la creazione di un nuovo organismo indipendente per monitorare e indagare sulle violazioni in corso. E Su questo il CIDU DEVE AGIRE.
Viviana Krsticevic, membro della Missione, ha sottolineato l'importanza di misure preventive per evitare ulteriori abusi: “Data la gravità delle violazioni e il rischio di nuove violenze contro chi esprime dissenso, il Consiglio per i diritti umani deve continuare a sostenere le vittime nella loro ricerca di giustizia”.Da sempre le donne iraniane hanno avuto un ruolo centrale nelle proteste contro il regime. Dopo le proteste per la morte di Mahsa Amini sono state brutalmente perseguitate, ma non hanno smesso di lottare per la propria libertà e Ora tutto il popolo Iraniano si ribella anche forte di un’altra caratteristica importante della protesta delle donne iraniane è che non è limitata a una fascia d’età.In precedenza, le proteste “Donna, Vita, Libertà” avevano raggiunto persino le scuole iraniane, dove principalmente studentesse si riunivano nei cortili scolastici e scandivano slogan contro il regime. Ciò era senza precedenti nei quasi cinque decenni dalla Rivoluzione islamica del 1979, che aveva istituito la teocrazia in Iran.Il governo ha risposto con gli arresti. Tuttavia, la rabbia non è diminuita. Nei mesi successivi alle proteste, sono emerse segnalazioni da tutto l’Iran di avvelenamenti seriali nelle scuole femminili. Le studentesse si ammalavano improvvisamente, perdevano conoscenza e venivano trasportate d’urgenza negli ospedali con problemi respiratori, palpitazioni cardiache e intorpidimento.Le indagini hanno indicato che più di 800 studentesse sono state avvelenate nelle scuole in almeno 15 città iraniane nel 2023.Gli episodi sono continuati per mesi. Il Ministero della Salute iraniano confermò infine che un “veleno molto lieve” aveva causato i sintomi. All’epoca, persino il viceministro della Salute dichiarò che “alcuni individui volevano che tutte le scuole, soprattutto quelle femminili, venissero chiuse”. Un giorno dopo ha ritirato le sue dichiarazioni.Il governo iraniano ha negato ogni responsabilità per l’incidente e i responsabili degli avvelenamenti non sono mai stati identificati. E ancora . Nel novembre 2025, Omid Sarlak, un giovane che viveva nell’Iran occidentale, ha pubblicato un video sui social media in cui si mostrava mentre dava fuoco a una fotografia dell’Ayatollah Ali Khamenei. Poche ore dopo la pubblicazione del video, il suo corpo è stato trovato all’interno della sua auto con un colpo di pistola alla testa.Nello stesso mese, Samad Pourshah, un ex prigioniero politico, ha compiuto un atto simile in segno di protesta per l’uccisione di Sarlak, bruciando nuovamente una fotografia del leader supremo.Poche ore dopo, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella sua abitazione nella città di Yasuj. Non si trovava in casa al momento e ha così evitato l’arresto: vive in clandestinità da allora.Nel settembre 2021, Qasem Bahrami, un poeta iraniano critico nei confrontoi del regime regime, è stato arrestato a Mashhad dopo aver bruciato un'altra fotografia della Guida suprema. È stato portato in una località sconosciuta e per due mesi non si hanno avute sue notizie.Negli ultimi giorni, insieme a una nuova ondata di proteste in tutto il Paese, alimentata dalla rabbia pubblica per le difficoltà economiche e il peggioramento delle condizioni di vita, sono circolati ampiamente sui social media video che mostrano giovani donne non solo bruciare il ritratto dell’ayatollah, ma usare le fiamme per accendere le loro sigarette.In questo gesto di protesta, le donne hanno unito l’atto di bruciare l’immagine di Ali Khamenei con quello del fumo, un’attività stigmatizzata per le donne nella società iraniana. Attraverso questo gesto, le manifestanti sembrano rifiutare sia l’autorità politico-religiosa del regime sia le rigide regole sociali imposte alle donne.I video di questa iniziativa di protesta sono stati già ripostati migliaia di volte sui social media di tutto il mondo, rendendo sempre più difficile per le autorità iraniane contenerla.Così, le donne iraniane, che avevano già catturato l’attenzione globale durante le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini nel 2022, attraverso atti simbolici come tagliare i capelli e bruciare il velo, hanno ora fatto un passo ulteriore. Se all’epoca le loro azioni venivano interpretate come un “rifiuto simbolico delle politiche sessiste e autoritarie del sistema”, ora partecipano anche a proteste con labbra sanguinanti e compiono esercizi di ginnastica per strada davanti alle forze di sicurezza. Si scatenò proteste di massa in tutto il Paese e, dopo quattro mesi di repressione brutale, durante i quali più di 500 persone furono uccise e oltre 19.400 arrestate, il governo riuscì a costringere il movimento “Donna, Vita, Libertà” fuori dalle strade dell’Iran. Ma non è riuscito a porre fine alla lotta delle donne per i loro diritti fondamentali. Le manifestazioni di massa per le strade furono represse con violenza, ma la resistenza si spostò sempre più verso atti simbolici e altamente visibili. Negli ultimi tre anni, la società iraniana ha assistito a una manifestazione quasi quotidiana di nuove forme di protesta femminile : apparire senza hijab in università e spazi pubblici, far cadere i turbanti dai clerici per strada, partecipare a eventi sportivi come le maratone senza velo. Ecco è una piccola sintesi che ci deve far comprendere quanta sofferenza questo regime ha creato e che la soluzione deve essere quella di liberarlo da questo incubo, insieme possiamo far sentire la nostra solidarietà concreta in questa tragica stagione in cui il sangue della repressione scorre e si contano decine di vittime e gli ospedali non riescono più a ospitarle .Noi abbiamo il dovere di essere al loro fianco.
