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Editoriali

Pavidi Ministri lasciano solo Francesco

Alessandra  Servidori

Non sono  bigotta e sono cristiana e apprezzo il coraggio di Papa Francesco, e mi altero non poco per non dire  una parolaccia, per il comportamento dei renziani laicisti, pavidi ministri sulla questione Armena, perché lasciare solo Francesco in un momento come questo significa proprio essere senza  anima. Succede così che Dario Franceschini ministro alla cultura e non alla verità , in compagnia di Paolo  Gentiloni ministro degli esteri ben poco autorevole anche per i nostri marò, e il sottosegretario agli affari europei  Sandro Gozi tutti e tre ammantati di provenienza demo/che ? prendano le distanze con fare quasi patetico all’arroganza Turca rivolta al Santo Padre  . Se non spetta all’Italia dire la verità a chi aspetta?  Ma quale legittimità morale hanno dei Ministri della Repubblica Italiana  e quale leadership rappresentano i tre ometti che non riconoscono la  storia enon danno affidamento per  operare e  impedire che le tragedie di genocidio si ripetano? Io non accetto chi mi impone di non riconoscere la verità di Stato  e il  negazionismo governativo.  Le tre scimmie non vedo non sento non parlo preferiscono l’omertoso silenzio ?Perchè lo sterminio degli armeni e quindi il genocidio di un popolo e quello che sta succedendo ora ai cristiani nel mondo non deve essere conosciuto, e condannato e magari contrastato con forza? Perché questa squallida abiura della richiesta di Francesco di un cammino per la franchezza e la parola libertà e magari la ripresa dell’iniziativa sulla tradizione cristiana? Questa è una società che ha un bisogno straordinario di uscire da questa crisi profonda di valori, di interessi  e comportamenti collettivi, di uscire dalla solitudine in cui si è cacciata ,in mondi che spesso non riescono a dialogare tra loro, vivendo di quel poco di se stessi, senza confronti e ammissioni. I significativi passi e le forti parole di Francesco sono una grande risorsa ,la cogenza dell’ignoranza del disordinato potere dei ruoli e dell’ambiguità opportunista  rappresentano il declino e la lontananza dai processi reali della società.  

ALESSANDRA SERVIDORI 14 Aprile 2015

GO HILLARY!GO!

 ALESSANDRA SERVIDORI              GO HILLARY! GO !

Hillary Rodham Clinton ha annunciato  la sua candidatura alla presidenza degli Stati Uniti: è  conosciuta  in tutto il mondo, per la sua  intelligenza e per il suo passato fatto di competenza e durissimo  lavoro anche come avvocato. E lei sa bene , come chiunque, che la strada per la Casa Bianca  sarà difficile e soprattutto avrà moltissimi nemici da combattere . Lei è tenace e  decisa a superare gli ostacoli che hanno cominciato a cacciarle  davanti : numerosi giornali  anche nostrani ,inguaribili maschilisti ,la tacciono di essere una “tigna ambiziosa”,ma solo perché è donna di grande competenza e pazienza, donna che ha saputo essere moglie silenziosa nel momento in cui il marito Presidente si è fatto massacrare da una storiaccia  ridicola di sesso; lei poi accanto a Obama Segretario di Stato apprezzata e temuta in ambito internazionale. Ed è una candidata  donna di stile e di animo superiore e potentemente antico e non mi voglio far scappare l’opportunità di manifestare tutta la mia soddisfazione per la forza che esprime in questo momento e per il sostegno che desidero le arrivi diretto e concreto. Mi auguro che  Hillary Clinton  vinca  le primarie, come tutto lascia  pensare, e dovrà convincere  che porterà  un grande cambiamento, differenziandosi da Obama nonostante abbia lavorato con lui durante la sua amministrazione, e dovrà farlo allo stesso tempo senza perdere per strada nessun suo sostenitore. Il programma di Hillary  ,stando al suo video di presentazione in TV , dovrà contenere oltre che coraggio amministrativo , una chiara filosofia di governo, una governance per il futuro per i giovani americani, con una politica economica concreta di rilancio e sviluppo dell’occupazione e dell’innovazione,consolidando al contempo ciò che i democratici  hanno realizzato  durante l’amministrazione Obama , per quanto riguarda la sanità, la regolamentazione finanziaria, i diritti dei gay e il cambiamento climatico. Lei  procederà  spedita su un programma innovativo che rafforzi il versante della crescita economica attraverso gli investimenti in ricerca nuove tecnologie,sulla politica di difesa militare e di forti rapporti internazionali .Non c’è dubbio che Hillary Clinton dovrà vedersela con i Repubblicani e con la dinastia dei Bush che mettono in pista il nipote  del patriarca che ha fondato sulla strategia del potere famigliare( con le donne Laura e Barbara moglie e madre asservite) la sua presidenza ,ma c’è anche l’impervio  coacervo di  correnti nei Democratici da superare ( tanti  estremi liberal, sinistrosi,anti interventisti,ecc)  molti tra loro maschilisti ambiziosi. La forza di Hillary è che vuole diventare Presidente: e se anche Dio vorrà, sarà la prima Presidente Donna degli Stati Uniti d’America,preparata, coraggiosa, arrogante quel tanto che le serve, piglio  solare e lifting ben riuscito che le ha ridonato uno splendido sorriso.    

ALESSANDRA SERVIDORI 13 APRILE 2015

 

 

Tesoretto Magico Tesoretto?