Inclusione nell'alta formazione
INCLUSIONE NELL'ALTA FORMAZIONE
Alta Formazione e Progetto di Vita: per una governance strutturale dell’inclusione
È possibile estendere la figura del docente di sostegno, cardine dell'inclusione scolastica, al sistema universitario e dell'Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica (AFAM)? Questo interrogativo, che mi è stato posto da alcuni stimati accademici, non ammette risposte banali ma apre una necessaria riflessione sulle contraddizioni del sistema formativo italiano. Le considerazioni che seguono non hanno la pretesa di offrire soluzioni dogmatiche o definitive, ma intendono piuttosto lanciare una proposta operativa aperta al dibattito, per tentare di superare l'attuale impasse in una fase di transizione normativa cruciale, segnata dall'avvento della normativa sul Progetto di Vita ancora in sperimentazione fino al gennaio 2027 (D. Lgs 62/2024) e quella pienamente in vigore per la piena accessibilità fisica e digitale nei servizi pubblici (D.Lgs. 222/2023). La risposta richiede l'analisi della discontinuità strutturale tra i due sistemi. Se la scuola opera per mediazione didattica e integrazione sociale, l'Alta Formazione, costituzionalmente autonoma, certifica competenze specialistiche attraverso titoli con valore legale che non ammettono riduzioni o semplificazioni dei contenuti, specialmente nelle discipline performative AFAM. Attualmente, il sistema universitario tenta di colmare il divario con il tutorato specializzato, spesso delegato però a studenti "alla pari" o collaboratori precari. Tale modello, pur lodevole, genera discontinuità assistenziale e carenza di competenze clinico-pedagogiche, risultando strutturalmente inadeguato a sostenere la complessità dei nuovi "Progetti di Vita" che richiedono raccordi stabili con il territorio e i servizi sanitari. Inoltre, l'Università è anche un grande datore di lavoro. L'applicazione del D.Lgs. 62/2024 e in particolare del D.Lgs 222/2023, impone l'erogazione degli accomodamenti ragionevoli, anche per i dipendenti, ma spesso manca una visione d'insieme che unisca il supporto allo studente con quello al lavoratore, creando vuoti di tutela nel passaggio dalla carriera studentesca a quella accademica in cui lo studente diviene un lavoratore. La proposta, dunque, non è importare il "maestro" in aula, ma istituire un contingente di Personale Tecnico specializzato strutturato, sul modello già collaudato con successo in altri paesi europei come il Regno Unito, l’Irlanda o i paesi scandinavi (pedagogisti, psicologi dell'apprendimento, tecnologi assistivi, interpreti LIS). Assunto stabilmente nei ruoli tecnici ed EP (Elevata Professionalità), questo personale avrebbe un duplice mandato strategico: garantire un supporto professionale continuo allo studente e, parallelamente, agire come formatore interno e consulente per il corpo docente e amministrativo, insegnando a progettare didattica e ambienti accessibili. Per rendere sostenibile la riforma, si propone per gli atenei statali di vincolare una quota dell'FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario) a queste assunzioni, prevedendo una deroga legislativa ai limiti dei "Punti Organico" per non erodere le risorse destinate alla docenza. Per le istituzioni non statali, dove non vige l'FFO, la leva deve essere l'accreditamento ministeriale: il Ministero deve imporre all'ANVUR di integrare i modelli valutativi (AVA 3 e di conseguenza le competenze certificate dei valutatori in materia di disabilità), rendendo la presenza di tale personale strutturato un prerequisito indispensabile per l'autorizzazione dei corsi. Solo professionalizzando il supporto agli studenti si trasforma l'inclusione da emergenza assistenziale a sistema strutturale, garantendo piena cittadinanza nel diritto allo studio e al lavoro, anche nel sistema dell’Alta Formazione.
Francesco Alberto Comellini
Componente del Comitato Tecnico Scientifico dell'Osservatorio Permanente sulla Disabilità - OSPERDI ETS
Non facciamoci mancare la riflessione
ALESSANDRA SERVIDORI
2026 ?Parità tra uomini e donne ? pare anche solo formale ( ma non lo è) figuriamoci sostanziale
Nonostante gli incentivi europei e nazionali compresa la neonata legge di bilancio 2026, persiste una significativa distanza tra uguaglianza “giuridica” (quella formalmente sancita dalla Costituzione, dai Trattati Europei, e dalle Convenzioni Internazionali) e uguaglianza “reale”, ossia quella che riscontriamo nella vita di tutti i giorni e nei dati concreti sull’occupazione femminile, sul gender pay gap e sulla segregazione occupazionale che continua inesorabile.
Facciamo riferimento al 2024,perché sono dati certi e riscontrabili, il tasso di occupazione femminile in Italia è di circa 19 punti percentuali (pp) inferiore alla media europea, con poco più di una donna su due (57,4%) inserita nel mercato del lavoro. Nonostante un leggero miglioramento del trend occupazionale negli anni, 3 donne su 4 si dimettono a causa delle difficoltà riscontrate nel conciliare responsabilità di cura e vita lavorativa (da 74,7% nel 2023 a 77,5% nel 2024) (INL 2025).
Su ciò si innesta una sotto-rappresentazione delle donne non solo in alcuni settori economici (tradizionalmente più remunerativi, come le carriere STEM) ma anche ai vertici delle organizzazioni e, più in generale, della società – nonostante entrino nel mercato del lavoro con livelli di istruzione mediamente più alti dei loro colleghi. Non è un caso che l’Italia si collochi all’87° posto nella rilevazione del Global Gender Gap Report (WEF 2025) sui 147 Paesi analizzati, e al 35° posto tra i 40 che rientrano nell’area europea.
Consideriamo che si fa ancora molta fatica a declinare al femminile e l’uso demenziale dell’asterisco di forme sia maschili che femminili e altri escamotage per contrastare l’utilizzo del maschile sovra-esteso sono forse i primi argomenti che ci vengono in mente quando parliamo di parità di genere.
Potremmo quindi parlare di quanto sia importante declinare al femminile le professioni al fine di rendere reale il riconoscimento della possibilità anche per le donne di intraprendere determinati percorsi di carriera che fino ad un recente passato erano loro preclusi: pensiamo, a tal proposito, che solo dal 1963 una legge ha garantito alle donne il pieno accesso a tutte le professioni e cariche pubbliche. Abbiamo grandi assenti dal dibattito sulla parità di genere tanto quanto sulla conciliazione che sono gli uomini .Alcuni dati sul loro coinvolgimento fanno ben sperare: ad esempio, è positivo e in crescita il trend legato all’utilizzo del congedo di paternità, che è passato dal 19% degli aventi diritto nel 2013 al 64% del 2023). Tuttavia, meno di un uomo su due (43%) considera insufficiente la possibilità di realizzare la conciliazione vita-lavoro) e ancora meno 21,1% nel 2024) sono gli uomini/padri che si dimettono per motivazioni connesse con la cura della prole (INL 2025). È che le politiche di genere o le misure di conciliazione hanno sempre un unico target di riferimento: le donne e pare ovvio come siano proprio le donne a far emergere maggiormente i propri bisogni di conciliazione. Tuttavia, così facendo addossiamo ancora una volta la responsabilità del cambiamento (oltre che della cura) sulle spalle delle donne e continuiamo a rimandare una riflessione altrettanto fondamentale su quale dovrebbe/potrebbe essere il ruolo degli uomini (e dei padri) nella promozione della parità di genere e, di conseguenza, nella conciliazione.
Un discorso analogo possiamo farlo per ciò che riguarda il ruolo delle imprese. Sono ormai numerose le evidenze scientifiche che dimostrano come la riduzione delle disuguaglianze (di genere, ma non solo) sia associata non solo a un ambiente lavorativo più sicuro, ma anche a migliori performance economiche, a una maggiore capacità innovativa e a sistemi produttivi più resilienti. Il welfare aziendale e le pratiche di conciliazione vita-lavoro in azienda possono essere delle leve utili alle organizzazioni per promuovere equità, inclusione e benessere. Si possono predisporre strumenti di flessibilità organizzativa e oraria, permessi extra legem e meccanismi per favorire il rientro al lavoro, smart working e nuovi modelli organizzativi che utilizzano la tecnologia per migliorare il work-life balance. Vi potrebbe poi essere la predisposizione di servizi per lavoratori e lavoratrici con figli (convenzioni con asili nido, dopo-scuole e pre-scuola, ludoteche, ecc), servizi di assistenza per dipendenti con genitori anziani (supporto sanitario domiciliare, acquisto di dispositivi medici, servizi di trasporto). Ma anche strumenti di sanità integrativa, legati, ad esempio, alla prevenzione legata al genere e al supporto psicologico di qualsiasi forma.E comunque noi auguriamoci sereno 2026!!!!
REFERENDUM GIUSTIZIA perchè votare SI
10 buone ragioni per votare si al referendum sulla giustizia - Perchè voto si e faccio informazione
1. Un giudice terzo è la prima garanzia di libertà
Perché senza un giudice terzo non ci può essere il necessario riequilibrio del potere del Pubblico Ministero.
Il giudice deve essere libero da ogni vincolo e da ogni influenza, distinto da chi esercita l’accusa. È un principio costituzionale e una condizione essenziale di libertà per tutti. La separazione delle carriere rafforza la figura del giudice e restituisce fiducia, equilibrio e credibilità alla giustizia.
2. Ruoli diversi, stesse garanzie
Due carriere diverse, una sola giustizia al servizio delle persone.
Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa organizzazione, si valutano tra loro, condividono carriera e organo di governo. La riforma li distingue, rendendoli autonomi e complementari, e riportando chiarezza nel sistema. È così che la giustizia si declina in uno Stato di diritto democratico e liberale.
3. Per un processo davvero equo, ad armi pari
Solo la parità delle parti garantisce i diritti di tutti.
Nel giusto processo accusa e difesa devono confrontarsi in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale. Solo così la verità nasce dal confronto e non dall’autorità. Separare le carriere significa dare piena attuazione ai principi costituzionali del processo accusatorio e restituire ai cittadini la certezza di un giudizio fondato solo sulle prove e garantito da un giudice distante allo stesso modo da chi accusa e da chi difende.
4. Come in tutte le democrazie liberali
L’Europa separa i ruoli, l’Italia deve colmare il ritardo.
In tutte le democrazie consolidate in Europa e nel mondo giudici e pubblici ministeri dipendono da organizzazioni distinte. L’Italia, che rappresenta oggi un’anomalia assoluta, deve finalmente allinearsi ai modelli liberali ed evoluti, non per imitazione, ma per coerenza con la propria Costituzione e con il principio di separazione dei poteri.
5. Una giustizia che fa paura non è giusta
Chi crede nello Stato deve poter credere anche nella sua giustizia.
Quando i ruoli si confondono, la fiducia si incrina. Una giustizia che intimorisce o si chiude in se stessa smette di essere credibile. Separare le carriere significa renderla più trasparente, più vicina a chi chiede tutela e protezione. Perché la fiducia è la prima forma di giustizia, e la giustizia credibile è la base della democrazia.
6. Separare per difendere autonomia e indipendenza del giudice
L’autonomia si protegge distinguendo i ruoli, non confondendoli.
Separare assicura l’autonomia del giudice rispetto al pubblico ministero e aiuta a difendere l’indipendenza della magistratura da ogni condizionamento politico, ideologico o corporativo, rafforzando la sua funzione di garanzia. Una magistratura libera è una giustizia più forte: al servizio della verità e dei diritti, non del potere.
7. Sorteggio dei componenti del CSM: più trasparenza e meno correntismo
La giustizia deve rispondere ai cittadini, non ai gruppi di potere.
Con il sorteggio dei componenti dei due CSM verranno superate le logiche del correntismo che condizionano nomine e carriere, facendo prevalere l’appartenenza sul merito e sulle competenze. Il CSM tornerà così organo di garanzia, come previsto dalla Costituzione, e non strumento di potere interno, capace di condizionare gli stessi magistrati che dovrebbe tutelare.
8. Il Presidente della Repubblica, garante dell’equilibrio e dell’unità della giustizia
Il Capo dello Stato resta il custode della Costituzione e della libertà dei cittadini.
La riforma valorizza il suo ruolo di garanzia: il Presidente continuerà a presiedere entrambi i Consigli Superiori, assicurando coerenza e indipendenza per la magistratura. È il segno più alto di un equilibrio istituzionale che unisce, non divide: una giustizia ordinata e fedele ai principi della Repubblica e di uno Stato liberale.
9. Un’Alta Corte per una giustizia che risponde a tutti
La giustizia deve essere trasparente nei confronti dei cittadini, non rendere conto solo a se stessa.
Chi amministra la giustizia deve rispettarne le regole come ogni cittadino. L’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, autonoma e indipendente dai Consigli Superiori, i cui componenti saranno selezionati per sorteggio e in parte nominati dal Presidente della Repubblica, garantirà finalmente che le responsabilità dei magistrati siano valutate con terzietà e trasparenza. La credibilità nasce anche dalla responsabilità: nessuno è al di sopra della legge, tantomeno chi la applica.
10. Una battaglia di libertà, non di potere
È la riforma di chi crede nella Costituzione e nella giustizia come servizio ai cittadini.
È la storica battaglia trentennale dell’Unione delle Camere Penali Italiane: non contro qualcuno, ma per tutti. Perché separare le carriere non è uno slogan, ma un atto di civiltà. Dire SÌ significa, restituire credibilità e autorevolezza alla magistratura, avere un processo più giusto e una giustizia più trasparente nell’interesse di tutti i cittadini.
NON CORRO non BALLO non SALTELLO MA.....
Alessandra Servidori NON CORRO NON BALLO NON SALTELLO MA.......