Alessandra Servidori

 E di nuovo rispunta magicamente a ridosso delle elezioni il vezzeggiativo paroletta che fu utilizzata dal Ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa nel marzo del 2007 per indicare l’extra gettito delle finanze statali ,rispetto alle previsioni ( ?) derivante dalla lotta all’evasione e dai maggiori introiti erariali .Il termine indica la presenza di un qualsiasi tipo di risorsa di modesta entità, che pertanto deve essere gestita prudentemente ecco appunto se è vero che c’è e non è solo previsto( di previsioni ormai poi rivelatesi false ormai ne abbiamo sentite tante soprattutto nell’ultimo anno), la parola prudenza è più che mai d’obbligo.Ma la prudenza non sta di casa a Palazzo Chigi che esonda regolarmente attraverso la comunicazione e aspettando il via libera definitivo del DEF la macchina  comunicativa che  strapazza l’intelligenza del popolo sovrano, lancia questa demenziale usanza dell’hasthag per promuovere il mini tesoretto che il governo vorrebbe mettere da parte nel proprio bilancio con misura a sostegno del welfare .E’ dunque il portavoce del giovane toscano Filippo Sensi che in cordata con alcuni componenti della Ditta PD ha messo in moto promesse : dall’edilizia popolare,alle partite iva,dalle pensioni minime, agli asili nido, le proposte fioccano fioccano fioccano …e intanto noi scopriamo il giochino balordo.…..Renzi, fonte Il Sole 24 Ore: “Nel Def «non ci sono tagli e non ci sono aumenti della tasse: so che non ci siete abituati, ma da quando siamo al governo abbiamo operato una riduzione costante della pressione fiscale»”. Nella Nota di Aggiornamento del Def, dell’ottobre 2014, si è previsto un aumento delle tasse da 786 nel 2014 a 854 nel 2018, con una pressione fiscale record nel 2016, con il 43,6% sul Pil, ben superiore al 43,3% del 2014. Il documento è stato firmato anche da Renzi, che, evidentemente, o non legge ciò che firma, o ha preoccupanti vuoti di memoria, o mente ben sapendolo.Si tenga conto che poi la Commissione Europea ha inasprito il documento dell’ottobre scorso, riducendo il deficit dal 2,9%, chiesto da Renzi, al 2,6%. Quindi i dati sotto mostrati sono leggermente più positivi di quanto poi deciso definitivamente.Padoan spiega che “il Pil previsto per il prossimo triennio è quindi di +0,7 nel 2015, di +1,4 nel 2016 e di +1,5 nel 2017. Sul fronte dell’indebitamento il rapporto deficit-pil si dovrebbe attestare al 2,6% nel 2015, all’1,8% nel 2016 e all’1,7% nel 2017″. Il punto interessante è che la prosopopea della “ripresa”, delle “riforme”, del “taglio delle tasse”, è identica a quella di un anno fa, e anche allora i numeri stimati erano identici a quelli di oggi, con l’aggravante che le previsioni di un anno fa sono state tutte errate e vengono rinviate ad oggi, nella speranza che, una volta o l’altra, ci si colga (il 2014 si è chiuso con una recessione dello 0,4% contro una stima di crescita, nell’aprile 2014, dello 0,8%: un errorino di una ventina di miliardi in otto mesi).Non c’è dubbio  che i Comuni siano stati zittiti  dalle minacce di Renzi per non reagire perché a rischio comunque sono i servizi ai cittadini perché i tagli ci saranno.Ma perché anche Padoan che aggiunge solo una N al suo predecessore  Padoa che nel 2007 inventò il tesoretto ( finto) si presta a far pensare che sia possibile cancellare le clausole di salvaguardia ???????? .E poi signore e signori  accettiamo silenziosamente che il PD  sia il manovratore folle attraverso i messaggini di una comunità esclusiva che Governa l’Italia ? Io no !

ALESSANDRA SERVIDORI

Nessuna pietà per De Gennaro

Alessandra Servidori

Verso le responsabilità di  Gianni De Gennaro non  solo ai tempi di Genova ma subito dopo nel marzo 2002 , io provo ancora oggi un senso di disgusto e rancorosa indignazione. Egli allora 2001 non ha rappresentato con onore i tanti poliziotti che per uno stipendio al mese veramente basso, rischiano la vita, e che oggi sono stretti nella morsa del giudizio per i fatti commessi alla Diaz  Non mi va neanche di accodarmi alla strumentalizzazione di Orfini ( pdiessino malpancista) ,ma non mi piace neanche la difesa di Buttafuoco in memoria di quel che ha voluto ricordare che fece De Gennaro ,ora lautamente compensato ai vertici di Finmeccanica, ai tempi della lotta a Cosa Nostra. No non reputo De Gennaro un servitore dello Stato .Si assuma le sue responsabilità insieme a Scaloia. Infatti entrambi avevano gli elementi per conoscere i rischi che correva Marco Biagi, martire dello Stato italiano, e gli strumenti per poter intervenire: una pur minima protezione per il professore, decisa in via straordinaria da chi poteva farlo, avrebbe evitato l’omicidio per mano delle nuove Brigate Rosse, il 19 marzo 2002. Ma, dicono i magistrati di Bologna che li hanno indagati nell’inchiesta bis sulla scorta mancata al giusvalorista, proprio chi rivestiva una posizione di garanzia, in virtù del ruolo al vertice dell’amministrazione di pubblica sicurezza, non fece nulla: Claudio Scajola e Gianni De Gennaro, all’epoca ministro dell’Interno e Capo della Polizia, rimasero immobili, «del tutto inerti». Marco Biagi è stato un vero servitore dello Stato , è morto per lo Stato e per lungo tempo hanno cercato vergognosamente,ignobilmente, di insabbiare le varie responsabilità della mancata tutela. Gli investigatori, a 13 anni dai fatti, hanno  fatto  un salto di qualità nell’individuazione delle responsabilità. E dopo un’inchiesta archiviata nel 2003 nei confronti dell’allora direttore dell’Ucigos, Carlo De Stefano, del suo vice Stefano Berrettoni, del questore di Bologna Romano Argenio e del prefetto Sergio Iovino, il vertice della piramide è stato finalmente indicato. L’accusa mossa a Scajola e De Gennaro è cooperazione in omicidio colposo. Un reato che però è prescritto dal 2009:  cosa aspettano gli indagati  a decidere, davanti al tribunale dei ministri, sezione di Bologna, se rinunciare o meno alla prescrizione. Se non rinunceranno, si archivierà. E’ ancora pensabile che DE Gennaro sia un servitore dello Stato ? E’ ancora pensabile che chi ha consumato  omissioni  «poste in essere in violazione dei doveri su di loro incombenti per le pubbliche funzioni rispettivamente svolte»,sia da premiare e difendere?. Scajola e De Gennaro, tra l’altro, non considerarono le relazioni dei servizi che individuavano in una figura come Biagi un obiettivo principale del terrorismo brigatista, né furono ascoltate le tante «autorevoli segnalazioni circa l’elevata esposizione del prof. Biagi al rischio di attentati».  De Gennaro affermò che «al riguardo non pervennero   segnali specifici, né c’erano  ulteriori elementi...». Senza riferire, invece, osservano i Pm, quanto evidenziato dopo la precedente seduta del 27 febbraio 2002 del Comitato sicurezza e dei servizi ( il 15 febbraio), a proposito dei pericoli eversivi provenienti dalle Br, «che pure erano conosciuti dallo stesso ministro Scajola». È evidenziato, inoltre, il modo in cui  indirizzarono  in seguito al delitto l’indagine amministrativa verso organismi periferici che non conoscevano le informative dei Servizi, cercando di distogliere l’attenzione  da se stessi :  De Gennaro ,Presidente di Fimeccanica ,oggi è “un servitore dello Stato”? Quale Stato?