Non corro , non ballo, non saltello. Semplicemente il 25 novembre da oltre mezzo secolo, lavoro a testa bassa perché le italiane possano ottenere nella società il ruolo che le aspetta di diritto e non siano sempre considerate un “di cui”, rispetto al tema della violenza culturale e concreta che si abbatte come una clava su di noi. Sicuramente senza presunzione di completezza e facendo proposte ragionevoli là dove destra e sinistra sono ancora distratte. E oggi a mettere in fila le liste delle ultime regionali saltano agli occhi la pochezza dei nomi femminili e i risultati delle elezioni regionali mostrano come, la tendenza all’esclusione delle donne dai ruoli di potere non sia ancora sanata e che per le donne il percorso verso l’elezione è più in salita rispetto agli uomini. E parliamo di Regioni dove le donne rappresentano poco più del 51% della popolazione residente; siamo dunque a circa il 20% di rappresentanza femminile. Inoltre, non c’è nessuna candidata donna alla Presidenza delle regioni che sono già andate al voto, tantomeno in quelle che hanno votato in questo autunno 2025. Francamente penso che stiamo tornando indietro e anche questo è un segnale di discriminazione di accesso alla gara e dunque di una violenza apparentemente più nascosta ma sempre bruciante . Dunque delle recenti elezioni regionali in termini di pari opportunità di accesso alla politica i dati parlano chiaro e la tendenza emersa fino ad ora non è incoraggiante e dovrebbe impegnarci almeno a cercare non cause – che conosciamo assai bene- ma soluzioni, al fine di onorare e rispettare i principi costituzionali di parità e uguaglianza. La Costituzione della Repubblica democratica italiana, infatti, non solo afferma l’uguaglianza “senza distinzione di sesso” nei suoi principi fondamentali (art. 3), ma fin dall’origine contiene norme espressamente volte a garantire il principio delle pari opportunità uomo-donna in materia elettorale (art. 48 e 51), che la revisione costituzionale degli articoli 117 nel 2001 e 51 nel 2003 ha reso ancor più esplicito. Evidentemente tutto questo non basta perché il principio di eguaglianza si traduca effettivamente nella realizzazione di una democrazia paritaria. Le ragioni della flessione delle candidate e delle elette nelle regioni in cui si è votato, oltre alle motivazioni alla base della mancanza di donne ai vertici delle istituzioni regionali sono evidentissime : le dinamiche interne ai partiti, la difficoltà sperimentata dalle donne nel trasformare i voti in rappresentanza concreta, oltre che l’influenza esercitata dalla società patriarcale in cui viviamo sul voto degli elettori in termini di preferenza e dalle poche risorse che si mettono nelle campagne elettorali per appoggiare le candidate. Questa è la verità ed è inutile fare sondaggi perchè l’obiettivo di ottenere e mantenere il potere, di fatto crea una chiusura interna, che può portare i partiti in grandissima difficoltà ,a concentrarsi più sulla propria sopravvivenza e sul loro consolidamento, che sugli obiettivi inziali e sbandierati ma non osservati concretamente. Questa evidente tendenza all’auto-referenzialità e alla conservazione favorisce, ancora oggi, una distribuzione diseguale del potere a vantaggio degli uomini e chiaramente lo ritroviamo nel numero delle donne collocate con ruolo nelle posizioni di vertice degli organismi dei partiti politici per capire a che punto siamo, tenendo conto del principio per il quale, finché le donne non contano è necessario non passare oltre ed evidenziare le disuguaglianze. Poi vero è, diciamolo forte e chiaro, che le scelte elettorali in termini di preferenza di genere, sono il riflesso anche della società in cui viviamo. La nostra società patriarcale è ancora intrisa di stereotipi e pregiudizi tali, da far riconoscere ancora nelle donne, il gruppo sociale con minori caratteristiche necessarie a ricoprire ruoli di leadership, rispetto agli uomini. E anche nel mondo del lavoro siamo ancora indietro, troppo indietro, e sono lo specchio della società in cui viviamo, in cui gli uomini di fatto ricoprono in maggioranza i ruoli di leadership aziendale e politica, ed è in grado di influenzare ancora e in modo significativo una parte dell’elettorato sulla scelta del voto di preferenza. Sono infatti ancora poche le donne che svolgono o hanno svolto ruoli apicali in ambito politico e certo è che la figura di Giorgia Meloni è ora dominante perché nella storia italiana non abbiamo mai avuto una Presidente del Consiglio determinata e potente e neanche una Segretaria di partito della minoranza così energica. Ma non basta perché qualsiasi cordata che possiamo ancora fare anche per aiutare le giovani donne che si lamentano ma poi si aggregano in troppe ai movimenti di rivolta violenti , senza cercare alleanze, mentre dovrebbero unirsi per ottenere riforme vere nel mercato del lavoro. Con la sola esclusione della classe 55-64 anni, la popolazione femminile è diminuita in tutte le fasce d’età considerate, in particolare tra le 35-44enni, dove il calo è stato dell’11,8% e solo il 53% delle donne italiane tra i 15 e i 64 anni risulta occupato, contro una media UE del 66% . E ancora permane il gender gap nel mondo del lavoro in Italia , il tasso di occupazione secondo Inps è inferiore a quello maschile di quasi 20 punti , alle donne vengono offerti più frequentemente e applicati contratti a tempo determinato o part time , gli stipendi sono più bassi di oltre il 20% ed è raro che le lavoratrici passino a ruoli dirigenziali anche se sono ad un livello di istruzione mediamente più alto . E questo lo dice il Rendiconto di genere a cura del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale. E se non è violenza di genere questa , cosa è ?
LEGGE DI BILANCIO : parliamone donne e studiamo!
ALESSANDRA SERVIDORI LEGGE DI BILANCIO STUDIAMO DONNE!!!!!!!
Mentre la Cina avanza a passi giganti mangiandoci tutti i nostri gioielli di famiglia che abbiamo svenduto in anni di incapacità di riformarci il sistema e mantenere quel patrimonio inestimabile che negli anni 60/70 era stato ricostruito , ora continuiamo a crescita zero virgola a farci la guerra ed è demenziale. E avvicinandoci alla ricorrenza liturgica del 25 novembre contro la violenza sulle donne ci dedichiamo ogni giorno una riflessione per almeno liberarci dallo stigma che NON ci occupiamo di economia ed essere libere e non soggette al potere disfattista maschile significa essere colte . Allora cominciamo a parlare di LEGGE DI BILANCIO .Il governo è accusato pretestuosamente di avere tassato i poveri e di aver agevolato i ricchi perchè ha tagliato la terza aliquota irpef dal 35 al 33 % ed è una stupidaggine demenziale. La sinistra impastata di retorica dice che i ricchi -che poi non lo sono affatto- strumentalizzando alcune note descrittive della Banca d'Italia e dell'Istat sugli effetti distributivi della manovra, che sottolineano come i principali beneficiari siano i contribuenti appartenenti al 40 per cento "più ricco" della popolazione, cioè quelli con un reddito lordo superiore ai 26 mila euro. Che questi individui possano essere considerati anche solo "benestanti" denota un problema non solo nel livello dei redditi italiani, ma anche e soprattutto nel nostro sistema mediatico e nella qualità del dibattito politico che è basso sia nelle tv che tra i politici che NON studiano.Siamo alla quarta manovra finanziaria di questo governo: è la prima che assegna (poche) risorse a questa fetta di contribuenti, che pure versa all'erario circa i tre quarti del totale del gettito Irpef. Le precedenti leggi di bilancio si erano focalizzate sui redditi bassi, con l'obiettivo di proteggerne i redditi dall'inflazione: per fare ciò nel rispetto dei vincoli di bilancio, l'esecutivo aveva finora sacrificato i (più) "ricchi" che non solo non avevano ricevuto alcun sostegno, ma erano stati penalizzati dal taglio delle deduzioni. Con l'intervento per il 2026, il governo cerca di restituire, per quanto solo parzialmente, ai redditi medi una parte di quanto sottratto dal famoso e poco conosciuto cd FISCAL DRAG Il “fiscal drag”, o drenaggio fiscale, è un fenomeno che si verifica quando l’inflazione porta a un aumento della pressione fiscale, anche se il reddito reale (cioè il potere d’acquisto) rimane lo stesso o diminuisce. Questo accade perché le fasce di reddito e le aliquote fiscali non vengono adeguate all’inflazione. Con un reddito nominale invariato è evidente che si pagano le stesse tasse anche se l’inflazione ha ridotto il potere d’acquisto e quindi il reddito reale: con i soldi che guadagno posso comprare meno, ma le tasse che pago rimangono le stesse. Se, invece, si ottiene un aumento dello stipendio che fa recuperare il potere d’acquisto, posso comprare la stessa quantità di merci e servizi, ma finisco per pagare più tasse, e spesso in percentuale maggiore sul reddito quando scatta lo scaglione successivo ma le tasse che pago rimangono le stesse. Se, invece, si ottiene un aumento dello stipendio che fa recuperare il potere d’acquisto, posso comprare la stessa quantità di merci e servizi, ma finisco per pagare più tasse, e spesso in percentuale maggiore sul reddito quando scatta lo scaglione successivo. Secondo le stime nel 2022 quando l’inflazione era al 9%, lo Stato ha incassato gettito derivante da fiscal drag per circa 14 miliardi, di cui 9 da contribuenti con lavoro dipendente prevalente e 3,9 miliardi dai pensionati.
Ogni immobilismo è complicità : forza e coraggio contro l'antisemitismo
Alessandra SERVIDORI
Per contrastare la violenza che in questo periodo viviamo ripropongo un passaggio della Carta delle Buone prassi per il rispetto della libertà di religione e di culto nei luoghi di lavoro. IN questa stagione di antisemitismo nelle università che trovo incivile può essere assolutamente utile conoscerla e divulgarla.
Carta delle buone Prassi per il Rispetto della Libertà di Religione e di Culto nei Luoghi di Lavoro. Le evidenze raccolte dagli autori- Prof.Pacillo e Proff Hussen mostrano chiaramente che l’inclusione delle identità religiose nelle politiche di diversità può migliorare sia la soddisfazione dei lavoratori che la coesione sociale all’interno dell’organizzazione, elementi cruciali per lo sviluppo di ambienti lavorativi sani e produttivi. Una Carta delle buone Prassi delinea linee guida concrete su come le aziende possano creare spazi sicuri per l’espressione della propria identità religiosa, evitando che la mancanza di attenzione a queste tematiche influisca negativamente sulle performance dei dipendenti e sul clima organizzativo. 3. La tutela della libertà religiosa nei rapporti di lavoro in Italia si fonda prima di tutto su una serie di disposizioni che vietano ogni forma di discriminazione legata alle convinzioni religiose, sia durante il rapporto di lavoro che nella fase preassuntiva. Questo principio, che ha radici profonde, viene espresso per la prima volta in modo chiaro con l’art. 4 della Legge 15 luglio 1966 n. 604, che stabilisce la nullità di qualsiasi licenziamento motivato dalle convinzioni religiose del lavoratore. Successivamente, la Legge 11 maggio 1990 n. 108 ha rafforzato questa protezione, prevedendo l’invalidità del licenziamento per motivi religiosi, indipendentemente dalle giustificazioni addotte dal datore di lavoro. Il concetto di “fede religiosa” include tutte le possibili posizioni ideologiche del dipendente, non limitandosi solo all’appartenenza a un gruppo religioso ma estendendosi anche a qualsiasi posizione ideologica contraria o diversa rispetto a una particolare dottrina religiosa. Questa ampia interpretazione apre una serie di questioni relative alla situazione delle cosiddette “organizzazioni di tendenza”, ovvero imprese o enti che perseguono finalità ideologiche o religiose. Per queste organizzazioni, la discriminazione religiosa potrebbe assumere sfumature differenti, poiché l’ideologia che esse promuovono può, in alcuni casi, legittimare determinati comportamenti che altrove sarebbero considerati discriminatori. Tuttavia, tale legittimità è soggetta a una rigorosa valutazione e non può tradursi in una limitazione arbitraria della libertà del lavoratore.
Disabilita' e impegno nel Comitato interministeriale diritti umaniDU
Alessandra Servidori Disabilità e impegno nel CIDU
Impegnarsi nel Cidu significa applicare la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, un trattato internazionale vincolante che riconosce e promuove i diritti delle persone con disabilità, definendole come coloro che hanno menomazioni a lungo termine che, in interazione con barriere, ostacolano la loro piena partecipazione nella società. L'Italia ha ratificato questa convenzione nel 2009. CIDU promuove l'inclusione, l'uguaglianza di opportunità e l'autonomia, cambiando il paradigma da un approccio medico a un approccio sociale basato sui diritti umani, e sono notevoli le più recenti attività del Comitato anche in considerazione della candidatura dell’Italia al Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite per il triennio 2026-2028.Il 30 giugno abbiamo terminato e pubblicato l’Adozione in via definitiva del rapporto della Revisione Periodica Universale dell’Italia Al quale sono seguiti in ordine temporale il PAN Piano di azione Piano nazionale giovani, donne pace e sicurezza il Piano di recentissima predisposizione che deve essere ancora pubblicato su OHCHR | RIS. CDU 58/29 “COMBATTERE INTOLLERANZA SULLA BASE DELLA RELIGIONE O DEL CREDO e molto importante il Piano su Imprese e diritti.Condividere con Istituzioni , associazioni e società civile testi di proposte e di percorsi per attuarle è compito complesso fortemente interdisciplinare e comporta una conoscenza delle norme e approfonditamente le concrete iniziative ,l’ultima delle quali nel combattere le intolleranze deve fare i conti con la situazione politica in cui ci troviamo e con la coerenza che come paese siamo chiamati a rilanciare . Ogni ministero e ogni organismo deve innestare nelle proposte che hanno una taratura antidiscriminatoria una coincidenza con la comparazione sociale ed economica che la disabilità ha nelle politiche appunto dal punto lavoristico, sociale, sanitario ,economico per poter realizzare in impegni concreti la piena partecipazione nella società per le persone disabili. Dunque mettere a terra come si usa dire oggi i progetti comporta di adottare metodologia per coordinare le proposte , indicarne le azioni concrete che permette una valutazione olistica che connette l'effetto fiscale e il sostegno al reddito con la tutela dei diritti, in particolare quelli sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD).La situazione a livello nazionale e internazionale è ancora molto delicata. Passi in avanti ne sono stati fatti sicuramente ma l'inclusione effettiva (de facto) è ancora compromessa. Per quanto riguarda i giovani la mancanza di continuità didattica annulla l'efficacia del Progetto Educativo Individualizzato (PEI), che è il cuore dell'obbligo di accomodamento ragionevole. Il LEP Assistenza si concentra sull'assistenza non docente e sulla comunicazione, ma senza un robusto piano di investimenti pubblici e magari con una forte sussidiarietà del privato per l'eliminazione delle barriere fisiche e la stabilizzazione del personale specializzato, il diritto all'inclusione scolastica rimane una promessa legale non supportata dalla realtà infrastrutturale e di capitale umano. ll Diritto al Lavoro e la deistituzionalizzazione ,il ruolo e il sostegno del Caregiver e il Progetto di Vita sono strumenti che favoriscono l'applicazione della CRPD (vivere in modo indipendente), prerequisito per l'occupazione. Garantendo supporto strutturale alla cura in ambito comunitario, si riduce la dipendenza dall'istituzionalizzazione. Per quanto riguarda il lavoro la CRPD , le politiche attive come il Programma GOL e il SIISL devono essere integrate con meccanismi espliciti e finanziati per l'identificazione e la fornitura di piani individualizzati. La CRPD respinge esplicitamente le forme di lavoro segregato, come gli sheltered workshops, come non conformi e l'efficacia del SIISL nel promuovere l'occupazione delle persone con disabilità dipenderà dalla sua capacità di garantire l'accesso al mercato del lavoro aperto e non segregato. Dunque ancora tanto impegno dalla parte delle persone disabili e per le loro famiglie e la dimensione internazionale ci può aiutare.