Alessandra Servidori

 

Una conferenza stampa surreale

Il giovane toscano , accompagnato da un Padoan molto asservito , in una conferenza stampa surreale durata ben 95 minuti ha con boriosa e a volte  offensiva  considerazione verso  l’intelligenza degli italiani, presentato le linee guida triennali del documento di Economia e Finanza. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi,  dopo l'esecutivo  ha detto del documento: "Non ci sono tagli e non c'è un aumento delle tasse. Capisco che non ci siate abituati, ma è così". Nel 2015 abbiamo ridotto tasse per 18 miliardi di euro: 10 dagli 80 euro e 8 dai provvedimenti sul lavoro. Dobbiamo aggiungerci anche i 3 miliardi di clausole di salvaguardia disinnescati: 21 miliardi in totale".

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Sull’occupazione femminile in Italia: un declino inarrestabile e una inerzia deplorevole.

Sicuramente gli ultimi dati Istat hanno fatto sanguinare la ferita aperta della disoccupazione femminile che sta aumentando vorticosamente e per la quale anche la parte della delega del Jobs Act riferita ai tempi di lavoro sta segnando il passo in un ritardo che non si cerca neanche di colmare poiché l’inerzia del giovane toscano sulle politiche di Pari Opportunità è purtroppo evidentemente voluta. Renzi non solo si è tenuto la delega alle Politiche di Pari Opportunità mettendola in sonno, ma ha individuato una sua fedelissima deputata Giovanna Martelli, originaria  funzionaria  della provinciale di Mantova, che ha debuttato a NY come rappresentante del governo italiano  per illustre un  progetto tutto incardinato sul contrasto alla violenza alle donne (importante sicuramente ma non prioritario) non tenendo affatto conto dei problemi evidenti che come Paese abbiamo per sviluppare occupabilità giovanile e femminile. Di proposte operative per un mercato del lavoro inclusivo anche per le donne chi scrive ne ha prodotte e agite alle condizioni date, cercando alleati per poter raggiungere almeno l’obiettivo di fermare l’emorragia di posti di lavoro e di supportare gratuitamente per ben sette anni i governi che si sono succeduti, con responsabilità e passione.

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Donne e lavoro: esempi deliranti di sorprese nell’uovo di Pasqua

McKinsey, una società di consulenza internazionale, ha invitato le donne iscritte all’MBA di Stanford a una seduta manicure-pedicure durante la quale venivano illustrati i vantaggi di lavorare per loro. Bain, un’altra grande società di consulenza, propone alle donne che vuole interessare una sessione di cucina a loro dedicata. Goldman Sachs, la banca d’affari, ha invece donato alle donne come cotillion dopo un evento (sempre mirato a interessare potenziali dipendenti) un sacchetto pieno di oggetti tipicamente femminili (specchietto, limetta per unghie, ecc.).

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Il mostro Italicum nelle mani di Mattarella

Il giovane toscano tira la volata al suo Italicum ma, ci sono parecchi” ma”. Infatti il Presidente della Repubblica Mattarella, padre della legge elettorale che fu abrogata dal Porcellum, è anche membro della Consulta che dichiarò incostituzionale il Porcellum e dunque (anche se Renzi non lo vuole ricordare), paventando l’illegittimità dell’attuale Parlamento che ha Mattarella proprio come Capo dello Stato. Sono tra le persone che ritengono l’attuale schema spinto con forza dal renzismo, sufficientemente anticostituzionale presentando dei vizi Porcelliani. Cosa farà oggi Mattarella di fronte ad un testo che assomiglia troppo a quello bocciato da lui medesimo come giudice della Consulta? Se Mattarella lo dovesse ancora ravvisare e confermare ricordiamoci quali sono i poteri che la Carta conferisce al capo dello Stato: Mattarella potrà rimandare la legge alle Camere con un messaggio motivato, chiedendo una nuova deliberazione. Ma, secondo la dottrina prevalente, se il Parlamento dovesse riapprovare lo stesso testo, il capo dello Stato sarebbe costretto a promulgarla. E’ utile ripercorre testi alla mano sia dell’Italiacum sia della sentenza scritta dai giudici della Corte del 2014 che confermarono rispetto al Porcellum tutti i profili di illegittimità relativi alla rappresentatività delle assemblee e alla libertà di uguaglianza del diritto di volto come il più fondamentale dei diritti limitando a beneficio della governabilità. Ma con un iperpremio di maggioranza e un ballottaggio la sicurezza della maggioranza c’è e perché prevedere le soglie? L’Italicum punta ancora una volta a una semplificazione forzata del sistema politico che NON è un FINE COSTITUZIONALMENTE rilevante e bilanciabile con il voto, anzi contrasta fortemente con l’art 49 della Costituzione. Così come i capilista bloccati e le candidature plurime non rappresentano una libertà di voto mentre con il Mattarellum c’erano due voti separati quello di collegio e quello proporzionale con lista bloccata alla Camera. La legge elettorale vale per la Camera ma non per il Senato perché è un Senato di nominati e così si colpisce e si annienta il principio di rappresentanza dei cittadini e si aggrava il vizio sistemico, anche perché per la rappresentanza di genere e dunque l’equilibrata presenza non solo di candidature ma di eletti sia maschili che femminili , si profila un Parlamento di cravatte e così arriveremo ad un governo molto maschile  padrone del parlamento, grazie alla ghigliottina prevista nella riforma. La Costituzione serve a limitare il potere, non a ingigantirlo a danno della partecipazione democratica. Siamo così nelle mani coscienziose del Presidente Mattarella rispettoso della Carta e dei valori che la fondano. Il capo dello Stato ha un peso inversamente proporzionale a quello dei soggetti politici e dunque siamo evidentemente in una situazione politica confusa e opportunista in cui solo Mattarella ci può salvare, bloccando l’Italicum monstre, sciogliendo le camere rimandando al voto con l’attuale sistema ovviamente corretto dalla sentenza della Corte.