cambiare la leadership...... significa
Alessandra Servidori pubblicato su www.startmag.it 18 ottobre 2025
Cambiare la leadership dei leader della guerra in medio oriente. Il Cardinale Pizzaballa si è pronunciato sulla situazione tra Israele e Palestina .riflessioni Servidori
La guerra in medio oriente ha un aspetto talmente globale che non ci si può permettere di pensare solo ad un cambio di leadership del capo di Hamas e Netanyahu perché il ritorno della guerra in Europa e con essa la crisi energetica dell’inflazione, dei tassi di interesse, delle disuguaglianze ha coinvolto pesantemente il conflitto israelo-palestinese modificato anche dalla nuova stagione trumpista segnata dalla guerra dei dazi,dal tentativo ancora in corso di delegittimare il pensiero liberal delle università americane e dalla minaccia ormai resasi evidente del ritiro della difesa americana dal sistema mondiale . E tutto questo dopo l’orrido 7 ottobre del 2023 in cui è bene riaffermarlo l’aggredito è stato Israele e l’aggressore Hamas e prima di questo inferno l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia . E dietro a queste cd leadership ci sono dei popoli in balia dei potenti , massacrati spesso talmente indeboliti da non poter neanche avere la forza di reagire che sono strumentalizzati da chi il potere lo gestisce e da tribu’ di terroristi . Dunque sostituire con altri al posto di Zelensky e Putin o di Abd al-Aziz al-Rantissi e Netanyahu ciò richiede non solo tempo ma anche etica,visione,coerenza e una responsabilità intergenerazionale che ha la capacità di guardare al futuro e tiene conto dell’effetto che le scelte di oggi avranno sulle generazioni che verranno con il rischio e il coraggio di trasformare,innovare,cambiare paradigma in modo che questa missione diventi parte integrante del valore dei popoli coinvolti . Un progetto politico,sociale ed economico equilibrato e non di un singolo ma di una uniformità di donne e uomini motivati a innovare le regole in una situazione sociale assolutamente diversa, significa rafforzare e trasmettere un messaggio potente che favorisce la ricerca di una cultura di appartenenza, della costruzione ,certo delicata e complicata, di una causa nobile capace di affrontare le sfide per il bene sociale ed economico del paese riconoscendo il valore di un impegno che contribuisce al progresso umano . Per quel che mi riguarda difendere gli israeliani e gli ebrei e gli ucraini nel mondo significa difendere noi stessi ,l’occidente e i nostri valori e spesso questi popoli sono da soli e da soli con alleanze spesso spurghe combattono per esistere . Dunque c’è bisogno anche e soprattutto in Italia prima di pensare a sostituire le leadership denunciare e confrontarsi sui rischi che corrono le democrazie liberali e le ambiguità delle loro leadership politiche nel sostenere sia Israele che l’Ucraina non lasciandoli da soli ad affrontare i loro nemici ,nemici delle libertà delle donne dei bambini della dignità delle persone dei diritti civili. Per fare un esempio pratico come componente del CIDU (Comitato interministeriale Diritti Umani) è necessario lealmente responsabilizzarsi su come Paese e dunque Comitato in relazione alla richiesta di contributi con la quale l’Alto commissario per i diritti Umani sulla base della Risoluzione del Consiglio n.58/29 “ Combattere intolleranza ,stereotipi negativi, stigmatizzazione, discriminazione,incitamento alla violenza contro le persone ,sulla base della religione o del credo “,invita gli stati Membri e dunque anche l’Italia a fornire elementi in vista della predisposizione di un rapporto che sarà presentato in occasione della 61ma sessione del CIDU (febbraio -aprile 2026) Questa occasione ci permetterà di assumerci delle responsabilità concrete e ci misureremo sulla volontà di difendere concretamente i nostri valori. E questa è oggi, più utile che mai, anche l’occasione per divulgare coerentemente come ci siamo impegnati la Strategia per combattere l’antisemitismo che è uno strumento al quale abbiamo lavorato in un Comitato che si è trovato a sviluppare in un momento tragico una missione che ha nelle università nelle scuole, tra una società spesso invasa da ideologie antistoriche ,una veemenza riemersa dai periodi più bui della storia e che ci chiama a contrastare con buonsenso e sulla base di un progetto condiviso questo abominio con la forza della ragione e del coraggio, senza paura.
Legge di bilancio 2026 aspettando il testo.....
LEGGE DI BILANCIO - Aspettando il testo...... pensieri scritti da F.A.C.
Il Caregiver Familiare alla prova della legge di bilancio 2026
In un'Italia che affronta una profonda trasformazione demografica, il ridisegno delle politiche per la disabilità e la non autosufficienza rappresenta una scelta strategica, la cui visione si confronta ora con la prova più decisiva: quella della sostenibilità finanziaria. Le riforme avviate in via sperimentale dal 1° gennaio 2025 segnano un'evoluzione culturale ambiziosa, ma si inseriscono in un quadro macroeconomico segnato da una crescita contenuta e da un debito pubblico la cui traiettoria è vincolata dall'eredità di ingenti spese fiscali passate, che superano i 100 miliardi di euro annui. In questo contesto, ogni nuovo impegno di spesa richiede un'attenta ponderazione, e l'effettiva portata del cambiamento potrà essere misurata solo attendendo i numeri, nero su bianco, della legge di bilancio per il 2026 che sarà presentata nei prossimi giorni. Il vero banco di prova di questo nuovo impianto di welfare sarà la capacità di dare risposte concrete e strutturali alla questione dei caregiver familiari. Il Documento Programmatico di Bilancio presentato al Consiglio dei Ministri lo scorso 14 ottobre, indica l'intenzione di finanziare una riforma del loro ruolo di cura e assistenza, ma la sfida è trasformare questa enunciazione in una soluzione stabile e adeguatamente finanziata. Sostenere chi assiste non è solo un imperativo di equità sociale, ma una necessità economica. I dati INPS evidenziano come i carichi di cura impattino in modo sproporzionato sulle traiettorie lavorative delle donne, con un peggioramento retributivo che si accentua a ogni nuova nascita e una probabilità di abbandono del lavoro che, nel settore privato, raggiunge il 20% dopo il primo figlio. Una politica strutturale per i caregiver familiari, quindi, non è un costo, ma un investimento per la parità di genere e la partecipazione al mercato del lavoro, leve fondamentali per contrastare le pressioni demografiche evidenziate anche dall'OCSE. In controluce restano le pur importanti riforme sulla disabilità e la non autosufficienza, con l'introduzione di un procedimento di valutazione unificato e la centralità del "progetto di vita". Queste innovazioni, che mirano a superare la frammentazione e a porre la persona al centro, richiederanno a loro volta risorse adeguate per non rimanere sulla carta. L'investimento sociale per l'inclusione è strategico, ma deve fare i conti con un bilancio pubblico dove la spesa per interessi è prevista in aumento fino al 4,3% del PIL nel 2028 e dove le proiezioni demografiche dell'OCSE indicano un inevitabile aumento della spesa pensionistica e sanitaria. Il percorso tracciato è lodevole, ma un cauto realismo è d'obbligo. Il successo di questo nuovo modello di welfare non dipenderà solo dalla bontà del suo disegno, ma dalla capacità di allocare, nella prossima legge di bilancio, risorse adeguate e sostenibili nel tempo, dimostrando che l'inclusione non è una voce di spesa da comprimere, ma una priorità irrinunciabile per il futuro del Paese.