Alessandra Servidori

27 marzo 2015

Renzi novello Borgia di una generazione di politici spietati

Devo confessare apertamente che Matteo Renzi ha le sembianze sia fisiche che caratteriali del romano di adozione Cesare Borgia, soprannominato il Valentino, italiano e capitano generale delle armate, figlio di un cardinale Rodrigo Borgia, poi divenuto papa Alessandro VI, e grazie alla bolla papale emanata, Cesare, ancora bambino fratello di quella Borgia che avvelenava i nemici, ottiene numerosi benefici che gli permetteranno di avere un futuro roseo. In tenera età diventa protonotario apostolico, dignitario della Cancelleria pontificia, rettore di Gandìa, arcidiacono di Altar e Jativa, ottiene la Prebenda e il Canonicato sulla Cattedrale di Valencia, diventa il tesoriere della cattedrale di Cartagèna, arcidiacono della cattedrale di Terragona, canonico della cattedrale di Lerida e ottiene la Prebenda sulla cattedrale di Majorca. La sua carriera politica grazie al Padre Papa avrà un fulgore inusitato e spietato con i suoi nemici che gli intralciavano la strada italiana fatta di conquiste di città e territori toscani e romagnoli. Quando morì il suo babbo Alessandro VI e dopo il breve Pontificato di Pio III, diventa Papa Giulio III, proveniente da una famiglia nemica dei Borgia. Il Papa, dopo avere tolto il ducato romagnolo a Cesare, lo fa arrestare e imprigionare presso Castel Sant'Angelo. Questi però riesce a evadere dalla fortezza, rifugiandosi a Napoli. Nella città campana il Valentino (così chiamato per il suo ducato di Valentinois) si riorganizza per tentare di riconquistare i territori perduti, ma presto il Papa si accorge della situazione e lo fa deportare, con l'aiuto del re Ferdinando di Aragona, in Spagna. Nel 1506 riesce nuovamente a evadere, trovando riparo in Navarra, regione controllata dal cognato Giovanni III d'Albret. Cesare Borgia muore il 12 marzo 1507, mentre tenta l'assedio della città di Viana, all'età di trentadue anni. In letteratura è inoltre noto per aver ispirato a Niccolò Machiavelli la figura della sua opera più celebre, "Il Principe”. Noi tutti lo abbiamo letto e apprezzato in giovane età il machiavellico romanzo, e oggi appare come curiosa storia molto molto attuale e quasi calata sul giovane toscano nostrano Presidente del Consiglio. Vorremmo che Renzi fosse dotato di altre virtù che non ci appaiono: concretezza saggia di tradizione politica, passione e intelligenza, voglia di fare e capire il popolo italiano, che cogliesse il clima di equilibrato sistema politico di cui ha bisogno e necessità il nostro Paese, senza estremismi ideologici, emozioni politiche arroventate vendette generazionali. Il sogno di un’era pacifica, dello smantellamento di un anacronistico duello continuo culturale che contrasta qualsiasi sviluppo economico, fatto di assalti barbarici ad un potere nefasto che porta l’Italia lungo un declino inarrestabile.

Alessandra Servidori

23 marzo 2015

La partita giocata da DRAGHI esclude la CDP ovvero la Cassa Depositi Prestiti nostrana

Oh YES! Abbiamo un problema e si sta facendo sempre più imbarazzante man mano che passano i giorni.

Il Piano di acquisto dei titoli messi in circuito dalla BCE Draghiana sta producendo un buon risultato e protegge l’Unione europea dalle ripercussioni pericolose della nuova crisi greca. E però c’è un però dolente per noi. Nell’elenco dei titoli acquistabili dalle Banche Centrali nazionali per conto della BCE non sono compresi i bond della nostra Cassa depositi e Prestiti, impegnata, su tutte le tv pubbliche private a lanciare con voce incoraggiante corroborata da un filmato accattivante, obbligazioni destinate ai risparmiatori privati che sembrano appetibili sia per i rendimenti che offre sia sul trattamento fiscale ai quali è soggetta. Le agenzie nazionali di altri paesi come la Germania con la KfW, la Spagna e altre hanno titoli privati acquistabili dalle banche centrali e sono nella lista, noi no. Perchè? Perché no. Ci viene il dubbio legittimo peraltro che la CdP nostrana sia stata esclusa per il debito alto italiano che la inchioda a subire un rating (valutazione di rischio di credito di una banca e dei prodotti da essa offerti) troppo basso; Ancora ci viene il dubbio che lo spread italiano fosse giudicato troppo differente e alto (ma in Spagna il problema non si è posto nonostante non stiano meglio) e addirittura oggi lo spread italiano è ai minimi storici. Ora ragioniamo lucidamente: se la CdP ha comunque partecipato concretamente e sonoramente con la bellezza di ben 8 miliardi al molto vacuo Piano Juncher, con esattamente la stessa cifra di Spagna e Germania, perché la nostra CdP non deve partecipare alla redistribuzione della quantità di moneta iniettata alle banche europee? Perché noi siamo sempre figli di un Dio Minore? Perché la scalpitante e ambiziosa squadra di finanzieri italiani legati ai gruppi bancari soliti noti che hanno beneficiato prima della ricapitalizzazione di Banca D’Italia e poi non si sono minimamente mossi contro i devastanti stress test di cui siamo stati colpiti lo scorso anno penalizzati ignobilmente dai colleghi degli altri Paesi? L’Italia è e rimane sotto tiro dei tecnocrati di Francoforte, l’euro scende verso la parità con il dollaro grazie ovviamente ai tassi di interesse portati a zero, gli operatori si stanno disputando freneticamente i titoli cartacei per entrare nel circolo virtuoso dei decimali di punto e la nostra Cassa depositi Prestiti NO.

Alessandra Servidori

19 marzo 2015

Il mio contributo per Marco Biagi

A tredici anni dalla morte del Prof. Marco Biagi, per onorare a modo mio il suo ricordo, vado oltre il patrimonio prezioso di lavoro che ci ha lasciato, ancora oggi, sovente con stanche retoriche strumentalizzazioni, accade ancora che c’è chi a tutti i costi affianca i gli studi e le proposte di eccellenza del mio amico, senza nessun scrupolo morale, alle riforme che vengono messe in campo. Non proprio in sintonia con le sue proposte e la sua lungimirante competenza.  Ricordo Marco chiedendomi anche in nome suo cos’è la Giustizia, quale giustizia alberga nel cuore di una società. Con tredici anni chiusi dai chiavistelli e calati a piombo sulle spalle, la mente ritorna agli anni affondati nella storia trascorsa blindata di chi in catene, sconta la pena accertata, di altri che mi auguro sentano almeno il peso della colpa di aver lasciato solo Marco, assassinato barbaramente dalle brigate rosse. Sono percorsi   anni e frammenti di vita che non vanno nascosti, né manipolati, che però a me personalmente hanno reso trasparente il cammino da fare, quella mutazione possibile, accettabile, che invita le persone ad andare incontro a una intera società che vuole giustizia e non vendetta. Quando la Giustizia è lontana, non c’è richiamo o fronda che possa risvegliarne equità e umanità, è distanza di ogni giorno, a ogni grido di aiuto inascoltato, di ogni diritto annullato, anche solo per una frazione di secondo, nella frazione di uno sparo. Giustizia è un valore che non può rimanere fuori dall’uscio di noi che rimaniamo, delle famiglie private dei loro cari, neppure all’interno di una istituzione chiusa e refrattaria alla trasparenza, la giustizia dovrebbe essere assunta come obiettivo da perseguire pervicacemente per chi rimane , facendoci schierare apertamente dalla parte di chi non vede riconosciuti i propri diritti fondamentali, cercando di comprendere e sostenere chi è calpestato quotidianamente nei propri diritti e chi nasconde vigliaccamente fin’anche i propri doveri di verità collettiva e individuale. La Giustizia non è una parola da intendere a proprio piacimento, neppure paravento di una qualche e più grave ingiustizia come il permettere che tutti i colpevoli di un servitore dello Stato non rispettino   la dignità di famiglie lasciate sole, una giustizia deve essere radice autorevole per ciascuno, perché consegna rispetto alla vita di chi rimane e di chi non si rassegna al silenzio omertoso di coloro che erano 13 anni fa e sono rimasti ancora colpevolmente nascosti.

Alessandra Servidori

17 marzo 2015

Cronaca di una emancipazione negata: il rito consumato a NY

Venti anni. Sono passati 20 anni e siamo ancora alle celebrazioni di quella Conferenza a Pechino che nel 1995 spalancò la speranza di un mondo consapevole dei diritti delle donne. Ma ad un ventennio di distanza, all’Onu si apre la 59a sessione della Commissione sullo Status delle donne, formalmente come un rito stanco si legge l’approvazione di una Dichiarazione politica mondiale. In platea le donne del potere in tribuna, recinto per le rappresentanti delle organizzazioni, un atto forte:  si alzano e si mettono una mano sulla bocca per denunciare  che la Dichiarazione è stata scritta dagli Stati membri delle Nazioni Unite senza il loro contributo, dimenticando volutamente quello che lo stesso Segretario dell’Onu, Ban Ki-Moon ha dichiarato, quello che anche da noi in Italia per farci stare zitte dicono i Presidenti: le donne sono le agenti del progresso e del cambiamento. Posso dire come testimone attiva che allora fu una Dichiarazione coraggiosa e progressista per la promozione dell’eguaglianza di genere e dei diritti umani di donne e ragazze e venne approvata quella Piattaforma d’azione, puntuale e completa che indicava 12 aree critiche su cui impegnarsi. Non senza ovviamente alcuni compromessi che sapemmo adottare intelligentemente poiché di politica si tratta e si trattava: le resistenze per impegnarsi ad un programma concreto verso la parità di genere, ancora oggi anche in Italia, ma soprattutto in Africa, in Russia, in Arabia Saudita, India, Indonesia, con tratti sicuramente differenti, è ancora molto molto impervio. Intanto in questi anni il fondamentalismo religioso, oggi più che mai, la cultura maschilista dura ad essere sostituita dalla condivisione del rispetto reciproco tra donne e uomini nell’assunzione equilibrata della diversità, le disuguaglianze tra paesi mettono le giovani generazioni di ragazze e di donne di fronte a situazioni e sfide durissime di stupro quotidiano dei diritti umani. Di questa realtà nulla  nella Dichiarazione letta nel marzo 2015, nulla  sui diritti sessuali e riproduttivi, sparito il ruolo delle  organizzazioni  delle donne che difendono i loro diritti umani e del tanto impegno diffuso: la violenza politica sulle donne denunciata più volte anche da donne importanti  che agiscono il potere come Merkel.Clinton,Lagarde, sparita, sostituita da una blanda e inutile Dichiarazione  che si limita a riconoscere che il progresso è  lento e diseguale e  che a venti anni dall’approvazione della Piattaforma d’azione di Pechino nessun paese ha ancora raggiunto l’eguaglianza e l’empowerment delle donne e ragazze che continuano a sperimentare molteplici forme di discriminazione, vulnerabilità e marginalizzazione durante l’intero ciclo della loro vita. La Dichiarazione chiede ancora una volta stancamente, l’implementazione di leggi, politiche, strategie e programmi per donne e ragazze e un rafforzamento dei meccanismi istituzionali per la parità, la trasformazione delle norme discriminatorie e degli stereotipi di genere nonché la promozione di norme sociali e pratiche che riconoscano il ruolo positivo e il contributo delle donne. Chiede inoltre che si eliminino la discriminazione contro le donne e le ragazze, mobilitando le risorse necessarie e rafforzando l’impegno e la accountability dei Governi, la raccolta di dati, il monitoraggio e la valutazione e l’accesso e l’uso delle nuove tecnologie per l’informazione e la comunicazione. Ancora e sempre chiede da vent’anni chiede inutilmente inascoltata perché la politica osteggia evidentemente, quando va bene paternalisticamente infilando nei posti di potere donne che possono garantire la fedeltà, diversamente osteggiando l’intelligenza e il talento. La forte leadership da parte dei nostri governi per la realizzazione dell’eguaglianza di genere, l’empowerment e l’affermazione dei diritti umani delle donne e delle ragazze chi la vuole? Chi vuole veramente mettere in atto politiche per il lavoro delle donne per dare loro la concreta possibilità di entrare e restare nel mercato del lavoro, di essere “agenti e protagoniste dello sviluppo e dell’economia”, come, sapendo di mentire, si riempiono pagine e pagine di programmi rimasti sulla carta? 