Francesco Alberto Comellini -Componente del Comitato Tecnico Scientifico--Osservatorio Permanente sulla Disabilità - OSPERDI ETS
Sono cittadina e non suddita a fianco delle comunità ebraiche
Alessandra Servidori
https://www.startmag.it/mondo/ebre-antisemitismo-servidori/
Sono cittadina di Bologna e non suddita di Lepore e sono al fianco delle comunità ebraiche
Siamo in piena barbarie nella mia bella città e in troppe città italiane. Oggi pomeriggio in Consiglio Comunale Lepore sindaco ormai divenuto dittatore senza limite, ha ricevuto e premiato a Bologna questa Francesca Albanese eroina blasfema insieme alla portavoce di quelle barche che hanno sfidato la guerra e che vaneggiano con troppa condiscendenza dell’informazione che mi fa vegognare di cd “colleghi” iscritti all’ordine dei giornalisti. Albanese dopo aver offeso il sindaco di Reggio Emilia con una clak di docenti indecenti, che fomentano l’ideologia ipocrita di finti amici della pace ed evidenti rabbiosi antisemiti, predica ana accondiscendenza verso il terrorismo con una opposizione anticostituzionale nauseabonda con una platea di persone sempre più amica di Hamas. La cialtroneria demagogica antisionista e antisemita pervade drammaticamente i vari cortei che portano alla guerriglia che non è mai né piccola né grande come raccontano i mas media. La caccia all’ebreo e il fuoco con scritte inammissibili, l’occupazione violenta delle scuole e delle università con le bastonature ai docenti e il benestare codardo di rettori irresponsabili con manipolazione del genocidio che mai viene invocato per la popolazione ucraina ma viene usato contro le vittime della shoah, è indecente e porta lo striscione della guerra a fianco ai terroristi del 7 ottobre che sfilano nelle strade mettendo il territorio a ferro e fuoco. Menzogne riportate quotidianamente in troppe tv e giornali cala sulla notte della pace e sicuramente contrasta il Piano Trump e un accordo sempre più difficile e si cerca(?) l’unità nazionale aizzando il fuoco del dissenso contro il Governo Meloni e l’opposizione sbraita in ogni occasione e ci si chiede se questa accozzaglia di campo minato di estrema sinistra può ancora essere il partito del Capo dello Stato Mattarella. Essere lucidi serve : il Piano di pacificazione e stabilità per Gaza fondato sulla liberazione degli ostaggi e la resa di Hamas è plasticamente una vittoria di Israele su ben sette fronti di guerra aperti contro il suo diritto di esistere in pace e sicurezza e il pd non può continuare a scegliere la deriva dei falsi pacifisti perché toglierebbe la dignità politica a quel partito che nella storia italiana ha avuto un ruolo fondamentale e che è già moralmente sul baratro della opposizione costituzionale. E come componente del Gruppo che siede a Palazzo Ghigi per promuovere la Strategia sull’antisemitismo che ha visto una composizione interistituzionale e associativa straordinaria affermo senza nessuna timore che le colpe dei padri non si possono riversare sui figli e dunque l’odio verso Israele è degenerato sul popolo ebreo con effetti intollerabili che sconvolgono la storia dell’identità ebraica che non ha nessuna colpa e che sottopongono le comunità a barbarie già sfociate in persecuzioni di memoria aberrante: combattere le assimilazioni opportunistiche significa difendere e rilanciare con forza la storia millenaria della cultura della gente ebrea. In tutti i modi possibili, senza temere l’ignoranza coatta .
Antisemitismo volgare e antistorico : avanti con la storia e la verità
Alessandra Servidori
Di questa pattuglia di barchette che sfidano la sicurezza del nostro Paese non voglio parlare se non per dire che neanche la posizione e la raccomandazione del Capo dello Stato- che comunque li ha onorati- è servito per eliminare quella azione politica di presunzione strumentale che portano avanti. Ancora oggi con più rabbia contro il Governo Meloni che conferma la sua stabilità e il buonsenso. LA PROPAGANDA politica informativa su Gaza al di là del forse possibile accordo in corso, ha massacrato il popolo ebraico e la storia degli israeliani. Un antisemitismo feroce manipolato dall'informazione offusca ancora oggi la verità che è invece ovvia che lo scoppio della pace alle condizioni date dipende dalla tenacia di Israele dalla pressione militare per distruggere il male assoluto che ha scatenato Hamas il 7 ottobre, accerchiandolo per renderlo impotente, Israele ha sempre trattato mediato in questi due anni contro un nemico implacabile che ha usato i palestinesi come scudo umano e se la pace verrà avviata sarà anche perchè è stata fatta una solida autodifesa di Israele comunità politica popolo Stato governo. Questo si.Il Governo Italiano ha tenuto l'unica posizione corretta nella fuga in avanti di alcuni paesi per ciò che riguarda il riconoscimento della Palestina cioè di uno Stato che non esiste e che per crearne le condizioni si deve favorire una leader palestinese coerente e un territorio contiguo e allontanare Hamas dalla sua devastante terroristica predatoria.Non possiamo permettere l'orrore degli jihadisti di indottrinare altre generazioni non solo di palestinesi perchè lo scopo nella vita è di sradicare annientare gli ebrei.Ad Hamas il riconoscimento dello Stato di Palestina è un riconoscimento del suo barbarico macello del 7 ottobre continuato nella devastante esibizione degli ostaggi e il potere della folla musulmana e filo palestinese che marcia anche nella nostra Italia con la kefiah d'ordinanza scontrandosi con le forze dell'ordine vuole sostituire il potere democratico.L'estrema sinistra e anche l'estrema destra usa il vittimismo come una clava e si affiancano al Samidoun organizzazione terroristica che prolifera negli Stati Uniti,Canada, Paesi Bassi,Germania e anche Israele , indottrina bambini e persone ignoranti in una propaganda anticoloniale e antisemita creando violenza paura isolamento aggressione e grazie ai social network scatenano le folle e sopratutto le giovani generazioni . Il Governo Italiano ha prodotto le linee guida per una Strategia contro l'antisemitismo che siamo impegnati a sviluppare e che in questo preciso momento per chi come scrive l'impegno è nelle Università e tra i giovani, è un lavoro di coraggio e tenacia perchè le Accademie sono proprio i luoghi dell'antisemitismo più violento e intollerabile fagocitati dai collettivi islamisti penetrati nei gruppi studenteschi.Il capovolgimento della storia ha trasformato lo Stato di Israele nato dal genocidio degli ebrei e sopratutto dalla volontà delle Nazioni Unite : creato nel 1948 oggi lo hanno trasformato in uno stato nazista stigmatizzandolo e sopratutto isolando violentemente gli ebrei, e la pace si allontana inesorabilmente. Alle condizioni date riconoscere oggi lo Stato di Palestina significa isolare Israele. Dunque avanti nella opera di informazione di ricordo della storia vera di restituire al popolo la verità.