Alessandra Servidori

14 marzo 2015

PROGETTO GARANZIA GIOVANI: accettare gli sbagli e non negare l’evidenza. Cronaca lucida di una delusione

Dal 1 maggio 1014 al 5 Marzo 2015 le registrazioni sono state 441.480:  è il valore corrisponde alla somma progressiva da quando è nato il Progetto Garanzia Giovani. Nella prima settimana di marzo sì è registrato un lieve incremento settimanale, ma è bene sottolineare chele registrazioni rappresentano il numero di giovani che aderiscono al programma, ma non la presa in carico che è cominciata dal primo ottobre 2014, e dunque è con estrema lucidità che dalla registrazione/adesione al processo di presa in carico dei giovani da parte dei Centri per l’Impiego e il rapporto delle aziende, il risultato è comunque molto deludente. Degli oltre 2 milioni di interessati, solo appunto 441,480 si sono registrati e appena 12mila hanno ricevuto un'offerta di lavoro o formazione. Ricordiamoci bene che è un progetto di respiro europeo, rivolto a quei Paesi con una percentuale di giovani senza lavoro superiore al 25% (in Italia è al 42%), su cui Bruxelles ha investito 6 miliardi di euro: 1,5 solo per il nostro Paese. I fondi in Italia sono stati distribuiti in base al tasso di disoccupazione delle diverse aree geografiche, affidando alle Regioni, che controllano il sistema dei servizi per il lavoro, la definizione e la realizzazione delle misure da adottare. Sono stati coinvolti i giovani che non studiano né lavorano, i cosiddetti Neet, di età compresa fra 15 e 29 anni (nello schema comunitario il meccanismo è previsto per gli under 25). Per sensibilizzare gli Stati coinvolti nel piano, il 22 aprile 2013 il Consiglio della Ue ha inviato loro una “Raccomandazione” che prevede, ad esempio, l’identificazione di un’autorità pubblica incaricata di istituire e gestire il sistema di garanzia, lo sviluppo di partnership tra servizi per l’impiego pubblici e privati e il potenziamento dell’apprendistato come forma contrattuale. Peccato che in Italia il meccanismo non stia funzionando. Complici i ritardi nell’attuazione del piano da parte degli enti locali, di un sistema incancrenito di formazione e l’assenza di un’efficace struttura di coordinamento, poiché solo una minima parte dei giovani iscritti al piano (tramite un portale dedicato), che entro 4 mesi dall’inizio della disoccupazione o dal termine degli studi avrebbero dovuto iniziare un’esperienza lavorativa, un tirocinio o uno stage, ha tratto reale beneficio dalla Youth Guarantee. Nome accattivante del Progetto che ha messo in moto delle giuste aspettative da parte dei giovani ma che sono progressivamente andate a infrangersi sulla maledetta burocrazia e inerzia. Abbiamo approfondito lucidamente e i risultati studiando il monitoraggio istituzionale e non affidandoci a percezioni e non sono allo stato lusinghieri e anzi è diffusa, tra i giovani prima ancora che tra gli esperti l’opinione pubblica, che si tratti di una occasione perduta, delle politiche del lavoro in Itali che soffrono di lacci e lacciuoli anche figli di una mala politica del lavoro. Le cifre appunto parlano da sole non sono una opinione sono dei fatti. Vediamo insieme: la percentuale dei giovani che, una volta presi in carico dai servizi competenti, ha ricevuto una qualche forma di risposta in termini di lavoro o di stage: 3%. Su un bacino stimato dal governo di 2.254.000 giovani italiani che non studiano e che non lavorano, 1.565.000 se consideriamo il target scelto per il piano, solo 441,480 hanno infatti aderito al piano ‘Garanzia Giovani'”. Di questi solo 160.178 risultano essere stati effettivamente contattati per un primo colloquio. Mancano dunque all’appello ancora tanti giovani, la stragrande maggioranza dei quali iscritti da oltre, molto oltre, 4 mesi al programma. Quindi dei 160.178 giovani contattati dopo la registrazione al progetto “solo 12.273 hanno poi effettivamente ricevuto un’offerta di lavoro, di stage o di formazione”. Il 3%, appunto. L’Italia non ha rispettato le linee guida della “Raccomandazione” dell’Unione europea, a partire dalla mancata creazione dell’autorità pubblica di coordinamento ed è ancora in attesa di una annunciata riforma dei servizi pubblici per il lavoro , affidando  il compito di coordinamento delle azioni di “Garanzia Giovani” ad una tecnostruttura pubblicistica denominata “struttura di missione” che ha cessato le sue funzioni il 31 dicembre 2014 senza che l’annunciata riforma dei servizi per il lavoro abbia preso effettivamente avvio e senza che siano stati nominati ad interim altri soggetti. E’ evidente allo stato attuale, nel nostro Paese il ruolo di coordinamento del programma non è in funzione. L’altro ostacolo oggettivo e obiettivo, è rappresentato dalle Regioni. In molte di queste, soprattutto in quelle con i più alti tassi di disoccupazione e dispersione giovanile, la “Garanzia Giovani” “non è ancora neppure partita rivelandosi al più occasione per convegni e per l’apertura di nuovi siti internet pubblici che non funzionano e non mettono in contatto domanda e offerta di lavoro. In Sicilia, addirittura, il bando è stato aperto e poi subito ritirato sollevando dubbi sulla trasparenza delle procedure adottate nell’erogazione dei finanziamenti. E anche nei casi “virtuosi” non mancano le criticità. In Veneto ed Emilia Romagna, le Regioni che si sono sempre distinte per l’attenzione alla disoccupazione, si registrano importanti ritardi e discrezionalità sulle procedure. Ragazzi che hanno iniziato a settembre attendono ancora la liquidazione della prima indennità mensile, oppure confusioni sull’apprendistato, individuato come principale leva di placement dalla Raccomandazione europea, viene investita solo una percentuale residuale delle risorse a disposizione e le procedure previste per il finanziamento di questa tipologia contrattuale sono spesso insopportabilmente barocche e repellenti piuttosto che attraenti. Infatti il contratto a tempo determinato è la tipologia maggiormente ricorrente tra le offerte caricate nel portale (74%), la maggioranza delle quali non incide sui settori indicati come prioritari dall’Europa – mentre tirocinio e apprendistato occupano le ultime due posizioni (8% e 2%). Il governo, anche se in ritardo ha deciso di intervenire con due decreti per cercare di rimediare: il primo per correggere l’attuale sistema di “profilazione” dei giovani, il secondo per allargare il bonus anche ai contratti a termine (di durata inferiore a 6 mesi) e a quelli di apprendistato. Ma non siamo così sicuri che porteranno benefici perché è la macchina che è ferma e non ha meccanici operosi in grado di rimetterla in moto. E intanto ai nostri giovani non diamo risposte, neanche dalla parte dell’istruzione, che è tutto meno che buona e non lo sarà neanche con il decreto appena varato dal CDM. Ma a questo dedicheremo un bell’approfondimento anch’esso lucido e leale.