KIEV e ISRAELE : avere il coraggio di dire la verità
Alessandra Servidori KIEV e ISRAELE avere il coraggio di dire la mia verità
E’ domenica ho la vitalità dei miei nipoti che riempiono le stanze e sento la necessità di andare oltre alla definizione di “cretinetti” che ho dato a quella quarantina di imbarcazioni irragionevoli che giocano a fare gli eroi. Ma di loro non voglio occuparmi e neanche dei loro sostenitori che reputo irresponsabili ma devo mettere in fila i miei sentimenti, anche perché è bene avere il coraggio di affermare la mia libertà di pensiero e parola. La politica è una cosa seria e purtroppo la mia bell’Italia si emoziona solo spesso per il campionato di calcio. Sulla questione Israele Palestina si sono formate due tifoserie che escludono a priori che ci possano essere ragioni e torti da entrambe le parti : se è giusto, anzi sacrosanto, pretendere l’eliminazione di Hamas da ogni forma di presenza, tanto più di governo, in Palestina, perché è la precondizione per stabilizzare la regione mediorientale, a sua volta fatto essenziale per fortificare gli equilibri geostrategici mondiali, altrettanto è grave che Nethaniau capo di Israele con ancora l’appoggio a maggioranza del suo governo , abbia scelto una linea che si è tradotta nel massacro di Gaza. Hamas non è un esercito contro cui combattere, è una potente struttura terroristica che si è dato ben 790 novanta chilometri di sotterranei con la chiara condivisione della popolazione che ora dice di rappresentare e difendere come uno scudo umano. Non rilasciare gli ostaggi israeliani del 7 ottobre dopo 3 anni dall’attentato significa far pagare un prezzo altissimo proprio ai palestinesi,a Gaza, e altrettanto in Cisgiordania. E’ un odio razziale verso i palestinesi in generale, senza distinzione tra civili e terroristi. Dal febbraio 2024 mi impegno nella divulgazione della Strategia nazionale contro l’antisemitismo e tutta questa guerra finisce per alimentare la diffusione di un inaccettabile odio antisemita, di cui ne è un esempio la scia di violenza scatenata da frange di facinorosi nelle manifestazioni italiane per Gaza, che pur pacifiche avevano però il torto di scandire slogan solo contro Netanyahu senza spendere una parola su Hamas e il suo criminale uso strumentale dei palestinesi. La situazione è terribilmente complessa, come dimostra il fatto che la soluzione della comunità internazionale resta sempre la stessa – 2 popoli, 2 Stati – dopo decenni di fallimenti e veti incrociati e agli ignoranti delle due tifoserie è bene ricordare che fu la stessa Israele a finanziare Hamas, favorendone la vittoria nella Striscia sulla più moderata ANP (ex OLP), proprio per scongiurare il pericolo di uno stato palestinese unitario. E adesso che Netanyahu vuole annientare definitivamente Hamas -ricordandoci che questo contingente terrorista è a capo degli assassini di Israele da cui per decenni si è dovuta difendere- non si capisce come possa accettare la nascita di uno stato arabo ai suoi confini, tra l’altro tutti da definire .Bisogna avere come Italia ed Europa la consapevolezza ad occuparci anche del fronte mediorientale oltre che di quello russo-ucraino per cui qui in Italia non si vedono le masse mobilitate pro Ucraina e non ci si preoccupa se non sporadicamente del genocidio che lo Zar Putin sta compiendo : dobbiamo cercare una soluzione per l’intera regione che recuperi l’essenza dei “patti di Abramo” e che nello specifico israelo-palestinese vada oltre lo schematismo ormai consunto della formula 2 popoli, 2 Stati che in questo momento, dobbiamo essere onesti, alle condizioni date è irrealizzabile.. Per questo ci vuole il coraggio di cercare e muoversi con gli alleati che condividono una soluzione ragionevole e creare due Europe lasciando al loro destino chi fa ostruzionismo e politicamente scorretto non vuole la pace ma solo l’arrembaggio perpetuo come vediamo esercitare i 2 fenomeni che attualmente si dividono con arroganza le sorti del mondo. I superstiti di Gaza insieme ai disperati ostaggi, torturati, sottoposti a crudeltà perpetuate del maledetto 7 ottobre devono poter contare su una autorità indipendente con i paesi arabi alla testa e la protezione concreta delle Nazioni Unite. E invece niente viviamo una isteria collettiva disgustosa nell’aula magna dell’Onu che chiaramente non si impegna a trovare una soluzione politica e militare ma a far spettacolo senza voler ricordare le immagini barbariche del 7 ottobre con un Iran che padroneggia i cd diritti umani e controlla un’ aula vergognosamente antisemita . Addossare a Israele le sofferenze procurate a Gaza è la mentalità di Hamas ,che è evidente ha troppi sodali nel mondo, programmando e teorizzando e applicando lo jiadismo nascondendosi sotto terra e lasciando il popolo palestinese come scudo umano.Israele non accetta giustamente uno Stato del terrorismo e non ha permesso ad Hamas di governare insieme agli Hezbollah e Assad : è chiaro che in molti hanno perso o non hanno mai avuto il segno etico della storia che farà parte di quella che sarà scritta nei libri e che ci auguriamo una volta finita questa guerraa sia insegnata correttamente ai nostri piccoli italiani perché non si ripeta l’orrore idolatrico dell’isteria contro il coraggio di un popolo. Israeliano o Ucraino che sia.Qui in Italia poi la strumentalizzazione che si consuma per affossare un governo legittimo è patetica e quella sì inconcepibile e i filo putinisti non sono degni di esseri chiamati opposizione in una democrazia parlamentare perché usano strumenti di delegittimazione verso il capo del Governo rabbiosi e francamente talmente sfacciati di cui vergognarsi.