Alessandra Servidori

13 marzo 2015

7 marzo al Quirinale

Un 7 marzo al Quirinale  anticipando  l’8. Sono soddisfatta di  aver partecipato perché è uno strano mondo ingessato quello che ho visto stamane, molto simile agli altri anni, ma comunque diverso, quasi insofferente, per il clima che si è respirato, e che mi ha confermato le mie opinioni. La cosa più gradevole : una scoperta confortante nel Presidente Sergio Mattarellasobrio ed essenziale nel suo rigore umano e istituzionale, nel suo ricordare che la democrazia paritaria è l’essenza della responsabilità politica ed economica e le italiane sono il volto della coesione sociale.

Fa piacere sentire valori così condivisi e potergli stringere la mano, e ringraziarlo personalmente. Perché, signore mie, la platea era sempre quella, ministre e ministri in prima fila, donne delle professioni, donne della comunicazione, donne e anche qualche colletto grigio maschile, gran commis. L’intervento più maldestro quello del Ministro dell’ambiente Galletti , che  si è persino sbagliato a leggere quel che gli avevano scritto.

E non è il profumo delle mimose che ci consola . Siamo di fronte a ritardi insopportabili nell’evoluzione del Paese e delle sue istituzioni, inchiodate e inchiodati ancora nella Prima Repubblica, con i suoi riti , con ancora quel paternalismo che decapita l’entusiasmo e la speranza delle donne che credono ancora di poter essere protagoniste di un modello politico  di sistema  funzionale all’Italia, con una riforma Costituzionale sbagliata  già nel Senato, che non rimedia di per sè le disfunzioni parlamentari e che sta per essere partorita malamente . 

E ancora il Jobs act che va  conosciuto a fondo, perché nel suo complesso ha delle contraddizioni che vanno approfondite e valutate, con grande attenzione perché oltretutto non sarà in grado di riassorbire da solo la disoccupazione e  togliamoci dalla testa che spinga da solo la crescita economica. E per fortuna che abbiamo Draghi che ci ha salvato : ma dobbiamo salvarci anche dal populismo  sia della sinistra che del centrodestra. La politica italiana non ha ancora trovato un equilibrio stabile e una modalità che renda efficace le istituzioni attraverso cui si esprime non avendo ancora dimostrato di autoregolarsi e rinnovarsi. 

DRAGHI  ha fatto una operazione straordinaria  ci ha messo a disposizione una opportunità di ripresa economica  ma se non sapremo prenderla al volo ripiomberemo nel lungo declino e nella drammatica fase recessiva. Renzi nel suo bulimico potere accampato a Palazzo Chigi , senza Ministri che contano e decidono, sta cercando un assetto durevole, ma le italiane e gli italiani non sopportano più  uno stop and go delle larghe intese alternato al tutti contro tutti

Il decisionismo di Renzi non può essere fine a se stesso, così come il merito dei provvedimenti che si prendono (o vogliono prendere) non è indifferente. Ma, soprattutto, è un errore imperdonabile pensare di poter fare a meno della ridefinizione del sistema politico, e delle regole che lo governano, e dalla preventiva ristrutturazione della macchina amministrativa di palazzo Chigi e dei ministeri. Ecco alle donne della Repubblica Italiana  bisognerebbe riconoscere il diritto di avere un Governo che Governa in questa prospettiva.  Anche dopo l’8 marzo.

Alessandra Servidori

Un 8 marzo guardando avanti

Analisi sincera e lucida del documento COMMISSION STAFF WORKING DOCUMENT 2014 Report on equality between women and men- (allegato )

La strategia “Europa 2020” stabilisce l’obiettivo strategico di una crescita intelligente, sostenibile e socialmente inclusiva, basata su alti tassi occupazionali e sostenuta da coesione sociale e territoriale. Queste priorità vengono declinate secondo obiettivi quantitativi da raggiungere entro il 2020, tra cui rilevanti l’obiettivo di un’occupazione al 75% della popolazione di età compresa tra 20 e 64 anni, la riduzione di 20 milioni del numero delle persone che vivono a rischio di povertà e esclusione sociale, la riduzione del tasso di abbandono scolastico dall'attuale 15% al 10% e l’aumento dal 31% al 40% della quota di giovani 30 -34enni laureati. Non crediamo di essere severe se ancora oggi in piena crisi economica non ancora superata  la dimensione di genere è decisamente carente nella strategia Europa 2020. Non solo manca un riferimento esplicito alla prospettiva di gender mainstreaming ma, diversamente da quanto stabilito nella precedente Agenda di Lisbona, manca anche un obiettivo occupazionale disaggregato per sesso e, dunque, l’obiettivo quantitativo di occupazione femminile da raggiungere entro il 2020.  Diversamente  negli orientamenti per le politiche occupazionali, contengono, invece, la raccomandazione di integrare la parità di genere in tutte le politiche e più precisi riferimenti alle misure per le donne  Questi orientamenti raccomandano agli Stati di incrementare la partecipazione al mercato del lavoro e l’occupazione femminile, di ridurre il divario salariale di genere e la segmentazione del mercato del lavoro e di migliorare la formazione professionale delle donne nei settori scientifico, matematico e tecnologico.

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La questione femminile, tra economia e interesse collettivo

Dopo anni di tenace attesa la parità  femminile è ancora lontana dall’essere realizzata e quasi si ha il pudore, forse la stanchezza, di continuare a usare un termine ormai consumato nel racconto collettivo. Un galleggiamento su antichi slogan senza troppi sussulti per le ricorrenti notizie traumatiche che provengono dal mondo e sussulti in occasione delle ricorrenze liturgiche dell’8 marzo per cercare di riparare l’inerzia delle istituzioni e di quel corpo sociale che manifesta insofferenza per le questioni poste da alcune illuminate associazioni femminili e per valorizzare qualche cespuglio di novità. 

Riprendo il filo per poter sviluppare una attenta proposta della base reale su cui operiamo e sul processo che potrebbe svilupparsi da un percorso condiviso. In una società senza ordine sistemico i singoli soggetti non capiscono dove si collocano, se sopravvivono negli anfratti, soffrono sicuramente di una obbligata solitudine e il sistema secessionista prevale con comportamenti individuali e collettivi tutti segnati dalla solitudine che si aggregano in mondi che non dialogano vivendo di se stessi senza confronti esterni.

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Donne, potere e spade di latta

Si avvicina l’8 marzo e si rianimano le assemblee femminili che travolte dall’epoca renziana e dalla sua forza d’ariete, rispolverano gli antichi riti dei ritrovi, balli in piazza, raduni teatrali, codici vetusti di fronte ai quali le giovani che si affacciano decise a creare mondi e sistemi , ritengono repellente il labirinto appiccicoso del brulicame chiassoso delle spade di latta che si agitano senza puntare ad un obiettivo concreto che non sia solo l’occupazione degli scranni, la visibilità . Tutte contro tutte. Ancora una volta, purtroppo perdenti. Non taccio in pubblico e non rinuncio ad esprimere la mia opinione poiché di fronte ad un Parlamento paludoso e collerico , dopo sette anni al servizio delle istituzioni come consigliera nazionale di parità e tante altre robuste esperienze sui temi del lavoro e dell’occupabilità , devo sommessamente suggerire : signore mettetevi d’accordo oppure fate spazio alle ragazze, che buttano insofferenti alle ortiche i raduni del pissi pissi. Le signore sempre in disaccordo e sempre appostate all’ombra pronte a criticare e poco fare si rassegnino all’oblio.

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Primo passo vervo la regolazione del lavoro autonomo

Il decreto legislativo sulle tipologie contrattuali revisiona ,semplifica l’assetto e i tipi  dei rapporti di lavoro ovviamente modificandone le fattispecie. Vediamo come .

La prima norma del decreto ribadisce – come peraltro da tempo presente nel nostro ordinamento-che il contratto a tempo indeterminato è la forma comune di rapporto di lavoro rendendolo però più conveniente poiché coniugato alla legge di stabilità, prevedendo incentivi al suo uso rispetto al contratto a tempo determinato ed è competitivo sul piano della flessibilità perché la modifica introdotta nell’articolo 18 ha ridotto la rigidità in uscita rappresentata dal rischio della reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo.

La semplificazione dei tipi contrattuali ha prodotto il superamento dell’associazione in partecipazione e il job sharin mentre si conferma  il lavoro intermittente  e l’ambito del lavoro accessorio viene ampliato, accogliendo anche la richiesta di una tipologia di minjobs- jobs smoking - introdotta con la denominazione diversa ma normativamente simile del lavoro leggero avanzata in Italia e già presente in Germania.

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Una lettura dei provvedimenti del CDM : avanti con il JOBS ACT

E’ un concreto passo di responsabilità dell’esecutivo di Governo sui regolamenti attuativi della delega  JOBS ACT poiché le norme si sono avvicinate e adeguate  alla realtà non cadendo nella tentazione  di costringere la realtà in uno schema  rigido e ingessato  progettato all’interno di determinati schemi precostituiti. Questo è il valore aggiunto dei decreti oggi. Il legislatore  non ha chiuso  gli occhi di fronte alle necessità di regolare  il lavoro autonomo e soprattutto definendo il concetto di indipendenza economica, per far si che le parti sociali possano riempire quel vuoto normativo che immancabilmente  si sarebbe venuto  a creare.Anche con  strumenti quali la certificazione, che  puo’  aiutare e sui quali bisogna  recuperare concretezza e certezza. Raggiunta anche se in parte la fattibilità  di liberare il rapporto di lavoro da oppressioni di tipo fiscale, burocratico, contributivo, ma tenendo anche conto che nell’epoca delle incertezze non ci si può affidare soltanto al contratto a tempo indeterminato. Infatti Il contratto a tempo determinato in Italia costituisce il 13% dei contratti attivi, e la varietà delle tipologie contrattuali è un valore per le imprese e i lavoratori. Una  stretta eccessiva  sui contratti atipici avrebbe messo  a rischio un numero di posti di lavoro pari all’incirca a 75.000 collaboratori/collaboratrici ed almeno 20.000 subordinati/e. E’ bene contrastare il precariato mascherato da flessibilità, ma è anche bene valorizzare forme genuine di collaborazione autonoma, che è come ossigeno per le imprese e i lavoratori, in modo particolare per le esigenze di conciliare tempo libero e tempo lavorativo, che comunque nel decreto sono state arricchite da nuove norme specifiche.

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